Delle cose perdute

25 aprile 2008
Pubblicato da

di Orsola Puecher

25 aprile

Quindici uomini uccisi dai fascisti.
Il dieci agosto del quarantaquattro.
A Piazzale Loreto, a Milano.
Quindici antifascisti detenuti
nel carcere di San Vittore.

Per questo eccidio condannato dal Tribunale Militare di Torino il capitano delle SS Theodor Saevecke. Nel 1999. All’ergastolo. In contumacia. Come tanti altri. Ormai più che ottuagenario. Visse una tranquilla esistenza in Germania. Da persona per bene. Non un giorno di prigione. Come tanti altri. Non si pentì mai e chiese allo Stato Italiano un risarcimento per la condanna.

Così recita la sentenza:

“La premeditata esecuzione di tali soggetti, che non prendevano parte alle operazioni belliche, si caratterizzava per la crudeltà del suo svolgimento, successivamente al quale veniva ordinato che i corpi dei giustiziati rimanessero esposti nella Piazza per l’intera giornata. La fucilazione rappresentava la rappresaglia conseguente all’esplosione, dovuta ad un attacco dinamitardo, di un autocarro tedesco posteggiato in Milano, Viale Abruzzi, esplosione avvenuta il 7 agosto 1944.
Poiché detta esplosione non cagionò il ferimento di alcun militare tedesco, bensì la morte di numerosi passanti, civili italiani, l’ordine di fucilazione non presentò l’adempimento delle direttive emanate da Kesserling, ed in base alle quali per ogni tedesco ucciso dai partigiani dovevano essere giustiziati dieci italiani.”

Ho sentito raccontare questa storia cosi tante volte dalle parole accorate di quella che era nel ‘44 una bella ragazza bruna, diplomata alla Scuola di Danza della Scala, magra, affamata e disperata.

Ora il ricordo è sempre vicino, ma ancora più doloroso: sul nuovo calendario da tavolo del 2008, detto elegantemente “planning”, che le regalo ogni anno, misteriosamente la data del 25 aprile non è nemmeno più scritta in rosso, ma in nero come tutti gli altri giorni della settimana.

– Qualcuno questa festa prima o poi la cancellerà e con essa la memoria.

Dice.
E allora bisogna dire parole.
Ancora.

Ascoltare ancora quelle della ragazza bruna che pochissimi giorni dopo quel 10 agosto vedrà sparire sua zia Alice sui vagoni piombati verso la Germania, a Ravensbruck, solo per aver prestato la sua tessera annonaria alla moglie di un partigiano.
Bastava poco per scatenare il fiuto dei lupi, allora.
E non si sa quanto la aspettò tornare, dopo. Inutilmente.
E vedrà le ultime leve del Reich, degli sperduti ragazzi dai capelli di paglia e gli sguardi ignari, sulle torrette dei Panzer, in Via Senato, spalmarsi burro sul pane bianco, ostentatamente, in faccia alla sua fame. Farà la staffetta per la Resistenza, come tante altre donne, che altro si poteva fare, del resto? Anche nulla, come molti. Porterà, a rischio della vita, copie de “l’unita” clandestina davanti all’Alfa Romeo, in bicicletta, nascoste nella borsa della spesa fra i miseri cartocci di quel poco che ancora si trovava.

Dalla sua casa di Corso Buenos Aires, poco distante da piazzale Loreto, quella mattina d’agosto, alle sei, si sente improvvisamente rumore di spari, un grande trambusto, aprirsi di finestre, correre in strada. La notizia si sparge a macchia d’olio per tutta Milano.

Hanno sparato… ci sono dei corpi…

A piedi, in bicicletta, da tutte le parti, una processione di gente, una folla silenziosa si ammassa piano piano in piazza, tenuta a bada da un cordone di fascisti armati.
15 corpi, fucilati, dai “ragazzi” della Muti e delle Brigate Nere, spostati a calci, mitragliati anche da morti, infierendo con scherno. Così, per pura dimostrazione di forza, senza nessuna via Rasella da vendicare.

E restarono, quei corpi, ammucchiati uno sull’altro, sporchi di sangue e polvere, scomposti sotto il sole di quell’agosto, tutto il giorno. Un cartello piantato sopra con scritto “ASSASSINI”.

A far loro la guardia giovani miliziani, alcuni mezzi ubriachi.
Altri che ridevano oscenamente
Come se niente fosse.
Restò particolarmente impresso uno che leccava un cono gelato, tutto intorno, le gocce sciolte dal sole.
Come se niente fosse.
Caldo, non un filo d’aria.
Tutto crudo e spietato nella luce netta.
I corpi restarono esposti fino alla nove di sera.
Le gente continuava ad arrivare.
Qualcuno con dei fiori.
Furono portati via nella notte, su dei camion, per intercessione del cardinale Shuster.

E nessuno riuscì a dimenticarli nel lungo inverno insopportabile di bombardamenti a tappeto.

Anche il tetto della Scala, bombardata un anno prima, il 16 agosto 1943, troppo vicina al comando tedesco, all’ Hotel Regina, in via Santa Margherita, era ancora là squarciato sulle file dorate dei palchi. Un buco scuro dove pareva inghiottita e spenta ogni musica, ogni luce.
Altro pellegrinaggio, altre lacrime.
C’erano cose che parevano perdute per sempre.

Fino al 25 aprile del ‘45.

– Milano si liberò da sola.

Dice la signora delicata che era quella ragazza forte.
L’orgoglio delle sue parole ancora intatto e pieno del prezzo di quella Liberazione.

I nazisti asserragliati nell’Hotel Regina, armati e protetti da sacchi di sabbia, a sbronzarsi di liquori ed a tremare per la fine ormai vicina. Le grida dei prigionieri seviziati e torturati in quelle stanze, si univano tutte insieme come un grande urlo, il rombo della disfatta. Furono fatti uscire dagli americani. Nel frattempo a far loro da guardia, lì davanti, a mani nude, una folla, i milanesi, muti e compatti. Non credevano ai loro occhi nel vederli portar via, parevano solo fantocci svuotati.
Qualcuno, fra quella gente, si avventò, saltando sulle macchine scoperte, cercando di picchiarli con un’innocua borsa. Uno perfino di staccare un orecchio ad uno di loro. A morsi.

E così, poi, il 29 aprile fu la Piazzale Loreto dei gerarchi, di Mussolini e della Petacci appesi per i piedi alla tettoia del gasometro, figlia dall’orrore di quell’altra Piazzale Loreto.

Ed anche questi altri corpi quella ragazza andò a vedere, insieme a tanti, in un’altra dolorosa processione.

Una mano pietosa aveva fermato con una spilla da balia la gonna della donna, che le era scivolata sopra la testa, mostrando il sedere e le cosce.
Ai piedi della donna le stessa scarpe con la zeppa di sughero della ragazza bruna.
Scarpe di guerra ed autarchia.

Non si può descrivere quali sentimenti fra quella folla che corse a vederli, è difficile giudicarli adesso, rabbia, vendetta, dolore, ma prepotente e necessaria sopra tutti l’esigenza di “vedere”, vedere con i propri occhi se davvero era vero, se davvero era finito quell’incubo.
E nel contrappasso era come se il dolore e il terrore di lunghi anni, avesse fermato i cuori alla pietà per i morti che per altri morti pietà non aveva nemmeno sfiorato.

Troppa morte negli occhi aveva attutito ogni pietà.

Quei corpi solo le tragiche marionette della Storia.

La ragazza restò solo pochi momenti, con un gran senso di nausea e vuoto.
Tutto era finito.
Solo questo contava.
E non c’era nulla che restituisse le cose perdute.

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23 Responses to Delle cose perdute

  1. sparz il 25 aprile 2008 alle 13:32

    G R A Z I E, O R S O L A.

  2. *********** il 25 aprile 2008 alle 13:49

    Di tanto in tanto mi alzo e spio la finestra la strada. C’è del movimento. Fascisti che fuggono o fascisti che si preparano a difendersi!? Verso il mattino mi addormento. Mi sveglia il trillo del telefono, all’alba. E’ Vergani.
    Pronuncia le parole che aspetto ormai da tanto tempo. Il momento è giunto. Tutte le pene, i lutti, le persecuzioni stanni per finire. Mi pare impossibile. Non avrei mai immaginato di ascoltare la telefono quelle parole di Vergani:
    “La città insorge, agisci con la tua brigata secondo il piano stabilito.” Forse mi ero sempre figurato che le parole fossero guidate da un altoparlante alle folle sulle piazze.
    Scendo in strada. E’ il 25 aprile. C’è gente. Ci sono operai armati, squadre di giovani che corrono verso le caserme abbandonate nella notte dai fascisti. Vogliono anch’essi, questi ragazzi, impugnare un’arma, il nemico non è dovunque battuto: asserragliato nei fortlizi e nei punti strategici, tenta la fuga su mezzi corazzati.”

    GIOVANNI PESCE, Senza tregua. La guerra dei GAP. Feltrinelli, 1967.

  3. véronique vergé il 25 aprile 2008 alle 15:30

    E’ un testo che marca.

    Grazie Orsola.

  4. Maria Luisa Venuta il 25 aprile 2008 alle 16:34

    Grazie. Hai ragione occorrono parole, ma di spessore e cariche di memoria non propagandistica o nostalgica. Parole e immagini come queste. Grazie.

  5. Cristò il 25 aprile 2008 alle 17:21

    Qualcuno cancellerà il 25 aprile… non ne dubito. Hanno già cancellato la voglia di riscatto, la capacità di critica… cancellano ogni giorno un pezzo di memoria. Ci dicono che non ci sono più fascisti, niente più partigiani… tutto va bene… abbiamo “il popolo della libertà” al potere! E pensare che qualcuno al potere voleva l’immaginazione… forse sarebbe stato meglio… perché se questa è libertà… allora tutte quelle sbarre davanti ai nostri occhi cosa sono?

  6. nadia agustoni il 25 aprile 2008 alle 19:05

    Grazie a te Orsola.
    Buon 25 aprile

  7. francesca matteoni il 25 aprile 2008 alle 22:13

    L’orrore e la rabbia arrivano e colpiscono da tutte le parti coinvolte – e ugualmente la pietà, anche solo in un gesto, come quello di fissare una gonna con una spilla a balia, la si può provare per chiunque, anche per un nemico, quando è spogliato di tutto.

    Quello che non si può dimenticare è la spinta dietro le azioni: l’oppressione da una parte, il diritto alla libertà dall’altra. E’ questo che dovrebbe restare vivo nella lezione della Storia – mentre troppo spesso rimangono pagine di nostalgia o, sempre di più per molti giovani, di noia. Occorre insegnare nuovamente a riappropriarsi della parola ‘libertà’, una parola oscenamente messa al potere oggi nel nostro paese. E nonostante i cancellatori che verranno, ricordare che di totalitarsimi ce ne sono stati vari, ma in Italia ne abbiamo sperimentato solo uno (la mia generazione solo nel racconto dei nonni, per fortuna)- e si chiamava fascismo.
    Grazie a Orsola anche da parte mia.

  8. litbrother il 26 aprile 2008 alle 00:36

    grazie, Orsola.
    siamo noi gli appenditori e gli appesi, siamo noi la spilla da balia e il sedere scoperto, siamo noi questo povero uomo che parte in una fredda mattina d’inverno, bella ciao, siamo noi, questo piatto di grano.
    http://www.youtube.com/watch?v=K-VpPGI2S50&feature=related

  9. monom il 26 aprile 2008 alle 06:59

    @Francesca pistoiese

    Dira canam.

    OVIDIO, Metamorfosi, Libro X.

    Il corpo della povera signora giaceva in una posizione infame, supino, con la gonna di lana grigia e una sottogonna bianca buttate all’indietro, fin quasi al petto: come se alcuno avesse voluto scoprire il candore affascinante di quel dessous, o indagarne lo stato di nettezza. Aveva mutande bianche, di maglia a punto gentile, sottilissimo, che terminavano a metà coscia in una delicata orlatura. Tra l’orlatura e le calze, ch’erano in una lieve luce di seta, denudò sé stessa la bianchezza estrema della carne, d’un pallore da cloròsi: quelle due cosce un po’ aperte, che i due elastici – un tono di lillà – parevano distinguere in grado, avevano perduto il loro tepido senso… già si adeguavano al gelo… al gelo del marmo, e delle sue taciturne dimore. L’esatto officiare del punto a maglia, per lo sguardo di quei frequentatori di domestiche, modellò inutilmente le stanche proposte d’una voluttà il cui ardore, il cui fremito, pareva essersi appena esalato dalla dolce mollezza del monte, da quella riga… il segno del mistero… quella che Michelangelo, (don Ciccio ripensò a san Lorenzo) aveva creduto opportuno… di dover omettere… Pignolerie! Lassa perde!…

    Le giarrettiere, ondulate appena agli orli, d’un’ondulazione chiara di lattuga: l’elastico di seta lilla, in quel tono che pareva dare un profumo, significava a momenti la frale gentilezza e della creatura e del ceto, l’eleganza spenta degli indumenti, degli atti, il secreto modo della sommissione… tramutata ora nella immobilità di un oggetto… o come d’uno sfigurato manichino… Tese, le calze, in una eleganza bionda quasi una nuova pelle, datale (sopra il tepore creato) dalla fiaba degli anni nuovi, delle magliatrici blasfeme: le calze incorticavano di quel velo di lor luce il modellato delle gambe, dei meravigliosi ginocchi: delle gambe un po’ divaricate, come ad un invito orribile. Oh, gli occhi!… dove, chi guardavano?… Il volto!… Oh, era sgraffiata… poverina!… Fin sotto un occhio, sur naso!… Oh, quel viso!… Com’era stanco, stanco, povera Liliana, quel capo, nel nimbo, che l’avvolgeva, dei capelli, fili tuttavia operosi della carità… Affilato nel pallore, il volto: sfinito, succhiato dal succhiare della Morte…Un profondo… un orribile taglio rosso le apriva la gola, ferocemente. Aveva preso metà il collo, dal davanti verso destra… cioè verso sinistra, pellei… destra per loro che gurdaveno: sfrangiato ai due margini come da un reiterarsi dei colpi, lama o punta… un orrore! da no se potello vede. Manifestava come delle filacce rosse… strani aspetti, all’interno… tra quella spumiccia mezzo nera der sangue, per qua e pe llà di già raggrumato, a momenti, ‘n pasticcio!… con quarche bollicine rimaste a mezzo… Curiose forme, agli agenti: parevano buchi, ai novizzi, come de maccheroncelli color rosso, o rosa… “La trachèa”, mormorò Ingràvola chinandosi, “la carotide!… la giugulare… Dio!”

    Er sangue aveva ‘mpiastricciato tutto er collo, il davanti d’a camicetta, na manica: la mano: una spaventevole colatura d’un rosso nero, da Faiti o da Cengio: (don Ciccio rammemorò subito, con un lontano pianto nell’anima, povera mammà!). S’era accagliato sul pavimento, sulla camicetta, tra i seni: n’era tinto anche l’orlo della gonna, il lembo rovescio de quella gonna de lana buttata su, e l’altra spalla: pareva si dovesse raggrinzare da un momento all’altro: doveva de certo resultarne un coagulo… tutto appiccicoso… Come quelli tondi molli molli delli pollaroli, o de certe vetrine de salumaio.

    Il naso e la faccia, così abbandonata, e un po’ rigirata da na parte, come de chi nun po’ più combatte… la faccia!… rassegnata alla volontà della Morte… apparivano offesi da sgraffiature… unghiate… come ciavesse preso gusto… quer boja… a volella spregiare a quer modo… Assassino!

    Gli occhi s’ereno affisati orrendamente: a gguardà che, poi?… guardaveno, guardaveno, in direzzione nun se capiva de che cosa, verso ‘a credenza grande, in cima in cima… o ar soffitto… Le mutandine non ereno insaguinate: lasciaveno scoperti li du’ tratti delle cosce, come du’ anelli de pelle: fino alle calze, d’un biondo lucido. La solcatura del sesso… pareva d’esse a Ostia d’istate, o ar Forte de marmo de Viareggio, quanno so sdraiate sulla rena a còcese, che te fanno vede tutto quello che vojjono. Co’ quelle majje tirate tirate d’oggigiorno.

  10. monom il 26 aprile 2008 alle 07:10

    Mi sembrava ridicolo specificare qual è l’autore è del brano:
    con Joyce e Proust è il più grande scrittore del Novecento europeo.

  11. litbrother il 26 aprile 2008 alle 07:59

    se dovessi indicare un terzo penserei a Musil, non al Gadda del Pasticciaccio,
    ma de gustibus…

  12. monom il 26 aprile 2008 alle 10:13

    @librother
    Dovrei lasciare perdere, perché non è questo il luogo…
    Ma semberebbe, così, che ti si dia ragione.
    No! non è affatto *de gustibus* in *letteratura*, forse nella rete.

    Posso *dimostrarti* che se il mitico teo-biologo Joyce, *nel Novecento* può stare, lui, vicino a Gadda, mentre il gospsicanalista Proust gli sta vicino solo perché, lui, è dell’Ottocento, Musil non può affatto stargli vicino, perché Musil il pensiero del Novecento lo ha solo *saputo*, e, per quanto ne può dire uno che l’ha letto solo in traduzione, lo ha solo *descritto*, mentre Gadda lo ha *mostrato*.
    E questa è la differenza tra *romanzo* e *letteratura assoluta]*.

  13. monom il 26 aprile 2008 alle 10:28

    Mi dimenticavo: non si dovrebbero fare affermazioni, in quel modo, come la tua. Si potrebbe dare l’impressione di far parte di quelli che leggono i sondaggi dei giornali.
    Come quello che, qualche tempo tempo fa, a livello internazionale, ha scelto come più grande romanzo di tutti i tempi un remake dell'”Asino d’oro” di Apuleio: il “Don Chisciotte” di Cervanes.
    Dimenticando che il più grande “romanzo” di tutti i tempi, che sia stato scritto da un’*unica* persona [insomma che non sia un plagio e non sia la “Divina Commedia” che è un poema] è: il “Moby Dick o la Balena” di Herman Melville.

  14. sparz il 26 aprile 2008 alle 10:33

    queste graduatorie sono ovviamente poco probabili e poco probabilmente intersoggettive; se dovessi dire io, non vedo questa lampante differenza tra “descritto” e “mostrato” e metto certamente Musil almeno sullo stesso livello di Gadda. E ci metterei vicino anche Mann.

  15. Florence Nightingale il 26 aprile 2008 alle 10:55

    “Il mio treno era appena arrivato a Baden e io avevo appena disceso, con un po’ di fatica, i gradini della carrozza, quando già il fascino di Baden mi si faceva sentire. Mentre, in piedi sull’umido marciapiede di cemento, cercavo con gli occhi il portiere dell’albergo, vidi scendere da mio stesso treno tre o quattro colleghi in sciatica, come appariva chiaro dalla trepida apprensione con cui stringevano le natiche, dal loro passo incerto e dalla mimica piuttosto smarrita e piagnucolosa che accompagnava i loro cauti movimenti. ”

    Su mettete il plaid sulle ginocchia da bravi e sedetevi un po’ qui sulla chaise longue al sole nella veranda, che fra un po’ passo con la tisana diaforetica.

  16. orsola puecher il 26 aprile 2008 alle 11:09

    grazie a tutti

    {da brava Florence li tenga calmi… metta qualche goccia di laudano nella tisana e porti le carte da ramino, che qui son capaci di copiaincollarmi tutta la Recherche o il Finnegans}

  17. monom il 26 aprile 2008 alle 11:45

    Sono molto indeciso, se sia giustificato continuare questo tipo di discussione.
    Quello che mi intriga e che mi spinge a lasciare da parte gli scrupoli è quel
    *poco probabili* e *poco probabilmente soggettive*, come se io avessi detto:”io la penso così” e chi ribatte, ribattesse “e io la penso così” e fossimo
    tutti alla pari, e le nostre affermazioni avessero [messe così, sì] lo stesso
    peso.
    No. Io ho detto che posso *dimostrare*, non che “posso farmene un’idea”.
    Avrei gradito due diverse, possibili, risposte:
    1. Io “mi sono fatto un’idea diversa” quindi, se tu affermi così, dimostralo
    come hai preteso di poter fare.
    2. No, non è cosi e ti *dimostro* il contrario.

    La risposta che più mi avrebbe soddisfatto sarebbe stata la seconda, e io sarei rimasto imbambolato ad ascoltare uno che riesce a distruggere i miei argomenti e a farmi cambiare idea su Gadda, non su Musil o Mann.
    La mia ammirazione per loro non deve certo essere sollecitata, come p.es. per un Pelé. Io sto solo dicendo che Gadda è Maradona.

    *Una volta avanzata, nessuna delle nostre ‘anticipazioni’ viene sostenuta dogmaticamente. Il nostro metodo di ricerca non è quello che consiste nel difenderle, per provare quanta ragione avessimo. Al contrario tentiamo di rovesciarle. Usando tutte le armi della nostra armeria logica, matematica e tecnica, tentiamo di provare che le nostre anticipazioni erano false, allo scopo di avanzare, in loro luogo, nuove anticipazioni ingiustificate e ingiustificabili.*

    Sir Karl Popper.

    Chi vuole partecipare a questi *giochi olimpici* deve però, appunto, sapere che si tratta di *giochi*. Ma, come Sparz sa, di giochi *formali*
    che hanno proprie regole e, sopra tutto, che si parte, sempre, da un gruppo di, chiamiamoli così rubando il termine dalla scienza, *assiomi*, che poi non sono altro che definizioni, che costituiscono il terreno comune su cui gli avversari si scontrano e che *si fa finta* di considerare veri.
    Ci sono tre assiomi su cui io mi baso:

    1. E’ mutuato da Hegel e da Rorty: letteratura è la scrittura che contiene
    in sé *il confine più avanzato del pensiero che gli è contemporaneo*.
    2. Viene accettata la differenza tra “letteratura assoluta” e tutto l’altro
    proposta da Roberto Calasso in “La letteratura e gli dèi” in cui, alla
    fine, viene ipotizzato un rapporto necessario tra “grande letteratura”
    e mitologia, ma non in termni di descrizione o richiamo, bensì di ”
    “forma di vita”
    3. La lingua. “Descrivere” e “Mostrare” sono termini che derivano dalla
    filosofia del linguaggio di Wittgenstein. Descrivere è quello che può
    fare chiunque. Anche se a livelli infinitamente distanti uno dall’altro,
    naturalmente.
    Mostrare è costruire, con l’opera, una nuova “forma di vita”.

    Il descrivere lo devi capire, tutto, e forse ti servirà a qualcosa, il
    mostrare ti cambierà che tu lo voglia o no.
    Insomma, per parlare francamente, è la differenza tra Calvino che
    serve solamente a far fare i soli al suo editore, a essere letto a scuola
    per imparare la “lingua pulita”, e a molti professori per fare carriera
    tra di loro.
    Tutto l’altro è Gadda.

  18. mf il 26 aprile 2008 alle 14:00

    monom! quante puntute certezze logorroiche, quante figurine snob e giudizi di valore incrollabili, mamma mia. e poi molto bene, dalla resistenza siamo arrivati a roberto calasso, via moby dick. meno male che c’è andrea inglese coi suoi piselli, te lo consiglio per non prendersi troppo sul serio (e per non prendere troppo sul serio gli scrittori, grandi e piccini).

  19. litbrother il 26 aprile 2008 alle 15:59

    accetto il tè di Florence e mi tengo stretto il mio Musil.

  20. monom il 26 aprile 2008 alle 16:16

    1. Dovrei lasciare perdere, perché non è questo il luog…
    2. Sono molto indeciso, se sia giustificato continuare questo tipo di discussione.
    3. lasciare da parte gli scrupoli
    4. Sir Karl Popper.

    v/s

    1. certezze logorroiche
    2.figurine snob
    3.valori incrollabili
    4. dalla Resistenza a Roberto Calasso via Moby Dick

    sule serio: è possibile? E’ possibile!
    E’ possibile che possano essere necessari altri 25 Aprile.

  21. mf il 26 aprile 2008 alle 16:54

    vado, espulso dalle commemorazioni. in gamba, monom, e buon lavoro.

  22. jan reister il 27 aprile 2008 alle 14:54

    Grazie Orsola.

  23. niky lismo il 28 aprile 2008 alle 17:47

    Tre proposte che rimarrano inascoltate:
    1) sotto questo tipo di articoli, che non richiedono commenti perché sono essi stessi un commento (alla vita, alla società, a tutto), elencare soltanto una lista di nomi;
    2) eliminare per sempre la prima persona singolare;
    3) astenersi dal commentare certi commenti che sono essi stessi un commento (all’autore, al vuoto che ci sta dentro e dintorno, a tutto)



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