L’invidia di Basemah

27 aprile 2008
Pubblicato da

enrico-colombotto-rosso-lurlo-57.bmp 

di Franz Krauspenhaar

Smetta di piangere, dico alla donna. Lei, la sirena, è giovane, le trecce bionde, truccata come se dovesse andare a una festa; il rimmel le cola giù per la faccia infantile, rosea, di ragazzina trecciuta, e sbalza all’altezza di una piccola cicatrice appena sopra la parte sinistra del labbro. Smetta di piangere e ragioniamo. Mi alzo, giro intorno alla scrivania e le poggio una mano sulla testa. Prima di conoscerla ero nervoso. Non m’aspettavo questo tipo di persona, ecco: m’aspettavo altro, non so bene cosa, ma altro, sì, comunque. Invece eccola, piccola e indifesa, una specie di Pippi Calzelunghe un po’ cresciuta; le starebbe bene, a corredo, una bambola di pezza stretta tra le braccia, come estremo conforto, come ultimo attracco. Guarda sempre verso il basso; da quando è entrata in questa stanza non ha ancora alzato la testa. È sera, ormai inoltrata. Nei campi, i contadini hanno finito la giornata di mietitura. In paese ci si è affaccendati tutto il giorno nei preparativi della festa del nostro santo. Macchie di bambini nerastri correvano per le stradine polverose e infangate, a piedi nudi, squittendo come topi affamati, per tutta la calda giornata di oggi. Nel frattempo, due agenti di polizia prelevavano da una villetta unifamiliare questa ragazza, Elisabetta N., 23 anni, nata qui, vissuta sempre qui, un prodotto locale ma non tipico, forse soltanto all’apparenza. Lavora all’ospedale principale. È infermiera, e da non molto. L’hanno trovata con in mano un bisturi insanguinato; piangeva, disperata. Addentrandosi nella casa, i due poliziotti, chiamati da Samuele R., 25 anni, il fidanzato di Elisabetta, hanno trovato Luisa B., 28 anni, inquilina di quella casa e amica intima di Elisabetta, morta, con il ventre aperto e dissanguata per l’effetto di un rudimentale taglio cesareo praticato col bisturi. Accanto, in una pozza di sangue scuro, il corpicino senza vita di un feto di otto mesi.

Ragioniamo, ripeto alla ragazza. Ma devo deglutire. Non sono preparato proprio a tutto, e questa volta mi serve capire ancor più di sempre; i giornali ne parleranno diffusamente, tutti mi faranno domande, lo so, sarò condannato da questo caso, avrò vissuto tutta la vita con il ricordo e il marchio di questo caso. Già entrando qui, due ore fa, vedevo la ressa crescente dei giornalisti, la loro fame di sapere, di abbrancare una notizia, un dato, una coloritura. Devo deglutire. Anzi, dovrei bere. Una lunga sorsata di birra saporosa, o meglio un whisky, buttandolo giù, tutto in un botto, e magari raddoppiare, schiantarmi la gola d’alcol, e poi addormentare un po’ la testa che già brucia.

Elisabetta alza la testa, leggermente. Bella, dispersa nei suoi foschi pensieri. Ha occhi pallidi, ciglia corte. Non piange più.

Dov’è lui?, mi chiede. Si riferisce al fidanzato, al suo accusatore.

Non lo so. Verrà. Ma adesso parliamo. Accendo il registratore, senza farmi vedere. È in un cassetto della scrivania, in fondo.

La ragazza scoppia a piangere. Deve parlare e andrà tutto meglio. Deve confessare. Stia tranquilla. Ragioniamo.

Pause. Non si decide a parlare. Riaccendo, sta aprendo la bocca.

Non so che dire, dice semplicemente.
Non basta, e lo sa. Il feto aveva otto mesi. E lei vive a pochi metri dalla sua amica.
Sì.
Bene. Quando ha pensato che poteva sostituirsi a lei?
Sostituirmi? No, no, dice Elisabetta. Io non volevo sostituirmi a nessuno. Io volevo…
Lei voleva?…
Io volevo… quel bambino. Lei ne aveva già due, io nessuno. Io non posso. Credo di non potere.
Ecco. E quindi…
Niente.
Niente.
Sì.
Invece no, lo sa bene. Lei ha pensato qualcosa. Ha saputo che la sua amica era incinta e ha pensato di fare qualcosa.
Sì.
Cosa ha pensato?
Ho pensato che… Scoppia a piangere di nuovo. Pause.

…sono qui e tutto è finito, tutto è scoppiato, dentro di me, fuori di me, dappertutto, come in un’esplosione atomica… sangue, solo sangue e ingiustizia divina… eppure dio lo pregavo molto, ma adesso so che è tutto inutile, che dio ha voluto che lo facessi soltanto per punirmi… e per punirmi ha scelto lui, il mio uomo tutto d’un pezzo, il benzinaio che studia per diventare avvocato, lo stupido del quartiere… maledetto il momento che l’ho visto e ho deciso di farlo mio, di mettermelo in grembo come un figlio… e ora mi tradisce… ah sì, è stato dio, nessun altro, soltanto lui poteva avere la cattiveria proprio infinita di creare questo bubbone patetico e flettere le gambe a lui per farlo inginocchiare davanti alla polizia……tutto è finito, questo poliziotto mi fa male, è falso, gentile ma falso, vorrebbe andare a casa e parlarne alla moglie, vorrebbe bere un bicchiere di birra ghiacciata e abbandonarsi sulla sedia a dondolo e farsi un impacco di ghiaccio per la fronte e a notte mangiare un po’ di insalata di patate fredda… io non so più perché l’ho fatto, era soltanto quel desiderio fitto che avevo in pancia, come una fame durata secoli, che mi pervadeva tutta quanta, dalla testa ai piedi… vederla lì, tutti i giorni, con quel sorriso sempre più dolce che le allargava la faccia, le faceva la pelle rosa, sgranata, come la buccia di pesca appena colta, era diventata una tortura insopportabile… era così bella, non era mai stata così bella, così bella e così felice, la felicità ce l’aveva su ogni centimetro di pelle… io, io stessa ero imbarazzata per tutta quella felicità che le partiva dal grembo e le si irradiava come milioni di capillari rosa attorno al corpo, e dentro, e a germogliare fuori, come steli di pace, di armonia, e io non ci capivo più niente, guardavo impotente il suo fiorire… la vedevo tutti i giorni uscire di casa, prendere la bottiglia di latte, salutarmi con un sorriso, troppo felice… era la mia vicina di casa migliore, io mi preparavo per andare all’ospedale per il turno, e la vedevo con addosso la vestaglia, e sotto la vestaglia si vedeva il gonfiore che le procurava la creatura che aveva dentro… e quello stupido niente, non riusciva a far niente, e allora avevo provato con altri, ma niente, non riuscivano a ingravidarmi, pure quel dottore, all’ospedale, mi aveva scopato a sangue in camera operatoria, e prima di farmelo sbattere dentro avevo dovuto prendermi le sue sculacciate da pervertito, e avevo dovuto prenderlo in bocca e succhiare fino a farlo quasi venire… quel porco aveva anche voluto sbattermelo dietro, mi aveva fatto male, non volevo, era una pratica quella che avevo sempre rifiutato, l’avevo sempre considerata una perversione, ma ormai m’ero impegnata con quel porco, e allora m’ero fatta allargare il buco da quel cazzo grosso di medico chirurgo infoiato, e prima di venire lui l’aveva estratto, era una sonda impazzita, e me lo aveva spinto davanti ed era venuto dopo una manciata di secondi, ho immaginato uno spruzzo tremendo, a ogni modo avevo come sentito che ce l’avevo finalmente fatta, che ero gravida una volta per tutte, che quell’idiota di medico non avrebbe capito mai nulla, e anche se avesse sospettato non avrebbe fiatato, lui a sua moglie ci teneva sicuramente, nel senso che non voleva scandali di nessun tipo, ma certo, sì, come no, e dunque con lui andavo sul sicuro……ma poi dovetti accorgermi che anche quella volta era andata male, che non rimanevo incinta, e allora mi venne il sospetto, e pochi giorni dopo la conferma: ero sterile… disperata, ero sterile e disperata, e intanto luisa continuava a ingrandirsi con la creatura, e io tutti i giorni la vedevo prelevare la bottiglia di latte, e ogni tanto la andavo a trovare con una scusa per poterla vedere, e parlarle… era bellissima, avrei voluto accarezzarla tutta, baciarla sulla bocca, leccarle la pancia fino al sesso, e poi di nuovo, indietro…

Poesia trovata nell’agenda di Elisabetta, 21 giorni prima del delitto.

Come t’amerei fine sposa
di un gesto tranquillo
come il pistillo d’un bacio
goccia di rugiada calmante
sestante del mio sesso
bussola pericolante
sul ponte della nave salmastra
assecondata culla d’onde lievi
placentare navigazione muta
bimbo che sorgi dalla stiva quieta
pancia a pancia al disastro della vita
nascente, tornerai tu nell’acqua
che ha battuto il tuo stelo, io fiore
io rugiada, io feconda amnesia.

Pause.
La ragazza ora non parla più. Dopo due ore decido di mandarla via, nella sua cella. È ora di andare. Chiamo Silvia sul cellulare, mi sta aspettando. Domani interrogherò il fidanzato. Ciò che m’ha scosso di più è… Non so, non so cos’è, no. Leggo e rileggo, come in trance. Penso a Silvia, mia moglie; a quando l’ho conosciuta. Al figlio che nessuno dei due vuole. Eppure ne avevamo parlato tanto, insieme, prima, prima di sposarci. I nomi. Detti mille volte, a letto, dopo aver fatto l’amore. Luca. Giovanni. Giovanni no, è banale. Emanuele. Sara. Sì, Sara non è male. Eleonora. Eleonora ti piace? Sì. E poi, una volta sposati, era cambiato tutto. Mi chiedo come sarebbe stata lei, la ragazza, se fosse stata sposata. Sarebbe passata anche a lei la voglia di maternità? Mi rispondo che non lo credo. In quegli occhi bui c’era l’idea fissa, come un razzo di pensiero puntato contro l’eternità di un’ossessione mortale.

Ore 23.11. Cella

…io non volevo, forse, io non volevo, credo, credo o non credo, che importa, nessuna musica, nessuna parola, nemmeno un pezzo di carta per annotare… volevo quel bambino per essere qualcosa di più di una stronzetta accarezzata in una corsia d’ospedale, il bimbo sarebbe stato me e io sarei stato lui, o roba del genere; e quella donna non ci sarebbe stata mai più, perché c’è sempre, nella vita, chi deve sottrarsi, non ottenere, cadere, sacrificare, sacrificarsi, per quale causa, non lo so, se anche sia causa, sia comunque dolore, e che dolore, il dolore d’essere e di non essere, di non essere più, o forse il non essere più è l’unica cosa che non procura alcun dolore, che per il resto invece il dolore accompagna tristemente tutti, in tutti i modi, per tutti i giorni e i mesi e gli anni e i secoli dei secoli, e non c’è verso di far fronte all’angoscia, è tutto un angosciarsi vano ma irrimediabile… la vita mi sta stretta come non mai, se potessi trovare una corda, qualcosa che stringa la gola per farla finita, per chiudere con tutto e tutti, e ciao, ciao e vaffanculo, vaffanculo a tutti quanti… che io in galera non ci voglio stare, io voglio il mio bambino lo voglio solo con me, qui, sul mio grembo, sopra la mia pancia, ora che me lo hanno tolto per sempre, bastardi…

Il giorno dopo.

Dunque la sera stessa le ha raccontato tutto…
Sì, esatto. Mi ha confessato di aver ucciso Luisa e di aver intenzione di portare il bambino di Luisa in ospedale per non farlo morire. Ma non nel suo ospedale, in un altro, a N., a 25 chilometri da qui. Dove non la conoscevano, visto che lei è infermiera…
E lo stava facendo quando lei ci ha avvertiti.
Sì, ho telefonato subito. Ero inorridito. Lei è andata all’ospedale con la macchina e col bambino che nel frattempo era già morto.
Sì. Pare che non abbia capito che fosse morto. È possibile una cosa del genere, secondo lei?
E lo ha riportato sul luogo del delitto, dopo, giusto?
Sì. Ma prima, all’ospedale, ha raccontato di essere stata violentata e di aver abortito. Ma ancora non aveva capito che il bimbo era morto. Credo che se ne sia accorta quando lo ha riportato indietro, perché all’ospedale non le hanno creduto e volevano…
Sì, ho parlato con i sanitari, volevano fermarla. Altro?
Non direi.
Si sente bene?
Credo…
D’accordo, grazie, per ora può andare.

La cella, due ore dopo.

…il mio bambino, il mio bambino è con me, non lo vedo ma è con me, è qui, mi guarda con i suoi occhioni belli, azzurri come il mare, mi guarda sorridendo, il mio tesoro, guarda la sua mamma che vuole morire perché sa, la mamma, che lui la guarda da chissà dove, da un posto dove lei non lo potrà raggiungere se non dopo morta, e allora la mamma vuole morire, vuole raggiungere o farsi raggiungere, vuole porre fine a questa pagliacciata di vita insostenibile, vuole vedere alberi azzurri e fronde d’oro, cieli rossi come marte, pianeti e stelle che danzano in coro vicino al padre celeste, lassù, oltre le montagne dell’invisibile, oltre le pareti d’acciaio del non so, dopo l’isola che non c’è, accanto al regno di mostri e al principato delle streghe buone, allegre comari, sonar gialli, catapulte eteree, cavalli alati danzanti…

Dal diario di Elisabetta, 15 giorni prima del delitto.

Io voglio bene al mondo. Io voglio bene a tutti. Anche a chi mi ha fatto del male. Voglio bene a mio zio che mi si strusciava contro quando avevo otto anni, voglio bene a mio padre che mi picchiava con la cintura quando tornava a casa ubriaco, voglio bene a mia madre che mi guardava con occhi completamente privi di espressione, voglio bene al prete che mi toccava il sedere e lo confessava al superiore, voglio bene al dottore che mi chiese di succhiargli l’uccello il giorno dopo essere stata assunta in ospedale, voglio bene a Samuele che probabilmente non mi ha mai capita, voglio bene a mia sorella che da quando è sparita in Inghilterra col suo marito australiano da surf non m’ha fatto nemmeno una telefonata, voglio bene a dio che ci guarda inflessibile e indifferente da lassù, voglio bene all’angelo tremolante, al fattore che miete nel sole, al cavallo selvaggio che monta la puledra all’alba, agli uccellini che cinguettano fuori, nel giardino, la mattina presto, nella più profonda innocenza, voglio bene alla donna di servizio che fa andare l’aspirapolvere per la corsia dell’ospedale, voglio bene al primario che guarda con occhi distratti l’ennesima ferita, come fosse un leggero fastidio, voglio bene all’ape e alla zanzara, anche se m’hanno punto, voglio bene alle ferite, alle escoriazioni, ai lividi, ai fori sanguinanti, agli strappi dolorosi, ai tagli mortali, a tutto ciò che è dolore, e voglio bene anche alla morte.

(Pubblicato sull’antologia I persecutori – Transeuropa, 2007. Immagine: Enrico Colombotto Rosso – L’urlo, 1957)

Tag: , , ,

5 Responses to L’invidia di Basemah

  1. nadia agustoni il 27 aprile 2008 alle 16:32

    Immersione in una psiche femminile ferita e nella devastazione umana che l’ha provocata e che brucia di più proprio nel finale in cui abbraccia il proprio dolore : “voglio bene alle ferite, alle escoriazioni, ai lividi, ai fori sanguinanti, agli strappi dolorosi, ai tagli mortali, a tutto ciò che è dolore, e voglio bene anche alla morte.”
    Lascia sospesi.
    Bel racconto Franz.

  2. véronique vergé il 27 aprile 2008 alle 19:32

    Condivido Nadia.

    Complimenti a Franz che ha saputo entrare nella psiche femminile, nella parte scura dell’anima: un’immersione totale nella sofferanza e la follia.

  3. giovanni cossu il 27 aprile 2008 alle 20:58

    ci siamo kraus!
    questa , per me , è davvero una bella sorpresa
    e tu sai che “bella” è un termine che viene usato quando non si
    ha coraggio, non si osa prendere misure più precise, perchè sarebbe
    indelicato: qua “la cosa” si mostra

  4. franz krauspenhaar il 29 aprile 2008 alle 00:03

    Grazie a voi.

  5. gena il 29 aprile 2008 alle 18:45

    Ottimo questo racconto, del doloroso disagio dell’animo femminile.

    G



indiani