Six Pack

29 aprile 2008
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di Gianni Miraglia

A Milano si dice vado all’Empi se sei socio di questo centro esclusivo. C’è bianco dappertutto in questa palestra che si chiama Empire Club, Empire Wellness Point, Empire Relax Fit Center, Empire Soul Fit Dynamic e altre parole col suono dell’infelicità. C’è scritto solo Empire Sport sul bianco luminoso del cartello storico all’entrata. Anche l’odore di pulito disinfettato sa di bianco, l’efficienza attorno a me sa di evoluzione, tutto al posto giusto. Sono bianchi e stirati anche i clienti, perlopiù miei coetanei visto che sono la maggioranza e di sicuro 20 anni fa erano paninari, una differenza che inizia negli spogliatoi perché non ho i boxer bianchi e celestini, neppure l’abbronzatura da centro estetico fatta per sembrare vero sole e non da poveraccio con la pelle arancione. Ma soprattutto non ho la loro pancia e i fianchi rotondi da bambino. Mi dissocio pure dalle scene che fanno per gli armadietti troppo piccoli, l’aria condizionata e le impronte bagnate sul pavimento, danno del tu all’extracomunitario addetto alle carezze incluse previste nell’abbonamento. La stessa arroganza dei proprietari terrieri di Via col vento. Non griderebbero in quel modo se fossero lontani dalle aree protette della cittadinanza e dei documenti in regola. La notte che un nordafricano ubriaco mi è venuto incontro straparlando gli ho dato una testata. Ero sottocasa, ma si è avvicinato troppo per delle parole al buio in una via da cronaca nera. Io e lui alla pari, senza l’ipocrisia della legge dalla mia parte, poteva avere un coltello o una bottiglia rotta e allora ti viene l’impulso. Si è messo le mani sulla faccia e sono subito scappato senza tirargli calci perché non mi interessa lo scontro. Sono strati che ti porti dentro, a 40 anni sei fatto così, pure ora che cammino sulle punte dei piedi mentre passano il Mocio Vileda. Camminare sulle punte dei piedi serve a me e non m’interessa se i 2 sudamericani continuano a strofinare senza alzare la testa. Dagli sguardi che mi danno le volte che c’incrociamo sono anch’io come gli altri clienti stirati, candeggiati e mezzeseghe che vengono qui per il relax e che si sfogano con chi è costretto a stare zitto perché non conta un cazzo: armi pari, voglio dire.

(…)

Continuo a camminare sulle punte dei piedi, l’unico cliente stirato che cammina sulle punte dei piedi in questo momento. Per dissociarmi dalla sensibilità executive dei miei coetanei e dalla lobby dei professionisti ultra 60enni con la targhetta dorata sul portone che frequentano questo club. Non m’interessa morire a poco a poco per diventare ricco e un vecchio che non ha vissuto.
In questo club esclusivo si allena pure l’elite degli ex-criminali di guerra, pensionati d’oro che hanno fatto i soldi quando non c’erano sindacati e che ora mirano all’immortalità senza il sorriso di Cocoon. È una realtà così stereotipata che risulta difficile accusare.
I 2 sudamericani hanno il diritto di pensare male di me e tutti gli altri e pisciare nell’acqua nera del Mocio Vileda. È pungente l’odore anche se non lo respiri, un modo per colpire un simbolo e io lo farei e lo faccio già al lavoro, che quando mi masturbo schizzo sui rubinetti dei lavandini aziendali. Il colore della mia pelle è colpevole dei soprusi che vedi nei film politicamente corretti, nei documentari, nella storia che impari a scuola. Chi per lavoro deve stare chinato vede che io ho i soldi e poi i bianchi dalle loro parti hanno sempre dominato gli indios, anche mia madre li chiamava cabezitas negras che significa testina di negro. C’ho vissuto da piccolo in Sudamerica e, pure se tra le mani hai ancora i giocattoli, t’accorgi che c’è tanto razzismo. Non ho mai avuto bisogno di leggere scrittori di quei paesi che riproducono la melanconia scricchiolante di un continente condannato da una povertà antica e storie che si tramandano fatte di sfiga e donne pelose come Frida Kahlo. Melanconia compiaciuta per ragazze occidentali affascinate dai paesi latini, la collega che fa il corso di tango mi racconta con trasporto di tipi col colletto acrilico tirato su che fanno la parodia del cazzo latino. Su quei libri non hanno mai detto dell’alcolismo, dell’omofobia e dell’intolleranza che gli oppressi del Sudamerica nutrono nei confronti di chi si ribella ai capi. Sono io il cattivo perché i 2 inservienti sudamericani hanno visto i loro genitori inchinarsi al mio passaggio. Mia madre per dire domestica diceva sirvienta, che vuol dire serva.
Il rispetto verso chi strofina pavimenti nasce da vecchie cose che ho dentro di me, ma ormai è quasi un tic perché in realtà non me ne frega un cazzo se sono io quello fortunato per i soldi in più. E quando Parigi viene devastata dalle sommosse vorrei che succedesse anche a Milano, pure se abito in mezzo agli extracomunitari e sono bianco e faccio un lavoro moderno, che non mi sporca le mani, anzi contribuisce ad alimentare i sogni di cartone che invadono i pensieri di una nazione in fase digestiva. Sono addetto alla progettazione di gadget e pupazzetti da collezione per ovetti e merendine, quelli che sponsorizzano l’avidità dei bambini obesi di cui si parla nei servizi del tg. Realizzo mondi colorati e giocherelloni che facciano tendere il dito indice a chi non ha l’età per controllare pensieri da brufoli. Dopo un po’ ti abitui, quando ti rendi conto che quei bambini sono nati da una goccia proprio come te e allora qualsiasi dimostrazione di coscienza spetta ai cazzi e agli uteri che li hanno messi al mondo. Mi dà fastidio chiunque voglia fare credere a un profumo migliore e dico la verità sulla natura del mio lavoro, anche per dissociarmi dagli stereotipi cinematografici insopportabilmente cool, in cui i padroni del mondo hanno la cravatta slacciata e stanno coi piedi sulla scrivania all’ultimo piano di un grattacielo, col naso tappato dalla cocaina e circondati dalla figa. È un lavoro per ragazzini che ascoltano i White Stripes, affamati e con l’ambizione di vedersi tra le mani dei bambini di tutta Italia e un giorno del mondo intero. Ad alcuni piacciono i lamenti dei Radiohead e Tiromancino o le siglette scoppiettanti dei dj per pochi, c’è pure chi porta ancora i dreadlock e fa il finto povero con la casa comprata dal papà. Quasi tutti escono dalle accademie del graphic design che vedo pubblicizzate sulle tv musicali e sui tram, non sanno chi è Johnny Thunders, una voce da bambina e la chitarra che cigola sono stati alcuni dei loro commenti un giorno che l’ho messo alto. Per ferirli ho risposto che il cantante dei White Stripes è troppo grasso per fare rock’n’roll. L’ha detto Nikki Sudden a un mio amico col fisico da poeta e la scritta Swell Maps tatuata vicino al capezzolo. Anche se sono tanti anni che lavori, ti devi sempre ricordare di avere fame e compiacerti per ogni trovata, la più geniale di tutto il corridoio. Io sono il più vecchio tra i progettisti e da un po’ di anni faccio in modo di non essere notato dai capi in cerca di motivi anagrafici per cacciarti. Anche quando ascolto la musica metto le cuffie per non far sentire suoni troppo lontani nel tempo. Con i miei pupazzetti riesco a mantenere una qualità di vita basata su Cd, concerti, abbonamento della palestra, efedrina, proteine, amminoacidi ramificati e tatuaggi. È come avere la paghetta. Non ho la macchina né pago il mutuo e a 40 anni abito in un monolocale di 30 metri quadri popolato da acari. Lontano da forme di vita profumate, dal salutismo dilagante e da coetanei risolti che dicono Ludovico Einaudi, Buena Vista Social Club e Keith Jarrett. Flaccidi, pallidi e sorridenti come le mail galanti alle stagiste, a quelle che non contano un cazzo, si chiama abuso di potere, bava che cola dal cazzo. I miei colleghi dicono di lavorare nel project-loft di una multinazionale, io in una miniera perché esco quasi sempre di notte e non prendo gli straordinari. Non mi lamento, esco da lì col buio in tempo per iniziare la mia vita, libero dalla puzza di incenso aziendale e moquette pulita ogni 2 giorni.

(Tratto da Six Pack – di Gianni Miraglia – Arcana Edizioni, 2008)

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4 Responses to Six Pack

  1. daria il 30 aprile 2008 alle 09:44

    Mi chiedo se c’era il bisogno di un romanzo così estremista….tra tanti bei romanzi è una perdita di tempo…

  2. laura il 30 aprile 2008 alle 11:16

    spesso, quando qualcosa mi dà un pò fastidio all’inizio, è perchè in fondo mi tocca. Lasciati prendere daria. è perdita di tempo passare sulle cose senza magari quello sforzo in più per comprendere davvero. davvero

  3. cocorito il 30 aprile 2008 alle 19:32

    sì, ho sentito parlare di questo “Empire”, ma è un altro locale che darà il titolo al nuovo romanzo di Leonardo Colombati?

  4. missy il 30 aprile 2008 alle 20:38

    Io ballavo all’Empire di Catania, negli anni ’80 e ’90, e aveva il tetto che si apriva in inverno, quando era cielo stellato e il dj diceva che la Sicilia era bella perchè ce lo potevamo permettere e al Nord no.
    C’è sempre un Impero interiore che ci si porta dietro.
    Mi riprometto, caro Franz, di rileggere il tuo con calma…



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