Poubelle. Forse cercavi: monnezza

9 giugno 2008
Pubblicato da


Il dibattito
Intellettuali e debolezze della politica
di
Gabriella Gribaudi

Ritorna ciclicamente la discussione sulla borghesia napoletana. La solita discussione sulle «mancanze» (mancanze meridionali, ma anche mancanze italiane) ancora più assurda in epoca post-industriale e post-moderna. A Napoli mancherebbe una vera borghesia. Che cos’è la borghesia «sana»? I finanzieri rampanti di Roma e Milano? I vecchi industriali? Gli imprenditori che smistano i rifiuti tossici? Oggi più che mai la categoria non è adeguata a interpretare una realtà storica che vede trasformare completamente i vecchi assetti sociali in un rapporto inscindibile con i processi di globalizzazione. A milioni hanno letto e glorificato il libro di Saviano, Gomorra, ma sembra che quasi nessuno ne abbia colto uno degli aspetti più importanti: la descrizione del rapporto funzionale tra i gruppi camorristi e gli imprenditori settentrionali, per i rifiuti nocivi, per lo sfruttamento del lavoro nero…

È una borghesia sana quella? Un discorso analogo si può fare per quel che riguarda il discorso sugli intellettuali. «Gli intellettuali non protestano». Curioso che il concetto di intellettuale come coscienza critica, tipicamente marxista, venga portato avanti da studiosi molto lontani da quell’ideologia. Ma, a parte ciò, ci sono stati parecchi «intellettuali» che hanno protestato, studiato, proposto… Il fatto è che a discettare sulle pagine più importanti dei giornali nazionali e nei salotti televisivi ci sono poi sempre studiosi e opinionisti che leggono la realtà napoletana attraverso informazioni di seconda mano e stereotipi radicati. E questo vale anche per i napoletani che da lungo tempo non vivono in città. Umilmente ricordo che anch’io ho scritto un lungo articolo di analisi del ciclo vizioso dei rifiuti campani (Il Mulino, n.1, 2008). Sono storica e occuparmi di spazzatura non è il mio mestiere, ma mi sono impegnata a studiare il caso attraverso la copiosa documentazione che copre tutto il periodo dell’emergenza.

Mi sono così accorta che il dibattito sul tema non si sviluppa quasi mai a partire da informazioni esatte, da dati concreti. Invece, si svolge sempre in termini ideologici (sia che sia di destra che di sinistra) è un dibattito capzioso. Oggi, ad esempio, al centro dell’attenzione ci sono soltanto le popolazioni e le loro proteste. Le popolazioni sono diventate le vere colpevoli di tutto, il famoso partito dei no. Le responsabilità accertate da migliaia di pagine di inchieste parlamentari, approfondite dalla magistratura sono svanite nel nulla: una gara fatta male, un’impresa nazionale che ha costruito un prodotto pessimo (ed è incriminata per questo per «truffa allo Stato») un’amministrazione locale che non solo si è mostrata inerte, ma ha sprecato danaro pubblico in quantità scandalosa e in tanti anni non ha avviato una raccolta differenziata seria, ha saputo solo fare discariche e colmarle ben oltre i limiti consentiti da una legge che dovrebbe tutelare la salute dei cittadini. Perché le popolazioni dovrebbero fidarsi?

Chi assicura che tutto non verrà fatto come nel recentissimo passato, che una discarica aperta ora non durerà per decine di anni, non si riempirà di spazzatura non trattata, di percolato? Non si vedono segnali positivi di cambiamento. Si parla solo di discariche e di educazione dei cittadini, educazione nelle scuole. Intanto prima di tutto dovrebbero essere educati gli amministratori. L’educazione,
inoltre, non è una disciplina astratta, ma si alimenta con comportamenti pratici, favoriti da soluzioni concrete e applicate con rigore. Il contrario di quello che avviene regolarmente a Napoli: gli esempi sono sotto gli occhi di tutti. C’è in città in questo momento un tale sconforto, un così grande sentimento di umiliazione, che, se si desse ai cittadini la possibilità di fare una vera e durissima raccolta differenziata, sicuramente vi si impegnerebbero con energia. Ma gli amministratori sono spariti dietro ai diktat del governo, si sono adeguati, zitti su tutto per difendere se stessi. L’incriminazione delle popolazioni fa passare sotto silenzio le loro colpe.

È qui, non in una mitica borghesia né in un’altrettanto mitica società civile, che si situa la debolezza del sistema campano. La politica è, in Campania, un sistema chiuso, autoreferenziale. Un gruppo di «apparatchicki» che girano da un posto di comando a un altro. Persone che hanno fatto disastri in un’istituzione vengono promossi alla direzione di un’altra. Si ha l’impressione netta che il filtro attraverso cui vengono selezionati i politici sia del tutto negativo: passano i peggiori. I migliori, perché liberi di testa, non allineati, vengono esclusi. E le liste campane delle ultime elezioni sono stata un’ulteriore prova dell’impossibilità di cambiare qualcosa. Ci troviamo di fronte a una classe politica del tutto delegittimata a livello locale come a livello nazionale, ma ostinatamente attaccata al potere conquistato, tanto da accettare di adeguarsi e celarsi dietro ai diktat autoritari del nuovo governo.
Da un canto, quindi, una classe politica che non ha più credibilità e legittimità per agire, se mai lo volesse, dall’altro i nuovi governanti che usano una procedura autoritaria e antidemocratica.
Altro che protestare! Sembra che non ci siano più possibilità di «voice», per usare la famosa espressione di Hirschman che stava a indicare gli spazi per una protesta democratica che venisse ascoltata, ma che l’unica possibilità sia per chi può l’ «exit», cioè andarsene, che è, purtroppo, quello che stanno facendo tutti i giovani più intraprendenti. Viene voglia di stare zitti, di scegliere un doloroso e appartato silenzio.

* Articolo che mi è stato segnalato da Maurizio Braucci e pubblicato sul Mattino di Napoli dell’8/06/2008

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10 Responses to Poubelle. Forse cercavi: monnezza

  1. chi il 9 giugno 2008 alle 11:10

    io ho sempre pensato che a napoli la divisione per classi sociali non esistesse. non perché non ci fossero o non ci siano st(r)ati sociali ma perché tutto rimane mischiato e in attesa e amalgamanto in mezzo a comportamenti indifferenziati.

    io ho studiato a napoli per dodici anni e ancora ci torno una o due volte al mese per lavoro. e non è come essersene andati, non è “exit”, è rendersi conto di aver perso in sole e mare e altro e guadagnato un punto di vista. casuale, ma punto di vista.

    i comportamente indifferenziati e variegati su una o più tonalità dipendenti da geografie abitative, sonore e livello di studio sono tutti connessi alla mancanza di senso della cosa pubblica, alla latitanza di senso dello stato.

    c’è il senso del proprio, del qui e non dell’intorno e delle circostanze.
    ci sono amici, con dottorato di ricerca e post, che vivono al vomero o a posillipo o ai quartieri e hanno cominciato a fare la differenziata da tre mesi. ovviamente valgono tutti i controesempi del mondo. ci sono amici, con dottorato di ricerca e post, che vivono al vomero o a posillipo o ai quartieri e fanno da sempre la differenziata.

    sfiducia e bellezza abbacinante nonostante tutto. questo m’è sempre sembrato. bellezza consolatoria nonostante i cumuli di spazzatura. mi ricordo certe mattine prestissimo, intorno alle sei, in piazzale virginia woolf a cercola dove il nome pareva galleggiare sopra colline di sacchetti. e virginia a turarsi il naso ma a scrivere “è come tentare di scacciare un moscone da una zolletta di zucchero”. e anche, per converso, parrella “quando una zoccola ti guarda in faccia e non se ne scappa, la situazione è grave”

    l’unica cosa che, come sottolinea l’articolo di gribaudi, a Napoli non è confuso e amalgamato, ma di certa attribuzione, è il gioco delle sedie della gestione politica. solo che le sedie sono esattamente nel numero di partecipanti, non una di meno non due di meno come da bambini, e quindi nessuno rimane mai fuori. nemmeno per scherzo.

    chi

  2. salvatore il 9 giugno 2008 alle 14:32

    Tutto vero dalla prima all’ultima parola. Sono di Pozzuoli e da quasi un anno vivo in Umbria,ad ogni “discesa” a casa è come scendere sempre un gradino più in basso, sprofondare lentamente, un bradisismo negativo di tutti i valori umani, come non imbruttirsi con l’immondizia che ti segue ovunque???
    Salvatore

  3. véronique vergé il 9 giugno 2008 alle 15:30

    Da qualche giorno, leggo su Ni articoli che affrontano la verità. Mi viene a dire tutta la tristezza, tutte le stratte di spazzatura che nascondino l’ardente paesaggio, mi vengono volti generosi, mani che si aprono, voci che parlano una lingua fatta di stratte luccicanti.
    Napoli si nasconde, trapela una speranza, un brivido. Ma dappertutto si urta alla spazzatura, a tutta questa coperta sudicia che fa diga al sole, a tutto questo dolore che nasconde l’amore.
    Allora quando scrivo questo commento, penso agli amichi che sono della regione, vedo il loro sorriso, ascolto la musica, e penso profundamente a loro, all’ingiustizia che impriogiona il vento di libertà.

  4. Alcor il 9 giugno 2008 alle 16:26

    “Perché le popolazioni dovrebbero fidarsi” dell’amministrazione locale?
    chiede gribaudi,

    Ma c’è qualcosa che non mi convince. Che cos’è una “popolazione”?
    Cosa resta, e da chi è composta una popolazione dalla quale sono stati sottratti i suoi amministratori pubblici di ogni ordine e grado, la sua “borghesia” in tutte le sua manifestazioni (e gradirei una definizione, perchè la borghesia è un concetto assai vecchio, in tempi di ceto medio diffuso) gli intellettuali di ogni rango e (e anche qui mi piacerebbe sapere cosa si intende per intellettuali)?

    Restano i nonni i bambini e le mamme? E sono senza famiglia? E i capifamiglia che mestiere fanno? E sono anche loro popolazione? Solo popolazione?

    Insomma, queste popolazioni che non si fidano vivono in una bolla di purezza innocente che le autorizza a non fidarsi?
    Tutto questo denaro pubblico che è stato distribuito a pioggia per creare posti di lavoro per gente che poi il lavoro non lo fa o non può farlo per mancanza di strutture, ma prende lo stipendio, è arrivato alla “popolazione”?

    Le centinaia di persone assunte dall’Asia e società conformi per fare quello che non potevano o non volevano fare, che hanno tutte famiglia, fanno o non fanno parte della “popolazione”?

    La posizione che sta sotto molti discorsi che ho sentito fare e che ho letto sul problema Napoli riposa sempre su una divisione per me difficile da accettare tra politica, inquinata e fonte di ogni male, e cittadini (o meglio, come dice Gribaudi, popolazione, che è un concetto diverso da quello di cittadino) privi di responsabilità, che subiscono sempre, che non hanno modo di fare e dire, di indignarsi, di denunciare.

    Ma se fosse veramente così, sarebbe dittatura. E’ dittatura?
    E chi ha votato la classe dirigente attuale, per anni e anni e anni e anni? E se non le piaceva, in cambio di cosa?

    OT ma la Vergé ci è o ci fa, linguisticamente parlando?

  5. Irene il 9 giugno 2008 alle 16:36

    Il post di Gabriella Gribaudi è assolutamente vero e molto chiaro. Il problema che si articola su più di una situazione consolidata nasce sicuramente dalla mancanza di una informazione aderente alla realtà, ma non solo sul problema circoscritto della spazzatura, che è solo la punta dell’iceberg: la mala informazione, come la camorra, è un problema NAZIONALE. Quotidianamente faccio una ricerca sugli organi di stampa nazionali e mi rendo conto che il tipo d’informazione che passa si basa soltanto sull’aspetto spettacolare della notizia: è ovvio che è più comodo, meno problematico e implica meno responsabilità sbattere in prima pagina “il popolo del no” piuttosto che avviare un’inchiesta nelle industrie del nord per sapere come i rifiuti tossici vengono fatti viaggiare sotto mentite spoglie in Italia e all’estero; è meglio aspettare di inquadrare il sangue sull’asfalto con i numeretti segnaletici e il lenzuolo bianco piuttosto che spiegare alla gente che NON SA cos’è il processo Spartacus, chi sono gli imputati, quali i reati e le condanne. Quindi in primis c’è una informazione carente e colpevole, a parte Il Mattino e qualche piccola realtà locale che si sforza di tenere alta l’attenzione con articoli di tipo diverso. Il problema della borghesia è un falso problema così come quello degli “intellettuali” (parola che ormai finisce per avere un’accezione estremamente lontana dal significato originario!), Napoli è abitata da PERSONE, tante e diverse, ma PERSONE che come in tutte le città del mondo si comportano bene o male in percentuali variabili. Il discorso è fare qualcosa di operativo, non elucubrazioni sui massimi sistemi o ipotesi fantastiche; perchè invece di perdere tempo a discutere sulle colpe della catastrofe il comune o chiunque altro, ditte private, sponsor di vario genere, comuni mortali con possibilità finanziarie, non hanno distribuito contenitori per la differenziata nei quartieri? perchè a nessuno è venuto in mente di dare una piccola ma seria dimostrazione di ciò che è possibile fare? E’ inutile e perdente aspettare, aspettare COSA? La incancrenita classe politica napoletana, riciclata senza risciacquo elezione dopo elezione, è l’espressione locale della nostra classe politica nazionale che si produce quotidianamente in numeri da circo che sarebbero ridicoli se non dovessimo viverli drammaticamente sulla nostra pelle. Perciò mentre si decide di buttare a mare persone politicamente incapaci di governare è fondamentale AGIRE, non farsi strumentalizzare e rimboccarsi le maniche. Io ho gran stima della mia gente, nel bene e nel male, sono abbastanza realista da vedere e sapere che ci sono mele marce ovunque, anche MOLTO marce, ma credo fermamente che siamo un popolo in grado di alzare la testa e andare avanti, non per forza condannati ad andarcene per sopravvivere. Sarebbe una sconfitta troppo grande non solo per Napoli, ma per l’intera società civile. Una vittoria per le “forze del male” che potrebbero così continuare il lavoro di demolizione della nostra civiltà millenaria in nome del profitto e del crimine. Io so che ci sono tantissime persone oneste che restano e lottano in silenzio per la loro terra. Un amico qualche tempo fa mi ha detto:” E’ difficile, ma io non me ne vado altrimenti qui rimangono soltanto i vecchi e la camorra”. Ricominciamo da qui.

  6. véronique vergé il 10 giugno 2008 alle 08:16

    Il commento di Irene è lucido, efficace. Ha l’impronta dell’ammore per la terra napule. Il mattino sembra un giornale che illustra con probità intellettuale la situazione.
    Sulla terra napule, penso che ci sono una crezione straordinaria: teatro, musica, poesia, rivista.

  7. bruno il 11 giugno 2008 alle 11:52

    Lo studio sociologico e antropologico della plebe stava a cuore allo scrittore Domenico Rea il quale riteneva che questa fascia di popolazione, ultimo residuo in tutto l’occidente di un’arcaica composizione sociale, non fosse diversamente classificabile. Rea Faceva parte di quel manipolo di intellettuali che si riferivano a un rotocalco culturale notissimo negli anni cinquanta. Erano gli anni del dopoguerra e della ritrovata voce, appunto, dell’antifascismo e della libertà di pensiero. Un piccolo esercito di intellettuali composto da Rea, Compagnone, Ghirelli, Ortese, Prunas, Prisco, Incoronato, La Capria e tanti altri ancora. Un gruppo di persone che rappresentarono un’epoca in cui sembrava rinascere il pensiero, la cultura propria di una società libera e civile dopo gli anni bui della guerra e della dittatura. Rea parlava di plebe e non c’era classismo nella sua affermazione ma solo constatazione che le trasformazioni sociali, in vaste aree di Napoli, non erano mai arrivate. Aveva ragione, a mio avviso. La plebe napoletana deriva dalla genesi tribale della comunità, molto simile alla società medievale giapponese ( ma anche europea in genere ), tanto per intenderci. Quelle comunità erano formate da gruppi di consanguinei, perennemente in conflitto con altri gruppi simili, che si ingrandivano fino a formare veri e propri eserciti. Perché il legame di sangue è alla base della composizione di un clan, a prescindere dalle epoche. Un clan nasce da un nucleo familiare che si estende nel corso del tempo attraverso le affiliazioni. Questa del legame è forse l’unica regola che si è tramandata. Il resto si è adattato ai tempi.

    La sinistra napoletana non ha saputo analizzare questo fenomeno, non hai mai tentato di pensare un disegno che prevedesse la trasformazione della plebe in proletariato, non ha capito in tempo le conseguenze della scomparsa della cultura operaia in città. La chiusura dell’Italsider, della Cirio, della Redaelli, dello stabilimento Motta, insieme al resto, ha cancellato interamente la classe operaia napoletana e l’assenza di un riferimento è oggi evidente. La sinistra ha, anzi, avallato alcuni comportamenti pericolosi sfociati poi nel reddito di cittadinanza e l’appoggio incondizionato alle liste dei senza lavoro, nonostante si sappiano gestite dai clan. Persino la Jervolino ( e ho detto tutto ) ha preso le distanze da questo tipo di politica assistenzialista che favorisce la criminalità a svantaggio di chi vive ai margini. Perché essere poveri non significa appartenere alla plebe, tutt’altro. La plebe di oggi odia la povertà e la combatte non annullandola ma isolandola dal contesto. La distribuzione del reddito viene fatta con modalità esclusivamente meritocratiche e la figura del capoclan secondo il modello proposto da Raffaele Cutolo, criminale e benefattore degli anni ottanta, è scomparsa poiché anacronistica e di immagine potenzialmente debole. L’assenza di approfondimento a sinistra tocca finanche l’ultimo strenuo residuo di lotta rappresentato dai centri sociali che sembrano ignorare questo fenomeno. Non ho mai visto un benché minimo tentativo di analisi da parte dei vari gruppi di disobbedienza. E’ un problema che si aggiunge al problema poiché ritengo i giovani dei centri sociali l’unica e ultima fonte di controinformazione e di possibilità di cambiamento esistente. Con tutti i loro difetti e le loro contraddizioni, ovviamente.

    Dal canto suo la borghesia non ha saputo fare di meglio che cercare alleanze con in nuovi padroni e ne sopporta oggi con sacrificio ben remunerato il predominio. Molte attività produttive, un tempo in mano a famiglie borghesi, oggi sono passate di mano mantenendo i marchi originali. Dietro c’è il riciclaggio, la malavita, davanti la rispettabile faccia degli antichi mercanti partenopei. Anzi, a ben vedere, la borghesia napoletana non disdegna il processo di osmosi in atto fra queste classi così diverse. L’imbarbarimento della borghesia è evidente anche nei comportamenti comuni, oltre che alla condivisione dei profitti. La perdita di ogni sobrietà, l’assunzione della ricchezza ostentata come valore unico, l’abbandono quasi definitivo del legame con il clero, sono segnali incontestabili.

    La plebe, in assenza di proposte culturali a cui riferirsi per rinnovarsi e sopravvivere, si è organizzata da sola e ha preso a modello il consumo. Napoli è la città italiana con il maggior numero di motocicli venduti. Il motorino è oggi un segnale di riconoscimento, oltre che un valido mezzo di trasporto per le incursioni criminali. I clan contano su un parco moto praticamente illimitato. Non sono riuscito a sapere perché non è più stata applicata la legge del senatore di Alleanza Nazionale, Luigi Bobbio, che prevedeva la confisca immediata dei mezzi irregolari o guidati in contravvenzione al codice. Alcuni mi dicono sia incostituzionale, altri che le forze dell’ordine non hanno i mezzi idonei per applicarla, altri ancora che i clan hanno esercitato il loro potere economico per bloccare questa misura. Ma andiamo oltre.
    I clan hanno mutuato, trasformandone le regole, l’organizzazione gerarchica delle società criminali di fine ottocento, figlie del brigantaggio post unificazione italiana, e hanno creato un modello alternativo di stato, basato sulla sopraffazione e sul disprezzo di qualunque tipo di regola che non preveda l’arricchimento veloce. Hanno saputo rapidamente eliminare l’onore dallo statuto criminale, in quanto rallentava il cammino verso il profitto, che deve essere veloce e in continua trasformazione, hanno impedito che i patti e le alleanze potessero in qualche modo vincolare l’attività, hanno saputo insinuarsi nel corpo ( già malato di suo ) di una società in disfacimento e trarne vita come un parassita divora un cadavere, hanno saputo superare brillantemente il legame con la politica. Nel frattempo non si sono preoccupati di migliorare il proprio tenore di vita, contrariamente a quanto si potrebbe credere. Sono pochi i capi che lasciano il loro territorio, normalmente fatiscente, per cercare dimore altrove. Sono capaci di costruire vere e proprie regge in zone in cui la bellezza è assente in qualunque forma. Perché il controllo del territorio è il primo vero passo verso la ricchezza. Non mandano i propri figli a scuola, non serve, loro hanno i professionisti a libro paga, come un’azienda che appalta alcune proprie funzioni ai Service. Chi parla di insospettabili, di colletti bianchi non sa di sbagliare. Un camorrista rimane un uomo rozzo, ignorante, violento, arrogante ma, nel contempo, in grado di capire come si arriva alla sopravvivenza prima e alla ricchezza poi. E poco importa se la loro vita è breve ed estremamente travagliata. Un solo giorno al sole vale tutta una vita da passare da perdente senza speranza in un appartamento malsano di un rione popolare.

    Ed ecco che la plebe raccontata da Mastriani ( I vermi ), Serao ( Il ventre di Napoli ), Ortese ( Il mare non bagna Napoli, un capolavoro ), Rea ( Gesù, fate luce ), Compagnone ( Cronaca di Napoli ) e altri, vince, si riscatta, domina.

    Quella bonifica sociale che la sinistra non è riuscita a fare, a partire dalle giunte Valenzi fino agli intrallazzi dell’affarista Bassolino, troppo preso dal mantenimento della fetta di potere faticosamente conquistata, ha generato questo fenomeno criminale che ha indiscutibilmente vinto, rifacendosi a modelli ritenuti funzionali allo scopo. Ed ha vinto sconfiggendo anche ciò che non le interessava, maciullando sul suo cammino di morte anche ciò che in apparenza poteva non nuocerle. A Napoli è morta la capacità di fare cultura che ci ha distinto nei secoli. Gli ultimi rappresentati della cultura napoletana sono tutti in età da pensione e hanno perso ogni capacità di contributo. Voci importanti sono state spente prematuramente dal destino, altre si sono perse per strada. Il piccolo plotone di scrittori emergenti fa ben poco e nessuno, tranne il nostro Saviano, sembra in grado di catalizzare su di sé l’attenzione della pubblica opinione. Tutta l’arte e la cultura che questa fottutissima città ha saputo produrre sembra destinata ormai a musei che nessuno frequenta più.

    Purtroppo, è triste doverlo ammettere, la guerra a questo fenomeno che sembra ormai endemico va combattuto con armi che un tempo appartenevano alla faccia peggiore della repressione. Il controllo del territorio va riacquistato militarmente, non è possibile pensare che la presenza di scuole, uffici, lo Stato in genere, possa arginare lo strapotere dei clan. Senza un’azione militare, efficace e rapida, non si riconquistano i territori occupati. Che, per non essere temporaneo, deve essere accompagnato da un nuovo pensiero di città, un nuovo progetto di risanamento urbanistico, economico, culturale. Questo non vuol dire assistenzialismo, non vuol dire che da queste parti non potremmo essere capaci di fare da soli. Il recupero immediato del controllo della città, la restituzione di un accettabile livello di vivibilità alla parte sana, che non è poca cosa, ai napoletani che amo definire “liberi”, potrebbe portare uno spirito nuovo, spinto dalla voglia di riscatto. C’è solo un piccolo problema che è in apparenza senza soluzione: a chi affidare il risanamento?

  8. effeffe il 11 giugno 2008 alle 15:54

    e invece io spero

    effeffe

  9. véronique vergé il 11 giugno 2008 alle 18:54

    Ho letto il brano di Bruno e trovo un accento di verità. Ma lo penso come effeffe, Napoli è una terra che fa nascere artisti (teatro, musica, letteratura) perché ha una voglia di sopravvivere, di cantare la rivolta, di alzare il volto verso il cielo o il mare.
    L’arte si nutrisce della voglia di vivere, quando tutto cospira a fare morire e a fare tacere.
    La speranza verrà della cultura e dell’arte.

  10. paolo mossetti il 12 giugno 2008 alle 13:13

    dal [b]Corriere del Mezzogiorno[/b]:

    Secondo il sindaco di Napoli, il film «Gomorra» diretto da Matteo Garrone dà una immagine distorta di Scampia. Tra gli autori della sceneggiatura, tratta dal romanzo di Roberto Saviano, c’è anche Maurizio Braucci, scrittore napoletano da anni impegnato in progetti che coinvolgono anche ragazzi di Scampia. «Questa cosa non mi meraviglia — dice Maurizio Braucci — anzi un po’ me l’aspettavo. Mi pare chiaro che chi si deve vergognare di realtà come Scampia sono proprio quelli che hanno contribuito a crearla. Per prima lei, il sindaco, alla quale non piace Gomorra. Poi i politici che vengono qui a cercare voti e a fare chiacchiere. Poi ci sono i palazzinari che hanno speculato e che hanno creato un posto invivibile e allucinante. E poi, naturalmente, ci sono i camorristi. Secondo me il sindaco dovrebbe pensare a organizzare con decisione una bella raccolta differenziata, ripulire i quartieri dall’immondizia ».



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