Sud n°11 come Riva

13 giugno 2008
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La settimana scorsa abbiamo presentato a Napoli l’ultimo numero di Sud. Qualche giorno prima il Mattino di Napoli aveva dedicato un’ intera pagina della cultura alla nostra rivista pubblicando in anteprima un lunghissimo estratto del testo che Peter Handke ci ha offerto e che Stefano Zangrando ha magnificamente tradotto. Quello che segue è il mio editoriale.
E approfitto di quest’occasione per ringraziare tutti gli autori e lettori che hanno reso possibile il lungo cammino di Sud. In particolare Giorgio Di Costanzo che ci ha fatto dono di una bellissima lettera tratta dalla sua corrispondenza con Anna Maria Ortese.

CAMPO LUNGO
di
Francesco Forlani

Il numero 11 evoca ali da fascia sinistra. Lo sappiamo. Gioco e spettacolo del gioco. 1 plus 1, in una posizione di prossimità, di contiguità e mai di sovrapposizione. Tema di questo numero è la frontiera. Alcuni la chiamano confine, altri soglia, limite. Un paese limita un altro, fino a quando non lo elimina, appropriandosene. Così le cose. La città. In questi mesi in cui le strade partorivano mondezza come bastardi – eppure si trattava del packaging dei nostri sogni e sonni consumati – c’era chi insisteva a parlare di bellezza.

Come Marco de Luca, il nostro grafico, che qualche giorno fa descriveva come un sogno ad occhi aperti la passeggiata fatta con Giulia all’orto Botanico. – Girando tra i percorsi dei cactus, o intorno al laghetto delle felci, o nella zona delle sequoie, vedi ovunque bello, armonia, piante in piena salute, erba verde e declivi dolci. Capisci che Il custode di tutto quel ben di Dio, deve essere Dio, per forza – raccontava. O persone che realmente amano il proprio lavoro – ha aggiunto. Non si crede alla bellezza dimenticando i mostri, i morti ammazzati della camorra o il matricidio degli avvelenatori della terra, delle terre del Sud.
Bisogna avere campo e vista lunga. Si ha fede nella bellezza perché si è visto il mostro e per nulla al mondo si cede di fronte al ricatto della nuova intellighentsia che ha ormai deposto le armi e vorrebbe farti credere che la partita contro il mostro è persa da tempo e che non vale la pena agitarsi più di tanto. Meglio dedicarsi alle proprie cose.
Eppure segnali confortanti arrivano dai più giovani, il sorpasso è in atto, è sotto gli occhi di tutti.
Ecco perché in questo numero 11 di Sud abbiamo lasciato a loro la parola. Uomini, donne, giovani, vecchi, a noi Sud piace proprio così, evitando la tristezza patetica di certe partite, scapoli-ammogliati, under 30, 50, 100. Tra Paolo Mossetti e Peter Handke ci sono tutti gli anni della nostra Repubblica. E crediamo che la letteratura non possa prescindere dalla bellezza. Anche quando la rabbia, il nervo, ingrossa le venature. Vita e Letteratura. Perché da tempo mi pongo la stessa domanda.

Che cosa fa di un testo un’opera letteraria? Qual è la frontiera, la linea di demarcazione che separa ciò che è letteratura e quel che letteratura non è. Alcuni dicono il tempo. Anzi sono in tanti a parlare di un’aura che solo il passare degli anni autorizza, quasi come se esistesse un tempo doganiere, e allora, vos papiers! Passaporto, prego! E non basta, perché quel tempo non è mai chiuso – lo è, al limite, ma non sempre, solo quello dei diritti d’autore: settant’anni, cento – e proprio l’oblio che il tempo aveva costruito vomita, a distanza di secoli, capolavori di cui non si poteva sospettare nemmeno l’esistenza. Pessoa, Bachtin, Dino Campana. Quale paradigma, potrà accordare uno storico della letteratura, un critico per compilare la sua antologia del contemporaneo? Cosa resterà di Baricco? E di Joyce che nessun editore vorrà ristampare?

Intanto come archeologi ci muoviamo tra vere gemme del nostro patrimonio, e a volte basta una lettera di Anna Maria Ortese, una poesia di Gianni Scognamiglio o la prosa elegante di Mario Stefanile, a ricordarci che la nuova casa che abbiamo voluto abitare, Sud, deve per forza poggiare le proprie fondamenta su quell’altro Sud, antico eppure così attuale, voluto da Pasquale Prunas.
Provo allora a immaginare una soluzione, a tentare un’ipotesi.
Quando eravamo bambini, ragazzi, si giocava al pallone facendo, con mucchi di abiti e borse, le porte. Si giocava tra i brulli campetti di fronte al Palazzo Reale. Non c’erano i pali, e men che meno le reti, come ora. Eppure, tutti sapevano quando la palla era uscita, il tiro oltre la traversa. Addirittura c’era chi poteva dire di aver fatto un gol mettendola nel set.
Era dentro. O era fuori. Basterebbe per la letteratura, e per la vita quella stessa consapevolezza. Fare Gol, non catenaccio.

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31 Responses to Sud n°11 come Riva

  1. Bartolomeo Di Monaco il 13 giugno 2008 alle 09:31

    Ciao Francesco, quando leggo dei luoghi che furono tuoi ma anche un po’ miei, mi vengono i brividi.

    Bart

  2. andrea inglese il 13 giugno 2008 alle 10:16

    è nata na creatuuuuuuuura

    great master franzisko e toda redazion sudista euruppea

    maximi auguri e un saluto particular al grande Giorgio Di Costanzo che ci accolse ad Ischia con Spatola in una mano e Corrado Costa nell’altra.

  3. chi il 13 giugno 2008 alle 10:18

    solo che come per le porte di stracci e il fuori mio e il fuori tuo bisognerebbe avere una indea di visione e condi-visione della letteratura. per poterla vedere lì in linee immaginarie e dire cosa è dentro e cosa è fuori, senza indossare, per citare la ortese, le giacchette di montedidio come divisa. ma mi piace l’idea FF, proviamo, con animo furbo e rapinoso e bambino.
    :-)
    chi

  4. effeffe il 13 giugno 2008 alle 10:41

    il testo da te citato cara chi
    scritto da Anna Maria Ortese per Renata Prunas in occasione della ristampa anastatica del primo Sud (ed palomar) è in questo numero con un ritratto omaggio di Renata alla stessa.
    A proposito della mia ipotesi di gioco della letteratura, pensa che capitava pure che qualcuno ti dicesse che il tuo tiro era andato a finire contro la traversa!!!
    effeffe

  5. véronique vergé il 13 giugno 2008 alle 11:01

    Complimenti, effeffe

    Per la bella pagina offerta. Si legge come un orizzonte di bellezza, in attesa. Tu parli del Sud, del brillante che risplende nel cuore, del passato nobile della letteratura, della speranza. Mi sembra entrare in un palazzo dove tutto chiede vita ritrovata, innocenza, età celeste. Si parla della giovinezza del Sud, della creazione ribelle, della nascita contro gli elementi di tristezza (monezza, camorra).
    La vista dei ragazzi giocando è un ricordo straordinario, si definisce il luogo della frontiera, la velocità del gesto sotto il sole, il sono fuggitivo,
    il desiderio di raggiungere un attimo “la gloria”: fare entrare la palla dentro, fare corrispondere l’anima perfetta del ragazzo e il gesto preciso.
    Molto bello.

    PS il blog di Giorgio di Costanzo mi piace sempre leggerlo: è tutta la vita del Sud che canta.

  6. chi il 13 giugno 2008 alle 11:11

    effeffe a questo punto Sud diventa imperdibile. credo sia stata la seconda o terza cosa che ho letto della ortese. che scritto così sembra un po’ come dichiarare di aver preso una traversa. ma forse è lo steso campo da gioco. ;-)
    chi

  7. effeffe il 13 giugno 2008 alle 11:30

    stesi all’ombra prima del calcio di rigore
    (un riferimento a Peter Handke est obligé)
    effeffe

  8. orsola puecher il 13 giugno 2008 alle 11:54

    fare Gol e non catenaccio

    ma un gol come il rigore di Soriano al Gato

    Evitai di guardarlo negli occhi e cambiai piede; poi tirai di sinistro, basso, sapendo che non l’avrebbe parato perchè era molto rigido e portava il peso della gloria. Quando andai a raccogliere il pallone nella porta, si stava rialzando come un cane bastonato.«Bene, ragazzo» mi disse. «Un giorno andrai in giro da queste parti a raccontare che hai segnato un gol al Gato Diaz, ma nessuno ti crederà.»

    ,\\’

  9. francesco forlani il 13 giugno 2008 alle 12:03

    Un bravissimo scrittore torinese mi ha candidato ai suoi per una partita col Soriano Football Club questo sabato a Varese. Non ho a tutt’oggi ricevuto la convocazione. La cosa mi permetterà di rispettare un impegno con Cocina Clandestina, per Slow Food domani al Valentino, alla stessa ora.
    Slow foot, sarà il titolo della mia performance (a questo punto)
    effeffe
    ps
    intanto controllo il telefono nevroticamente come un attore di provincia in attesa di essere scritturato. Niente (quasi) al mondo mi procura la stessa emozione che mi provoca la pelouse.(trad, erbetta di un campo di gioco)

  10. Flaviano il 13 giugno 2008 alle 12:41

    il senso della frontiera era anche la linea di fondo campo, là dove non c’era linea, né campo, e neppure fondo – eppure le vedevamo tutti, quelle cose, perché c’era una (condi)visione, c’era la sospensione dell’incredulità rotonda e parmenidea: quel campetto di terra ed erba secca sotto un viadoto di periferia era davvero il Maracanà, quello era il romanzo delle nostre potenti, invincibili, generose vite d’allora
    (e poi, invece, vabbé)
    Lungo viaggio a Sud.
    F

  11. paolo mossetti il 13 giugno 2008 alle 13:25

    “si giocava al pallone facendo, con mucchi di abiti e borse, le porte. Si giocava tra i brulli campetti di fronte al Palazzo Reale. Non c’erano i pali, e men che meno le reti, come ora. Eppure, tutti sapevano quando la palla era uscita, il tiro oltre la traversa.”

    Bellissimo, france’.
    Purtroppo il 6 non ero a Napoli, uffa!

    PM

    p.s.: mi vuoi far sotterrare per il confronto cronologico con Handke?:)

  12. véronique vergé il 13 giugno 2008 alle 13:59

    E chi è il giocatore rifinitore (ho dimenticato il vero nome, ho una memoria ammalata) in Metromorphoses?

  13. francesco forlani il 13 giugno 2008 alle 14:19

    in quel caso era il mio editore Philippe Di Folco, però si parlava anche di Diego se non ricordo male.
    E comunque sia l’SMS è giunto . mi hanno convocato.domani sono a Varese!!! wow
    mi sento emozionato perché come diceva albert camus
    “Avec le théâtre, le stade est le seul endroit au monde où je me sens innocent “

  14. harzman il 13 giugno 2008 alle 15:11

    Troppa grazia, Effeffe.
    Se SUD è sempre più appetitoso, è anche per la tua radiosa perseveranza.
    E lo sai.

  15. chi il 13 giugno 2008 alle 16:58

    c’è una bella osservazione di Woolf in Gita al faro. a un certo punto si legge. ecco cos’è il matrimonio un uomo e una donna che guardano insieme un bambino che insegue un pallone. quando il bambino cresce il matrimonio diventa tifoseria!
    chi

    grande orsola (y soriano y final :-)

  16. francesco forlani il 13 giugno 2008 alle 17:28

    io voglio un figlio così
    effeffe
    (cioè lo vorrei)
    effeffe

  17. giovannicossu il 13 giugno 2008 alle 18:16

    Sono andato a cercare in Internet l’anno di nascita di Effeffe: l’ho trovato.
    Perché se, come dice Marco Rovelli, “il senso più profondo della vita si risolve nel suo essere sterminata matassa di coincidenze”, e se Effeffe per come è non poteva che essere precoce, io potrei averlo visto giocare, in quel modo, negli spiazzi davanti a Palazzo Reale.
    Sono stato infatti a Napoli, una volta. Per sei mesi. A tentare di fare per il sud quello che, allora, si pensava fosse giusto fare, e che adesso “Sud” può continuare a fare, tenendo conto anche dei nostri errori.
    Qualche volta, infatti, alla fine del 1972, disertando il terreno del nostro “intervento politico”: Forcella, in pochi – abitavamo nel quartiere Sanità – si prendeva la direzione opposta, per una sfacciata, ma secondo noi meritata, camporella.

  18. véronique vergé il 13 giugno 2008 alle 18:46

    Bello questo bambino che gioca tra sole e ombra. Credo che in questo momento in Francia c’è un film a proposito di Maradona.
    Quando era bambina, vedevo dal mio giardino, i ragazzi giocare sul terreno sotto il sole, in realtà mi rammento solo il sole e il movimento della palla. Era un mondo separato del mio e della mia sorella, il mondo dei ragazzi e delle ragazze.

    Penso che effeffe avrà il figlio che sogna, perché il desiderio del padre si legge nell’anima del figlio.

  19. effeffe il 13 giugno 2008 alle 20:19

    giò
    tra i cinque e i dieci nella campagna sotto casa (via G.M Bosco era un’ impasse.)
    dai dieci ai quindici ai campetti e a san prisco come bart di monaco sa bene.
    giò cerco lavoro
    mi prendi in libreria da te
    settore erotismo esoterismo en un mot (eserotismo)
    effeffe

  20. giovannicossu il 13 giugno 2008 alle 21:11

    Non solo, come vorrei, non ti posso prendere in libreria, ma sono “loro” che hanno dovuto prendere anche me
    e io, buono buono, da trentasei anni: andai via da Napoli il giorno prima che nascesse mio figlio
    comunque, qui da noi, i due reparti: esoterismo ed erotismo, sono effettivamente molto forniti
    fai domanda: con pochi spostamenti – uno o due giorni – ci potremmo vantare tutti della maggiore concentrazione di testi eserotici d’Europa
    dopo “Sud” naturalmente.

  21. effeffe il 13 giugno 2008 alle 21:46

    dai giò
    così prendo tutti i libri di giorgio bocca e li sostituisco con quelli curati da mimmo pinto!!!
    effeffe

  22. effeffe il 13 giugno 2008 alle 22:45

    giò
    me steve scurdanne na cose
    nun fa pija collere a sparz
    effeffe

  23. giovannicossu il 14 giugno 2008 alle 03:16

    I traduttori napoletani sono pericolosi!

    Fummo ospiti, allora, di Enzo Grillo, il mitico, per noi, traduttore dei “Grundrisse” di Marx. A Pozzuoli per cena.
    Fu un ottima cena, segnata da una scorpacciata di cozze, crude.
    Ma un compagno di Arezzo, solo lui, si prese l’epatite.

    Segnalazione eserotica: che sia stata l’affinità caballistica tra le due: coZZe e AreZZo?

  24. giovannicossu il 14 giugno 2008 alle 03:22

    Dimenticavo la certezza che si trattasse proprio di eserotismo: infatti non è due, ma vale il tre: PoZZuoli, CoZZe, AreZZo.

    Cazzo!

  25. effeffe il 14 giugno 2008 alle 09:07

    e quattro!
    effeffe

  26. Rosario Tedesco il 14 giugno 2008 alle 09:46

    Come te, amico mio, non so un granchè della cifra che possa demarcare un confine tra ciò che è letteratura e ciò che non lo è. Come Proust, ragiono in termini più modesti, e da artigiano della scrittura – come probabilmete si sarebbe definito lo stesso Marcel – mi limito a pormi la questione seguente, la quale continua a restare, almeno per me [forse sbagliando] quella primaria in tema di Letteratura, di Filosofia, di Poesia, etc.

    “Ma, per tornare a me, pensavo in termini più modesti al mio libro, e sarebbe anzi inesatto dire, pensando a quelli che lo avrebbero letto, ai miei lettori. Giacché questi, secondo me, non sarebbero stati miei lettori, ma i propri lettori di se stessi, non essendo il mio libro che una specie di quelle lenti d’ingrandimento simili a quelle che l’ottico di Combray porgeva al cliente; il mio libro, grazie al quale avrei fornito loro il mezzo di leggere in se stessi. Così che non avrei domandato loro ne di lodarmi ne di denigrarmi, ma solo di dirmi se è proprio così, se le parole che essi leggono dentro di sé sono proprio quelle che io ho scritte (senza che, del resto, le possibili divergenze su questo punto debbano sempre derivare dalla mia possibilità di sbagliarmi, bensì, talvolta, dal fatto che gli occhi di un lettore potrebbero non essere fra quelli a cui il mio libro sarebbe più adatto per leggere chiaramente dentro di sé).” [La Recherche]

    Un caro saluto,
    Rosario Tedesco

  27. effeffe il 14 giugno 2008 alle 10:58

    ben ritrovato, amico
    effeffe

  28. véronique vergé il 14 giugno 2008 alle 18:05

    Gusto amero:la Francia ha perso 1-4

    Quattro: maledetta cifra.

    Non è fatto per dare morale alla Francia depressa.

  29. paolo mossetti il 14 giugno 2008 alle 21:24

    non lo dà nemmeno nemmeno a noi, veronique..ci ha inguaiato e ora ci toccherà vincere contro di voi..:)

  30. Lino Basso il 14 giugno 2008 alle 21:50

    però, dal momento che la baguette dei massaggi non c’è più, potreste creare una lubrìca tipo ‘tutto il carcio minuto per minuto’

  31. véronique vergé il 15 giugno 2008 alle 18:26

    Paolo,

    Martedi mi diro, perché ho lo spirito (qualche volta) ottimisto: Francia vince: sono contenta. Gli amici italiani vincono: sono contenta per loro.
    Ogni volta che Francia incontra Italia è una partita decisiva.
    Immagini una coppia con italiano (a)- francese, la serata è animata: si deve avere due TV, no?



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