El boligrafo boliviano 16

14 giugno 2008
Pubblicato da

di Silvio Mignano

8 novembre 2007

«Come si chiama il suo, signora?».
«Vicky, si chiama Vicky».
«Ah, è una femmina, dunque, o sbaglio?».
«No, non sbagli, caro, è una femmina», dice la signora Mariam accarezzando dolcemente la testa della sua Vicky.
«E non le dispiace che rimanga sola? Non ha mai pensato di presentarle qualcuno?».
«Sì, ci ho pensato. Ma poi ho deciso che sta bene così, da sola con me. Non ha bisogno di nessuno. Se poi cambierà idea me lo farà sapere lei direttamente, e allora si deciderà».

Vicky non è la bambina di Mariam.
Non è nemmeno un cagnolino o un gattino.
Anche se a quanto pare le fa compagnia come e meglio di un figlio o di un animale domestico.
Vicky è una ñatita.

Carlos e Alicia si guardano attorno, circospetti ma non troppo preoccupati. Il buio è morbido, rotto in continuazione dai riflessi caldi della città arrampicata dovunque, oltre il muro di cinta, e dal chiarore diffuso in alto, proiettato sulla nuvolaglia sfrangiata. Quasi si riescono a leggere i nomi sulle lapidi, anche se in molti casi le lettere sono sbiadite e smangiate dal tempo, dai licheni e dal fango rappreso.
L’uomo è in piedi, a due passi da loro, e li guarda fisso, senza muoversi, le mani infilate nelle tasche di un cappotto scuro e troppo largo. Solo un piede si muove impercettibilmente, raspando il terreno e sollevando nuvolette di polvere secca. Non piove da mesi, anche se tutti si aspettano da un momento all’altro l’inizio di una stagione di inondazioni.
Oltre la cancellata la strada fa un’ampia curva in salita ed è piena di gente, considerando che la mezzanotte è passata da un pezzo. Una ragazza e un uomo sui quaranta si abbracciano seduti su un muretto, lei pesca con un cucchiaino da un bicchiere di plastica sormontato da un cappuccio di panna macchiato da spirali di rosso rubino, come gelatina di amarena. A ridosso della parete di fronte le donne si stringono nei mantelli di lana, accoccolate sui lenzuoli stesi per terra, attente a non perdere di vista la mercanzia esposta, pochi cespi di verdura, un mucchietto di arance, una mezza dozzina di ceri, alcune croci di ottone, sacchetti di cereali. Negozi ancora aperti, i riquadri degli usci rimandano una luce giallastra. Una licorería è protetta dall’inferriata, la signora all’interno passa una bottiglia a un vecchio attraverso le sbarre. Un microbus si ferma, l’uomo e la ragazza lo guardano, lui si alza, lei lo prende dolcemente per un braccio e lo costringe a sedersi di nuovo, non è ancora il momento di andarsene o di separarsi, chissà.
Adesso Carlos e Alicia si sono avvicinati allo sconosciuto, da quest’altra parte del recinto. Lei tende una mano e gli dà un fascio di biglietti, difficile capire se siano dollari o boliviani, né quanti siano. Dalla smorfia che si è formata sul volto di Carlos deve trattarsi di una bella somma. L’uomo con il cappotto sorride, ho l’impressione che mastichi qualcosa, la mandibola si muove ritmicamente, formando una piega nervosa due centimetri sotto l’orecchio destro. Ma il gesto più importante è un altro. Si volta, raccoglie un fagotto che fino ad ora era rimasto nascosto alle sue spalle, confuso tra le ombre delle tombe. Lo solleva con le due mani, come se si trattasse di un bambino: non pesa molto, ma dentro ci dev’esere qualcosa di fragile o almeno di molto prezioso.
Carlos e Alicia hanno il sorriso dolce e malinconico di due genitori un po’ in là con gli anni che hanno avuto un figlio quando già non ci speravano più, e che ora osservano l’ostetrica timidamente, sperduti nel bianco di un corridoio d’ospedale, senza osare avvicinarsi alla loro creatura, senza sapere com’è che ci si deve comportare in un’occasione così importante.
Poi accettano il fagotto e si allontanano solenni.

Carlos e Alicia hanno avuto una coppia, maschio e femmina.
Adesso li tengono a casa, nel salotto buono, se la parola è adatta a descrivere un ambiente umido e ombroso, quattro metri per quattro, un’unica finestra impolverata all’esterno, protetta da un’inferriata che un tempo dev’essere stata celeste. Un grande quadro occupa la parete di fondo, la riproduzione di una scena di caccia disegnata a colori accesi, senza rispetto per le proporzioni, incorniciata da listelli dorati. Le poltrone sono ricoperte di velluto beige, liso e sfilacciato sui braccioli e dove le gambe si sfregano contro il bordo del sedile. Il tavolo è coperto da un foglio di plastica trasparente costellato di buchi e macchioline scure. Sulla credenza una Vergine di Copacabana, sotto la sua campana di vetro, e le due ñatitas.
María Paula e Tomás. Sono i nomi che gli daranno questa notte, quando le riporteranno al cimitero dove li aspetta il parroco per il battesimo. Poi torneranno a casa tutti insieme, per sempre.
Le ñatitas sono parte di un rito di celebrazione della morte che ha forse eguali solo in Messico. A cominciare dagli altari imbanditi per la ricorrenza del due novembre, immense tavole ricoperte da tovaglie ricamate e ricolme di biscotti, dolci, bevande, ciotole di cereali e granaglie, oggetti di argento, statuette, ceri, candele, fiori colorati, veri, di carta o di plastica. Straordinarie installazioni popolari che danno allegria solo a vederle, anche se a pensarci bene è quell’allegria inquieta che ospita un tarlo, un baco gelido insinuatosi in un angolo del nostro cervello, pronto a scivolare giù e a occupare la fronte per intero, dandoci all’improvviso tutto il senso dell’angoscia.
E al centro degli altari, tra i dolci di marzapane a forma di omini e donnine, con i tratti del volto disegnati da linee sottili di zucchero bianco, campeggeranno le ñatitas.
Per averle si può andare al cimitero, o prendere appuntamento con gli specialisti che sanno come fare queste cose. Ti vendono i teschi che hanno trafugato chissà dove, nel migliore dei casi scavando nelle fosse comuni abbandonate da anni, forse da secoli. Di solito la gente ne compra due, per avere la coppietta, maschio e femmina. Come si fa a capire quale sia il maschio e quale la femmina non lo so, e nessuno ha saputo dirmelo.
Poi bisogna battezzarli. Il sacerdote, che è un autentico prete cattolico, celebra la cerimonia di notte, in un angolo nascosto del cimitero. Meglio non farsi vedere troppo, anche se nessun poliziotto si sognerebbe mai di interrompere il rito. I proprietari – pardon, i genitori – comunicano i nomi che hanno scelto e finalmente le ñatitas possono dirsi davvero venute alla luce, con la loro personalità completa. A partire da questo momento dovranno essere accudite senza risparmio di cure e di energie.
Possono essere una benedizione, se uno le tratta come si deve: custodiscono la casa, difendono la loro famiglia adottiva e contribuiscono a far realizzare i desideri più sentiti e profondi. Per questo ogni 8 novembre devono essere benedette, possibilmente portate in gita al cimitero, fatte incontrare con altre ñatitas. Potrebbero anche nascerne amicizie, fidanzamenti, matrimoni. Di tanto in tanto la ñatita fuma, una sigaretta di buon tabacco stretta nella bocca senza labbra, tra i denti anneriti e quasi calcinati. Porta bene, così mi hanno detto.

María Paula e Tomás hanno dei bei cuscinetti di fiori nelle orbite, il punto debole di ogni teschio che si rispetti: arancio per lei, un giallo acceso per lui.
Vicky invece ha solo due tamponi di ovatta ed è piuttosto malmessa, ma Mariam non sembra curarsene troppo. È una santera e ha studiato a Cuba e a Salvador de Bahía, o almeno così giura. Sulle scale che portano al suo appartamento, vicino il carcere di San Pedro, incrocio una ragazza e un uomo sui quarant’anni che scendono commentando a voce bassa. Lei lo ha preso sotto braccio e sorride, si vede che la consulta è andata bene. Lui invece è perplesso, le chiede qualcosa e la ragazza gli passa le mani tra i capelli, come per rassicurarlo.
L’anticamera è un’accozzaglia di piccoli caimani impagliati, enormi gusci di testuggine, vecchie riviste sparse sul tavolino, come dal dentista. Un vaso di ceramica laccata contiene a stento una pianta tropicale. Nello studio di Mariam la Vergine di Copacabana campeggia su una mensola, tra diplomi incomprensibili e ritagli di giornale incollati direttamente sull’intonaco. Bottigliette piene di liquidi colorati occhieggiano tra una statua di Santa Barbara e una di Sant’Antonio di Padova. Sul tavolino Vicky ci osserva paziente.
Mariam – ampia veste gialla di simil-broccato, patacche di anelli che le stringono le dita grassocce, collane spesse che si avvolgono come spire attorno al collo pieno di rughe – confonde i tarocchi, chiama ruota dell’amore quella della fortuna e viceversa. Forse non sa che io capisco il francese, o non sembra curarsene. Cerca di leggere nei miei occhi alla ricerca di indizi, ma lo fa in un modo svogliato, come se in fondo le interessasse poco il mio giudizio. Vorrebbe vendermi un unguento, mi dice che può farmi fabbricare un amuleto potente, basta che le dica il mio nome e il mio segno astrologico. Sarà un talismano con tanto di calamita, aggiunge. Per fare che cosa, le chiedo, servirà per caso per influenzare la sorte, per attirare i pensieri di qualcuno? No, risponde pacata, è che così puoi attaccarlo al frigorifero, o al cruscotto della tua macchina.
Però alla fine Mariam mi guarda fisso per qualche secondo, stirando il sorriso all’inverosimile, mentre i suoi polpastrelli giocano con un pendaglio a forma di stella a sei punte, e mi dice:
«Non ho mica capito da dove vieni e in quanti posti hai vissuto, ma stai sicuro che qui ci resti. Una parte di te, non so quale, rimarrà in Bolivia».

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3 Responses to El boligrafo boliviano 16

  1. Cappuccetto rosso il 14 giugno 2008 alle 11:04

    pur rispettando ogni forma di rito…questa è una cosa che non farei mai.

    Rimaykullayki!

    C.

  2. Wil Nonleggerlo il 14 giugno 2008 alle 16:06

    Inquietante.

  3. sparz il 15 giugno 2008 alle 08:12

    chi di noi non ha la sua ñatita sul comodino? Chi non se la guarda ogni tanto con occhi interrogativi e inquieti per trarne un presagio per la notte e serenità per il giorno?



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