The Two (I due)

15 giugno 2008
Pubblicato da

di Philip Levine traduzione di Lisa Sammarco

When he gets off work at Packard, they meet
outside a diner on Grand Boulevard. He’s tired,
a bit depressed, and smelling the exhaustion
on his own breath, he kisses her carefully
on her left cheek. Early April, and the weather
has not decided if this is spring, winter, or what.
The two gaze upwards at the sky which gives
nothing away: the low clouds break here and there
and let in tiny slices of a pure blue heaven.
The day is like us, she thinks; it hasn’t decided
what to become. The traffic light at Linwood
goes from red to green and the trucks start up,
so that when he says, “Would you like to eat?”

she hears a jumble of words that mean nothing,
though spiced with things she cannot believe,
“wooden Jew” and “lucky meat.” He’s been up
late, she thinks, he’s tired of the job, perhaps tired
of their morning meetings, but when he bows
from the waist and holds the door open
for her to enter the diner, and the thick
odor of bacon frying and new potatoes
greets them both, and taking heart she enters
to peer through the thick cloud of tobacco smoke
to the see if “their booth” is available.
F. Scott Fitzgerald wrote that there were no
second acts in America, but he knew neither
this man nor this woman and no one else
like them unless he stayed late at the office
to test his famous one liner, “We keep you clean
Muscatine,” on the woman emptying
his waste basket. Fitzgerald never wrote
with someone present, except for this woman
in a gray uniform whose comings and goings
went unnoticed even on those December evenings
she worked late while the snow fell silently
on the window sills and the new fluorescent lights
blinked on and off. Get back to the two, you say.
Not who ordered poached eggs, who ordered
only toast and coffee, who shared the bacon
with the other, but what became of the two
when this poem ended, whose arms held whom,
who first said “I love you” and truly meant it,
and who misunderstood the words, so longed
for, and yet still so unexpected, and began
suddenly to scream and curse until the waitress
asked them both to leave. The Packard plant closed
years before I left Detroit, the diner was burned
to the ground in ‘67, two years before my oldest son
fled to Sweden to escape the American dream.
“And the lovers?” you ask. I wrote nothing about lovers.
Take a look. Clouds, trucks, traffic lights, a diner, work,
a wooden shoe, East Moline, poached eggs, the perfume
of frying bacon, the chaos of language, the spices
of spent breath after eight hours of night work.
Can you hear all I feared and never dared to write?
Why the two are more real than either you or me,
why I never returned to keep them in my life,
how little I now mean to myself or anyone else,
what any of this could mean, where you found
the patience to endure these truths and confusions?

I due

Quando lui esce dal lavoro alla Packard, s’incontrano
all’entrata di una tavola calda sul Grand Boulevard. Lui è stanco,
un po’ depresso, sentendo l’odore dello stremo
nel suo stesso fiato, la bacia teneramente
sulla guancia sinistra. Inizio aprile, e il tempo
non sa decidersi se questa è primavera, inverno o cosa.
I due guardano all’insù verso il cielo che
non svela niente: le nuvole basse si sfilacciano qui e là
e lasciano sottili strisce di un azzurro paradiso puro.
Il giorno è come noi, pensa lei; non sa decidersi
cosa diventare. La luce del semaforo sulla Linwood
da rosso diventa verde e le macchine ripartono,
così quando lui dice, “Cosa ti piacerebbe mangiare?
lei sente un’accozzaglia di parole senza senso
anche se rese spiritose da cose per lei poco credibili,
“costi piacere”, “beh mangiare.”(1) Lui ha fatto
tardi, lei pensa, è stanco del lavoro, forse
stanco di quei loro incontri mattutini, ma quando lui si curva
in avanti e tiene aperta la porta
per farla entrare, e il denso
odore di bacon che frigge, e delle patate
li accoglie entrambi , e facendosi animo lei entra
scrutando nella densa nuvola del fumo di tabacco
per vedere se “il loro separè ” è libero.
F. Scott Fitzgerald ha scritto che non ci sono
secondi atti in America (2) , ma lui non ha mai conosciuto
quest’uomo né questa donna e neanche qualcuno
come loro se non quando faceva tardi in ufficio
per verificare il suo famoso unico slogan. “Ti manteniamo pulito
a Muscatine”(3) sulla donna che gli svuotava
il cestino dei rifiuti. Fitzgerald non ha scritto mai
alla presenza di qualcuno, ad eccezione di questa donna
nella sua uniforme grigia, che andava avanti e indietro
passando inosservata perfino in quelle sere di dicembre
quando lavorava fino a tardi mentre la neve cadeva silenziosa
sui davanzali e sulle luci fluorescenti
che si accendevano e spegnevano. Ritorna a quei due, tu dici.
Non a chi ha ordinato le uova affogate, chi ha ordinato
solo un panino e un caffè, chi ha diviso il bacon
con l’altro, ma a cosa ne è stato dei due
quando questa poesia è finita, chi ha preso fra le braccia l’altro,
chi per primo ha detto “Ti amo” e intendeva proprio quello
e chi ha frainteso le parole, desiderate
così tanto, e tuttavia ancora così inaspettate, e ha cominciato
ad un tratto ad urlare e a imprecare finché la padrona
non ha chiesto loro di uscire. Lo stabilimento della Packard chiuse
anni prima che io lasciassi Detroit, e quella tavola calda fu buttata
giù nel ‘67, due anni prima che il mio ragazzo più grande
volò in Svezia per sfuggire al sogno Americano.
“E gli amanti?” mi chiedi. Io non ho scritto niente di loro.
Guarda. Nuvole, macchine, semafori, tavole calde, lavoro,
un passo pesante, East Moline, uova affogate, il profumo
del bacon fritto, il caos delle parole, il gusto speziato
del fiato esausto dopo otto ore di lavoro notturno.
Capisci di cosa ho avuto paura e non ho mai avuto il coraggio di scrivere?
perché quei due sono più reali di te o di me,
perché non sono mai tornato sui miei passi per trattenerli nella mia vita,
quanta poca considerazione ho ora di me stesso o di chiunque altro,
quale senso dovrebbe avere ognuna di queste cose, dove abbiamo trovato
la pazienza di resistere a queste verità e a queste confusioni?

(1) -”ebreo di legno” e ” carne fortunata” nel testo originale
(2) – There are no second acts in American lives. [F. Scott Fitzgerald -The Last Tycoon]
(3) – Slogan scritto da F. Scott Fitzgerald per la Muscatine Steam Laundry

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6 Responses to The Two (I due)

  1. nadia agustoni il 15 giugno 2008 alle 08:48

    “ma a cosa ne è stato dei due
    quando questa poesia è finita, chi ha preso fra le braccia l’altro,
    chi per primo ha detto “Ti amo” e intendeva proprio quello
    e chi ha frainteso le parole, desiderate
    così tanto, e tuttavia ancora così inaspettate”

    capita.

  2. orsola puecher il 15 giugno 2008 alle 09:18

    grazie Lisa bellissima poesia&traduzione

    pesca fortunata nella rete:

    http://it.youtube.com/watch?v=_1gnbWGVhUI

    ,\\’

  3. cara polvere il 15 giugno 2008 alle 12:23

    versi e loro traduzione semplicemente egregi.
    un caro saluto
    paola

  4. Marco Saya il 15 giugno 2008 alle 12:24

    Bellissima!

    Marco

  5. véronique vergé il 15 giugno 2008 alle 18:17

    Amo la vista dei due affondate nella realtà e nell’immaginario, come figure interiore e esteriore. Sento in pelle e in anima la stanchezza dell’uomo, il lavoro intarsiato nel corpo, stanchezza pesante che annega il pensiero, l’intelligenza, che chiue la speranza.
    Amo lo sguardo verso il cielo che decide niente: entra un silenzio nella passagiata, un attimo dove si considera l nostra vita: solo l’amore, la solidarietà nella coppia e l’amicizia puo salvare: amo i versi citati da Nadia, perché inizio l’amore, il momento dove una persona sola vede il suo desiderio d’amore prendere forma, ma una forma diversa che aveva sperata.

    Grazie Franz e alla traduttrice perché in me c’è una certa freddezza per la lingua inglese

  6. L.S il 15 giugno 2008 alle 19:45

    @ nadia
    Sì , a dirla tutta capita spesso.
    @ orsola
    Grazie per aver aggiunto questo link. L’ho ascoltato e visto decine di volte durante la traduzione, tra l’altro è recentissimo.
    Levine, a quanto si dice, è famoso per i suoi reading proprio per il tono particolare e colloquiale della sua voce che ben accompagna i suoi testi.
    @paola
    È un bel regalo questo tuo commento
    @ marco
    Io me ne sono innamorata… non posso che darti ragione.
    @ veronique
    Fa sempre piacere leggere la generosità delle tue letture. Anche l’inglese ha una sua morbidezza se lo si prende per il verso giusto.
    Non sono una traduttrice professionista, mi piace a volte tradurre i testi che mi colpiscono, se mi è possibile. È per me un modo per comprenderli meglio e anche una lezione che serve a ricordarmi il rigore che lo scrivere necessita, nonché il lavoro inestimabile dei traduttori.

    Grazie a tutti, a Franz, e Nazione Indiana per avermi ospitata.
    lisa



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