Come fu che alla fine ho ascoltato (e amato) i Radiohead

17 giugno 2008
Pubblicato da

di Gianni Biondillo

1. L’assioma
Inutile far finta di non saperlo, la musica che ascolti a vent’anni è quella che ti porti dietro per tutta la vita. Assioma un po’ assolutistico, me ne rendo conto, ma, gratta gratta, vero. Vent’anni, per capirci, vogliono anche dire diciassette o ventidue, la cosa non cambia. La musica che ascolti a quell’età sarà la tua colonna sonora naturale. Ciò che c’è stato prima, nell’infanzia, o dopo, nella maturità, avrà comunque un altro sapore.
Negli anni, per quanto si cerchi di aggiornarci, di stare al passo con i tempi, per quanto si conoscano a memoria tutte le novità, nessuna di queste saprà aprire mondi, spalancare porte verso l’infinito (o l’abisso), come l’involontario ascolto, in radio, magari una mattina di novembre in macchina, impilati nel solito traffico feriale, di un cazzutissimo pezzo catapultato dagli anni ’80 ad oggi. Uno di quelli, per capirci, che tu all’epoca già odiavi. E che continui ad odiare (ché la nostalgia è vietata quando si parla di queste cose) ma che, inevitabilmente, ti restituisce il sapore acre dei tuoi vent’anni.
La colonna sonora della tua vita te fai tu, certo, ma con i materiali a disposizione. Molti, anzi, negli anni, neppure ci provano a mutare la playlist della propria esistenza. Cambiano le tecnologie, si aggiornano, comprano l’ipod, ma poi si scaricano le stesse canzoni che hanno già da anni nei solchi dei loro vetusti 33 giri.
È come aver trovato un battito che va in sincrono con quello del cuore. È il tuo e lo sarà fino alla fine dei tuoi giorni.
Credo sia così persino con chi con la musica ci porta la pagnotta a casa. Con chi elabora, suona, produce, compone. La mia antica esperienza di musicante, e l’amicizia con molti musicisti professionisti, me lo conferma. Una cosa è la vetta da scalare giorno per giorno, la scoperta quotidiana, la meraviglia della creazione nuova, altro è rintanarsi nell’accogliente coperta calda del riascolto del sempre identico, e sempre mutevole, classico canone personale.
Questo poi spiega come anche in artisti rivoluzionari si riescano a ritrovare agganci, accordi, coloriture di opere del passato, che al primo sguardo possono apparire lontane ma che, in realtà, appartengono, indelebilmente, al loro humus privato. Magia dell’arte, sempre destinata a rompere e ricostruire. Rompere per ricostruire.

2. Il mio canone
Il mio canone è presto detto. Sorvolo sulla mia preistoria auricolare. Sull’assenza di radio in casa mia, sull’ascolto martellante e ossessivo di spazzatura napoletana imposta da mio padre. Mi fermo solo sulla scoperta dei cantautori in età preadolescenziale, fra i 10 e i 12 anni, come una sorta di difesa da quello che girava per casa, dove le parole assumevano un senso e un peso per me, che non parlavo – e ahimè tuttora non parlo – inglese.
[Faccio una piccola digressione. Questa della lingua non è cosa da poco. Non ho mai avuto alcuna venerazione sacrale nei confronti di molti monumenti inglesi o americani semplicemente perché non li capivo, però sapevo che musicalmente -perché quel linguaggio invece lo comprendevo- non erano chissacché. Mi accontentavo dei loro epigoni italici, perché quanto meno mi rendevo conto di cosa dicevano. Era un po’ come studiare storia dell’arte sulle copie romane di originali sculture greche ormai scomparse nella stiva di navi inabissate in chissà quale notte di tormenta jonica. Dylan, mea culpa, a me ha sempre detto poco. Springsteen ancora meno. Ho dovuto aspettare il 2007, dopo il titanico lavoro di traduzione dei suoi testi fatto da un mio amico scrittore, per comprendere che il Boss era un narratore con i controfiocchi. È che musicalmente, come dico più avanti, l’ho sempre snobbato.]
L’ingresso vero nel mondo della musica, il passaggio dalla natura alla cultura, dal mito alla storia, io lo marco attorno ai miei 14 anni. Un marchio a fuoco caldo, bruciante tutt’ora, che ha sbalestrato il mio percorso e non l’ha reso tipico come quello di tanti miei coetanei. Fu l’ascolto di un live di John Coltrane che mi arrivò fra le mani in modo misterioso. Ebbi le vertigini. Non compresi nulla dall’inizio alla fine. Lo ascoltai e riascoltai fino ad assorbirlo, nota dopo nota, fino a suggerlo fino – da giovane illuso quale ero – a capirlo. A credere di capirlo. Fu come immergermi nel pentolone di pozione magica di Obelix, nulla, dopo, fu uguale a prima per me. Perché perdere la verginità con Coltrane significa, poi, essere davvero esigente in fatto di musica. Ecco perché il rock, dai e dai, m’ha sempre, da subito, stufato.
E il bello è che in quegli anni (intorno ai 20, per capirci) lo suonavo, lo componevo, lo eseguivo in pubblico, lo cantavo. Ma perché, in fondo era facile. C’è un pezzo ironico di Elio e le Storie Tese che lo spiega benissimo. “Il jazz, troppi assoli – dice la canzone – la fusion è complicata”, quello che resta è il rock’n’roll, perché “è facile da suonare” e “non ha mai scontentato nessuno”.
Ho sempre trovato il rock sostanzialmente reazionario, bianco e piccolo borghese. La mia discoteca è colma di dischi rock, e molta di quella musica mi appartiene nel profondo, ma è inutile girarci attorno: il rock è musica per adolescenti fintorivoluzionari, che imbracciano una chitarra e fatti quei soliti tre accordi (sempre quelli, che palle!) credono di essere dei trasgressivi esistenzialisti.

3. Rock inglese vs rock americano
Comunque sia, se dovevo proprio scegliere, sceglievo il rock inglese, ovvio. Perché quello americano m’era proprio indigesto. Così banale, così prevedibile, così ottimista. Così scontato. Per quanto abbia fatto di tutto per farmelo piacere non ci sono mai riuscito. Solo quando deragliava in sonorità blues mi acchiappava un po’, altrimenti era una vera lagna. Boss compreso. Nel rock inglese un po’ di inquietudine europea gli restava appiccicata addosso (guerre, pestilenze, rivoluzioni, migliaia di anni di storia non sono passati per nulla, insomma), ma in quello americano, nei recessi occulti, echeggiava sempre quell’Iowa eterno, reazionario, che è dell’America profonda, quella tradizione country – texana, machista, razzista – che mi indispettiva. E che mi irritava anche quando in Italia veniva riproposta da gruppi che credevano di fare musica celtica (impegnata, ben inteso, ché l’impegno in Italia è d’obbligo!) e invece ad ascoltarli sembrava facessero solo pessima musica da balera.
[Altra breve digressione: inutile dire, ovviamente, che il rock italiano non esiste. Che Vasco non è rock. Che il Liga non è rock. Sono solo cantautori con al seguito una chitarra elettrica distorta. Inutile dire che l’ultimo gruppo rock degno di questo nome suonava quando io ero un bambino – la PFM – e tutto faceva tranne che rock in senso stretto].
La musica inquieta, in America è nera, c’è poco da fare. Non in una accezione razziale, ché non intendo mica dire che bisogna essere negri per farla. Intendo che da quella tradizione, poi, tutti hanno attinto, e a quella tradizione, poi, gli stessi hanno depositato nuove sonorità, dai primi blues all’ultimo hip hop. Quando è mista, multietnica, bastarda, marginale, sperimentale, quando è così, è imbattibile. Quelli erano gli anni, per me, della fusion, del jazz-rock, dei Weather Report, non degli U2. Un tastierista austriaco, un sassofonista nero, un bassista di origini pellerossa, un batterista peruviano. Altro che il gruppetto di piccoli borghesi irlandesi, fighetti e modaioli (e poi chissà che cazzo dicevano, io mica lo capivo l’inglese!).
Inquieto non vuole dire intellettualoide, però. Quando è cervellotica (quando si espone come cerebrale senza esserlo, quindi è, sostanzialmente, apparenza), l’arte invecchia in fretta. Molta roba di quegli anni oggi è inascoltabile. Così come certi film di Godard – che hanno perso smalto mentre molti onesti film di genere ancora tengono botta – altrettanto molta roba di Bowie, oggi, pare antica e statica, mentre trovo ancora vitale molta della scanzonata sonorità dei primi Police (tanto quanto ormai Sting, oggi, è bolso e trombone).
Il rock, dicevo, se proprio dovevo scegliere, era inglese. Ma non basta. Il rock per me, ad essere proprio precisi, erano i Pink Floyd. Perché in quell’anno di svolta, in quell’anno che mi fece entrare nella civiltà musicale, accadde un secondo avvenimento epocale: ricevetti da un mio cugino maggiore (che oggi sarà un signore di 50 anni ma che io ormai non vedo da decenni, per me è rimasto quel ragazzone di tanti anni fa, il quale, all’epoca, non era affatto consapevole di quanto stava modificato irrimediabilmente i miei gusti, probabilmente comprò il primo disco che gli passò fra le mani, fra quelli che andavano per la maggiore), ricevetti, dicevo, per regalo di compleanno, The Wall.
Credo di poterlo ricantare tutto, a memoria, tutti gli strumenti compresi. Così come The Dark side of the moon e tutta la loro produzione degli anni ’70 (altro inciso: i Pink Floyd per me smettono di esistere con The Final Cut, su tutto quello che è venuto dopo stendo il proverbiale velo pietoso).

4. E i Radiohead?
Pablo Honey è del 1993. Le date sono importanti per la storia musicale di un ascoltatore. Io nel 1993 avevo 27 anni, ero già “fuori dai giochi”. Ero già un orecchio senile, che aveva ascoltato tutto. Persino il jazz iniziava a stufarmi, nella sua incapacità di rinnovarsi, nel suo essere, ormai, maniera. Probabilmente ascoltai in radio Creep e lo catalogai nel solito britpop che in quegli anni ci stava triturando le palle. Chi fosse il gruppo neppure mi preoccupai di accertarlo. Quello era l’anno del concerto di Peter Gabriel a Milano, l’unico artista anglosassone che amavo senza se e senza ma. Sono stati anni difficili per me gli anni ’90. Talmente difficili che alla fine mi chiusi a riccio, nella ricerca di nuovi orizzonti sonori, lasciando dietro le spalle tutto ciò che fosse minimamente pop – e uso il termine con una accezione assolutamente neutra, non negativa – per tuffarmi in quella che viene chiamata impropriamente (mancandone una definizione valida) musica colta contemporanea. Il ventunesimo secolo, per me, si aprì con Berio, Andriessen, Cage, Kanchely, Reich, Nyman. M’ero costruito un recinto, un muro sonoro, un laboratorio analitico, una bolla acustica, dove stare, dove rigenerare le dolenti, e un po’ saccenti, orecchie. Volevo trovarmi spiazzato, ascoltare cose che non potevo immaginare, abbandonare ascetico la vita secolarizzata, assurgere alle armonie mistiche. Spensi la radio, evitai i concerti, non lessi più riviste di settore, non frequentai più musicisti. Tenevo contatti deboli col mio passato musicale, ascoltavo le vaghe produzioni di Peter Gabriel più per affetto che per convinzione, ma nulla di più.
Mi ricordo che mi capitò, e fu davvero per caso, di leggere da qualche parte che Ok Computer era stato eletto, da una “giuria competente”, il miglior disco rock del decennio passato. E mi accorsi che registrai questa notizia quasi con dispiacere, perché non sapevo assolutamente chi fossero i Radiohead. Ero davvero così escluso da un territorio, che fu da me cartografato con perizia maniacale per anni, da non avere neppure idea di cosa si stesse parlando? Non di pizza e fichi ma, addirittura, del miglior disco rock del decennio appena trascorso? Non sapevo più nulla del mondo, questa era la verità, chiuso com’ero nel mio eremo sonoro. Fatto sta che non cercai di ascoltare il disco, non cercai di scoprire chi fossero questi misteriosi Radiohead, accettai la mia ignoranza quasi con boria. In fondo che cosa diranno mai di innovativo un gruppo di rockettari inglesi che hanno circa la mia età cresciuti nel cuore del britpop?
Negli anni tornai piano piano nel mondo, tolsi le vesti dell’asceta, riaccesi la radio, senza furia, senza fretta. Mi ritrovai persino a canticchiare qualche canzone di Sanremo, con un fare puerile, come fanno quelli che non hanno la tv in casa e appena vanno a cena da amici monopolizzano il telecomando, saltellando di programma in programma, uno più trash dell’altro. Tornai alla vita, ma dei Radiohead neppure l’ombra. Forse era destino non incontrarli mai.

5. Il destino
No. Il destino era un altro.
Il destino volle che nel 2006 incontrai un radioheadologo (si può dire così?) incallito.
I radioheadologi (o radioheadofili? O radioheadmaniaci? Diomio, che parole assurde!) sono subdoli. Lui s’era presentato come mio fan (bugiardo!), venne pure a trovarmi a studio col mio romanzo fresco di stampa da farsi autografare. Uscire a prendere un caffé con lui, era un bel pomeriggio di primavera, mi sembrava il minimo. Ma poi, in realtà, del mio libro, dopo la firma, non ne fece più cenno. Non si parlò d’altro che di Thom Yorke e compagni. Ok, pensai, questo è un segno. Tirati su le maniche, datti una mossa. È tempo.
Lasciatolo andare lanciai emule sul computer di studio. Come si chiamava quel disco? Ok computer. Il miglior disco rock degli anni ’90. Bah… vediamo di che pasta sono fatti questi Radiohead.
Io i titoli mica li conoscevo, quindi, per non sapere né leggere né scrivere, scaricai un file, pesantissimo, che conteneva l’intero album.
Ricapitolando: avevo un intero album che mi suonava nelle casse alzate a palla dello studio, senza interruzione alcuna, di un gruppo che non conoscevo, che cantava in una lingua che non ho mai imparato. E non era la musica che mi immaginavo. Per niente.
Nel tempo ho scoperto i titoli, ho toccato le copertine, visto le foto, letto le traduzioni, goduto dei video. Ma lì, in quel momento, c’era una suite di 50 minuti circa (perché così me la immaginavo: un unica opera fatta per quadri, proprio la stessa sensazione che avevo quando vent’anni prima ascoltavo i dischi dei Pink Foyd) che aveva bisogno di essere ascoltata, riascoltata, assunta, assorbita, decodificata. E finalmente compresa. Che gioia fu quel giorno.
Nel giro di neppure un mese mi procurai tutto di loro, fu un periodo pazzesco, sembravo un drogato in crisi di astinenza. Tutto. In fondo a suo tempo, dieci anni prima, avevo ragione, Pablo Honey non era ‘sto disco memorabile, e The Bends era un buon disco, promettente, ma niente in confronto con quello che stavo ascoltando in quegli anni. Poi, insomma, io del rock ne avevo fin sopra i capelli già da ragazzo… Ma dopo? Da Ok Computer in poi? Ci sono pezzi di Kid A o di Amnesiac che, ascoltandoli, mi sembravano fratelli. Avevo la sensazione, mentre ascoltavo, che Yorke avesse oltrepassato insieme a me – come un camminante asceta che saliva un sentiero affianco al mio ma al mio, purtroppo, nascosto – gli stessi panorami sonori. Sono proprio questi pezzi, quelli più ostici ai più, quelli più sperimentali, che mi mandano ancora adesso in visibilio.
Io continuo a non sapere, esattamente, di cosa parlino le canzoni dei Radiohead. In fondo la cosa mi interessa poco, nelle canzoni ho sempre dato priorità alla musica, piuttosto che alle parole (strano per uno scrittore, no?). So però che sono canzoni inquiete. Che sono frecce lanciate nel futuro, raffinate e popolari assieme (e che ancora una volta il rock inglese si dimostra superiore a quello americano!). So che mi piacciono, cazzo!
Ho quarant’anni, sono fuori tempo massimo per certi entusiasmi. Tutta la mia teoria sul canone privato mi sembra crollare come un miserabile castello di carte. Ho quarant’anni – quarantadue anzi – non posso gioire come un ragazzino quando li ascolto!
O forse, più semplicemente, per un’altra volta ancora, ho di nuovo vent’anni.
Due volte vent’anni.

[tratto da NarRadiohead, a cura di Edoardo Acotto, BCDe, 2008]

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41 Responses to Come fu che alla fine ho ascoltato (e amato) i Radiohead

  1. fede il 17 giugno 2008 alle 11:01

    E Ungaretti ne avevo quattro volte venti… Cavoli, mi è sembrato di rileggere un pezzo di Alta Fedeltà! Senza offesa ovviamente, quel romanzo mi piacque davvero molto. Che dire? De gustibus… ma non vorrei che il veleno neomelodico infantile avesse fatto alla lunga effetto, soprattutto dietro alla decisione di rinchiudersi con Berio e Nyman… Le ultime cose che mi hanno dato una VERA libidine musicale sono la piccola volpe astuta di Janàcek, i cinque dischi dei Kinks dal ’66 al ’71, e ogni volta che riascolto Wyatt mi commuovo… Le frasi sul Rock mi sembrano un po’ gratuite, sopratutto perché le ho lette ascoltando Tommy degli Who… e la recente chiusura di Rock FM? Gran bel testo comunque, complimenti

  2. fede il 17 giugno 2008 alle 11:03

    E Ungaretti ne aveva quattro volte venti… Cavoli, mi è sembrato di rileggere un pezzo di Alta Fedeltà! Senza offesa ovviamente, quel romanzo mi piacque davvero molto. Che dire? De gustibus… ma non vorrei che il veleno neomelodico infantile avesse fatto alla lunga effetto, soprattutto dietro alla decisione di rinchiudersi con Berio e Nyman… Le ultime cose che mi hanno dato una VERA libidine musicale sono la piccola volpe astuta di Janàcek, i cinque dischi dei Kinks dal ’66 al ’71, e ogni volta che riascolto Wyatt mi commuovo… Le frasi sul Rock mi sembrano un po’ gratuite, sopratutto perché le ho lette ascoltando Tommy degli Who… e la recente chiusura di Rock FM? Gran bel testo comunque, complimenti

  3. magda il 17 giugno 2008 alle 11:25

    Caro Gianni non ti leggo tutto, ma sappi che da anni li ascolto, come da anni ascolto Portished e affini, credo si dica Dummy, ma non sono sicura.
    sospensioni eterne, monotonie struggenti, profondità intense e impalpabili. Sensibilità metropolitane nostalgiche di lontane magnetiche appartenenze ancestrali…..gli infiniti bassi continui di paesaggi sonori insostituibili.

  4. Roberto M. il 17 giugno 2008 alle 11:31

    D’accordo sul fatto che Vasco Rossi non è rock e che Ligabue non è rock, ma il rock italiano esiste: prova ad ascoltare l’unico cd de IL TEATRO DEGLI ORRORI e vedrai.
    Ah, dimenticavo. Dio probabilmente non esiste, ma i Radiohead sì. Per averne conferma domani sto a Milano.

  5. gianni biondillo il 17 giugno 2008 alle 11:49

    Io ci vado stasera, sotto la pioggia!

  6. francesca matteoni il 17 giugno 2008 alle 11:50

    Bel pezzo! Concordo sulla preferenza per Ok Computer, Kid A e Amnesiac, rispetto ai primi due, anche se ci sono alcune perle come Fake Plastic Tree che ascolto ancora fino al logoramento. Ok Computer e gli altri sono veri e propri concept album: Gianni ha perfettamente ragione a considerare le tracce come una sinfonia unica – testi e musica vanno nella stessa direzione – un’identità liquida, l’alienazione, la dissolvenza, la sparizione. Oltre ai Pink Floyd (grandissimi, anche se continuo a preferire il loro primo album The Piper at the Gates of Dawn, perché ho la malattia chiamata Syd Barrett), penso che anche un gruppo come i Kraftwerk ci abbia messo del suo nell’influenzare i Radiohead. Ed ora corro ad ascoltarli!

  7. The O.C. il 17 giugno 2008 alle 11:54

    “…Che Vasco non è rock. Che il Liga non è rock. Sono solo cantautori con al seguito una chitarra elettrica distorta. Inutile dire che l’ultimo gruppo rock degno di questo nome suonava quando io ero un bambino – la PFM”. Degno di cotanto blog.

  8. Guido il 17 giugno 2008 alle 12:02

    Io li ho visti lo scorso we a Dublino, amo Bruce (vedrò il mio 20esimo suo concerto a milano, il 25 Giugno), amo il rock, compreso gli EeLST. Sono d’accordo che in Italia il rock non è mai esistito…
    Anche a me ha dato l’impressione di Alta Fedeltà, per il tema, se non altro.
    Bel pezzo.
    g

  9. prodan il 17 giugno 2008 alle 13:04

    Una riflessione che intercetta stranamente quello che è successo al sottoscritto.
    Con i Radiohead intendo. Trentasei anni implicano che nei 90 in realtà mi sono affogato in prodotti musicali che all’epoca si definivano crossover o numetal– direi che su tutto le pietre miliari sono “Check your head” dei Beastie Boys e “Mental floss for the globe” degli Urban dance Squad, poi i Primus e vabbè…- all’epoca molti amici esaltavano la band inglese che a me sembrava produrre musica manierista e melensa, radical chic. Poi oggi, a distanza di una decina d’anni mi sono dovuto ricredere. Non avevo capito un cazzo.
    l’ultimo disco è davvero emozionante, roba da brividi insomma.
    Quello che ammiro in questa band è la costanza, la perseveranza, l’unicità. Valori essenziali per la musica che trascendono le mode e i tempi imposti dal mercato, di cui – come ascoltatore – se ne ha consapevolezza solo dopo il passaggio di molta acqua sotto il ponte.
    Mi chiedo se mi succederà lo stesso con i Sigur ros
    saluti cari

  10. Baldrus il 17 giugno 2008 alle 14:06

    Siete te e Veronesi, i Radioh sono la colonna sonora di Caos Calmo.

  11. sergio falcone il 17 giugno 2008 alle 14:15

    Cos’è più la virtù?
    Così, su due piedi: quali sono gli elementi che fanno la vera opera d’arte? In base a quali parametri di giudizio ci si deve avventurare in campo artistico?
    Non saprei davvero cosa rispondere. E non desidero nemmeno evitare l’eventuale brutta figura, derivante da questa mia affermazione. Siamo davvero convinti che tutto quel che arriva nei luoghi deputati allo smercio delle opere d’arte e che viene imposto al nostro cortese consumo (… duro pagamento in contanti), sia degno anche solo di essere preso in considerazione?
    Non mi riferisco, ovviamente, ai Radiohead, né ad altro. E’ un discorso a carattere generale,
    Posso soltanto affermare che, nel complesso, la musica di oggi mi sembra musichetta… etta. Al massimo, melodie gradevoli. Ma senza spina dorsale.
    Dov’è andata a finire la ricerca in campo artistico? Dov’è più la creatività? Mi sembra che tutto sia fermo, immobile, inchiodato ad un insopportabile, eterno presente. E che giri in tondo.
    Da quanti anni, ad esempio, i Rolling Stones fanno le covers di se stessi?
    A mio modesto avviso, quando non si ha più nulla di nuovo da dire, sarebbe meglio sparire.
    Cos’è più l’onestà?… intellettuale e non?
    Ma, evidentemente, pretendo troppo perché sono figlio di un’altra epoca.
    (Cos’è più l’etica e… ?).

  12. Alessandro Ansuini il 17 giugno 2008 alle 14:19

    Ci sono una serie di affermazioni abbastanza opinabili, tipo che si rimane marchiati dalla musica che uno ascolta a vent’anni, (io ascoltavo heavy metal a vent’anni ora musica elettronica) però è bello questo viaggio verso il pianeta radiohead. Ti consiglio di procurarti le traduzioni dei testi, fare uno sforzo, altrimenti è come sentire la domenica delle salme di de andré senza capirne il significato. :)
    provare per credere, e buon concerto

    A

  13. Federico Platania il 17 giugno 2008 alle 14:36

    Ciao Gianni,
    sono perfettamente d’accordo con te sulla bellezza e sull’importanza dei Radiohead.
    Non sono minimamente d’accordo con te sul fatto che il rock italiano non esiste.
    Sull’annosa questione rock americano vs. rock inglese ho scritto qualcosa qui:
    http://www.filidaquilone.it/num010ascoltare.html

  14. magda il 17 giugno 2008 alle 14:45

    infatti io proporrei gli Afterhours

  15. magda il 17 giugno 2008 alle 14:48

    io non ho il biglietto: posso trovarlo all’ultimo momento?

  16. andrea barbieri il 17 giugno 2008 alle 16:25

    Magda, forse Gianni pensa che gli Afterhours siano di Seattle, e i Marlene Kuntz berlinesi… :-)

  17. gianni biondillo il 17 giugno 2008 alle 16:31

    Dai, Andrea, mica vengo giù con la piena… ;-)))

  18. fede il 17 giugno 2008 alle 16:33

    A parte gli After e i Marlene, la new wave fiorentina degli anni ’80 Diaframma-Litfiba dove la mettiamo? E il Banco del mutuo soccorso dove lo mettiamo? E il Rock punk dei Franti? Comunque j’adore Radiohead, nel post di stamani mica l’avevo detto, e Ok computer è davvero un bellissimo disco, ma anche Mellon Collie degli Smashing, per restare nei ’90, lo era, e forse anche… buon concerto, beati voi!

  19. gianni biondillo il 17 giugno 2008 alle 16:59

    E comunque: Il Banco fa parte della stagione della PFM, Area, etc. non li metterei dentro questo discorso.
    Gli Afterhours fanno un pop grazioso, non a caso Mina ha cantato una loro canzone. I Marlene Kuntz, nel panorama rock mondiale, sono un gruppo come tanti, l’ennesimo. I Litfiba, quando eravamo in 15 in tutta Italia ad ascoltarli (davvero moltissimi lustri fa) già mi annoiavano per prevedibilità.
    E’ tutta gente che ho ascoltato e tutt’ora ascolto, così come ascolto molta musica pop, meno saccente e autocelebrativa. E in fondo più onesta.
    Ma l’ho detto, sono uno snob. Quando tu entri a 14 anni, nel mondo della musica con John Coltrane, tutto il resto non ti sembra mai all’altezza.

  20. magda il 17 giugno 2008 alle 17:04

    cmq c’entro qualchecosa con il clamore di questi ultimi tempi sul gruppo…persino Moretti li ha usati nel suo caos calmo. c’entro qualcosa anche con caos calmo….poi penso di c’entrare qualcosa con Lorenzo quando dice: tutte le forze della natura si scatenano in te che sei…una roccia sei una pianta sei un uragano…. beh forse in questo tutte le donne s’immedesimano.
    insomma io c’entro ma non voglio…ah….avete sentito la collection the best of janis joplin? il doppio cd in offerta ……una cosa da panico! “summertime” è qualcosa di ….insomma ….insuperabile da 40 anni.

  21. sergio falcone il 17 giugno 2008 alle 17:16

    … e Janis non era l’unica ad essere degna di nota.
    Se penso alle musiche improbabili ed improponibili che ci hanno costretto a digerire, quando eravamo adolescenti… E le spacciavano per capolavori, per originali ed innovative… Sic!
    Ma il livello medio delle produzioni di allora era notevolmente, ed ancora notevolmente più alto. Assieme alla sincerità.
    (Cos’è più la sincerità?… E cos’è più… ?…).

  22. fede il 17 giugno 2008 alle 17:25

    Je suis snob, cantava il buon vecchio Vian…

  23. orsola puecher il 17 giugno 2008 alle 17:35

    Quando tu entri a 14 anni, nel mondo della musica con John Coltrane, tutto il resto non ti sembra mai all’altezza.

    è come quando entri a 7 con Stockhausen:
    non è questione di altezza ma di frequenza
    finisce che alla fine ti da sollievo quella malinconia strascicata ed azzurrina dei Radiohead
    deve essere una compensazione di elettroni zoppi ed inquieti che cercano quiete e legami stabili

    ,\\’

  24. gianni biondillo il 17 giugno 2008 alle 17:44

    Orsola, sei adorabile!

    (vado al concerto, ciao)

  25. Plessus il 17 giugno 2008 alle 18:13

    Stupefacente, oppure perché stupirsi: è normale, come alcuni pensieri, esperienze e tagli con l’accetta di Gianni Biondillo si possano sovrapporre ai miei senza una sbavatura di differenza. Anzi, solo quattro anni d’età. Fu infatti Wish you were here ricevuto in regalo per il quattordicesimo compleanno a cambiare radicalmente i miei gusti musicali. Dalla immatura superficie d’ascolto di Liszt, Gerschwin, Mozart, Beethoven, mi immergei completamente in quel fluido rosa che mi fece crescere i capelli nella mia camera donde una volta inducevo ad una stratosferica estensione il regno dei signori Pink Floyd. Ne dominavo l’espansione con il controllo del volume, ed ero io stesso dominato da questa estensione audio con video interno in grado di regolare i controlli per il cuore del sole, ero esaltato dal lato oscuro della luna, abbagliato dallo splendore del pazzo diamante, posseduto dalla supremazia del suo intimo taglio definitivo, in riflessione ai confini del muro e perso nella follia del suo cosmico significato introspettivo…
    Bah. Anche il sottoscritto crede che nella musica sia essenzialmente il suono a conquistare l’individuo che ascolta. Più che il testo, sul quale, si riflette. Su cui ci si può discutere. O si impara. E’ però il suono, scevro dalle caratteristiche intrinseche del testo – che insegna, indica, racconta, dedica, suggerisce – che impatta sull’anima. Che scuote il corpo, o lo culla, e rende vibratile l’epidermide, come assorbissimo qualcosa di tangibile. Non so cosa sia l’anima. Ma è da questo luogo imprecisato ed imprecisabile che sgorga e si dipana lentamente, o percorre la carne alla velocità di una scossa elettrica, il brivido assolutamente personale ed individualistico da cui, a turno, ciascuno di noi viene piacevolmente posseduto. E che rende impossibile l’ascolto in sottofondo, o condurre qualsivoglia attività che implichi un utilizzo più che parziale della ragione.
    Credo sia questa la chiave interpretativa che molti di noi hanno dimenticato chiusa nel cassetto dei propri vent’anni. E’ molto bella, Gianni, l’immagine del drogato in crisi d’astinenza con cui ti sei dipinto quando hai finalmente scoperto i Radiohead. Le cui sonorità, per inciso, ancora non mi hanno convinto appieno forse perché sempre ascoltati superficialmente. Mi hai fatto venir voglia di ascoltarli meglio…
    Nell’improbabilità di ritrovarsi posseduto da adulto dalle stesse percussività, o inondazioni, animiste, animose, animali prodotte dall’ascolto di un brano musicale, rimango convinto che sia quasi doveroso accontentare questa sorta di esigenza carnale. Qualcosa di creativo, in giro, c’è. Pronto a sorprendere noi stessi per la diversità di genere. Basta esplorare qualche orizzonte finora sconosciuto. Ce ne sono di vastissimi, pronti a rigenerare la propria playlist personale.
    Da Chet Baker e John Coltrane, scoperti troppo tardi, ai Muse (non l’ultimo lavoro) e ai Mars Volta (anch’essi, purtroppo, in calando emotivo), rimanendo nei territori rock.
    Grazie, Gianni. Grande pezzo, bello e intimo.

  26. andrea barbieri il 17 giugno 2008 alle 18:21

    “Gli Afterhours fanno un pop grazioso”

    Uhm, giudizio curioso, Agnelli è famoso per ballate struggenti come per pezzi di un’aggressività sonora assoluta, non certo ospitali per le orecchie dell’ascoltatore.
    Comunque quella sul rock italiano che non esiste mi è parsa più una battuta per far drizzare le orecchie e scatenare le tastiere, quindi non mi ci fisso più di tanto. Ascolto con molto piacere Baustelle, Afterhours, Marlene Kuntz, Giancarlo Onorato eccetera.

  27. andrea barbieri il 17 giugno 2008 alle 18:23

    Ho scordato di dire che i Radiohead piacciono molto anche a me.

  28. gianni biondillo il 18 giugno 2008 alle 00:25

    Andrea dice: “quella sul rock italiano che non esiste mi è parsa più una battuta per far drizzare le orecchie e scatenare le tastiere”

    In effetti… ;-)

    Se vuoi te ne dico un’altra: i Baustelle alla terza canzone mi fanno cadere in catalessi. ;-)))

    (concerto pazzesco, sotto la pioggia, col culo bagnato e i piedi a mollo… non ho più l’età per queste cose…)

  29. giulia fazzi il 18 giugno 2008 alle 15:53

    I Radiohead sono la mia colonna sonora esistenziale dal 1997. Anche per me Ok Computer è stato una folgorazione e da allora non li ho più abbandonati. E anche io adoro Kid A/Amnesiac, ma anche le cose che hanno fatto dopo. In effetti, sono lontane anni luce rispetto ai primi due album. (In The Bends, però, c’è Street Spirit, una delle loro cose più devastanti a livello emotivo, e chi l’ha sentita dal vivo lo può confermare…).
    Gli After fanno un “pop grazioso”? no, dai… ma no!! :)

    giulia

  30. aditus il 18 giugno 2008 alle 18:29

    @GB. Che te ne pare di John Zorn?

  31. gianni biondillo il 18 giugno 2008 alle 21:40

    Aditus chiede: “Che te ne pare di John Zorn?”

    “Che è bravo”, come giudizio ultrasintetico, ti può bastare?

  32. diego il 19 giugno 2008 alle 09:52

    credo sia una questione di sensi, di musica da ascoltare con le orecchie e musica da ascoltare con la pancia. Orfani di roger waters (quindi dei pink floyd) aspettavamo da tempo che qualcuno smuovesse gli intestini. Sulla copertina di ok computer avrebbero dovuto inserire un’etichetta: attenzione, genera dipendenza!. Poi nasce un senso di appartenenza alla casta dei RHologi, di difesa, e di evangelizzazione continua tra gli amici, i colleghi, i parenti. Inutile pero’ fare classifiche. Ok Computer, votato come miglior disco del decennio passato sara’ probabilmente il miglior disco anche nel decennio a venire. In Raimbows e’ da digerire, da assumere almeno 5-6 volte per intero, anche in macchina, meglio a casa, preferibilmente pero’ in cuffia. Una volta assimilato generera’ nel paziente una malattia dai contorni simili a quella di Ok Computer, dai sintomi di cui abbiamo bisogno. Perche’ i RH sono perfetti per dare un senso alla coda del mattino, per immaginare che ci sia dell’altro, qualcosa che assomigli a una speranza, per iniziare e chiudere una travolgente storia d’amore, per ascoltare un frigobar che ronza discreto nella notte in una stanza di un albergo in fondo all’Europa, per rendersi conto che dell’altro…non c’e’. Per tutto il resto c’e’ Ligabue e Jovanotti. Nota per Biondillo: L’ultimo disco dei PF non e’ The Final Cut ma The Pros and Cons of HitchHiking.

  33. Plessus il 19 giugno 2008 alle 13:53

    Diego, i Pink Floyd hanno esaurito la loro vena creativa nel ’94 con l’ultimo album in studio, the division bell. L’ennesima, e spero ultima, loro uscita sotto forma di raccolta è Oh, by the way, un cofanone uscito mi sembra l’anno scorso. The Pros and Cons of HitchHiking è il primo di Roger Waters da solista.
    Farò un salto in torrent per i Radiohead, siete piuttosto convincenti.

    Concordo anch’io sul fatto che John Zorn è bravo. Salvo quando scorreggia nel sax, e purtroppo lo fa spesso. O sono probabilmente io che non lo capisco.
    Ciao

  34. diego il 19 giugno 2008 alle 14:26

    Plessus, l’ultima mia affermazione era provocatoria. Considero Roger Waters i Pink Floyd, e considero il suo primo album solista la prova schiacciante di questo. Io credo che la lora vena creativa si sia esaurita dopo Wish You Were Here senza nulla togliere al capolavoro del Muro. Non conosci ancora i RadioHead ? Ti invidio…

  35. Edoardo Acotto il 19 giugno 2008 alle 16:21

    Per me esistono solo i Radiohead, del rock non mi importa nient’altro, semmai ascolto Miles Davis elettrico (il che mi accomuna ai RH) o la musica contemporanea, non molto diversamente da Gianni.
    Da questa mia manìa, iniziata dopo aver ascoltato per la prima volta Paranoid Android nel 2001 al Parco Dello Zingaro, è nato appunto Narradiohead, di cui fa parte il bel pezzo che avete letto qui sopra (e che sono andato espressamente a chiedere a Gianni senza attirarlo in un tranello come lui finge nel senso della fictio…)
    http://bcdeditore.it/product.php?productid=16300&cat=0&page=1

  36. Plessus il 19 giugno 2008 alle 17:24

    diego, non avevo colto il sarcasmo. Dire che i Pink Floyd erano Roger Waters mi sembra un’iperbole, come dire che i Genesis erano Peter Gabriel. Ma è una questione di anima, o di pancia. Roger Waters per me da solo non è nessuno. Peter Gabriel è e rimane un grande.

  37. gianni biondillo il 21 giugno 2008 alle 14:50

    Plessus: “Roger Waters per me da solo non è nessuno. Peter Gabriel è e rimane un grande.”
    Questa avrei potuto scriverla io! ;-)

  38. Gianluca Minotti il 22 giugno 2008 alle 15:03

    Bel post e grande Biondillo!

    Anche io sono stato contagiato anni fa dai Radiohead e la malattia permane ancora, più forte di prima dopo averli visti, per la seconda volta (la prima fu a Ferrara nel 2003) a Milano la sera del 18.
    Che i radiohead siano degli alchimisti che mescolano elettronica e melodia, jazz e musica classica, è un fatto. Com’è un fatto che siano tra i pochi oggi ad aver colto tutta la complessità del vivere contemporaneo, in bilico tra tecnologia e solitudine.
    I loro dischi sono delle opere d’arte.
    In giro per il mondo ci sono però altri artisti e gruppi che sono altrettanto degni di nota.
    A Gianni consiglio gli Eels: scaricarsi per credere anche solo lo strepitoso “blinking lights and other revelation”, in cui Mister E, una specie di tom waits rivisto e corretto, racconta la sua vita sospesa tra dolore e consapevolezza.
    E poi ci sono gli Wilco, i Blonde Redhead, i Grandaddy, i primi dischi dei Black Heart Procession, i primi dischi dei Calexico, e gente come Mark lanegan: forse l’ultimo grande narratore e cantore americano, con una voce e un’intensdità da brivido.
    In Italia ricorderei anche I Giardino di Mirò.

    Ci si vede al prossimo concerto dei Radiohead, magari tra un paio d’anni!!!

  39. Laura il 24 giugno 2008 alle 21:13

    Gli amori “maturi” pare che siano i piú belli. A me è successo con i KENT (per chi è lontano dalla Scandinavia, sono ascoltabili su youtube, naturalmente).
    I testi sono spettacolari, ma ‘tanto mi pare di aver capito che qui inglese o ostrogoto, non fa differenza ;o)
    Un amico mi ha fatto leggere il post di Gianni sui Radiohead perché io avevo scritto sul mio Facebook una cosetta simile: poche righe che copio-incollo solo perché ho controllato preventivamente che Gianni non mi sbrani (non mi sbrana) e come omaggio reciproco tra freschi quarantenni.

    “”Avete sentito l’ultimo dei Coldplay?”
    > (venerdì 13 giugno 2008 alle 18.08)
    > È lì che capisci che un’epoca se n’è andata, e che era la tua.
    > Non importa che le creme funzionino e il gene
    > dell’invecchiamento se la stia prendendo comoda.
    > Canali di conversazione si chiudono, le sensazioni si
    > infeltriscono.
    > Te lo puoi beccare per caso alla radio, l’ultimo dei Coldplay:
    > non sarà mai come correre a comprare l’ultimo dei Depeche Mode
    > a scatola chiusa.
    >
    > I cordoni della mia borsa musicale si stringono agli inizi
    > degli anni ’90, giusto il tempo di farci entrare i Green Day e
    > non poter ignorare i R.E.M.
    > Come un’adolescente fuori tempo massimo, si puo fare un mazzo
    > dei titoli che ti raccontano e porgerlo, piatto, tondo e
    > compatto col sottotitolo: “Eccomi, sono tutta lì. Ti piaccio?”.
    > Una canzone o un gruppo per ogni cosa: il battito del cuore e
    > l’aria nei polmoni, la depressione, l’inquietudine, il mistero,
    > la rabbia, la seduzione, l’energia…
    >
    >
    > Fiumi di pensieri che non si ha più voglia di guadare.
    > La mia musica è diventata un profondo lago alpino.”

  40. Nazione Indiana » » Jazz e xenoglossia il 26 giugno 2008 alle 06:01

    […] sono venuto qui su Nazione Indiana, ho visto il pezzo di Gianni Biondillo sui Radiohead e sul rock contemporaneo, ho letto i nomi di Coltrane, di John Zorn, dei Weather […]

  41. carmine vitale il 28 giugno 2008 alle 14:01

    pellegrinaggio musicale
    dai miei 14anni agli anta e passa di oggi
    il mio primo viaggio fu a parigi al perè lachais poi andai a porth arthur per vedere la vista che lei vedeva a zurigo vidi un aereo infrangersi sul muro una sera sul porto di calvi in corsica sentii un biondino cantare so lonely la mia epoca ,salvo eccezioni shadows and light l’estate scorsa con mia suocera ho visto bob aggirarsi tra i templi con il suo cappellaccio, è passata come coltrane nel cielo come frequenza cardiaca come umore e nuvole in pioggia come ossessione come una scala verso il cielo blu
    wish you were here
    c.

    ps a volte gioisco come un bambino
    una volta chiamarono quelli dell’ufficio mentale dovetti mostrare loro la carta d’identità….



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