God bless you please Mrs Ramsay

21 giugno 2008
Pubblicato da

anne bancroft

di Chiara Valerio

Da bambina temevo che sotto al letto si annidassero esseri mostruosi. Demoni non meglio identificati ma assolutamente sanguinari con lunghi denti a sciabola occhi di bragia e artigli acuminati. Non sapevo quanti erano o da dove venivano ma sapevo che stavano sotto al letto in attesa del mio sonno. O di una distrazione. Quando sei bambina i demoni sono cose di cui avere paura, loro hanno i denti le unghie e il resto e tu hai paura. È quasi un patto. E infatti non mi sono mai addormentata prima di aver controllato che sotto al letto non ci fosse altro che polvere. D’altronde la polvere era il demone di mia madre, o almeno la sua tarantola, quello che la faceva alzare la domenica mattina alle sei per lavare i pavimenti. I demoni, qualsiasi forma prendano, con trentadue o milleduecentocinquantatre denti o sdentati, pungolano, tolgono la tranquillità, rubano il sonno, impediscono di agire e condividere, fermano il tempo e inducono alle approssimazioni. Perché tu tenti di nominarli e quelli mutano. Si trasformano. I demoni sono generali astratti. Sapienza bellezza intelletto consiglio giustizia temperanza odio ferocia bellezza colore panorama A-e-non-A malinconia bellezza tristezza etica viaggio comunità cultura luce buio stelle bellezza. E proteiformi. Talora butterati altre liscissimi, ciliegie rubino e avvenenti, a grappoli. Se i demoni fossero particolari concreti avrebbero confini netti e sarebbero circumnavigabili. Invece no. Mare aperto. Quando ho cominciato a leggere ho capito che avrei incontrato molti demoni ma che talvolta avrei dimenticato di averne paura. Perché la bellezza distrae ad esempio e quindi che importa se al faro andiamo domani se oggi posso stare con te signora Ramsay? Avrei tralasciato di temerli con infinita leggerezza, perché i demoni non attendono solo che tu chiuda gli occhi ma aspettano una distrazione, per legarti. Le distrazioni sono le ostie dei demoni, li nutrono e li assolvono e i libri sono pieni di generali astratti (o nei loro labirinti) e nessun letto è basso a sufficienza per impedire a uno di loro di insinuarsi. Le metafore non proteggono anzi sono casse di risonanza. Alcuni li ho avuti anche nel letto, possessivi e feroci da allontanare corpi vivi. I demoni, qualsiasi forma prendano o nome, tolgono quiete, impediscono di vivere e ti concentrano su un particolare fino a sfinirti.

0. Dicendole non si rovinano forse le cose?

Ci volevano cinquanta paia di occhi per vedere rifletté. Non bastavano cento occhi per vedere tutta intera quella donna, pensò. Tra questi occhi uno doveva essere assolutamente cieco alla sua bellezza. Ci voleva un senso più segreto, fine come l’aria, col quale infilarsi nel buco della serratura e circondarla, quando sedeva lavorando a maglia, parlando, oppure sola, in silenzio, alla finestra; un senso capace di assorbire e gelosamente custodire, come l’aria tratteneva il fumo del piroscafo, i suoi pensieri, le sue immagini, i suoi desideri*. Al faro è un romanzo crudele e in fondo non è nemmeno un romanzo. È una farsa, uno scherzo, un cartone preparatorio per una descrizione di manchevolezze e abitudini riguardo l’assoluta inadeguatezza di fronte alla bellezza. Riguardo la mancanza di difese per. Al faro è irritante perché pretende pazienza attesa ed elegia. Si finge di andare al faro a ogni riga. Si va al faro sì se domani è bello, e nonostante le pagine siano tinte di azzurri intensi e blu declinati in ogni sfumatura e nuvole candide verde prato rosso geranio e barche a vela o sugheri, il tempo non è mai buono abbastanza per salpare. Il tempo però è una scusa.

Salpare forse sognare.

Ciò che non siamo ciò che non salpiamo.

Salpando e mirando.

Salpare pallido e assorto.

Quando il tempo è adatto per approdare Al faro il romanzo è finito. E la bellezza in questione, quella al cui confronto si è mediocri, non è un concetto astratto, non del mondo della vita o della pace, non della famiglia, dei campi di cavoli e peri, o tantomeno quella singolare e collettiva di un intellettuale arrivato quasi in fondo all’alfabeto, dell’intuizione che la soluzione è spostare l’albero al centro della tela, o di sopravvivere alla guerra che genera bisogno di poesia, la bellezza non è nemmeno abbastanza oggi, qui, seduti sulla panchina in un parco. Non ci sono parchi, c’è il mare e una spilla perduta sulla spiaggia e occhiali smarriti e fogli scritti che volano in acqua. Non è una bellezza generica che arresta la vita e la raggela. Che impedisce di partecipare e dunque di andare Al faro.

È la signora Ramsay.

1. Aveva perso la pazienza a colazione

Da bambina, a casa mia, Al faro stava accanto a Ventimila leghe sotto i mari, una questione alfabetica. Così, riponendo Nemo nel tentativo mai riuscito di lasciarlo andare avevo pensato di risalire in superficie dopo essere rimasta a lungo negli abissi del Nautilus. Io volevo un altro romanzo di avventure e volevo che le avventure fossero movimento e sangue e lotta e ignoto e voltagabbana e velocità e incomprensioni esiziali e ho afferrato Al faro ghiotta come davanti a un vaso di marmellata dal colore misconosciuto. Ma sempre marmellata. Inoltre (e il libro ancora richiuso alla distanza di un braccio teso) il faro era la sintesi di tutti gli orgogli e solitudini e isolamenti forzosi e piccolezza dell’uomo col naso all’universo. Il faro era la guida, illuminava, aveva lenti di Fresnel enormi che convogliavano i raggi della lanterna e perforavano l’oscurità e i vapori salati del mare. Intermittente e rassicurante teneva a bada le onde come un flauto i serpenti. Che succederà mai Al faro?. Se il faro può essere prigione quale efferatezza o solitudine avrà mai commesso il protagonista (perché gli uomini solo sono i protagonisti dei romanzi di avventure) per essere stato rinchiuso o essersi ritirato Al faro? Si impara subito (il libro aperto davanti agli occhi semichiusi e contrariati per la sorpresa) che l’avventura non comincia subito, ma domani. Si va al faro Sì certamente, se domani è bello. Ma ti dovrai svegliare con l’allodola. Un se e un ma per iniziare quantomeno mi avevano insospettito. Ma non troppo, altrimenti sarei passata oltre.

Forse il protagonista era James.

Menomale. Ecco qua.

Identificazione. Io sono James.

Immaginazione. James è un giovane individuo con un profondo senso della geometria, passa le giornate a ritagliare figure di macchine agricole e utensili dai giornali, brigherà qualcosa per arrivare al faro, comunque, in ogni caso.

Costruzione. James è solo, faticherà molto giacché egli è l’eroe.

Delusione anticipatoria. Solo la terza parte di questo libro si intitola Il faro.

Ammonimento. Non saltare le pagine che poi invece di leggere inventi.

Forse il protagonista era James.

Menomale. Ecco qua.

James che vuole andare al faro ed è immerso in una faida da famiglia allargata in cui sua madre, la signora Ramsay, sostiene che domani ci sarà il sole, suo padre, il signor Ramsay legifera che no, non sarà bello, non ci sarà il tempo adatto, Charles Tansley, un avventore di cui presto si saprà assai più di quanto interessi, si schiera con il partito dei meteorologi pessismisti Non si andrà al faro James e gli altri componenti assistono appena inquieti alla querelle i fratelli di James latrano e giocano a cricket, Carmichael strascica i piedi e pensa o si crogiola al sole, Lily tenta di dipingere, Bankes passeggia e divulga il signor Ramsay come un giornalista una teoria, Paul e Minta si innamorano, Mildred prepara il boeuf en daube rassetta le stanze e ripone stoviglie. Niente.

Nonostante la ricetta del boeuf en daube sia della signora Ramsay, anzi di sua nonna, tutto è lontano assai più di ventimila leghe dal concetto di avventura di una bambina dieci anni cresciuta in una satrapia teppista e autogestita. Tuttavia rimaneva la possibilità di arrivare al faro, se ne parlava, il mare mugghiava, la notte veniva squarciata e i timori inargentati dai fasci di luce, James e la signora Ramsay parevano decisi, con motivazioni differenti e distratti da Grimm ma decisi, a non lasciarsi scoraggiare dall’evidenza che soffiasse vento di ponente.

Recrudescenza. Chissà cosa doveva esserci nascosto se due uomini colti e pensatori continuavano a dissuadere un bambino e una donna bella vaga e distratta dal raggiungere il faro? E me. Mistero. A dieci anni sapevo esattamente cosa fosse l’avventura. Sapevo elencarla. Ma non avevo intuito che il mistero, la letteratura che ammicca senza concedersi, potesse esserne un’altra declinazione, come se io pure, come James, appartenessi a quel vasto gruppo di persone che non sanno tener separato un sentimento da un altro, ma piuttosto lasciano che le immaginazioni del futuro, con le loro gioie e i dolori offuschino ciò che è già qui. Tipo che forse domani si va al faro.

2. Questo dunque provano gli altri

Perché. Forse ti sveglierai e ci sarà il sole che brilla e gli uccelli che cantano. Al faro si giunge solo dopo che la signora Ramsay, l’unica capace di risollevare James con un pietoso che-tempo-che-fa, è morta. Il problema è che finché c’è la signora Ramsay alla finestra nessuno riesce a fare altro che domandare rassicurazioni e la mano di qualcuno, che poi è un altro modo di chiedere rassicurazioni. Anche Lily Briscoe che passeggia con William Bankes senza pensare di sposarlo non riesce a finire il quadro con madre e figlio alla finestra. La finestra con la signora Ramsay è una ventosa, risucchia l’aria e si attacca agli animi. James, il nostro eroe, finché la signora Ramsay è viva non può essere il protagonista di alcuna avventura ma solo trascorrere l’infanzia a infastidirsi di quelli che distraggono gli occhi di lei da lui. Guarda me! Di eroico James ha solo una monumentale alienazione, forse accentuata dalla propensione al decoupage. Anche i fratelli di James chiedono rassicurazioni, come è giusto, perché la signora Ramsay è madre. I figli, non potendo avere paura del buio, plausibilmente per via del faro, appendono al muro un teschio di cinghiale. Un teschio avuto in regalo. Per qualcuno di loro è un trofeo per qualche altro diavolo. I tronfi e i visionari però dormono tutti nella stessa stanza. Un dilemma da Salomone. E questa è la chiave. La signora Ramsay si sfila lo scialle e lo arrotola intorno al teschio, sorride, a qualcuno dice guarda com’è bello ora, piacerebbe alle fatine, sembra un nido d’uccello, somiglia a una meravigliosa montagna, all’altro soggiunge perché vedi il teschio del cinghiale è sempre lì, intatto. Ambigua signora, diabolica signora, deformante signora, bellezza signora. Il teschio resta al muro avvolto nella mantella grigia della signora Ramsay così come le giornate trascorrono quiete e solite dentro lo scialle argento e pavone che è la signora Ramsay. Non si va al faro perché il faro non è luminoso quanto lei che scintilla sul lucore di fondo delle spiagge inglesi, perché la bellezza ha le sue assuefazioni ma avvelena i gesti. Se le signora Ramsay, oltre ad avere l’abitudine all’esagerazione il custode dell’ascensore della metropolitana è una necessità eterna, fosse sempre consapevole della propria bellezza sarebbe insopportabile. Invece non lo è. È cosciente a tratti, talvolta noiosa. La signora Ramsay avvelena i gesti perché li fissa. Con gli occhi. Nessun arto ritratto può farla cadere nessun muscolo teso può trattenerla. La signora Ramsay è quello che rappresenta, la vaghezza, l’inafferrabilità e la spregiudicatezza della bellezza. È cacofonico ma la questione miracolosa è che tutti in Al faro, dal figlio del pescatore al poeta ne hanno perfetta contezza. Ciascuno coi suoi mezzi ciascuno con le sue difese tutti con pretese e tattiche di avvicinamento. Tenerezza possesso pittura accerchiamento ricordo amor filiale matrimonio. La pittrice ne ha più coscienza di tutti. Ma Lily non contava. Augustus Carmichael è un poeta e batte le mani quando gli sovviene la parola giusta. Se non fosse che la parola giusta non è mai la risposta a una domanda della signora Ramsay seduttiva ma un po’ nervosa che pure parla e di certo si cruccia chiedendogli se servono tabacco carta da lettera o francobolli. Non gli serve nulla lì disteso e lei si cruccia. Non serve mai nulla. Tutti le parlano, tutti la guardano, tutti levano il cappello quando passa e Carmichael no. Che il poeta sia insensibile o desensibilizzato alla signora Ramsay è un mistero e una sfida, che il poeta sia la pelle al sole e non gli occhi alla luce è una sfrontatezza. Quasi la poesia non avesse bisogno della bellezza ma solo della percezione, dei fiammiferi che si accendono rapidi insensati o augurali per poi morire a un soffio di fiato o di vento. Carmichael è silenzioso e forse sta lì al sole per dimostrare che la bellezza sfugge a tutte le parole. Meglio battere le mani. Charles Tansley quello di prima e dio non voglia che si innamori di Prue, è un intellettuale ed è arrabbiato, arranca dietro a una idea di sobrietà e immagine di sé che non è chiara ma solo parvenu. Tansley è approssimato e insicuro le donne non sanno scrivere e non sanno dipingere ma si possono guardare. Non Lily Briscoe si intende che ha gli occhi grinzosi. Si può essere guardati con invidia dal mondo intero mentre si passeggia al fianco della signora Ramsay, si può vantare una contiguità con una donna bella e provare uno straordinario senso d’orgoglio sentire il vento e l’odore dei ciclamini e delle violette perché si cammina accanto a una bellissima donna. Per la prima volta in vita sua. E le portava la borsa. E se la signora Ramsay abdica, o fa finta di, a qualsiasi dimostrazione della bellezza a lui piacerebbe che lei lo vedesse in toga e tocco in un corteo. Temperamenti. Paul Rayley è un ingenuo ragazzetto (…) così attraente con quel naso affilato e gli occhi celesti così vivaci del quale non si sa nulla a parte che è diverso da Tansley e famoso per ritrovare le cose, infatti passeggia con Minta Doyle che perde una spilla tutto avrei voluto perdere ma non la spilla e le chiede di sposarlo. Perché Minta ha i capelli rossi dorato, qualcosa di selvaggio e i buchi nelle calze, ride come acqua al sole ed è così oca da arrampicarsi ingioiellata sugli scogli. Minta perché se Paul non può avere, in qualche senso indefinito, la signora Ramsay può almeno rassicurarla ed essere rassicurato dalla sua approvazione. Lei gli aveva fatto credere di poter fare tutto quello che voleva. Tutto il giorno s’era sentito addosso gli occhi di lei, che lo seguivano come per dirgli Sì puoi farlo. Ho fiducia in te. Me lo aspetto da te. La signora sa quello che fa, Minta è una donna fortunata, sta per sposare un uomo con un orologio d’oro in un astuccio di camoscio. Per converso Lily Briscoe con quegli occhietti cinesi e quel viso avvizzito non si sposerà mai, nonostante passeggi e parli e discuta con William Bankes che pure è un uomo strepitoso e sognante appresso a un affetto inclassificabile per la signora Ramsay. Lily non si sposerà mai perché è una misera vecchia zitella con in mano un pennello perché non desidera la conoscenza della signora Ramsay ma l’unità abbracciata stretta stretta alle ginocchia di colei che pure le impediva di dipingere, di fermare una impressione, di trasformare una donna famosa per la sua bellezza in una macchia viola. A questo punto aveva posato la testa nel grembo della signora Ramsay che governava con calma imperturbabile destini che non riusciva neppure a comprendere. Quello di William Bankes ad esempio. Sobrio tanto da non poter cenare in quella gabbia di matti che è la casa dei Ramsay e che per questo merita il pezzo di carne più tenero dell’opulento Boeuf en daube, perché lei lo vuole, perché lei sa che lui la osserva, William Bankes che non ha bambini ma vive per la scienza, che è un uomo generoso, un puro di cuore e che avrebbe abbastanza intelligenza per cogliere il fascino di Lily se non fosse tutto preso dai pensieri del corpo sulla signora Ramsay e non coltivasse la colpa di ogni mancato stupore per uno sguardo di lei. William Bankes che vive in una casa triste perché non c’è nessuno che sappia disporre i fiori. Se solo la signora Ramsay avesse detto che avrebbe comprato lei i fiori. O organizzato una festa invece che una cena. Famiglia non società. Il signor Ramsay, che se gli duole il mignolo è la fine del mondo, e che oltre a dare otto figli alla signora gli ha donato pure il nome, passa la vita a osservare (…) a ridurre la bellezza della sera, con le sue nuvole rosate e azzurre e argento, a un tavolo di abete a quattro zampe (ma era un segno di suprema intelligenza fare così). È un uomo di conclamato intelletto, senza nessuna tensione alla vita pratica, che passa l’estate a passeggiare e a ragionare sulla siepe e sugli intrichi dei rami dei peri, che di certo non coglie la bellezza dei fiori e che incombe sulla signora Ramsay che legge una favola a James, James lo odia per quella interruzione. James lo odia perché è un oppressore, perché se lui non vuole andare al faro nessuno va al faro. Ramsay cerca sua moglie perché lei è un porto caldo, perché è dove tornare, perché senza il suo sguardo non c’è serenità, perché lei è tu le cui forti braccia hanno arrestato la folle corsa della mia demenza, anche se non lo sa. Ma lo suppone. Ramsay è un uomo di ipotesi, il più grande metafisico della sua generazione, e nessuno lo biasima perché china lo sguardo di fronte a lei, su di lei, sulla bellezza del mondo, interrompe elucubrazioni e pensieri. Anzi lo invidiano. Qualcuno pensa che se non si fosse sposato avrebbe scritto libri migliori. O sono sollevati dal fatto che per lui il senso della vita non stava nell’andare a letto con una donna. Illibata e con otto figli la signora Ramsay non gli dice mai che lo ama. Una donna senza cuore, eppure, lei sola diceva la verità, solo a lei lui poteva dirla. Se solo questa donna avesse detto, invece di tenere aperte le finestre e chiuse le porte e forte della propria bellezza offensiva Domani andiamo al faro. Se solo. Lui l’avrebbe seguita in mezzo alla tempesta.

3. E tutto il resto delle solite chiacchiere

In barba al dogma porta-finestra della signora, in barba alla bellezza. Terminata, chiusa la finestra, un solo giorno, molte pagine voltate e nessuna barca in mare, nessuna ancora tirata, ero quasi scoraggiata all’idea di continuare a leggere, appena stranita però mi ero accorta, è stata la signora McNab a dirmelo, che la signora Ramsay era morta. Lutto. Ero dispiaciuta, dispiaciuta, ma volevo capire che fine avessero fatto James e gli altri. Nella seconda parte di Al faro Il tempo passa. C’erano state molte defezioni addirittura dalle crisalidi dischiuse uscivano farfalle che finivano spiaccicate contro i vetri delle finestre e molte parole. Non era successo nulla. Anche se. La casa sull’isola brumosa va in rovina, lo scialle resta intorno alla testa di cinghiale, scoppia una guerra e finisce, Tansley prende un lettorato all’università, Prue muore di parto, Andrew muore di colpo o con un colpo, James e Cam crescono, Carmichael diventa un poeta famoso, il signor Ramsay incespica una notte su un gradino, Bankes continua a camminare e non sposa Lily, Lily non finisce di dipingere il quadro che con molta probabilità sarebbe stato arrotolato e messo in soffitta e non sposa Bankes. Nella seconda parte di Al faro, che è una parentesi, un intrattenimento, un artificio narrativo per catapultare il lettore più e meno giovane a distanza di dieci, non solo non si arriva al faro neanche per sogno ma si smette di discuterne, compresi da questioni più risolvibili o almeno definitive e non legate alle previsioni del tempo. Per impazienza, per disperazione, ma con una certa riluttanza a smettere (perché la bellezza ha le sue lusinghe, e le sue consolazioni), passeggiare lungo la spiaggia diventò impossibile; la contemplazione intollerabile; lo specchio s’era infranto. Non si passeggia figuriamoci imbarcarsi.

4. A che serve andarci adesso?

E se domani non è bello ci andremo un altro giorno. Dopo l’ottimistica parentesi de Il tempo passa e le lacrime che non sono mai riuscita a trattenere nemmeno di fronte alle peggiori pubblicità progettate per allacciare disabili emotivi, arriva Il faro. Almeno c’è il nome che apre un capitolo intero, una sessione. Se io non fossi stata un disabile emotivo non mi sarei fatta fermare gli occhi sulle pagine dalla signora Ramsay, dalla bellezza della signora Ramsay, come tutti quelli che già stavano dentro le pagine impegnati in ben altro che leggere. A fare cose che non si può fingere di saper fare. Dipingere per esempio. Perché è vero che aprile è un mese crudele ma io avevo dieci anni, vivevo sul mare e ad aprile c’era un sole primaverile da campi fioriti. E invece no, io e la signora Ramsay sulla spiaggia a sbiadire fogli volati nell’acqua salata. Nel ricordo per giunta e per beffa, perché la signora Ramsay è morta. Senza scoraggiarmi e appena stolida osservavo il libro di profilo e soppesavo la consistenza delle pagine da leggere. E si va al faro perché è una giornata calma, bellissima. Che ci sarà mai al faro? Forse la signora Ramsay è stata seppellita lì? Forse è morta mentre andava al faro e James si è salvato nuotando tra i marosi. Niente di tutto questo. James ricorda il No del padre e lo malsopporta, anche Cam lo malsopporta ma con maggiore clemenza. Lei d’altronde non voleva davvero andare Al faro. Nessuno in uno scritto intitolato Al Faro voleva davvero andarci. Tranne James, tranne la signora Ramsay per accontentare James. Si parte e la piccola traversata si rivela tuttavia e assai presto un seminario di poesia e di malumori e recriminazioni taciute e delusioni. Non c’è nessuno che si preoccupi seriamente di cosa portare alla gente che abita Al faro e che dovrebbe sperire plausibilmente dietro libri intitolati Alla terraferma o più metaforicamente Al buio. Però James è diventato un provetto timoniere e manovra la barca senza indugio accanto agli scogli appuntiti e in barba alle correnti che sospingono la nave verso un naufragio. Proprio in quelle acque si è da poco inabissata una nave. Durante una tempesta. Al faro, a parte quelli che ci abitano e che aspettano pacchi ben fatti che non ci sono perché una volta che la bellezza se n’è andata la realtà è solo approssimazione, non c’è nulla. Il faro è ben poca cosa, un insensato inerme sperone di roccia e costruzione. Il faro arriva tardi almeno quanto la signora Ramsay è morta presto. Il faro è desolante, non è abbastanza ma almeno non è un fantasma. James è deluso dal faro ma la manovra di attracco che compie è perfetta. Perché il faro c’è. Sospiro. E questa è l’unica avventura, sciolto lo scialle intorno al teschio, tracciata la linea forse della bellezza al centro della tela, essere giunti al faro con infinito ritardo. Le avventure sono tutte nella testa. Falene che girano in stanze buie continuamente esposte al pericolo di essere bruciate dalla luce dell’intelletto. A dieci anni, chiuso Al faro, ero molto contenta che quello che vedevo ogni notte, che il piccolo faro di manovra del porto stesse sulla terraferma. Io Al faro ci vado a piedi, ancora oggi. O sono miope? O ancora una volta era l’inganno della bellezza, la trappola d’oro in cui le percezioni, a mezza strada dalla verità, si impigliano?

*Tutte le citazioni da Al faro sono tratte dalla traduzione italiana di Nadia Fusini. God Bless you pleas Mrs Ramsay è uscito su Nuovi Argomenti, # 38, 2007

**L’immagine in apertura è un fotogramma del film “Il Laureato” di Mike Nichols (USA, 1967)

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16 Responses to God bless you please Mrs Ramsay

  1. niky lismo il 21 giugno 2008 alle 13:17

    A casa mia, per una questione alfabetica, Gita al faro sta accanto al Cimitero marino. Ma tra Woolf e Valery forse dovrò metterne un altro…

  2. sparz il 21 giugno 2008 alle 17:08

    un grande esordio, Chiara, complimenti. (Forse sperire, verso la fine, è un refuso?). A.

  3. chiara valerio il 21 giugno 2008 alle 21:14

    “sperire” è un argot sud pontino…
    grande sparz
    :)

  4. fric-e-frac il 22 giugno 2008 alle 00:33

    vomito

  5. soldato blu il 22 giugno 2008 alle 04:21

    Chiara, con il suo pezzo, quasi mi convince a deporre le armi contro la Woolf, che odio, per ragioni ideologiche, e per come si è comportata con Joyce.
    Capitò infatti che gli scappasse un giudizio del tutto bloomsburyano sullo scrittore irlandese: è un lurido, non solo per quello che scrive, ma per quelle nere corone delle unghie delle mani.
    Il che ci autorizza a tenere atteggiamenti altrettanto “giusti” nei suoi confronti.

    Mi interessa, invece, “Gita al faro”.

    Primo, perché mi sembra un chiaro esempio di premonizione del proprio destino. E quindi mi dà, da questo punto di vista, grande soddisfazione.

    Secondo, ancora di più, per il nome al centro di tutto: Ramsay.
    Era infatti questo il cognome della mente più acuta nella cerchia della Woolf. Cambridge e Bloomsbury. Keynes e Wittgenstein – di cui fu allievo e che influenzò profondamente. I Dodici Apostoli e Sraffa.
    Frank Ramsay è anche l’iniziatore, assieme all’italiano Bruno de Finetti, della “statistica soggettiva”: una caposaldo della rivoluzione scientifica
    novecentesca.
    Muore prematuramente a ventisei nel 1930.

    La mia domanda per gli esperti della Woolf: può, in qualche modo, avere relazione col romanzo?
    E’ un’identificazione, occulta, della Woolf: io e Frank, gli ottimi?

    http://it.wikipedia.org/wiki/Frank_Plumpton_Ramsey

  6. soldato blu il 22 giugno 2008 alle 04:25

    Ho scritto un commento: non l’ho visto apparire: che ho fatto?
    Era abbastanza lungo e a quest’ora – sto per andare a letto – non ho forze per riscriverlo. Pazienza! mi sembrava interessante.

  7. soldato blu il 22 giugno 2008 alle 09:09

    Un po’ di sonno è stato sufficiente perché io possa tentare di riprodurre il commento scomparso.

    *

    Chiara è talmente convincente da tentarmi a deporre le armi contro la Woolf: la odio, per motivi ideologici e per come si è comportata con Joyce.
    Oltre a rifiutarsi di pubblicare l'”Ulisse”, gli scappò un tipico commento bloomsburyano sullo scrittore irlandese: è lurido, e non soltanto per quello che scrive, ma anche per le nere corone che portano le sue unghie [+ o -].

    Ma mi interessa “Gita al faro”.

    Primo.
    Mi interessa perché sembra una vera premonizione del destino della sua autrice. E questo può essere fonte di grande soddisfazione per me, e, presumo, per lo scrittore d’Irlanda. Del Mondo.

    Secondo.
    Per il nome che la Woolf sceglie per i suoi protagonisti.
    Stesso nome della mente più acuta nel cerchio allargato della vita della Woolf.
    Bloomsbury e Cambridge. Keynes e Wittgenstein [di questo Frank Ramsay fu allievo, ma il suo pensiero influenzò profondamente l’austriaco]. I “Dodici Apostoli” e Sraffa.
    Grande matematico – al contrario di Wittegenstein – Frank Plumpton Ramsay fu anche iniziatore, assieme all’italiano Bruno de Finetti, della “statistica soggettiva”, uno degli apici della rivoluzione scientifica novecentesca.
    Morì prematuramente, a ventisei anni, nel 1930.

    E’ possibile – chiedo agli esperti – che c’entri qualcosa con quella scelta?
    Certo può essere una semplice elucubrazione, ma allora si sono persi soltanto cinque minuti, anche se per due volte.
    “Gita al faro” è stata scritta nel 1926.
    Sono andato a rileggermi il diario della Woolf e non trovo niente di incoraggiante per i miei sospetti: io [Woolf-Ramsay] dio, con un particolare rapporto con la bellezza e la morte.

    Trovo invece: lunedì, 14 marzo 1927, quello che io leggo come un ulteriore sfottò di Joyce: “Le spose dei Jessamy”, da “Dubliners”.
    La mia gratitudine per l’acqua che separa dal faro e che inghiotte la presunzione di chi pensa di esserci arrivato in vita diventa sempre più grande

    http://it.wikipedia.org/wiki/Frank_Plumpton_Ramsey

  8. soldato blu il 22 giugno 2008 alle 09:12

    E’ ricomparso quello delle 4.21, ma è scomparso quello delle 9.00, che, a questo punto, avrei preferito.

  9. chiara valerio il 22 giugno 2008 alle 10:50

    @soldato blu
    Non sono una esperta del circolo di Bloomsbury e negli apparati note ad Al faro, non ho trovato nulla che potesse anche solo indicare un legame tra Frank Ramsay e I signori Ramsay. Si potrebbero rispulciare le lettere dal 1925 al 1928. chissà.

    Da matematico tuttavia associavo il nome di Ramsay più a controversie di tipo logico-formali. Lo avevo stivato sotto la casella Riducibilità.

    Il primo professore di probabilità con cui ho studiato, David Gilat, sosteneva che la probabilità soggettiva poteva avere più successo se gli uomini fossero davvero stati in grado di scommettere. io non mi sono mai occupata di probabilità alla de Finetti ma il nome di Ramsay avrei dovuto sentirlo. quindi grazie per la pulce.

    e visto che c’è la pulce, facciamola saltare.
    se la definizione soggettiva di probabilità dice (più o meno) che la probabilità di un evento A è il grado di fiducia che un idividuo attribuisce all’avverarsi di A. allora Al faro comincia (più o meno) con una scommessa tronca. “sì, certamente se domani è bello, ma dovrai svegliarti con l’allodola”, e poco dopo “ma potrebbe essere bello, credo proprio che sarà bello”. manca la puntata è vero, quindi manca l’aspetto quantitativo, però. :-)

    non credo che Al faro sia una premonizione del destino della Woolf. Non più di quanto lo siano Le onde o Septimus Warren Smith di Mrs Dalloway.
    O almeno, non mi è mai sembrato tale.

    e questo. grazie Soldato blu.

    @ niky lismo
    … non ho mail letto Cimitero Marino, ma corro a farlo per rafforzare io pure la V.
    grazie ;-)
    chi

  10. soldato blu il 22 giugno 2008 alle 12:48

    Mi viene l’acquolina in bocca a pensare di aver dialogato – e poter ancora dialogare – con una “matematico”. Senza nemmeno averlo saputo prima.
    E allora.
    Neanch’io sapevo molto su questa “probabilità soggettiva” se non quello che si deve sapere su de Finetti. Ma poi ci pensarono Gabrielle Lolli e Piergiorgio Odifreddi a inserire, in appendice a: Godel, La prova matematica dell’esistenza di Dio, Bollati Boringhieri 2006, lo scritto di chi ebbe il coraggio di rispondere che se, tutto era lì, quella non era la prova dell’esistenza di Dio, ma “al massimo di un Capoclasse”.
    Di Roberto Magari [Firenze 1934 – Siena 1994] “una mente algebrica”[inventore, tra l’altro, degli “scacchi eterodossi”] come dice il suo allievo Paolo Pagli [“Consequentia mirabilis”, Olschki 1996, con Fabio Bellissima] ho cercato di procurarmi tutto. Non è stato difficile. Di quello che viene considerato lo studioso che ha fatto di più per la sua disciplina, logica-matematica, alla fine del secolo, rimane un’unica pubblicazione: “Morale e metamorale. Un approccio probabilistico ai problemi morali”, Clueb 1986. Un libretto di 96 pagine che si apre col problema, se affrontare i pericoli di attraversamento di una strada, per andare a comprare un panino.
    E’ quel modo, teorico, di affrontare le cose e l’altalenarsi delle aspettative della gita al faro che, poi, mi hanno messo sotto il naso il nome di Ramsay.

  11. chi il 22 giugno 2008 alle 13:18

    per me più Le Onde è l’altalenarsi delle aspettative.

    Gira al faro è un insieme di desiderata costruite intorno all’orizzone del faro. la cosa più matematica che ci ho sempre visto è la rotazione del concetto di orizzonte. se in generale per orizzonte uno immagina qualcosa (appunto) di orizzontale, l’orizzonte l’obiettivo di Al faro è il faro che è verticalissimo e vertiginoso.

    Se le discussioni sul pericolo di attraversamento di una strada per comprare un panino o sulla probabilità che l’autobus sia appena passato quando uno arriva alla fermata, le consiglio di vedere W. Feller, An introduction to probability theory and its application, vol. I, Wiley, NY (1950).

  12. niky lismo il 22 giugno 2008 alle 13:41

    Per rigore alfabetico, di fronte a tanta matematica devo correggermi. Non “tra” Woolf e Valery, ma prima di Valery (e ovviamente di Woolf) va immesso l’altro nome cui accennavo.

  13. soldato blu il 22 giugno 2008 alle 14:35

    E’ meglio, piuttosto, che ci siano più probalità che l’onda non sia ancora passata, per poter raggiungere, con meno pericolo, il faro.

    Grazie a tutte.

  14. soldato blu il 22 giugno 2008 alle 17:47

    Sì, mi contraddico. Non ho finito.
    Ancora un chiarimento. Mi piace.

    Io non so niente.
    E’ per questo che non dico niente, che non scrivo niente.
    Metto, lì, soltanto delle parole perchè si dicano.

    Sono però un patito di de Saussure, per quanto riguarda i nomi

    [Jean Starobinski, Le parole sotto le parole: gli anagrammi di Ferdinand de Saussure, Melangolo (?) – non ricordo la data e non riesco a ritrovare il libro: i mei non sono in ordine alfabetico, ma cronologico]

    e, sulla sua scia, penso che questi possano venir, anzi che quelli importanti siano scelti contro la stessa volontà dell’autore.

    Tutto è gioco e incertezza però su questi terreni melmosi.

    Per esempio, in quella nota citata più sopra dal diario della Woolf:

    “Due donne, povere, solitarie, in cima a una casamento. Si può vedere qualunque cosa (perché è tutta fantasia), il Ponte della Torre, nuvole, aeroplani. Anche vecchi che ascoltano, nella stanza di là dalla strada[…]”

    è attribuito a un suo racconto che intitola: “Le spose dei JESSAMY”.
    E io amo pensare che anche la Woolf ci facesse…

    Amo quindi giocarci, coi nomi, anche se non so le lingue, aiutandomi coi dizionari.

    Nel caso de “Il Faro” abbiamo [+ o -]: “esprimere un’opinione pungente”.

    Se ci aggiungiamo Frank, invece [+ o -]: “imporre un’opinione del peso di una tonnellata”.

  15. soldato blu il 24 giugno 2008 alle 12:14

    Capisco che si può diventare pesanti.
    Ma non si tratta di proporre teorie né di difenderle.
    E’ questo: è curiosità ancora insoddisfatta e voglia di condividerle [avessi avuto l’e-mail di Chiara gliel’avrei inviato direttamente].

    Ho rispulciato la biografia di Virginia del nipote Quentin Bell [Garzanti, 1979] e, a pagina 351, Capitolo tredicesimo 1923-1925, dopo l’inizio in cui viene riportata una pagina di diario, di cui Quentin Bell dice: “Nello stile del signor Ramsay”, troviamo questo capoverso:

    “Virginia voleva ritornare in città.
    Questo suo desiderio di avventure mondane era in parte soddisfatto, ma anche reso più vivo dalle nuove amicizie che aveva fatto. Nel dicembre 1922, aveva conosciuto Vita e Harold Nicolson a una cena in casa di Clive […], e in quel periodo cominciò anche a frequentare parecchie persone giovani e brillanti: George Rylands e Angus Davidson (due giovani che avrebbe conosciuto molto bene), F.L. Lucas e Frank Ramsay di Cambridge […]”

    la curiosità, che certamente rimarrà insoddisfatta, è stata accentuata da questa curiosa coincidenza, due pagine dopo:

    “Anche Berta Ruck era morta. Era stata uccisa in *Jacob’s Rooom*
    […]
    Virginia doveva aver letto quel nome strano da qualche parte e inconsciamente lo alterò leggermente con l’aggiunta di una “acca” (“Sono Bertha Ruck”), aggiunta che non servì a risparmiarle la lettera di una avvocato, il quale faceva rilevare che la vera Berta Ruck (una scrittrice di best sellers) era viva e vegeta e d’umore pittosto bellicoso per via di quella sua prematura morte letteraria”.

    A me la cosa ha divertito e dato da pensare.

  16. chi il 24 giugno 2008 alle 14:17

    non avevo pensato a rispulciare la biografia del buon quentin.
    che però, nonostante anche io mi diverta a pensare alla “connivenza” dell’uno e dell’altro Ramsay, non aggiunge molto (sul nostro azzardare ipotesi intendo…).

    in effetti quando si leggono i diari della Woolf e poi le opere catalogate come strettamente letterarie, i romanzi, o i saggi, si nota una sinistra e divertita assonanza.

    perché era una spugna.
    i suoi occhi erano spugnosi, e la sua fronte spugnosa e le sue orecchie spugnose e la sua bocca altrettanto.

    quindi perché non anche Frank Ramsay?
    visto che Cambridge era uno dei bacini del circolo di Bloomsbury e visto che pure i fratelli Stephen avevano studiato lì.

    comunque soldato blu siamo in fase perfetta.
    azzardiamo ipotesi. impastiamo connessioni. e leggiamo la woolf.

    grazie, davvero
    chi



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