dalla rete #02: BLU dans la rue [ MUTO ]

22 giugno 2008
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27 Responses to dalla rete #02: BLU dans la rue [ MUTO ]

  1. gianni biondillo il 22 giugno 2008 alle 17:30

    Pazzesco!

  2. soldato blu il 22 giugno 2008 alle 18:38

    !!!MERAVIGLIOSO:MERAVIGLIOSI!!!

    Grazie, Orsola!!!

  3. niky lismo il 22 giugno 2008 alle 18:48

    Questo incubo animato dà forma a un’ossessione: quella di un esterno che si risolve puntualmente in interno, dato che sempre dal dentro fuoriesce un quid ed ogni “fuori” è perciò sempre il “dentro” di qualcos’altro (o di qualcuno). E’ la rappresentazione di una realtà illusoria perché ogni sua parte è parte di una realtà più ampia ma è al contempo composta di infinite parti minori, ciascuna delle quali etc. etc. Insomma, non siamo che il sogno di qualcuno che ci sta sognando, il quale non è che il sogno di qualcun altro, il quale… Parte del video è ambientata a Buenos Aires, dove questi (veridici) arzigogoli vantano più di un artefice.

  4. soldato blu il 22 giugno 2008 alle 20:01

    Bravissimo nicky lismo.
    Ma questi sono davvero tosti. Hai visto il pranzo con le ali della farfalla?
    A me ha fatto pensare – dopo aver letto il tuo commento – a quando Zhuang-zi sogna la farfalla, ma poi non sa se è la farfalla a sognare lui.

    [Jung, seduto su una roccia, a un certo punto si rende conto di non sapere più se è lui che pensa il sasso o il sasso che pensa lui.]

    Ma ci sono altre suggestioni, magari del tutto soggettive:

    *
    Un alluce unito alle altre dita del piede e un dito in più della mano, benché provengano dalla natura dell’uomo, rappresentano un eccesso dal punto di vista dei suoi organi: un tumore e un’escrescenza che pure provengono dal corpo dell’uomo rappresentano tuttavia un eccesso dal punto di vista della sua costruzione naturale. Chiunque pratica esageratamente la bontà e la giustizia, benchè queste scaturiscano dai cinque visceri dell’uomo, oltrepassa la norma della virtù autentica.
    Un piede palmato comporta una membrana inutile. Un dito in più è un dito inutile. Così chi mette in pratica senza misura i sentimenti dei propri visceri si smarrisce nelle azioni della bontà e della giustizia, e fa un uso smodato della propria intelligenza.
    Colui che affina la vista porta il disordine tra i cinque colori e introduce una deformità tra le linee e le forme. Abbaglia le persone con i suoi verdi, i suoi gialli, con lo splendore dei suoi ricami.
    Non è forse vero?

    ZHUANG-ZI, Adelphi 1982.

  5. sergio falcone il 22 giugno 2008 alle 22:09

    (Fuori c’è il deserto. Ogni tanto dei clamori. Urla, turpiloquio, patatine e rutto libero. Rimbecillimento rituale di massa. Il popolo italiano sta seguendo le partite di calcio. Una o più al giorno, per la gioia dei padroni di Sky, tivvù a pagamento. Trombette sgraziate da stadio. Personaggetti da palude metropolitana. Fine dei Sacri Romani Imperì, d’Oriente e d’Occidente).

    Cara Orsola,

    Nazione Indiana è piena di spunti interessanti, ma il tuo contributo è sicuramente quello più creativo…

  6. chiara valerio il 22 giugno 2008 alle 23:42

    Muto è bellissimo!
    e soprattutto come scrive Woolf Ogni cosa è sempre qualcos’altro.
    certo se non ci fossero queste cose di Orsola Virginia farebbe assai più fatica a farle giungere alle orecchie :-)

  7. maria (v) il 23 giugno 2008 alle 00:19

    anche a me è piaciuto moltissimo. a parte il fatto che ho un debole per i “pezzi”, l’aerosol art, i graffiti, e poi gli squarci, i muri crepati che spuntano da tutte le parti…poi mi piaccciono anche niky lismo (di cui ho pure apprezzato i vari racconti, senza commentare) e soldato blu che giocano ad indovinare quello che si vede, le suggestioni…allora voglio giocare anch’io, allora io invece ci vedo, ci vedo…il rompicapo, la rottura del nevrasse, tutte le figure sono alle prese con disfunzioni cerebrali che si moltiplicano per partenogenesi, punte di diamante, triangoli, cunei, aerodinamici, instabili, vermiformi, un’encefalopatia spongiforme impossibile da gestire perché sempre più che il dolor potè il digiuno, qualcuna si placa, si sazia del banchetto solo quando finisce in frantumi, ma il ciclo non si arresta…fin quando, alla fine, sembra che dalla stessa radice di condanna, potrebbe provenire pure ciò che salva, la via d’uscita appena intravista e già richiusa, la testa che divora le sue stesse ali che non ha riconosciuto e a quel punto, non c’è più speranza…dalla decomposizione un’orda di insetti famelici scarnificheranno ogni figura umana fino a indossarne solo il teschio, un cranio liscio e dall’ orbite svuotate.

  8. soldato blu il 23 giugno 2008 alle 02:09

    Allora è così, anche per te, cara maria (v) – le cui parole avrei già voluto onorare con un’anabasi – non ci accorgiamo memmeno quando rinunciano alle ali della nostra anima.
    A quella “Psiche” che ci sogna e che, sognandoci, ci rende umani.
    A quella roccia che è pregna di tutti i valori: il sasso su cui poggiamo per non sprofondare nell’abisso delle metamorfosi.

    Ma allora è dopo la rinuncia che diventiamo “razionali”, preda del “buono” e del “giusto”, e ci rendiamo disponibili per i più efferati delitti.
    Non ci accorgiamo più – convinti della bontà delle nostre azioni – di quale razza di mostri siamo diventati.

  9. Baldrus il 23 giugno 2008 alle 09:54

    Mi evoca Eraserhead, in chiave moderna.

  10. maria (v) il 23 giugno 2008 alle 11:48

    caro soldato, sono io a ringraziare te, mi hai ricordato che a volte occorre proprio un’anabasi per poter urlare: “Thalatta! Thalatta!”

  11. Alcor il 23 giugno 2008 alle 17:18

    Ma è della Puecher? Molto brava.

  12. Alcor il 23 giugno 2008 alle 18:59

    Ero andata a vedere il sito, in effetti, ma non trovando nomi e tratta in inganno dai commenti ho pensato che fosse tuo. grazie comunque, non ne avevo mai sentito parlare.

  13. Valerio il 23 giugno 2008 alle 19:17

    Potremmo svelare il suo vero nome, ma tanto non servirebbe. Se anche aveste il suo numero di cellulare, non servirebbe: è praticamente introvabile. Un mese è in Messico, un altro in Israele a dipingere scene assolutamente no war… ma da quando ho visto per la prima volta un suo affresco (ma penso che questo effetto Blu l’abbia fatto a molti), non ho altro desiderio che incontrarlo per venerarlo come un dio greco. Qualche volta lo si può incrociare alla libreria Modo Infoshop di Bologna, dove si possono trovare anche i suoi (troppo pochi) album. Sono convinto che Blu e altri come lui siano i Cosmè Tura e i Signorelli, se non i Buonarroti addirittura, dei giorni d’oggi. Giorni in cui la propsettiva dev’essere per forza ribaltata. Altrimenti si fa pubblicità.

  14. paolo mossetti il 23 giugno 2008 alle 20:34

    Grazie per il post.
    Blu è uno straordinaio artigiano. Stakanovista dell’arte murale.
    Recentemente ha ridipinto la facciata del Cox, centro sociale milanese.
    Se passate da via Conchetta forse lo troverete ancora, col suo turbante bianco imbrattato di vernice, circondato da un capannino di fotografi, giornalisti, semplici curiosi.
    E’ uno degli artisti -che poi banalmente chiamano writer- che più amo in assoluto: rilascia poche dichiarazioni, lascia parlare i suoi capolavori. Non a caso il suo indirizzo email è “blumerda”, proprio così.
    Questa è una foto che ho scattato mentre era impegnato nella sua ultima creazione…

    http://bp0.blogger.com/_Y_LwS6ghhOQ/SDwG2jxoxSI/AAAAAAAAADg/_kyEd5Cmhmk/s1600-h/milanoamici+022.jpg

  15. gabriella il 23 giugno 2008 alle 21:04

    sono appena stata a londra
    sui muri della tate modern gallery c’è un’opera di Blu
    è impressionante.

    sei artisti ( blu è l’unico italiano) sono stati chiamati a lavorare sui muri della tate per una rassegna di street art
    tutta l’operazione è estremamente interessante: sul suo sito trovate le immagini del suo muro..
    gabriella

  16. soldato blu il 24 giugno 2008 alle 02:43

    ho passato in rassegna tutto quello che ho potuto, nel sito blublu, e non ho alcun timore di sputtanarmi davanti ai “corretti”: sono d’accordo con valerio, ma rincaro la dose: michelangelo, in questo contesto, è riduttivo: lui affrescava solai di chiese su commissione dei preti, blu dipinge la volta del mondo

    se proprio dovessi cercare un paragone, lo cercherei in Giordano Bruno

    [benché il frate usi questa tempera, questo linguaggio, per parlare di tutt’altro, e, diventando reazionario del tutto, se la prende contro la donna, anzi contro gli uomini che ne diventano vittime: odiava Petrarca, non avendo tutti i torti]

    ma basta sostituire l’uomo di blu alla donna di bruno:

    *

    Ecco vergato in carte, rinchiuso in libri, messo avanti gli occhi ed intonato a gli orecchi un rumore, un strepito, un fracasso d’insegne, d’imprese, de motti, d’epistole, de sonetti, d’epigrammi, de libri, de prolissi scartafazzi, de sudori estremi, de vite consumate, con strida ch’assordiscon gli astri, lamenti che fanno ribombar gli antri infernali, doglie che fanno stupefar l’anime viventi, suspir da far exinanire e compatir gli dei, per quegli occhi, per quelle guance, per quel busto, per quel bianco, per quel vermiglio, per quella lingua, per quel dente, per quel labro, quel crine, quella vesta, quel manto, quel guanto, quella scarpetta, quella pianella, quella parsimonia, quel risetto, quel sdegnosetto, quella vedova fenestra, quell’eclissato sole, quel martello, quel schifo, quel puzzo, quel sepolcro, quel cesso , quel mestruo, quella carogna, quella febre quartana, quella estrema ingiuria e torto di natura, che con una superficie, un’ombra, un fantasma, un sogno, un Circeo incantesimo ordinato al serviggio della generazione, ne inganna in specie di bellezza. La quale insieme viene e passa, nasce e muore, fiorisce e marcisce; ed è bella cossì un pochettino a l’esterno, che nel suo intriseco vera- e stabilmente è contenuto un navilio, una bottega, una dogana, un mercato de quante sporcarie, tossichi e veneni abbia possuti produrre le nostra madrigna natura: la quale dopo aver riscosso quel seme di cui la si serva, ne viene sovente a pagar d’un lezzo, d’un pentimento, d’una tristizia, d’una fiacchezza, d’un dolor di capo, d’una lassitudine, d’altri ed altri malanni che son manifesti a tutto il mondo, a fin che amaramente dolga, dove suavemente proriva.[…]

    GIORDANO BRUNO, Degli eroici furori, in “Dialoghi Italiani”, a cura Gentile/Aquilecchia, Sansoni 1985.

  17. mattia paganelli il 24 giugno 2008 alle 13:58

    non voglio smontare l’entusiasmo, ma ho visto anche dei limiti in questa animazione.
    prima di tutto i disegni sono tratti di peso dalle animazioni di William Kentridge che fa queste cose da circa vent’anni. non saranno copiati di peso, ma un’influenza eccessiva non fa bene a mio parere. anche le moltiplicazioni sono eccessive e diventano noiose dopo un po’ che si ripetono.
    e tutto sommato questo allucinazionismo di tardo adolescenziale non mi impressiona.

    quello che invece mi è piaciuto è che chiunque sia (siano) blu, non ha mai perduto di vista la bidimemsionalità dei suoi disegni: quando una figura incontra una finestra ci passa sotto, o si piega per superare un angolo. meglio ancora la “scia” bianca lasciata sul muro al passaggio dei disegni; e anche la continuità della narrazione e del supporto (il muro) che si interrompe solo nel passaggio buio verso la fine e così assume significato invece di essere solo una giuntura nel montaggio.
    inoltre la libertà del disegno sul muro svanisce quando si accetta di partecipare a una esposizione a tate modern (momumento al sisteme di traduzione della cultura in intrattenimento). e come blu sono cosi svaniti i disegni (migliori) di banksy, anche lui nella mostra. inoltre io starei in guardia riguardo l’intenzione politica di queste operazioni. esempio: banksy va in palestina a dipingere sul muro isaraeliano; un passante gli dice che rende il muro “bello”; banksy ringrazia per il complimento; il passante infuriato dice che non era un complimento: il muro non deve essere bello, i palestinesi odiano il muro!
    meglio di molte altre cose comunque
    M

  18. maria (v) il 24 giugno 2008 alle 16:52

    Paganelli, mi scusi, ma voglio contestare la sua ultima affermazione. non sono d’accordo.
    il writing ha avuto da sempre a che fare con i muri, i ghetti, le barriere (e di riflesso con i trasporti, la subway che li attraversava e assegnava ai mezzi di trasporto un valore aggiunto di comunicazione) ed è perciò stata da sempre una faccenda politica, altro è dire che quando approda al museo non è che un animale imbalsamato, e su questo ok, non si discute. Avevo ritagliato, tempo fa, qualche frammento di un discorso di Coco 144 e Phase 2, mi pare, ma non possiedo più la fonte, conservo solo queste poche righe:
    ” il writing distrusse molte barriere, certo barriere parziali, gente di quartieri divesri, zone diverse. Non si trattava di colori, era una faccenda di famiglia. Non aspettavamo che d’incontrarci […] Era un modo per dire: Hey, sono Coco, ecco da dove vengo e quello che faccio[…] era un urlo un grido che saliva dalle strade. […]
    la storia era tesa: c’era il Vietnam, le Pantere Nere, gli Young Lords, odio e razzismo ai massimi storici…dire che il writing e tutto ciò che gli sta intorno non ha sottintesi politici, significa dire che i bambini nascono dagli sputacchi […]

    the ultimate challenge is piecing beyond the piece that you’ve pieced”

    e non aveva, secondo lei, nessun significato politico il gesto di Keith Haring di dipingere il Muro di Berlino, nel 1986, con un’enorme catena umana e un solo, ininterrotto segno grafico?

    Anch’io lessi qualcosa su un giornale, un articolo in cui veniva criticato il gesto di Banksy e non ero e non sono d’accordo. Là vige la Sacralità di un Muro che il sangue e l’odio non fanno che innalzare. oltraggiare quel Muro con una bomboletta o un pennello, significa provare a guardarlo, provare a ricondurlo a dimensioni umane, significa gridare: qui non c’è nulla di intoccabile, di sacro, nemmeno la morte, il sangue di cui è macchiato. il muro è stato costruito dagli uomini, è cosa deperibile, come tutte le cose umane, gli uomini hanno il potere e il dovere di abbatterlo. significa dire: è vero, il Muro non è bello no. Ma la bellezza esiste anche se non ci credete più, se non potete vederla, la Bellezza esiste ancora ed è appena, appena un passo al di là di questo Muro

  19. gabriella morelli il 24 giugno 2008 alle 18:11

    nel post precedente mi riferivo alla rassegna che la tate modern gallery ha dedicato alla street art ” street art: the graffiti revolution”

    non si tratta di una mostra
    la tate ha concesso l’uso dei suoi muri esterni ad una serie di artisti (banksy stavolta non ha partecipato)
    non solo
    ma c’è un vara e propria mappa da seguire per vedere tutte le opere: molte infatti sono in giro, intorno al quartiere dove sorge la tate modern
    specifico questo perchè sono assolutamente d’accodo sul fatto che queste opere non possono esistere all’interno di un museo o di uno spazio chiuso
    perdono potenza e significato
    per quanto riguarda banksy beh lui ha dichiarato a proposito del muro “il governo israeliano sta costruendo un muro attorno ai territori palestinesi occupati. é tre volte più alto di quello che era a Berlino e alla fine sarà più lungo della distanza che separa Londra da Zurigo. Ed è stato dichiarato illegale dagli organismi internazionali. Trasforma la Palestina nella più grande prigione a cielo aperto”
    con questo voglio dirte che la bellezza c’entra poco, anzi niente.
    è vero anche che le polemiche ci son state perchè che sia lui o un altro poco importa. l’importante è abbatterlo sto muro.

    ma la faccenda è proprio questa.
    banksy usa la forza d’impatto che i suoi graffiti producono per ricordare che anche in luoghi come quelli si puo’ ancora sognare la libertà
    è un urlo espresso in maniera ironica e dissacrante contro la potenza oppressiva di quel muro

    ho avuto la possibilità di vederlo, la forza di quel pezzo è impressionante.

  20. mattia paganelli il 25 giugno 2008 alle 13:43

    Secondo me bisogna fare delle differenze. banksy da un parte, blu da una’altra e gli esempi degli americani 40anni fa da un’altra ancora.
    bansky è un singolo e agisce in modo individuale, cioè non opera all’interno del linguaggio di una cultura (come ad esempio i caraibici che con il graffito fanno anche le insegne dei negozi, cioè lo usano come linguaggio visivo alternativo a illustrazione e fotografia di eredità europea).
    Disegnare su un muro esterno è prima di tutto un gesto di liberazione e appropriazione. E quasto bansky lo ha fatto. Così come blu, ma sono gesti rivolti a un pubblico differente. Soprattutto perchè funzionano all’interno dell’economia “artista-pubblico”. Banksy ha senza dubbio agito con libertà e ironia, ma allo stesso tempo ha cercato visibilità e non ha in realtà mai sfidato il sistema arte in cui aspirava di entrare (ci è riuscito benissimo e non lo critico per questo).
    Dall’altra parte blu ha fatto un’animazione cioè sul muro vero a Buenos Aires non c’è niente di disegnato. E questa mescolanza è uno di pregi di questo lavoro, ma allo stesso tempo lo priva del gesto “politico” dell’appropriazione del muro e del contesto in cui avviene. L’esposizione in pubblico su Utube non puo’ equivalere al muro perché è uno spazio predestinato alla comunicazione. Non saprei suggerire quale possa essere l’equivalente online di un intervento di writing.
    Inoltre, a mio parere, gli interventi di Banksy sul muro palestinese sono un’appropriazione in senso molto diverso. B non è palestinese (per fortuna sua) e non so dire se abbia esteso il carattere territoriale del graffito al massimo o se si sia appropriato della tragedia per accrescere la sua visibilità.
    Tutto sommato c’è più libertà nell’animazione di Blu che nelle immagini di Banksy. Però secondo me blu è spesso ripetitivo e la sua/loro immaginazione limitata. William Kentridge resta un modello insuperato in questo tipo di animazioni.

    M

  21. orsola puecher il 25 giugno 2008 alle 14:52

    Dall’altra parte blu ha fatto un’animazione cioè sul muro vero a Buenos Aires non c’è niente di disegnato.

    Da quel che ho visto e capito sul muro vero a Buenos Aires e a Baden BLU ha disegnato i fotogrammi dell’animazione mano mano cancellando il precedente, riprendendoli con una telecamera a fotogrammi fissi, come si vede dalla scia sfumata che si crea e dalle goccioline di bianco sulle foglie e sul pavimento, dal movimento dei passanti, delle nuvole in cielo e delle ombre naturali di alberi ed oggetti.
    Sfruttando ganci, buchi, anfratti dei muri, crepe, tombini, foglietti appesi. Armato di trabattello, scale, latte di tempera e rulli e penneli con la prolunga, in lunghi mesi di lavoro.
    Qui secondo me sta la novità assoluta.
    La sceneggiatura aderisce al paesaggio urbano, lo cambia e ne prende spunti e materia. Lascia tracce tangibili. Si ingloba nell’attimo casuale dei suoi elementi reali. Nulla di virtuale.
    Il gesto è pittorico, materico, reale, agito e quindi sempre “politico” per me.
    Di sicuro una buona dose di improvvisazione.
    La differenza sostanziale è che forse adesso BLU ha il permesso sull’uso dello spazio urbano invece di rischiare multe e grane legali.
    La ripetitività per me è un pregio assoluto.
    Non vedo allucinazionismo di tardo adolescenziale, ma immaginazione, ironia e poesia.
    Molto bello anche il discorso sull’ecologia dei materiali usati, al posto delle inquinanti dannose bombolette.
    Una bella storia quella di BLU, nata dal basso, di cui l’animazione MUTO è un salto di qualità. Non un punto d’arrivo, ma di sicuro un inizio.

    La filiazione da William Kentridge io, ad esempio, la vedo molto sfumata e poco invadente. Lui ha tutto un’altro tipo di segno e di immaginario.

    ,\\’

  22. mattia paganelli il 25 giugno 2008 alle 16:41

    Ho riguardato attentamente, hai ragione l’animazione è fatta in stop motion. Tecnicamente un lavoro molto impegnativo, certo. Ma mi resta il dubbio sulla ripetitività, non riesco a vederla come generatrice di significato. Sulle catene di mutazioni mi ricordo un filmato di Fisher and Weiss che inanellava una serie infinita di reazioni fisico-chimiche che mettevano in moto oggetti, che provocavano altre reazioni che metteveno in moto altri oggetti. Là ogni passo era differente dal precedente. Reggeva più a lungo, ma a un certo punto la mutazione fine a sè stessa diventava ripetitiva e noiosa anche lì.

    Faccio risalire l’animazione di Blu a Kentridge in quanto mantenere la traccia del fotogramma precedente nei successivi è tecnica sua. Poco importa che Blu lo abbia copiato o meno. Quanto allo stile, sarà che io disegnavo un pò così al liceo e blu mi ricorda quello.

    M

  23. maria (v) il 26 giugno 2008 alle 15:06

    Paganelli, la ringrazio della risposta, vorrei aggiungere solo un parola al discorso che più m’interessa e che forse è proprio ciò che più esula da questo contesto, (anche se molti altri mi sembrano procedere in questa medesima direzione: da Valerio a Gabriella, etc), mi rendo conto che non è né il modo né il luogo più appropriato per un’analisi che richiederbbe altri strumenti, altri approfondimenti, etc..ma il suo sospetto che Banksy non abbia in fin dei conti ricercato altro che farsi pubblicità, ottenere visibilità,…se fatto a quel modo, con quel gesto…per me è una questione assolutamente irrilevante.
    Non sono, forse, i terroristi i più grandi entertainers?
    Una volta si scriveva su un muro un nome con il numero dell’abitazione per dire: eccomi. io c’è.
    oggi si va in televisione. viviamo nella società dello spettacolo, anche il terrorismo si adegua. ma farsi saltare in aria o sgozzare uno in diretta tv, far saltare la comunicazione a reti unificate, interrompere tutte le trasmissioni per annunciare….e poi nemmeno più, perché ci si abitua a tutto al tutto indifferenti, se tra un Qassam e un tank e le stragi e i feriti e i bimbi sul pulmino da un lato e un bimbobomba dall’altro… alziamo ormai a stento il naso dal piatto…questa non può essere considerata una maniera o addirittura l’unica maniera di comunicare.
    moltiplicare i canali, i messaggi e più di tutto i legami mi sembra assolutamente necessario.

  24. gabriella il 29 giugno 2008 alle 19:03

    chiedo scusa perchè so bene di uscire fuori tema con questo post
    pero’ trovo che possa essere uno spunto di riflessione in ogni caso interessante…

    si tratta del progetto street art village.

    Lo stanno realizzando una ventina di artisti italiani e stranieri a Campofelice di Roccella, borgo di mare tra Cefalù e Termini Imerese.

    Gran parte di questi artisti provengono da milano: sono le firme dei writers incubo della giunta milanese moratti
    Gli artisti con il placet del municipio e della giunta regionale da fine giugno a metà settembre, daranno nuova vita ad un tessuto urbano degradato, luoghi pubblici e privati fino ad ora talmente brutti e malmessi da essere invisibili

    Quì si che la bellezza c’entra, eccome

    Ogni muro contiene ovviamente un messaggio strettamente connesso con il luogo: al momento qualche lavoro è già stato completato come un’ironica Santa Rosalia alta 13 metri o come il disegno dell’italia al contrario sul muro del palazzo più alto di Campofelice ribattezzato “ribaltamento culturale”; il nord al posto del sud…(forse questa idea non è particolarmente originale, ma il pezzo rende, dal vivo è d’impatto)
    Facendo il viaggio per tornare a Milano, pensavo:
    a Milano i muri vengono dati in concessione alle agenzie pubblicitarie, sicuramente renderanno di più; i writers vengono confinati in un museo, perdendo, a mio parere, moltissimo del senso del loro lavoro

    quì al contario stanno operando in libertà, di giorno o di notte, in pubblico…
    In questo caso è pur vero: resta il fatto che manca il gesto politico dell’appropriazione dello spazio, ma il messaggio è molto chiaro.
    Si è creata una sorta di alleanza a costo zero per il bello contro il degrado urbano
    al momento sembra funzionare con buona pace di tutti..

    Mi viene in mente, a questo proposito, un incursione di banksy
    a Londra, su uno spazio pubblicitario ancora vuoto, in pieno giorno ha scritto “the joy of not being sold anything” …

  25. orsola puecher il 30 giugno 2008 alle 00:21

    grazie Gabriella.
    sono molto d’accordo con quello che tu dici.
    nella mia ultima visita milanese dopo parecchi anni d’assenza la prima vera bruttezza che mi è saltata all’occhio sono stati i tram in concessione pubblicitaria truccati da tavoletta di cioccolato, quello viola con mucca, e da barattolo blu di crema Nivea con gigantesca scritta bianca.
    tralascio le pensiline e vari panettoni e tozze fioriere seminati con disprezzo di ogni estetica e rispetto urbano.
    non so se esiste ancora nello slargo fra via Pontaccio e via Broletto la gigantografia iperrealista di Armani.
    cose molti più invadenti di qualsiasi scritta o dipinto.
    trovo che invece di spendere milioni di euro per la squadra cancella graffiti bisognerebbe seguire l’esempio di street art village.
    Non dividerei nemmeno fra semplici esecutori del loro tag dovunque ed esecutori di campiture più vaste ed “artistiche”. Anche il solo tag, che cosi infastidisce il proprietario di un negozio che ha appena riverniciato la serranda, o l’abitante di decoroso borghese palazzo fine ottocento, è gesto politico. Sintomo.
    Se i ragazzi firmano le cose e le case, firmano il mondo, è perchè sentono lontananza, estraneità e non appartenenza. Imposizione di logo dovunque.

    ,\\’

  26. gabriella il 30 giugno 2008 alle 17:16

    grazie a te orsola.

    a proposito di sintomi..

    molti di quei writers che stanno lavorando al progetto street art village sono nel tempo diventati amici grazie soprattutto alla mia grande “passione” per i muri e la street art
    condivido pienamente le tue riflessioni e ragionando con loro sul senso di un’iniziativa come questa si diceva proprio che rappresenta anche una piccola risposta e un segnale che, con forza e provocatoriamente, cerca di riappropriarsi dei muri e degli spazi pubblici contendendoli all’onnivora invasione pubblicitaria.
    Siamo talmente assuefatti, ad uno spazio visivo che nelle città, Milano in testa, ci propina ogni sorta di stupidaggine, di marca, da considerarlo ormai purtroppo la normalità.



indiani