Elogio del risentimento

27 giugno 2008
Pubblicato da

di Linnio Accorroni

Ira_Giotto_Cappella degli Scrovegni_Padova“(…) Evitiamo l’oltraggio della cordialità; voilà! Un improperio e uno sputo per ciascuno, sì, questo è un addio serio, un’onesta partenza.(…)
da “All’ “ambiente” di Vittorio Gassman

Curo e coltivo i miei odi con l’accanimento e la devozione d’un giardiniere tenace ed appassionato. Ogni tanto, poi, me li ripasso scrupolosamente uno ad uno; li rimedito e li rivivo, scandendo al ralenti tutti i passaggi, indugiando su dettagli e frammenti. Tutti fondanti, tutti necessari. Il timore è che la damnatio memoriae possa cancellare, per distrazione o sciatteria, questo o quel frammento del passato, questo o quel particolare: se ciò avvenisse l’amara felicità dell’astio, che non sa né vuole dimenticare, e la gioia, ontologicamente postuma, del risentimento, sarebbero irrimediabilmente guastati. I miei odi ed i miei risentimenti, con il passare degli anni, invece di attenuarsi e stiepidirsi, diventano sempre più convulsi ed irredimibili. È una specie di ‘capitale morale’ che conservo gelosamente. Poi, per far aggallare tutto l’odio che cova dentro, mi basta rivedere o sfiorare chi m’ha offeso, anche se in un tempo lontano. Lontano per lui; non certo per me. Come in un racconto di Kafka, sono il malato che protegge e conserva la piaga e la ferita. Sono Filottete che custodisce con voluttà malsana il puzzo nauseabondo della sua piaga.
Mi dicono: dimentica e perdona, quel che è stato è stato. Farlo, per me, sarebbe come rinunciare ad ogni principio etico, sarebbe come abdicare ad una specie di ineludibile umanesimo radicale.

Che cosa avrebbe detto Hans Mayer di questo?

[ dal Corriere della Sera dell’8 giugno 2008 ]

La dolce vita da pensionato di Milivoj Asner. Soprattutto, la vita emozionante da tifoso di Milivoj Asner. Come un ultrà qualunque, questo pensionato 95enne ha dato il benvenuto alla sua squadra del cuore, la nazionale croata, in trasferta a Klagenfurt (Austria), dove sta partecipando con ottimi risultati agli Europei di calcio. Asner, mano nella mano con la seconda moglie, Edeltraut, ha passeggiato per il centro della città (qui vive dal 2006), si è unito ai compatrioti per cantare gli inni in sostegno del fenomeno Luka Modric e compagni. È entrato nei bar per discutere gol, azioni e magari errori arbitrali. […] Milivoj Asner è un criminale di guerra sfuggito finora a tutti i tentativi di portarlo di fronte a un tribunale. È un (ex?) nazista che durante l’ultimo conflitto mondiale ha vestito la divisa di capo della polizia ustascia — quando la Croazia era alleata di Hitler — e si è reso responsabile della deportazione, e quindi della morte, di migliaia di ebrei, serbi e zingari della regione di Slavonska Pozega. Tanto che nella «lista di Wiesenthal», l’elenco dei dieci maggiori criminali nazisti ancora latitanti, Asner è indicato al numero quattro. Prima di lui ci sono solo Aribert Heim, John Demjanjuk e Sandor Kepiro. Pensava ormai di essere al sicuro, un intoccabile. Pensava che l’Austria, per lui Felix, dove vive sotto falso nome, avrebbe continuato a erigere un muro contro chi ne chiedeva l’estradizione (nel 2005, di fronte a una richiesta delle autorità di Zagabria, la risposta era stata: «Non è in condizione di rispondere a interrogatori o entrare in un’aula di tribunale»). Evidentemente non immaginava di poter essere pizzicato da un semplice reporter del Sun di Londra che, come un segugio, lo ha seguito passo passo nella sua Klagenfurt.

Lo ha fotografato vicino ai tifosi arrivati da Zagabria con il loro corredo di bandiere e inni irripetibili, conosciuti dalle polizie di tutto il mondo perché scimmiottano quelli in voga ai tempi degli ustascia. «È un ardente patriota, un nazionalista — ha dichiarato un testimone al Sun, spiegando come sia conosciuto da tutti, a Klagenfurt, come “l’uomo delle SS” —. Non c’è dubbio che il suo pensiero vada alla vittoria finale della Croazia. Vuole che vincano, sempre». La moglie Edeltraut ha confermato: «È un grande fan della Croazia. Guarda tutte le partite». Avvicinato dal giornalista britannico, Asner ha però negato decisamente di aver preso parte alle deportazioni: «Non sono un criminale di guerra: è tutto ridicolo, una barzelletta. Non ho avuto nulla a che fare con tutto ciò. Il mio unico ruolo? Ero un funzionario del dipartimento di Giustizia, un avvocato. Non ho mai fatto male a nessuno ». […] Ieri, il Centro Simon Wiesenthal ha chiesto nuovamente l’estradizione al ministro della Giustizia di Vienna Maria Berger. Asner «si sta godendo la vita che ha negato a centinaia delle sue vittime, mandandole a morire — ha detto Efraim Zuroff, direttore del Centro —. L’Austria ha sempre avuto la reputazione di un paradiso dei nazisti e ora sono stati colti in fallo. Per loro è tempo di fare ciò che è giusto, aiutando a portare i criminali di guerra nazisti davanti alla giustizia». Certo, difficile che gli austriaci possano giustificare un nuovo rifiuto con le «precarie condizioni di salute» di Asner. Per quanto in là con gli anni, l’ex capo della polizia ustascia e spia della Gestapo è apparso in salute, arzillo, in grado di muoversi senza l’aiuto di un bastone. «Tutti i giorni si fa una camminata», ha confermato chi lo conosce bene. «Se quest’uomo è in grado di passeggiare e sorseggiare vino nei bar — ha detto ancora Zuroff — sarà in grado anche di sostenere un processo».

 

Jean Améry era il nom de plume di Hans Mayer: la scelta di questo pseudonimo-anagramma addita, come in un motto araldico, la parabola di un destino tragico. Di famiglia ebraica, assimilato nell’impero austroungarico, nel 1938 all’epoca dell’Anschluss emigra in Belgio e si unisce alla resistenza. Torturato e poi internato per due anni ad Auschwitz. Suicida nel 1978 a Salisburgo. Sulla sua tomba ha voluto fosse inciso il numero con il quale era stato marchiato nel Lager. Il ricordo irremovibile dei volti indifferenti dei tedeschi che, senza muovere ciglio, avevano visto accatastare su una stretta banchina i cadaveri scaricati dai carri bestiame, la memoria incancellabile dell’orrore della tortura (“Chi ha subito la tortura non può più sentire suo il mondo. L’onta dell’annientamento non può essere cancellata. La fiducia nel mondo crollata in parte con la prima percossa, ma definitivamente con la tortura, non può essere riconquistata. Nel torturato si accumula lo sgomento di avere vissuto i propri simili come avversi: da questa posizione nessuno riesce a scrutare verso un mondo in cui regni il principio della speranza. Chi è stato martoriato è consegnato inerme all’angoscia. Sarà essa in futuro a comandare su di lui”), il fatto che gli aguzzini nel lager urlassero ordini e minacce nella stessa lingua che era stata la fonte prima della sua formazione intellettuale e culturale, la fallibilità dell’Heimat, cioè di quella patria che non era stata capace di preservare la sua dignità di uomo e cittadino, la naturale ribellione ad ogni forma di ortodossia religiosa, motivata dalla palese insensatezza del mondo che non consente teodicee possibili, trasformarono Hans Mayer in Jean Améry. Un apolide; un senza patria, per scelta e destino.
Nel suo ‘Intellettuale ad Auschwitz’ Améry al risentimento dedica un intero capitolo: “coltivavo i miei risentimenti. È, dato che non posso e non voglio disfarmene, sono costretto a conviverci e ho il dovere di motivarli a coloro contro i quali sono rivolti”. Ri-sentimento: cioè sentire di nuovo, raddoppiare l’intensità di ciò che si è provato e sentito; rivivere il dolore di chi, umiliato ed offeso, ha perso la fiducia nel mondo e la conseguente impossibilità di poter sentirsi accolto “nell’idillio industriale della nuova Europa, nelle maestose sale del mondo occidentale”. Améry sa che il risentimento porta ad una specie di rottura nell’ordine consueto del tempo perché il futuro non è più contemplabile. Si è sempre fermi lì, in quella scena primaria: si vorrebbe tornare à rebours verso il già vissuto, si vorrebbe annullare ciò che è stato. È una posizione, se si vuole, innaturale e contraddittoria perché esige che l’irreversibile sia rovesciato e l’accaduto annullato, ma è l’unica dimensione concessa a chi rifiuta un qualsiasi parallelismo fra il proprio percorso e quello dei propri persecutori: “Le montagne di cadaveri che mi separano da loro non possono essere spianate”. Una forma possibile di risarcimento potrebbe consistere “nel procurare a mia volta dolore, nel sanguinario delirio di poter essere ripagato per quanto ho subito”. Ma l’uomo dei risentimenti sa che all’orrore non c’è mai fine; si accontenterebbe, magari, di una soddisfazione meschina e misera: quella, per esempio, di sapere in galera il carnefice. Certo non si vorrebbero che a lui fossero dedicate strade e vie, magari proprio nella capitale del proprio paese, come sta accadendo per Giorgio Almirante. Giorgio Almirante cioè il segretario di redazione della rivista antisemita “La difesa della razza”, capo di gabinetto del Ministro Mezzasoma nei giorni eroici della repubblica di Salò, firmatario anche del bando di fucilazione dei giovani italiani che rifiutavano di arruolarsi nell’esercito della Rsi per combattere assieme ai nazisti, fondatore del Movimento sociale italiano – che si richiamava sin dal nome alla Repubblica sociale. E poi , come giustamente si domandava Massimo Raffaeli sul Manifesto di qualche giorno fa, “C’è, per caso, a Roma una via intitolata a Simon Wiesenthal?”

 

[ immagine : L’Ira, Giotto, Cappella degli Scrovegni, Padova ]

 

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7 Responses to Elogio del risentimento

  1. sergio falcone il 27 giugno 2008 alle 12:32

    Mi dicono di perdonare, di applicare la compassione buddhista, ché “nessuno è perfetto”.
    Non ci riesco, è più forte di me.
    Se lo facessi, sento che verrei meno ad una morale superiore.
    Non farei del male a nessuno, ma il torto subìto deve trovare la giusta punizione nel venire stigmatizzato pubblicamente. In un mondo dove tutto sembra essere diventato lecito. Tutto ed il contrario di tutto. Anche le più impensabili nefandezze.

  2. niky lismo il 27 giugno 2008 alle 16:45

    Jean Amery è il più grande studioso della “condition suicidaire” ed il massimo teorico del suicidio come scelta di libertà. Libertà a fronte di una “vita offesa” cui dedicò la sua trilogia culminata in “Levar la mano su di sé” (1976, in Italia 1990 per Bollati-Boringhieri). Vi era premessa questa riflessione di Wittgenstein: “Il mondo di chi è felice è altro da quello di chi è infelice. Come pure alla morte il mondo non si altera, ma cessa”. Se non suonasse come un’appropriazione, mi sentirei di commentare l’articolo solo con una firma.
    niky lismo

  3. soldato blu il 27 giugno 2008 alle 19:10

    Gratitudine e identificazione totale.

  4. Giovanna il 28 giugno 2008 alle 15:02

    I carnefici tendono a dimenticare facilmente, per le vittime invece dimenticare non è mai possibile. Essere costretti a riconoscere gli aguzzini, a ripercorrere con la memoria le torture e gli abusi innominabili è terribile specie avendo di fronte persone che vivono, respirano, gioiscono malgrado il loro discutibile passato e senza alcun senso di colpa. Chiamati a rendere conto del loro operato si sentono infastiditi.
    Il fatto è che i genocidi vengono dimenticati, l’umanità ne ha dimenticati innumerevoli e continua a farlo, il ricordo non sopravvive al trascorrere di molte generazioni; per la shoah è diverso ma ci sono ragioni diverse come la necessità d giustificare l’esistenza stessa di Israele.

  5. luca tedoldi il 29 giugno 2008 alle 01:09

    Non è vero che “all’ orrore non c’è mai fine”, perchè è del tempo e del suo potere nichilista decretare la fine e la vanità di ogni cosa. Il problema non riguarda soltanto la punizione dei colpevoli, il dare a ciascuno il suo, il carcere ai Pinochet ed ai Berluskoni. L’uomo, dice Eliot, non può sopportare troppa realtà; la storia continua e dopo ogni Auschwitz c’è un Ruanda. E’ vero che è naturale dimenticare e calpestare quindi il dolore vissuto, commesso o subito. Il tempo devasta e rade al suolo le sventure ed i traguardi; le sue cicatrici sono una lapide tombale per la vita ed anche per la morte che essa contiene. A questo punto occorre il risentimento, il tornare sul passato e sui suoi fatti irrevocabili, non abbracciare una frivolezza pregna di oblio reazionario, tutelare la ferita ed is uoi strazi. Il lavoro del lutto non è la costruzione di un esoscheletro che indurisce e vieta gli entusiasmi, una corazza che spegne gli occhi e gli ameni inganni. Non c’è gioia del risentimento nè rinsecchimento nella memoria. Siamo sicuri che soltanto chi subisce la tortura smette di sentire come proprio il mondo? Questo non accade a chiunque si senta tradito dalla natura, a chiunque abbia occhi per non celarsi le piaghe del mondo?

  6. soldato blu il 29 giugno 2008 alle 04:12

    Non è necessaria la tortura per “smettere di sentire come proprio il mondo”.
    A volte basta una, seppur piccola, violenza, abbattutasi su di noi al momento “giusto”.
    Allora il risentimento diventa la nostra, personale, “preghiera a Gesù”. L’esicasmo del nostro desiderio.
    Affinché il mondo cambi: smetta di nutrirsi di vittime innocenti.

  7. Giovanna il 29 giugno 2008 alle 15:13

    “..a chiunque abbia occhi per non celarsi le piaghe del mondo…”
    dice Luca Tedoldi.
    Io stò leggendo Cecità di Saramago proprio in questi giorni:
    “…E’ una vecchia abitudine dell’umanità, passare accanto ai morti e non vederli… non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo…. ciechi che, pur vedendo, non vedono….. Il mondo è pieno di ciechi vivi.”



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