Questa è la mia mano

di Giuseppe Zucco

Questa è la mia Mano. Pollice, indice, medio, anulare, mignolo: la mia Mano. La porto sempre con me. Dovunque vada, lei mi segue. Impossibile confonderla – o peggio, perderla. Tra di noi, c’è un contratto molto semplice. E questo ci lega, ci rende complici. Se io mi muovo, lei si muove con me. Siamo le due parti distinte di un unico applauso. È il suono della nostra complicità, l’applauso. Così la porto sempre con me, e la Mano ricambia affettuosa. Mi aiuta. Mi annoda con stile la cravatta. Cancella le pieghe dalla camicia. Mette in riga i capelli. Dà così tante soddisfazioni, la mia Mano, che ormai ricordo l’incidente senza vetri e sangue intorno. È un ricordo pulito. È l’immagine pulita del primo incontro. La mia Mano, staccata dal mio corpo, che mi osserva con complicità. Non è stato facile tornare al lavoro con una mano in meno e una solida, scintillante, protesi di plastica al posto della carne. Ma la mia Mano è stata molto comprensiva con me. Ha fatto in modo che la mia psicologia non sprofondasse da qualche parte. Si è schierata subito al mio fianco. Ha preso le mie difese. Se sono ancora sano, e in buono stato, e il mio lavoro fila liscio, e le persone non piegano i pensieri verso la compassione quando vedono la plastica scintillare, tutto questo è merito della mia Mano, ed io la guardo con grande ammirazione, sempre. Ovviamente, è con la sinistra che stringo le mani. Con la sinistra che reggo la ventiquattrore. Decoro, pura decorazione, la plastica scintillante che sbuca dalla camicia. Una delicatezza concessa al buon gusto. Un velo steso sull’agonia e il dolore. La mia Mano approva, ed io apprezzo il suo buon senso. Da quando frequento la mia Mano, ogni tessera, nel mosaico della mia vita, trova il suo posto. E quel mosaico sono proprio io, in tutto e per tutto, completo, che non manca niente, e niente fuori luogo, persino la luce artificiale della plastica che sbuca dal polsino destro della mia camicia sembra avere un senso. La ventiquattrore, in tutto questo, è parte essenziale. Mi chiedono sempre cosa ci faccia dappertutto con la ventiquattrore. Dicono – amici e conoscenti – di provare una sgradevole sensazione quando vedono la valigetta nera oscillare dall’unica estremità rimasta intatta dal disastro. Io vorrei dirglielo che là dentro c’è la mia Mano. Vorrei aprire la ventiquattrore e lasciargli vedere la mia Mano camminare sulle dita. Ma ho paura che si stupirebbero parecchio. O che capirebbero poco. Ed io non ho nessuna intenzione di mandare in pezzi le loro certezze: vedere la mia Mano camminare, e appendermi la giacca, e proteggermi da ogni cosa, questo non farebbe al caso loro. Così evito, faccio il vago, non rispondo proprio. Sembrano tutti vagamente ossessionati dalla ventiquattrore e dal luccichio artificiale della mia plastica. E in maniera superiore di quanto potrei esserlo io. In fondo, è sotto la mia camicia che sbuca e scintilla la plastica. Chiedo sempre, una volta a casa, giusto davanti alla composta e placida complicità della mia Mano, cosa spinge tutti a guardarmi in quel modo, e a parlare sottovoce tra di loro, e a guardarmi senza più il pudore degli inizi. La plastica è lì a proposito, per stendere un velo sul mio dolore, sulla mia agonia. Non volevo che quel vuoto sotto il polso destro rovinasse la giornata a nessuno, e ispirasse moti di compassione e pietà, e ricordasse – a tutti loro – il possibile avverarsi di un incidente. La quotidianità degli incidenti e dei disastri. La crudeltà del destino che, in un attimo, in mezzo a vetri e sangue, ti ruba la carne e ti restituisce la plastica. È una delicatezza, la mano che scintilla sotto il neon dei nostri corridoi, ma loro non sembrano comprenderlo. Non li sfiora neanche. Fortuna che la mia Mano veglia su di me. Chissà in quale buco cieco sarebbe adesso la mia psicologia se la mia Mano non mi avesse accudito e rassicurato. Grazie alla mia Mano anche il ricordo dell’incidente è un momento intenso di pulizia e nitore. Non c’è dolore, nel ricordo. Né il sincero, e del tutto non voluto, guaito che mi esplode tra i polmoni e la gola mentre diventiamo due cose distinte, la mia Mano ed io, due entità che non si appartengono se non per una tenace e voluta complicità. È un ricordo muto e pulito, quello dell’incidente. L’immagine dell’incontro che ha cambiato la mia vita. Dopo di allora, è un mosaico, il mio, che si alimenta di nuove tessere, di nuovi e cercati miglioramenti. E sono proprio io, quello nel mosaico, con una posizione sociale avanzata, e una macchina che ruggisce fuori, e una sistemazione adeguata per il numero e il valore delle mie relazioni sentimentali, e un complesso sistema emotivo, e una mano che fa una luce tutta sua sotto il polsino destro della mia camicia. Sarà questo che li ossessiona tanto, mica un pezzo di plastica che scintilla, senza muoversi. Neanche lontanamente assomiglia alla mia vera Mano. Non ha alcuna responsabilità. Tantomeno, complicità. E si chiedono, sempre, quali documenti nasconda dentro la ventiquattrore, quando la poggio sul lungo tavolo delle riunioni e la sistemo con molto riguardo. Cala un silenzio improvviso sulla valigetta, e la mia camicia senza una piega, e la riga perfetta dei miei capelli. Un silenzio che imbalsama i pensieri e rende più vivo e intermittente il luccicare della plastica che mi è rimasta. E non so cosa pensare, giuro che non so cosa pensare. Li osservo tutti dalla mia poltrona da presidente – nuova e fondamentale tessera andata a posto nel mio mosaico – e li fisso a puntare la mia ventiquattrore, in modo ossessivo, come se intuissero chissà quale presenza, una presenza che, ovviamente, non li sostiene nelle loro certezze morali e professionali. Vorrei dire loro che è la mia Mano, solo la mia Mano. Ma non credo apprezzerebbero la confessione. Non ne sarebbero all’altezza. Ricordo il mio vecchio Presidente, un uomo dal viso pulito, e un mosaico di tutto rispetto. L’unico a cui avrei reso omaggio della mia Mano e della nostra, intensa, complicità. Il giorno in cui gli avrei detto tutto, risparmiandogli i particolari dei vetri e del sangue – giorno in cui avrei aperto la mia ventiquattrore davanti agli occhi del primo testimone della mia complicità – il vecchio mi mette le carte in mano, tutte controfirmate, e sollecita la mia professionalità a prendere posto nel suo ufficio, sulla sua poltrona. Dice che ha dormito poco, che qualcuno si è presentato a casa sua, una presenza imprevista e del tutto poco normale, e che lì, a casa sua, nel suo letto, dopo quell’apparizione, ha vagliato tutte le opportunità ed ha cominciato a pensare il mio nome in lettere dorate sul retro della sua porta presidenziale. Dice, inoltre, in via confidenziale, che più persone, prima di lui, hanno avvertito nel buio della proprio camera, durante alcune notti tendenzialmente tranquille e soporifere, quella presenza imprevista e del tutto poco normale. Ma io ci credo poco a tutte queste chiacchiere, e alle storie dei miei dipendenti e dei miei amici e delle loro notti svegli, in mezzo al letto, in preda di chissà quali presenze. Forse, non ci fosse la mia Mano, avrei potuto anche dargli retta. Mi sarei potuto lasciare prendere. Ma non è andata così. Fortuna che c’è chi veglia sul mio sonno e conta le pieghe sulla mia faccia, sulla mia fronte, oramai addormentata.

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4 Commenti

  1. Racconto encomiabile.

    *

    Finalmente il piccolo Toyo entrò nella vera meditazione e superò tutti i suoni.
    “Non potevo mettere insieme nient’altro,” spiegò più tardi “così ho raggiunto il suono senza suono”.
    Toyo aveva realizzato il suono di una sola mano.

    *

    Dopo Toyo, e Ravel: ” Concerto per pianoforte per la mano sinistra” [scritto per Paul, il fratello pianista di Wittegenstein. che aveva perduto un braccio in guerra], questa è la terza volta che ascolto una risposta pertinente al “koan” di Mokurai, Tuono Silenzioso, maestro del tempio Kennin:

    *

    “Tu puoi sentire il suono di due mani quando battono l’una contro l’altra”
    disse Mokurai. “Ora mostrami il suono di una sola mano”.

    100 storie zen, Adelphi 1973, pag. 37.

    *

  2. Ma è encomiabile, anche perchè mette assieme il meditante Oriente con l’Occidente tecnologico e distratto.
    Esisteva negli anni trenta-quaranta in America un oggetto, un gioco, che malgrado la richiesta a tutti gli amici che si recavano colà, di visitare ogni rigattiere, ogni negozio di di vintages, non sono riuscito a procurarmi.
    Si trattava di qualcosa disimile a una ventriquattrore, un po’ più piccola e cubica, che all’esterno aveva soltanto un piccolo interrutore a leva.
    Alzato il coperchio – la curiosità – veniva fuori una mano, snodata, che si protendeva il giusto, abbassava la levetta e veniva risucchiata nel cubo mentre il coperchio si richiudeva.

  3. ammesso che caso esista e non concesso un bellissimo racconto che a Trnka molto sarebbe piaciuto

    [ ammesso che caso esita e non concesso Blu Soldato hai indovinato il titolo – ma guarda un po’… – e il tema di un mio prossimo post il che mi fa felice ovviamente trattandosi di suoni e consonanze di vario genere e comune rara sensibilità ]

    ,\\’

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Helena Janeczek è nata na Monaco di Baviera in una famiglia ebreo-polacca, vive in Italia da trentacinque anni. Dopo aver esordito con un libro di poesie edito da Suhrkamp, ha scelto l’italiano come lingua letteraria per opere di narrativa che spesso indagano il rapporto con la memoria storica del secolo passato. È autrice di Lezioni di tenebra (Mondadori, 1997, Guanda, 2011), Cibo (Mondadori, 2002), Le rondini di Montecassino (Guanda, 2010), che hanno vinto numerosi premi come il Premio Bagutta Opera Prima e il Premio Napoli. Co-organizza il festival letterario “SI-Scrittrici Insieme” a Somma Lombardo (VA). Il suo ultimo romanzo, La ragazza con la Leica (2017, Guanda) è stato finalista al Premio Campiello e ha vinto il Premio Bagutta e il Premio Strega 2018. Sin dalla nascita del blog, fa parte di Nazione Indiana.
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