La lentezza

29 giugno 2008
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di Mariella Bettarini

avevo dodic’anni quando la lentezza
m’inoculò il dubbio che fosse lentezza (e lenta vita)
quella mia vita di bambina vecchia
quella non-vita
attaccata a una secchia
di sale- salendo scale lentamente affannata
balbettante
cucciolo d’animale con già tropp’anima
e già troppo male

diciannove ne avevo (lenti – spenti) quando la giovane lentezza
per la seconda volta m’inoculò il dubbio che fosse lentezza
quella mia vita sospinta al capezzale della morte
quella ferita mia
non sanabile dinanzi alla finale muta sorte
di nonna Debora – delle sue gambe corte
che nel dicembre del millenovecentosessantuno
(incredula – paziente)
della vita e del tempo di qua superò sola (da sola) l’irte porte
mostrando a me – nipote sua stupita –
come misteriosi si va si va senza attendere scorte
senza dire più niente
senza età

ventitrè anni avevo (quante volte
ero morta) quando la lentezza m’inoculò di nuovo il dubbio
che fosse lentezza (e lentissima vita) quella mia vita di ragazza
troppe volte spostata dal suo luogo
quella non-vita
nella quale un uovo incrinato
è già tutto un viso – nella quale
si pensa a un paradiso di muto fango – a un pianto
senza fine
ad un niente sorriso e dopo

sale l’acqua (arrivàti da troppo lontano) – sale
l’acqua dell’Arno sino al piano e porta via
l’infanzia (tèssere dell’infanzia)
e quella estrema nostra (mia) illusion pia

ventisett’anni avevo quando la lentezza
m’inoculò il suo quarto (e millesimo dubbio) che fosse lentezza
(e franta vita) quella mia vita solitària
quella non-vita
vicaria di sé
ancòra spenta in aria
nella quale poi lentamente entrava
(un mese – un giorno esatto del sessantanove) la vita a far sue prove
ed aveva la faccia d’una fringuella timida – d’una
calorosa gemella minore
d’una viva ragazza che (sparuta – lenta)
svegliò amore

e fu lentezza e lentezza
e sopore e –risvegliàta – immensa floridezza e lenta lenta vita
assaporata
ma sempre poca – sempre a poco a poco –
sempre senza – senza tetto né letto – senza
prepotenza: terribilmente
solo e solo amore

trentasett’anni avevo (ancòra – si può dire – ero bimbetta)
e la lentezza mi sdoppiava il cuore
vergine ero
lenta e spaventata – la vita non avuta
e già passata quando mi vide la donna viva
e triste dalla vita segnata – sepolta nella vita
e rispuntata
gazza fremente e augella aguzza – netta
e la lentezza m’inoculò ancòra e ancòra il dubbio che fosse
lentezza e fretta
quella smagrita vita sino allora provata
e fu passione
e carne duplicata e mente e cuore e vita maturata

e poi avevo quaranta – quarantuno – quarantaquattro –
quarantotto e ancòra: tutti i quaranta passarono in un’ora
ch’era somma lentezza di minuti – di tempo eterno – di fretta
e di ancòra durante il quale li avevo sì saputi
i sapori del mondo (i molti – i senza fretta) – dall’aurora
al tramonto – tramontando e spuntando d’ora in ora
quella precognita lentezza d’un senso come d’un sentimento che svapora

l’aria – il corpo – l’ancòra – d’una lentezza che preme solitària
e lenta e in furia andava la storia – e la mia minima
entro la Storia grande – il pulviscolo mio entro quel temporale – la
mia goccia di male – la mia lenta infinita amarezza nell’amarezza
che tutto e tutti assale – nell’onda
che sommerge belli e brutti – nella lenta italiana cosmica
malagrazia di tutti

poi più di cinquanta avevo (doppiàti i dieci lustri
lentamente) – cinquantuno – che a poco a poco m’avvidi
che non c’era nessuno:
gli occhi annebbiati e lenti – l’aula – i banchi coi fringuelli-bambini
già spariti – il male che saliva le sue scale – la casa stretta – il senso
d’un viale lungo – senza fondo – la faccia storta
e le smorfie del mondo – la lentissima cérca d’un canale per
la poc’acqua – il sapore di mosto – l’altrui scale salite per amore e per disdetta
la buffa faccia d’una maturità regressiva e negletta mentre avevo (lenta lenta)
l’età in cui si può esser nonni e io ero invece
l’altrui figlia e figlioccia – la madre inconsistente – la sorella e
compagna tutta esposta

e avevo ancòra anni cinquantuno quando la lentezza (la benigna – la
matrigna lentezza) mi mise sotto gli occhi
un volto – un cuore – un bosco – un riso – un malinconico tenerissimo
amore (anima forte – fuggevole viso) e ancòra
la lentezza mi sdoppiava (sdoppiata alunna – sdoppiato mio cuore) e
raddoppiando della vita il sentore
della morte mi ridiede l’odore e voglia di lentezza e di stupore che
ritornasse a sedare il dolore lungo e lento – qual lunghissimo mortal
senso d’amore che lentamente m’aveva accompagnata
prendendo più sembianti e un solo ardore

e la lentezza così s’è insediata nel doppio fondo
d’una vita a morte – nella stanchezza rumorosa d’un silenzio che ha
due porte aperte: la vita – la morte e chiaman voci e scrutan crudi
occhi da ciascuna
e mi sveno e mi sgolo a riparlarle
ma l’ossa rotte mie e quelle della mia vecchia smagrita
e il grigio addosso e il caldo e la partita
persa – la vivezza svanita mi fanno ben propinqua
della morte: senza terrore – senza vie d’uscita – senza sogni –
senz’aria – senza scorte
e la lentezza di chi m’è compagna
somiglia al rosso-fiamma delle vigne – al vino vecchio –
alla mesta campagna

e la lentezza lenta m’accompagna per vie di mare là dove
si stagna: da nonna Debora – da zia Vera morte – nel campo santo
delle vite finite e sono stanca e pur non vedo l’ora d’arrivare –
nonostante la fiamma e l’onda bianca della dolcezza che mi porto
in cuore – della malinconiosa tenerezza che tengo in serbo – che tengo in onore
la lenta accorta tenerezza ch’è
un boccone da re – un boccone
di dolce che mi mangia – una spinosissima frangia del mio nodo – un modo
bianco vermiglio incolore di darmi a morte – di darmi all’amore – di dire
alla generazione che tramonta di non portare onta se la lentezza a tutti
ha munto il cuore
e dire alla generazione che granisce
di guardare nei boschi – di badare a quello che appassisce – di ridere
e di dare – di rifare la balza della storia senza prenderne boria –
di mettere fringuelli agli aquiloni senza temere il morso dei leoni –
di sperare sperare sperare che prima o poi qualcosa
ha da mutare – di metter ali alle statue di fango che dopo o prima
vedranno (loro) un rango finire – un’era meno nera apparire – una
vista – un inizio – un’ondata – un ventre largo
che può partorire una lentezza più accesa – più beata che dica e dica al tempo
di salire – d’esser data in mercè – d’esser donata e ai testimoni stanchi
di partire

Da: La scelta, la sorte (1994-1997), (Firenze: Gazebo, 2001). La poesia è inclusa nel volume antologico: A parole – in immagini. Antologia poetica 1963-2007, appena uscito per le edizioni Gazebo.

Nell’immagine: Trifoglio reciso di Gabriella Maleti

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9 Responses to La lentezza

  1. nadia agustoni il 29 giugno 2008 alle 09:16

    Antologia preziosa quella di Mariella Bettarini.
    Il duro lavoro della poesia.
    Grazie a Francesca che ci propone questo testo.
    Un saluto a Mariella: i tuoi versi e il coraggio di sempre.

  2. soldato blu il 30 giugno 2008 alle 05:39

    E’ fare un torto a tanta grandezza, commentare “La lentezza” senza avere parole (e bravura) che le siano degne

    *
    sale l’acqua (arrivàti da troppo lontano) – sale
    l’acqua dell’Arno sino al piano e porta via
    l’infanzia (tèssere dell’infanzia)
    e quella estrema nostra (mia) illusion pia

    *

    ma è soltanto per esprimere la commozione di un lettore [uno di quelli “del fango” – oggi invecchiato – che proprio allora, da lontano, erano appena arrivati] che pur non avendo mai conosciuto Mariella – dopo averla letta – sente in questa città la presenza, ancora, di vite nascoste che si difendono, che lottano contro lo spaventoso scempio – con pudore e con dolore – senza aggiungerne altro, di false parole, come è stato fatto da quegli “ultimi e inutili” che questa città, ormai sorda, ha riconosciuto come voce propria.

  3. Faviv il 30 giugno 2008 alle 09:43

    A mio avviso una bellissima composizione. Grazie Francesca.

  4. viola amarelli il 30 giugno 2008 alle 18:48

    “entro la Storia grande – il pulviscolo mio entro quel temporale ”
    una lunga serenissima ballata sullo stupore di vivere e di finire, con una prosodia che rinvia a modelli “aulici” trattenuti e ricondotti al concreto, proprio e altrui, con maestria, un caro saluto, Viola

  5. franz krauspenhaar il 30 giugno 2008 alle 18:56

    Una bellissima sorpresa, un canto inesorabile che ti stringe a sè. Grazie Franziska.

  6. Marco Simonelli il 30 giugno 2008 alle 19:22

    Questo testo della Bettarini… come dire? Meglio non dire nulla, si corre il rischio di rovinare l’atmosfera una volta letto.
    In slang giovanilistico si direbbe “spacca” oppure “pregio”. E’ l’unica cosa che mi viene da dire adesso e non a caso è idiota.

  7. marco rovelli il 1 luglio 2008 alle 01:23

    L’ho amata (e la amo) moltissimo questa poesia. Letta e riletta.

  8. francesca matteoni il 2 luglio 2008 alle 00:27

    Quando mi chiedo perché continuare a scrivere e leggere poesia in un mondo che ne fa evidentemente a meno, questo testo è una delle risposte. Chè la scrittura è una lentezza benigna, anche quando fa male e chiede tutto di noi, sulla lentezza del nostro diventare consapevoli di una vita che è già altrove quando noi ci accorgiamo che esiste. La lentezza dell’amare tutto sempre dopo, sempre a posteriori, in ritardo. La resistenza di chi accetta, senza sottomissione, che sia anche questo, il vivere, che così si impari a sperare. Come altre di Mariella Bettarini è una Maestra poesia, nel senso più bello, doloroso e gioioso assieme del termine.

  9. cristina annino il 2 luglio 2008 alle 12:45

    Poesia sempre aristocratica, quella di Mariella, che ci da prova di equilibrismo sofisticato e ammaliante anche parlandoci dello squallido quotidiano.
    Come al solito, Francesca Matteoni riesce a individuare il “meglio” che che riesce, poi, a farci riflettere.



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