Racconti di un uomo invisibile. Su Fortune, di Igor De Marchi

10 luglio 2008
Pubblicato da

di Cristina Babino

Fortuna è ciò che porta il caso. Né buona né cattiva. Per gli antichi voleva dire tanto evento lieto che tempesta, tanto ricchezza che pericolo. Fortune sono quelle che accadono ogni giorno, insieme ai giorni, un po’ contemplate e un po’ subite, accettate con rassegnata sospensione del giudizio.
De Marchi racconta tali ordinarie fortune, proseguendo con questa plaquette il percorso intrapreso con Resoconto su reddito e salute (Nuova Dimensione, 2003): un libro importante di cui non si è parlato abbastanza.
Fortune è una raccolta inedita. O meglio, stampata in casa in una prima, limitatissima tiratura. Quarantotto esemplari numerati, assegnati ad personam.
Se è il gesto poetico (artistico) che conta ancora qualcosa, se è la scelta di rendere pubblico, condiviso, quanto si è prodotto, offrendolo alla lettura altrui, indipendentemente dalla vastità potenziale della platea, allora non sono i codici isbn, o i bollini siae, o l’apposizione di marchi e loghi di editori, o l’inserimento in collane più o meno altisonanti a fare la rilevanza di un’opera letteraria.
Ci sono urgenze che vanno oltre il fascino della confezione, l’appartenenza a scuderie letterarie più o meno dichiarate, la rincorsa del riconoscimento. E’ la necessità della sostanza, e di raccontarla, quella sostanza, chiamando le cose col loro nome, alla ricerca della parola esatta, del significante che aderisca al significato con umana perfezione, che lo rivesta e lo riveli a un tempo: «Ma la crescita è certa / e certo che i desideri realizzati / nascono male, handicappati.» Non c’è paravento ideologico, nella poesia e nell’etica di De Marchi, non c’è salvagente politically correct. Le cose hanno un nome, e va usato. Le cose, intorno e dentro a noi, altro non sono che uno

Stato di natura

Non mi ha mai convinto il discorso
del leone e della gazzella:
quello che azzanna al collo e strappa
quell’altra che scalcia e si sottrae.
La necessità vitale dei comportamenti,
la disanima legale,
la giustificazione, specie del primo.

L’uomo che si alza la mattina
come ogni mattina apre il suo commercio
e prova un odio forcaiolo
per lo squattrinato che tenterà
ore più tardi armato
di rapinare il suo negozio
e non potrà difendersi.
E che venga preso, preso
e ucciso, gli pare bello. Giusto.

De Marchi riprende in quest’ultima raccolta quell’etica del castoro di cui aveva scritto nel Resoconto: l’operosità un po’ miope e però per sé salvifica del piccolo borghese, la prudenza asfittica della classe media, la morale spicciola e frettolosa del viaggiatore di commercio. Il venditore, nella versione mobile del rappresentante o in quella stanziale del bottegaio, già ritratto in Resoconto alle prese con molesti eppure pregiatissimi clienti, con la rinegoziazione del mutuo sulla casa o della polizza d’assicurazione sulla vita, lo osserviamo ora, nelle diciotto poesie che compongono la plaquette, proseguire idealmente la giornata, sorpreso nella sua intimità, in un ambito domestico e di coppia che diventa quinta di qualsiasi condivisibile e fin troppo familiare claustrofobia: «La domenica di solito in silenzio / agli altrui bisogni / rispettando traiettorie senza toccarsi / come macchine nuove agli incroci (…)».
I gesti quotidiani, la routine rassicurante, e i meno rassicuranti pensieri che l’accompagnano, il lavoro e l’ozio dei giorni di riposo spesi a rassettare il giardino: l’esistenza comune di una persona comune, una che può rappresentarne mille altre.
La poesia di De Marchi mi riporta alla mente le immagini fotografiche di August Sander. Uno che andava in giro, tra il 1910 e la fine degli anni Trenta, nella sua Germania, a fotografare i suoi compaesani, per farne un censimento iconografico, per dimostrare quanto erano diversi tra loro, quanto scarto, quanta sorprendente varietà di tipi c’era nella razza umana, e quindi anche in quella razza che si voleva “pura”. Sander i modelli non li metteva in posa, lasciava che si offrissero all’obiettivo come volevano loro. Li ritraeva tali e quali erano: la contadina dalle faccia rugosa e cotta, il soldatino e il gerarca, il muratore e il ferroviere, il pittore e la segretaria, il nano e la ballerina. Ognuno a suo modo un archetipo, un campione, esaltato nella sua tipicità esemplare – e per questo tanto più riconducibile a un numero infinito di suoi simili altri da sé – da una luce fredda, oggettiva, dalla schiettezza dell’occhio che lo guarda e dall’onestà del soggetto, solo a volte un po’ stemperata nell’occasione inconsueta del ritratto. De Marchi usa nei suoi componimenti quella medesima lama di luce: la rivolge verso gli altri, senza dubbio, ma anche e forse soprattutto verso di sé, in un autoritratto moltiplicato all’infinito, una sequenza di scatti che, sovrapposti, creano un archetipo tutto contemporaneo, di una medietà fatta di consuetudini e certezze ricercate per ovviare alla pressione di domande che, scomode, fanno comunque capolino tra un’azione quotidiana e l’altra. Così che ognuno può rivedersi in un modo in questi scatti, in queste istantanee ravvicinate ognuno, se ha il coraggio, può riconoscersi.
Rispetto ai testi del Resoconto, qui la dimensione domestica, intima, individuale, viene ancora più in superficie, e con questa, anche un mettersi in gioco più scoperto da parte dell’io-autore.
C’è un torcersi dichiarato e doloroso in queste pagine, nuovo: una solitudine ammessa e denunciata in un grido soffocato di pudore, gutturale. Il sogno di bambino purtroppo s’è avverato, l’ adulto è diventato

Invisibile

Diventare invisibile.
non per sempre, solo quando si vuole.
stare nelle stanze dove c’è gente
era il suo sogno da bambino.
Vegliarla abbracciata ai ginocchi
mentre dorme, e ascoltarla respirare
con l’orecchio alla bocca.
Guardarla scrivere parole
avvalorate a mezza voce.
Perciò ha sofferto perché
non si poteva realizzare.
Ma la crescita è certa
e certo che i desideri realizzati
nascono male, handicappati.

Diventato grande ha assistito
a quelli che lo hanno saltato in fila,
a quello che ha invitato gli altri,
a quella che non lo vedeva
quando la corteggiava.
Diventare invisibile
ora sa, non è questa gran cosa.
Quello che succede veramente
ha luci e ombre.

Un uomo invisibile che ha smesso il costume dell’eroe del fumetto – che mai, lo ammette, l’ha indossato – che rientrato al sicuro del suo guscio casalingo conta le abrasioni lasciate dalle lotte esangui coi nemici di ogni giorno. Vale a dire coi suoi pari. Anche oggi, deve ammetterlo, ha imparato la lezione:

debole

Passano giorni e sembra che nessuno
si accorga di niente, si accorga di te.
E allora va bene. Stai tranquillo,
lavori alle tue cose tranquillamente.
Poi come niente fosse all’improvviso
sembra che tutti un giorno
ti vogliano far fuori.
Allora ti fai da parte di nuovo,
chiedi scusa, rimetti giù le cose,
infili le mani nelle tue tasche.
Lì ritrovi il fazzoletto per soffiarti il naso,
pulire gli occhiali, in una nell’altra
il mazzo di chiavi di casa.
Ciò che prendi con le buone ricorda
non è mai veramente tuo.

**

Altri testi tratti da Fortune, qui.

Fortune, di Igor De Marchi (giugno 2007)
La plaquette può essere richiesta a libreriafenice@tele2.it (www.libreriafenice.it)

Igor De Marchi è nato a Vittorio Veneto nel 1971. Ha pubblicato le raccolte poetiche “La Terra del Fuoco” (Campanotto, 1996), “Resoconto su reddito e salute” (Nuova Dimensione, 2003). Sue poesie sono state inoltre pubblicate nelle antologie “L’Opera Comune” (Atelier, 1999) e “Transiti” (Amos, 2001). E’ stato tra i vincitori del premio Cetonaverde 2005.

Immagine: August Sander, Pittore (Anton Räderscheidt), 1926.

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8 Responses to Racconti di un uomo invisibile. Su Fortune, di Igor De Marchi

  1. renatamorresi il 10 luglio 2008 alle 11:45

    Vedi, vai a cercare ciò che ci tiene insieme, ciò che giace di vero al fondo, e poi in un attimo lo vedi: siamo tutti bottegai – un’epifania cattiva e prevista (!), direi. Davvero notevoli questi testi, grazie Cristina.
    Sulla tiratura limitata e ad personam come gesto artistico ci devo pensare, non potrebbe essere semplicemente un’operazione dettata da sano pragmatismo?
    un saluto,
    r

  2. michele il 10 luglio 2008 alle 12:28

    fortuna significa portare con se. Quel che si porta (fors da fert). (comprendere il proprio “destino” è fortuna, nel senso Latino. Termine, Latino dei latini non dei romani, che sono tutta altra cosa)

  3. Marco Di Pasquale il 10 luglio 2008 alle 17:45

    Per molti è fortuna portare tra i pesi dei pensieri soltanto quelli che meno si espandono, che più rassicurano evitando coinvolgimenti in competizioni che esigono sangue e sudore. Molto meglio rodere il legno fino a sminuzzarne l’inerme solidità e poi coi risultati di tanta quieta fatica arginare ogni mareggiata che si presenti from the outer space.
    Avvolgendosi nei sudari ectoplasmici della noia d’incanto si perde consistenza di corpo e ci si riduce, ci si ripiega e infila in tasca come un fazzoletto non troppo usato, ma neanche immacolato.
    Grazie Cri per la suggestione di lettura!

    mdp

  4. Marco Saya il 10 luglio 2008 alle 19:12

    “Passano giorni e sembra che nessuno
    si accorga di niente, si accorga di te.
    E allora va bene. Stai tranquillo,
    lavori alle tue cose tranquillamente.
    Poi come niente fosse all’improvviso
    sembra che tutti un giorno
    ti vogliano far fuori.”

    E’ proprio così, questa è la nostra normale quotidianità.
    Marco

  5. andrea il 11 luglio 2008 alle 08:40

    un poeta che conosco e apprezzo da poco, grazie a Cristina, che invece apprezzo da sempre..

  6. cara polvere il 11 luglio 2008 alle 09:53

    “Se è il gesto poetico (artistico) che conta ancora qualcosa, se è la scelta di rendere pubblico, condiviso, quanto si è prodotto, offrendolo alla lettura altrui, indipendentemente dalla vastità potenziale della platea, allora non sono i codici isbn, o i bollini siae, o l’apposizione di marchi e loghi di editori, o l’inserimento in collane più o meno altisonanti a fare la rilevanza di un’opera letteraria.”

    mi pare un’ affermazione che vale la pena sottolineare, confortante, che condivido. sarebbe bello fosse una consapevolezza più diffusa, mi permetto di aggiungere.
    *

    De Marchi, non mi parla, con me rimane muto. lo sento un po’ impastato, un po’ pauroso di farsi scoprire, come se non credesse completamente a quello che scrive. non so dire la mia sensazione.
    che rimane, appunto, mia-
    molto belle le foto del fotogafo citato.
    un saluto a Cristina che ho oncrociato in rete qualche volta,
    paola.

  7. Lara Lucaccioni il 13 luglio 2008 alle 16:02

    Grazie a Cristina per questa segnalazione.
    Le poesie di De Marchi mi toccano in profondità, come quando l’ordinario si fa straordinario, perché lo si osserva e lo si coglie attribuendogli un’aggiunta di significato – seppure nell’asfittico viavai della routine quotidiana – o proprio perchè, vivisezionandolo da ogni angolatura, non si può far altro che rilevarne un’assenza totale di senso.

    Lara Lucaccioni

  8. franz krauspenhaar il 17 luglio 2008 alle 19:09

    Bel pezzo, bella la scrittura scabra di De Marchi, sempre intensissima la foto di Sander del pittore della Neue Sachlichkeit Raederscheidt.



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