I limiti dell’arte

11 luglio 2008
Pubblicato da

di Massimo Rizzante

A
Definire i contorni delle parole è diventato un compito difficile, soprattutto da quando le specializzazioni e i gerghi hanno invaso ogni campo, confondendo le frontiere delle arti e in particolare dell’arte letteraria. Parole come «contaminazione», «riscrittura», «riuso», «intertestualità» hanno fatto il giro del mondo in bocca a critici raffinati, precipitando poi nei manuali, per diventare, infine, luoghi comuni nelle tesi degli studenti più scaltri. Danilo Kis diceva che la letteratura dovrebbe essere «l’ultimo bastione del buon senso». Che cos’è, si chiedeva, un sonetto d’amore se non «un isolotto sul quale possiamo posare il piede» in mezzo alla palude dei gerghi?

B
Una parola a cui tengo è la parola «atelier». Significa «bottega» o «officina» ed è tanto antica quanto l’arte. Forse per questa ragione è così piena di mistero e allo stesso tempo suona alle nostre orecchie di mercanti del XXI secolo un po’ démodé. Questa parola ci ricorda che l’opera è il prodotto di una τεχνη, di un saper fare. La storia di un’arte è la storia di un sapere, di una «messa in opera» su una materia definita. Ora, il sapere implica un potere, e questo potere è il concentrato di due forze: del «talento», altra parola un po’ démodé, di colui che si è messo all’opera e del suo sforzo di superare la resistenza della materia. Il poeta non è qualcuno che ricerca, ma piuttosto qualcuno che inventa, nel senso che i latini davano alla parola «invenzione», cioè quello di «scoperta»: egli scopre in atto un aspetto ignoto di ciò che «in potentia» appartiene alla «natura umana».
La litania della «poesia di ricerca» che in Italia non ha mai smesso di suonare come una campana a morto nei confronti della poesia cosiddetta «tradizionale», io non riesco ad ascoltarla. Non ho mai personalmente compreso questa nozione. Non mi appartiene. Per me non c’è una distinzione tra poesia «tradizionale» e «poesia di ricerca». La «poesia di ricerca» è quella che cerca alleanze fuori dalla pagina, mentre quella «tradizionale» è serva dei suoi ristretti confini? La «poesia di ricerca» è quella che confonde le frontiere delle arti, mentre quella «tradizionale» solfeggia su un solo monotono pentagramma? Cavalcanti è meno sperimentale di Amelia Rosselli? Sanguineti è più sperimentale di Guido Gozzano? Si tratta di una nozione ideologica, che ha una sua storia e una sua giustificazione storico-critica, ma che è stata ed è – oggi ancor più che negli anni sessanta e settanta del secolo scorso – un’arma spuntata. La sua vicenda è analoga a quella della nozione di «scrittura». Quando qualcuno mi chiede: «Come va? La scrittura procede?», «Come la mettiamo con la scrittura?», mi spunta un eczema. Le persone che mi pongono le domande sono innocenti. Tuttavia, la parola che pronunciano non lo è – così come ben sapeva colui che coniò alla fine degli anni cinquanta la parola «écriture». Ormai la nozione di «écriture» di Barthes non ha più corso. Quello che è rimasto, grazie alle nefaste ricezioni della nozione di écriture non di Barthes, ma di Derrida, è una parola passe-partout, che ha soppiantato la distinzione tra i diversi generi, tra le diverse arti. Poesia, romanzo, novella, saggio: tutto è scrittura. Non si scrive qualcosa. Si scrive e basta. Ci si mette a scrivere. Tanto che, come ha detto Lakis Proguidis, direttore della rivista francese «L’Atelier du roman», scrivere ha smesso di essere «un verbo transitivo». Perché me la prendo tanto? Perché questa parola duttile, senza spigoli, usata fino all’insignificanza, è il peggior nemico dell’opera, in quanto sfida umana e formale al caos dell’uomo e delle forme. Riduce l’opera a occupazione, a pura attività, a spreco di forze. L’affranca dalle responsabilità che la legano alla storia dell’arte nella quale vuole inscriversi. Liberandosi dalle catene della sua storia specifica, che cosa diventa un’arte? Nel migliore dei casi un best seller, nei peggiori grafomania: in entrambi i casi ci troviamo fuori dalla storia di quell’arte e quindi impossibilitati a giudicare. Ciò che misura la qualità estetica di un’opera è quello che Jean Clair, il grande critico d’arte, ha chiamato una volta il suo «coefficiente d’attrito». Aggiungerei che tale coefficiente, oltre che per la materia, vale anche nei confronti del tempo storico: più un’opera appartiene al suo tempo, ovvero non è in grado di superare le resistenze del momento in cui è prodotta, più il suo valore è infimo. In fondo, qui non faccio che ripetere ciò che Baudelaire ha affermato cento cinquant’anni fa, e cioè che la modernità, con tutto il suo senso del transitorio e dell’irripetibile, non è che «la metà dell’arte», essendo l’altra metà «l’eterno e immutabile». Per lui solo quest’ultima metà può permettere all’arte moderna di aspirare alla dignità delle arti antiche. Il presente dell’arte non si oppone al suo passato, ma vi è incastonato come un diamante che fa risplendere della sua luce fuggevole tutta la sua storia. D’altra parte, per quale bizzarro masochismo molta arte e molta poesia del presente aspirano voluttuosamente a farsi divorare da Cronos, invece di rispettare il loro compito antico di divincolarsi dalla sua presa mortale? Con buona pace di tutte le avanguardie di questo mondo, lo ignoro.
La critica è un atto di umiltà nei confronti di qualcosa che ha un «coefficiente d’attrito» enormemente superiore a quello che ogni sua lettura può mettere in campo. Nihil interpretandum sine admiratio. Questo atto di umiltà è l’unica forma di «militanza» critica e politica che mi sento di condividere.
Ciò non significa che l’opposizione tra Homo politicus e Homo poeticus non possa essere superata. Chi è vissuto, anche per un breve periodo, nel XX secolo, ha conosciuto direttamente o indirettamente il controllo che il potere politico ha esercitato sull’individuo. Bisogna tuttavia constatare che se il secolo dei totalitarismi, come gli storici hanno spesso definito il secolo passato, è finito, il margine di manovra dell’individuo non ha finito di restringersi. La forza che ha permesso di sequestrare la vita degli individui – il loro corpo come il loro pensiero – non è scomparsa con il XX secolo, ma, al contrario, è sempre in auge. Concepisce, oggi più di ieri, il mondo come un laboratorio e l’uomo come un esperimento. Ciò che è in atto è un’animalizzazione artificiale della natura umana. Attraverso tecnologie sempre più sofisticate essa erode il pudore, il senso della vergogna, la responsabilità, il senso del tempo, la dimensione privata dell’uomo per lasciargli un solo grande desiderio: quello di ritornare alla violenza di Homo sapiens. Con le parole di Friedrich Dürrenmatt: «L’uomo moderno è caduto vittima della barbarie della sua civiltà».
Mi chiedo: che cosa significa oggi cercare di difendere l’essere umano in quanto Homo politicus e allo stesso tempo Homo poeticus? Tutti ricorderanno gli atteggiamenti di alcuni grandi scrittori del XX secolo. Kafka, nei suoi Diarii, annota: «2 agosto 1914. La Germania ha dichiarato guerra alla Russia. – Nel pomeriggio scuola di nuoto». Joyce, uno dei maîtres à penser di tutti gli impegnati sperimentatori di questo mondo, il giorno in cui scoppia la seconda guerra mondiale si infuria con un amico perché l’evento gli avrebbe procurato un mucchio di noie con l’editore in vista della pubblicazione della sua opera: per lui, Finnegans Wake (1939, Faber & Faber, London) era molto più importante della guerra. Nabokov, che aveva una grande esperienza del mondo e poteva fare qualcosa di importante per la politica del suo paese di origine, la Russia, si è sempre vantato di non aver alcun interesse per la cosa pubblica. Nulla, affermava, lo annoiava tanto quanto i romanzi politici, a chiave, e la letteratura a sfondo sociale (come dargli torto!). Pur non potendo condividere il disinteresse di questi grandi maestri, li comprendo. Una possibile risposta alle mie ansie l’ho trovata rileggendo alcuni saggi di Cornelius Castoriadis, un grande filosofo di origine greca, esule a Parigi dagli anni settanta e morto nel 1997. Quando abitavo a Parigi, qualche volta andavo ad ascoltare le sue conferenze. Il loro denominatore comune era l’arte, la funzione cosmica dell’opera d’arte, nel senso greco di figlia di «Cosmos». Cosmo, da Omero a Aristotele, vuol dire un mondo in cui le parti si tengono reciprocamente insieme: un ordine precario fatto di elementi eterogenei sospesi nel «Caos». «Cosmos» significa l’emergere della forma di fronte alla presenza incessante, e quasi sempre vittoriosa, del Caos. Che cos’è che ci fa emergere dal Caos? L’immaginazione, risponde Castoriadis. Ogni creazione nasce dall’immaginazione, che ha tuttavia le sue radici nel Caos, come se il Caos attendesse una volontà immaginativa capace di trasformarlo in Cosmo. Quanto alle società, questa volontà si chiama «politica»: quando l’uomo immagina e instaura il Cosmo, afferma Castoriadis, egli compie l’atto fondatore della politica e allo stesso tempo l’atto che lo autorizza a considerarsi come un creatore. L’opera d’arte, in questo senso, non giunge in una società dopo che questa si è costituita. Essa partecipa alla sua costituzione: Homo poeticus è Homo politicus. Con una differenza. Mentre l’atto politico è assorbito dall’azione e dall’agitazione intorno alle leggi da applicare, l’opera d’arte ha la funzione di richiamarci permanentemente all’atto della creazione: ripete su scala ridotta l’emergere del Cosmo dal Caos; rappresenta perciò il solo osservatorio dal quale noi, con tutte le nostre realizzazioni, possiamo scorgere dove presto o tardi andremo a finire. Certo, non da tutte le opere d’arte ci possiamo affacciare sul Caos. Secondo Castoriadis, le opere d’arte autentiche testimoniano con la loro sola presenza il fatto che ogni creazione rifiuta il Caos, ma accettano allo stesso tempo la sua paternità. Provare piacere per un’opera d’arte è perciò ammirare la sua forma, presentendone in filigrana la sua origine e fine, il Caos.

C
Nel corso degli ultimi decenni la parola «opera» è stata sostituita da altre, come «testo», «scrittura». A una certa altezza degli anni ottanta del secolo scorso il mondo era diventato un «logogrifo», un grande Testo. Non c’era via di scampo. Un vero fiasco per tutti i materialismi e i realismi d’Occidente! Nel frattempo le cose non sono molto migliorate. Grazie alla testualizzazione del mondo, l’opera d’arte è stata talmente spogliata del suo potere che oggi i cacciatori di testi divorano le loro prede in un angolo di deserto. La parola «opera» incute ancora uno strano timore. O forse, più semplicemente, non è merce di scambio alla borsa dei titoli universitari. Ho una mia idea a questo proposito. Anzi l’idea è di Schopenhauer, io la ripeto con alcune variazioni. Il filosofo tedesco distingueva le «opere» dagli «atti». Per lui le opere non erano puri avvenimenti, «atti» che dipendevano dalla concomitante azione del caso, della Storia, della politica o di altre cause oscure, bensì il frutto cosciente di un’attività deliberata su determinati materiali. Da troppo tempo ormai il voler fare dell’artista ha preso il posto del poter fare, per cui oggi la cosiddetta arte contemporanea, al culmine delle sue pretese romantiche si è completamente dimenticata del mestiere e dello sforzo che è necessario per superare le resistenze della materia. Ecco un’altra cosa che ho dovuto imparare con fatica: la disaffezione dell’arte, della poesia, rispetto al loro habitus artigianale è una grandiosa mistificazione che ha impoverito il mondo.
Da questa povertà si può rinascere, a patto che si ricominci dai rudimenti di ogni singola arte. A patto che la libido della scrittura non prenda il posto del piacere per l’opera. A patto che si abbia l’umiltà di riconoscere i limiti di ogni arte.

Nota
Il breve testo doveva essere letto lo scorso maggio nell’ambito di una tavola rotonda organizzata durante i giorni dell'”Absolutepoetry Festival” di Monfalcone. Ma poi non c’è stato tempo.

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11 Responses to I limiti dell’arte

  1. simone il 11 luglio 2008 alle 10:51

    sarebbe stato un bellissimo intervento. grazie per averlo postato qui.

  2. andrea branco il 11 luglio 2008 alle 10:57

    Non è facile scegliere le parole. Definire le cose. Quanto più si cerca di essere precisi nella definizione, e tanto più questa sembra sfuggire, ed essere inadeguata. Secondo me però non è umiltà riconoscere i limiti di ogni arte. Anzi. Nel momento in cui non si riconoscono i limiti delle cose, queste ci appaiono tutte allo stesso livello, tutte indistinte, lo schermo è una bottiglia di plastica è la cassa di uno stereo è una scarpa. Per dire. Quando si riconoscono i limiti di una scarpa si può lavorare per migliorarla, o peggiorarla, per superarla. Per certi versi, riconoscere i limiti delle cose significa estrarle dal Caos, prendere della terra e modellarla. Farsi creatori?
    Più che di umiltà parlerei di consapevolezza. Però forse ho inteso io male il senso di quest’ultima frase.
    Pezzo interessante, grazie per averlo offerto.

  3. sparz il 11 luglio 2008 alle 11:20

    caro Max, condivido fin nelle virgole questo tuo pezzo, a mio parere molto importante, mettilo nelle “incisioni”. A.

  4. véronique vergé il 11 luglio 2008 alle 14:42

    Amo l’idea della bottega collegata alla vista dei luoghi misteriosi, invisibili dove si nasconde la creazione nella sua accezione concreta ma anche alchemica. Creazione magica mescolando l’esperienza e la tradizione alla ricerca di una materia che unisce l’ebano all’oro, una materia lavorando la memoria del passato e al sogno futuro.
    Ricerca dedicata all’anima stregone della scrittura.
    Lo scrittore alchemico è quello che lavora nell’oscurità di un atelier o di una bottega, o di una grotta marina.
    La creazione fa apparire il gioiello creato con tanta danza e patienza, una creazione da cui lo scrittore ignora il destino.

  5. jacopo galimberti il 11 luglio 2008 alle 15:10

    Capisco l’incazzatura di Joyce e non mi sembra sufficiente per sostenere che considerasse il suo libro piu’ importante della guerra. Mi sembra una deduzione un po’ troppo rapida.

  6. Gerhard il 12 luglio 2008 alle 10:11

    Mi chiedo sempre, quando leggo questi scritti di Rizzante su NAZIONE INDIANA, come mai attirino sempre pochissimi commentatori e commenti. Eppure, sono tra le cose più belle che si possano leggere qui. La risposta che mi do è che la loro “serietà” tenga naturalmente alla larga i chiacchieroni, perché in fondo la letteratura “seria” non ha bisogno delle chiacchiere dei commenti – che, tra l’altro, sono l’opposto esatto e preciso di quello che Rizzante qui chiama “opera”, in opposizione, appunto, alla “scrittura” (delle chat, dei commenti, etc) che oramai devasta tutto dappertutto.

  7. orsola puecher il 12 luglio 2008 alle 10:58

    … mestiere e dello sforzo che è necessario per superare le resistenze della materia.

    Canto d’emergenza di pensieri
    nato da un sentimento,
    che ha
    dei nomi svegliati dal canto
    non molti,
    spinoso,
    così, inconfondibile,
    dalla macchia di duro fogliame,
    sporge con loro; a te
    incontro,
    spinoso,
    vaga
    un piccolo morire.

    [ Paul Celan
    Sotto il tiro di presagi
    Poesie inedite 1948-1969
    traduzione M. Banchetti
    Einaudi ]

    ,\\’

  8. Marco Saya il 12 luglio 2008 alle 14:33

    poesia di ricerca, tradizionale, un’eterna diatriba che troviamo anche nella musica, ad esempio, nella distinzione tra classica e jazz. Penso che sia necessario seguire il tempo che si vive, pochi, però,ci riescono. le gabbie di qualsiasi sapere forse limitano la visuale di quella siepe che si potrebbe tranquillamente saltare.

    Marco

  9. giorgio mascitelli il 12 luglio 2008 alle 14:39

    Caro Massimo,
    sono molto d’accordo su quanto dici a proposito dello scrivere intransitivo, anzi aggiungerei o si scrive dentro un genere, al limite per essere contro, o si ha la forza quasi divina di crearne uno nuovo, tutto il resto sono sotterfugi. E’ interessante la domanda che poni sul masochismo della letteratura che rinuncia alla lotta contro il tempo. Per quanto riguarda i movimenti di avanguardia del novecento, essi hanno sostituito il mito diacronico della immortalità con quello sincronico della funzione critica dell’arte all’interno di un progetto di cambiamento del mondo, dunque hanno cercato razionalisticamente una fondazione extraestetica dell’arte. In questo senso pur accogliendo nominalmente l’eredità di Baudelaire sull’arte per l’arte che rifiuta i contenuti socialmenente positivi, l’hanno istituzionalizzata e dunque tutto sommato travisata, perchè hanno preteso che l’arte pura senza contenuti positivi trovasse in quanto linguaggio una validità di tipo etico come strumento di una progettualità complessiva di modernizzazione del mondo ( pensa a Majakowski e anche a Trockij che dice che Maiakowski vuole portare le masse, l’uomo in generale al livello di Maiakowski). Cade così il dilemma ancora tragico di Baudelaire dell’arte senza fondazione alcuna.
    Quello delle avanguardie era un mito legato a una fase della storia culturale dell’occidente, ma la verità è che noi non possiamo sapere per quali strade i testi rimangano vivi nel tempo e per il resto, come affermi tu giustamente richiamandoti a Castoriadis, ciò che possiamo fare è accettare la natura precaria o tragica dell’irruzione dell’immaginazione.
    Giorgio Mascitelli

  10. cara polvere il 12 luglio 2008 alle 18:08

    non sono affatto d’A ccordo.
    e bellissimo che sia difficile definere le parole con contorni.
    le parole contengono e scontengono. una parola contiene la sua bibbia.
    la parola è un cervello. ne puoi imprigionare il corpo che la contiene ma non
    l’ espansione catarticamente metamorfosizzante (se la si tratta bene se la si sa ascoltare) – la parola –

    non è che vogliamo far approvare qualche “nodo” pure qui?

    e i gerghi? W i gerghi,. che contengono navi boschi geomanzia e via così.
    i gerghi li ha inventati il sudore umano- sono letteratura pura sono COMUNICAZIONE pura.
    ma vorrei dire di più. ma gli strumenti sono già stanchi dalla noia.

    B

    oggi la poesia si tiene sotto licenza creative common o come cavolo si scrive. bleah.
    la poesia – almeno tanta che leggo in rete – nn “inventa” niente ma soprattutto “non viene da Niente” almeno venisse dal Niente. manco da quello: altro che mito diacronico. spesso si tratta di mito diarroico
    rumoroso e nonostante la “parola molle da diarrea: senza fetore” (poetico fetore, s’ intende) l’ articolo qui è molto lungo e dice cose che si dicono da anni. e pure io scrivo cose da anni sempre le stesse.
    così ci reincarneremo se e quando e saremo già “preparati”.

    sono solo opinioni personali senza alcun intento polemico.
    un saluto
    paola

  11. cara polvere il 12 luglio 2008 alle 18:18

    Arare – Insufficiente tenuta di un’ancora nel fondo; l’ancora che striscia sul fondo si dice che “ara”.

    Paternostro – Serie di sferette di legno infilate in un cavetto per farlo scorrere lungo un’asta, un albero o altro. In gergo è detto anche “bertocchid”.

    Presentare – Disporre qualcosa in corrispondenza di altro; esempi: presentare la prora al vento, la poppa alla banchina, un dado al perno, ecc.

    Zappa – In gergo sta per ancora. L’azione dell’ancora sul fondo marino è simile a quella dell’arnese agricolo.

    chiedo scusa per l’ invadenza.
    ecco, solo qualche termine ad esempio marinaresco
    sono poesia se per poesia si intende “invenzione” scoperta”
    trovo siano terreni infiniti che volenti o nolenti portano la nostra storia
    ci CONTENGONO.

    i mestieri sono le casseforti dei gerghi
    e anche la poesia o viceversa, almeno per quanto mi riguarda
    p.



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