Non aprite quella porta

18 luglio 2008
Pubblicato da

Il Mostro della Porta Accanto
di
Azra Nuhefendic

Se questo è un uomo
Primo Levi

Nel giugno del 1992 all’ispettore della polizia di Visegrad, Milan Josipovic, giunse una comunicazione dal direttore della diga sul fiume Drina, a Bajina Basta, con l’esplicita richiesta ai responsabili “ di rallentare il flusso dei cadaveri che galleggiavano lungo il fiume perché bloccavano le turbine della diga”.

Ai due, principali responsabili, di quella “seccatura”, i serbi bosniaci Milan Lukic e suo cugino e complice Sredoje Lukic, proprio in questi giorni è cominciato il processo davanti al Tribunale dell’Aja.

Višegrad è una bella cittadina della Bosnia Occidentale, che sorge a circa 100 Km ad est della capitale Sarajevo, nella regione della Republika Srpska. Celebrata nel romanzo d’esordio dello scrittore Ivo Andrić, Il ponte sulla Drina.

Ha la triste reputazione di essere al secondo posto, dopo Srebrenica, per la massiccia opera di pulizia etnica e le atrocità compiute contro i musulmani.

Dei 21 000 abitanti di Visegrad, prima della guerra, due terzi erano bosniaci. In soli due mesi del 1992 più di 13500 musulmani-bosniaci furono costretti, a lasciare le proprie case. Circa tremila sono morti o dispersi.

A causa della sua posizione strategica, che la colloca tra il fiume e il confine con la Serbia, Visegrad è attaccata, nell’ aprile del 1992, e conquistata dalla JNA (Armata Popolare Iugoslava) che prima di lasciare la cittadina ne affida ai serbi del luogo il governo.

E’ a questo punto che entrano in scena i due cugini Sredoje e Milan Lukice, allora comandante del gruppo paramilitare ”Le aquile bianche”.

In Bosnia circa 17 000 serbi bosniaci sono sospettati di aver commesso o partecipato a crimini di guerra (secondo l’ Ufficio dell’Alto Rappresentante (OHR) della comunità internazionale in Bosnia). Milan Lukic lo si considera tra i più atroci, e tra i più grossi criminali.
Al fascicolo che lo riguarda presso il Tribunale “fu appropriatamente assegnato il nome in codice di “Lucifero”. (Carla Del Ponte, La Caccia, pg. 338).

Quello che distingue il caso di Milan e Sredoje Lukic dagli altri è la brutalità dei crimini commessi,e il fatto che li abbiano, nella maggioranza dei casi, eseguiti con le proprie mani.

Milan Lukic fu catturato in Argentina, nel 2005, dopo sette anni di latitanza. Al momento della cattura ha protestato, dicendo “che si trattava di un errore e che non vedeva l’ora di dimostrarlo”.
Suo cugino e complice, Sredoje Lukic, fu arrestato due mesi dopo, tornando dalla Russia dove si era rifugiato.
Visegrad è, come sottolinea Ed Vulliamy, autore del libro Stagioni all’ inferno (Seasons in Hell), “una delle centinaia di piccole Srebrenice, che accaddero in Bosnia”.

A lungo la terribile storia di Visegrad è rimasta nel dimenticatoio, per tutti, tranne che per i sopravvissuti e i familiari delle vittime.

Il caso fu “scoperto” dal giornale britannico “The Guardian”, nel 1996.
Parlando con i profughi bosniaci, il corrispondente ha chiesto a Jasmin R. cosa facesse durante la guerra. L’uomo ha spiegato che, essendo troppo piccolo, non combatteva, ma aveva il compito di raccogliere i corpi che galleggiavano lungo fiume Drina.

“Quali corpi?”

L’inchiesta prese il via da quella domanda.
Prima fu localizzato Milan Lukic: abitava in Serbia da uomo libero. Poi, sono stati rintracciati i testimoni, e i sopravvissuti sparsi in tutta Europa e in Bosnia. Il racconto di tutti è quasi identico.

Milan Lukic e i suoi uomini prendevano i musulmani dalle loro case, li portavano sul ponte di Drina, alcuni li sgozzavano, altri li gettavano nel fiume sparandogli prima che cadessero in acqua.

Odio il ponte. Odio gli spari nella notte perché non si sente l’acqua quando ci cade il corpo…odio i miei occhi perche non vedono bene chi sono gli uomini che stavano uccidendo e gli sparano mentre cadevano nella Drina…. Altri li uccidono subito sul ponte e il giorno dopo le donne inginocchiate puliscono il sangue”.

Questo sono parole tratte dal libro “Come il soldato ripara il grammofono” (How the Soldier Repairs the Gramophone). L’autore è un giovane bosniaco, Sasa Stanisic, (papà Serbo, mamma musulmana), che, a 14 anni, nel 1992, ha lasciato Visegrad. Il romanzo, un vero caso letterario, lo ha scritto in Germania.

A 35 chilometri di distanza da Visegrad, un gruppo dei bosniaci del villaggio Slap na Zepi, raccoglieva i corpi. Il lavoro si faceva durante la notte, per evitare che i cecchini serbi gli sparassero dalle colline circostanti.
Hanno raccolto e sepolto i resti di circa 200 persone. In seguito l’inchiesta ha stabilito che così facendo, potevano raccogliere più o meno un corpo su venti.

Bosniaco, Mesud Cokalic, faceva parte del quel gruppo. Si ricorda che ”i corpi spesso avevano la gola tagliata, segni di tortura, le donne erano nude e avvolte in lenzuola. C’erano anche i corpi dei bambini, un uomo fu trovato crocefisso su una porta di legno e una volta abbiamo trovato una borsa con dentro 12 teschi. Ma il momento più difficile fu quando uno di noi, un ragazzo, ha trovato il corpo di sua madre sgozzata”.

Non mi pento di niente di quello che ho fatto”, ha confessato Milan Lukic in una intervista al settimanale di Belgrado “Duga”, nel 1992. In quella occasione ha precisato che il suo gruppo si era staccato dalla polizia regolare “perche erano totalmente inefficaci”.

Il giudice dell’Aja, Dermot Groome ha definito l’efficacia “stile Lukic”, un olocausto.

Il 14 giugno 1992 Lukic e i suoi paramilitari hanno chiuso un gruppo di musulmani, in gran parte donne, bambini e anziani in una casa, a Visegrad. Hanno sbarrato porte e finestre ed hanno appiccato il fuoco. In quella occasione 66 persone sono morte bruciate vive: la più anziana aveva 75 anni, e la più giovane, una bimba di due giorni. Per quelli, che tentavano di scappare, ad aspettarli fuori, armati di fucili automatici, c’erano Lukic e i suoi uomini.

Pare che neanche questo fosse abbastanza efficace per i Lukic.

Due settimane dopo, il 27 giugno, hanno ripetuto il crimine. In una casa a Bikavac hanno imprigionato e bruciati vivi, altri 70 musulmani.

Zehra T. con la faccia sfigurata dalle fiamme si e salvata buttandosi dalla finestra, ma dentro casa era rimasta sua sorella di nove anni.

Milan Lukic e le sue “Aquile Bianche” sono accusati anche per due sequestri e l’assassinio di 36 civili musulmani e un croato. Nel 1993 avevamo infatti bloccato il treno diretto da Belgrado in Monte Negro. Dal treno hanno prelevato 18 civili musulmani e un croato, e li hanno uccisi.
L’operazione fu ripetuta in un altro villaggio, Mioce; da un autobus hanno fatto scendere 17 musulmani, li hanno portati a Visegrad, torturati e uccisi.

“Quello che hanno fatto Milan e Sredoje Lukic non è l’atto di una banda dei criminali…I delitti che hanno compiuto fa parte di una impresa criminale e premeditata il cui lo scopo era quello di distruggere una parte dei musulmani bosniaci come gruppo”, ha precisato il giudice D. Groome.

Il Tribunale ha respinto la richiesta dell’ accusa di includere nell’incriminazione contro i due Lukic, anche i reati di violenza sessuale.

La decisione ha mandato su tutte le furie Bakira Hasecic, una delle donne ripetutamente violentate e torturate da Milan Lukic e dai suoi uomini.

I cugini Lukic, infatti, dopo aver prelevato e ucciso gli uomini tornavano nelle case delle vittime, prendevano le loro mogli, le figlie e le portavano all’ albergo “Vilina Vlas”

Ci tenevano tutte chiuse nelle stanze. Ogni tanto ci buttavano un pezzo di pane che prendevamo con i denti perché le mani erano legate con le corde. Ci slegavano solo per stuprarci”, ricorda Bakira Hasecic.

In un rapporto delle Nazioni Unite si precisa che a “Vilina Vlas” erano detenute e maltrattate circa 200 donne. La maggior parte furono uccise o sono scomparse. La signora Hasecic ha visto una giovane donna, Jasna Ahmedpasic, gettarsi dalla finestra dopo aver subito quattro giorni di abusi.

Una madre ha testimoniato che è stata violentata dallo stesso Milan Lukic nella propria casa. “Davanti ai due figli minorenni, di nove e dodici anni, Lukic l’avesse stuprata, poi portata in cucina ordinandole di scegliere un coltello affilato; quindi, sotto i suoi occhi, Lukic lo abbia usato per sgozzare i suoi due bambini (Carla Del Ponte: “La Caccia”, p. 338).

Bakira Hasecic, qualche anno dopo la guerra, ha fondato l’associazione “Donne-vittime di guerra“.
In marzo, quest’anno, hanno tentato di mettere sul ponte di Drina una targa che ricorda 3000 musulmani bosniaci uccisi o scomparsi. Ma la placca è stata strappata la stessa notte stessa.

I serbi di Visegard hanno annunciato che vogliono mettere un’altra placca che possa commemorare i serbi uccisi.

E il ponte?

Quel gioiello architettonico in pietra bianca costruito per volere del Gran Visir Mehmed Pasca Sokolovic nel 1571, quest’anno è stato dichiarato dall’ UNESCO, patrimonio dell’ umanità.

Tuttavia, in Bosnia, nessuno lo ama, quel ponte: i bosniaci, perchè due volte, in un secolo (anche durante la Seconda guerra mondiale) li uccidevano sul ponte e buttavano i corpi nella Drina; i serbi perchè è stato costruito da un turco; i croati perchè non riescono a “digerire” neanche quello di Mostar, che avevano distrutto una volta.

Ma il ponte, come ha scritto Ivo Andric è “forte, bello e perenne, è al di là di tutti i cambiamenti“.

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14 Responses to Non aprite quella porta

  1. véronique vergé il 18 luglio 2008 alle 17:21

    Sono in rabbia:avevo già letto il calvario subito dalle donne. In questo punto le donne di tutta l’Europa devono protestare, penso a associazioni.
    Grazie a Azra Nuhefendic e a effeffe che fanno ascoltare il martire delle donne in pieno estate, quando si pensa piuttosto al altra cosa. E’ importante dire con precisione i fatti.
    Penso che sarebbe interessante che Azra Nuhefendic scriva un romanzo testimonio e spero tradotto nell Europea intera.
    Deve avere una giustizia!

  2. gabriella il 18 luglio 2008 alle 19:46

    conosco bene bakira e la sua associazione.
    nel 2004 con amnesty international abbiamo fatto di tutto perchè venissero quì a milano per aiutarle a raccogliere fondi per la loro associazione, per la loro sopravvivenza.
    Bakira in quei giorni aveva lo sguardo triste, ma fiero.. raramente l’ho vista piangere, e quando lo ha fatto lo ha fatto a nome di tutta la Bosnia. in silenzio, per dignità.
    in quei giorni ci ha raccontato tutto con calma, lucidità. Spingendo con fermezza le altre ragazze, venute con lei, a raccontare, raccontare e raccontare…
    Nel luglio 1995, 9mila musulmani sono stati massacrati dai serbi sotto gli occhi dei caschi blu.
    Mogli e madri delle vittime continuano a marciare in silenzio, ma pochi ancora oggi se ne prendono cura. Srebrenica resta una parolaccia, un argomento da evitare.
    Le tombe fanno ormai parte del paesaggio, così come i profughi sono numeri con cui riempire non tanto le case, quanto le caselle della burocrazia.
    Gli orrori della guerra hanno rinsaldato stereotipi e pregiudizi ai quali da sempre si replica con fatalismo e rassegnazione.
    E l’Accordo di Dayton è servito solo come acqua sporca per le mani di Ponzio Pilato…

    Nessuno può immaginare che cosa significhi nascere e vivere al confine fra due mondi. Conoscerli e comprenderli ambedue e non poter fare nulla per riavvicinarli, amarli entrambi e oscillare fra l’uno e l’altro per tutta la vita. Avere due patrie e non averne nessuna, essere di casa dovunque e rimanere estraneo a tutti. In una parola, vivere crocefisso ed essere carnefice e vittima nello stesso tempo.
    Ivo Andric (1892-1975, premio Nobel per la letteratura nel 1961)

  3. carmine vitale il 18 luglio 2008 alle 19:57

    questo è quel che fa di effeffe un angelo dell’anima .
    ricordare balenare come un brillio nel buio.
    e tra le tombe e le ossa far scorgere un fiore in crescita un sole umano una bianca solidarietà per le persone che hanno subito cosi tanto orrore.

    grazie di cuore
    c.

  4. chiara il 18 luglio 2008 alle 21:27

    grazie per questo articolo. al mondo ci sono troppi soprusi dimenticati (perchè fa comodo).

  5. ls il 18 luglio 2008 alle 23:11

    Il libro di Stanisic – la
    traduzione italiana è arrivata ben prima di quella in inglese – parla anche di tutto questo, con grande forza nonostante, o forse in virtù proprio dell’obliquità, della tecnica per accostamenti, per allusioni, accenni che è stato molto difficile decifrare per chi, come tantissimi altri, ignorava questi fatti. E’ stato difficile trovarne anche le tracce in internet. Poco o niente anche nei libri di storia che ho letto.

  6. maria (v) il 19 luglio 2008 alle 00:04

    grazie ad Azra (ed FF). toccante anche la testimonianza di Gabriella

    @ Véronique
    sulla tragedia nella tragedia, quella delle donne, appunto: recentissima la risoluzione ONU che condanna lo stupro come arma di guerra equiparandolo al genocidio, strumento di pulizia etnica e crimine contro l’umanità, una tattica di guerra per umiliare, dominare, instillare paura, disperdere o dislocare a forza membri civili di una comunità o di un gruppo etnico. […]

    Gli stupratori in zone di guerra quali l’ ex Jugoslavia, il Darfur, la Repubblica Democratica del Congo, il Ruanda e la Liberia potranno da oggi essere giudicati davanti al Tribunale dell’ Aja. […]«Il mondo ora riconosce che la violenza sessuale non è solo un problema individuale delle vittime – ha dichiarato il Segretario di Stato americano Condoleezza Rice, che ha presieduto parte della sessione -. Ma mina la sicurezza e la stabilità delle nazioni». […]Ma il capo della diplomazia Usa ha taciuto sui tanti casi di stupro che hanno visto coinvolti militari americani in missione all’ estero”,
    insomma, dagli stupri di guerra agli stupri umanitari, resta da chiedersi se verranno mai processati gli stessi caschi blu…

    http://archiviostorico.corriere.it/2008/giugno/21/stupro_crimine_contro_umanita__co_9_080621151.shtml

    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/06/21/prigioniere-della-vergogna-assassinate-con-lentezza.html

    Ancora un piccolo sforzo, e si riconoscerà in controluce che lo stupro delle donne non è solo un’ arma delle guerre fra uomini, ma è l’ arma simbolicamente decisiva della universale guerra degli uomini contro le donne, e che stupro e assassinio di donne in tempo di pace sono una forma di addestramento militare e di caparra privata sulla guerra generale
    (Adriano Sofri)
    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/06/21/lo-stupro-come-arma-della-guerra-degli.046lo.html

  7. véronique vergé il 19 luglio 2008 alle 11:46

    Maria, tu hai fatto un lavoro di link straordinario. E’ vero il titolo del pezzo potrebbe essere “se questa è una donna”, si.
    Uno stupro è un lento assassinio, si: un assassinio nel corpo come tagliato in due, una cicatrice che va dal dolore fisico alla mente, immagini che fanno un ritorno nel avvicinamento con un uomo intimo, reazioni strani. Penso che quando la vittima è riconosciuta vittima il lavoro di guarigione è nel mezzo di cammino, ma ci sarà sempre una ferita con corteccia forse, ma sempre come in attesa.

    Azra Nuhefendic scrive con un magnifico talento, perché scrive con una scrittura sobria ma precisa, come una puntura viva.

    E per effeffe, è vero è un angelo nell’anima, perché si sente una vera amicizia per le donne, un vero rispetto.

  8. Irene il 19 luglio 2008 alle 14:13

    Sembra che non basti mai ricordare le vittime degli abusi e degli orrendi soprusi che accadono nel mondo. Ancora una volta donne e bambini, una crudeltà bestiale eppure raffinata nella sua perversione. Non riesco a immaginare cosa possa esserci di umano in un essere che stupra una donna davanti ai suoi figli e poi le fa scegliere il coltello con il quale li sgozzerà davanti a lei. Come si può ignorare o minimizzare la enorme mole di violenza, di morte, l’abisso spaventoso di dolore che ancora imprigiona e sconvolge tanti innocenti? E’necessario continuare a ricordare per continuare a indignarsi e far sentire la propria voce per darla a chi non ha voce o non riesce a farla sentire. Grazie per questo post che tiene viva la memoria che è la sola cosa che serve perchè l’oblio non copra crimini e criminali.

  9. Flaviano il 21 luglio 2008 alle 10:07

    Grazie ad entrambi
    F

  10. gabriella il 21 luglio 2008 alle 23:34

    scusatemi…
    ma finalmente Radovan Karadzic e’ stato arrestato.
    L’ex leader dei serbo-bosniaci era ricercato per crimini di guerra e genocidio commessi durante la guerra dei Balcani…

  11. Irene il 22 luglio 2008 alle 02:06

    La notizia dell’arresto di Karadzic è sicuramente un grosso passo in avanti verso un cammino di giustizia doveroso che consegna finalmente uno dei maggiori criminali di guerra che la storia recente ricordi. Questo non ridarà la vita ai tanti innocenti, ma sicuramente aiuterà a ricordare, a non dimenticare e a fare in modo che tali atrocità non si ripetano. Oggi è un buon giorno.

  12. carmine vitale il 22 luglio 2008 alle 16:32

    la forza della memoria coincide con l’arresto del boia K.
    a volte le circostanze le coincidenze sono più sorprendenti delle stelle
    ho dormito con un piccolo sorriso nel cuore stanotte addirittura mi è parso di vedere spuntare qualche piccolo fiore su quella terra smossa
    non dimenticare serve
    oggi è una bellissima giornata
    c.

  13. véronique vergé il 23 luglio 2008 alle 12:13

    Si una bella notizia!

  14. Kanita FOCAK il 9 agosto 2008 alle 17:40

    Conosco bene Bakira, Visegrad,la storija triste del paese che ho visuto in prima persona anche io. Ho sopravisuto 4 durissimi anni del assedio di Sarajevo, ho perso marito, nostra casa… Grazie a Dio che miei figli sono vivi e sani, ma ancora combatiamo le consequenze di guerra. Da noi esiste un brutto proverbio. Si dice: non esiste una donna cosi` povera, quanto e` povera una vedova. Dopo ucisione del mio marito ho subbito di tutto, da parte della famiglia, vicini, ex amici, e uomini che pensavano di aver pieno diritto…
    Attualmente sto lavorando a un progetto culturale. Ho bisogno urgentemente il testo originale di Ivo ANDRIC: “Nessuno puo immaginare che cosa significhi nascere e vivere al confine di due mondi,…..ed essere carnefice e vittima nello stesso tempo”. Spero che qualcuno mi puo indicare esattamente da quale sua storia o libro sono state prese.



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