Chiaiano, un’altra verità

5 agosto 2008
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di Maurizio Braucci

“Ogni volta che ci dicono: perché non protestavate quando la camorra sversava i rifiuti tossici? Io salto dalla sedia. Ma come? Negli anni ’80 facevamo i presidi di notte, rischiando la vita, per bloccare i camion che lavoravano per la criminalità organizzata. Come pensate che siano nate tante inchieste dell’antimafia?” E’ Angelo Genovese a parlare, zoologo, ha 48 anni, ex attivista di Legambiente, oggi è tra quanti sono contrari all’apertura della discarica di Chiaiano.”La mia prima denuncia sullo sversamento dei rifiuti tossici risale all’85, allora la gestione stava nelle mani di piccoli clan locali da cui, noi attivisti, subivamo minacce ed intimidazioni perché portavamo alla luce un sistema del tutto abusivo e la legge era dalla nostra parte.” Pochi anni prima, nel 1980, Mimmo Beneventano, consigliere comunale del PCI, era stato assassinato ad Ottaviano perché si stava interessando della discarica della ditta La Marca. La situazione si aggravò dopo il 1982, quando venne approvato il DPR 915 che regolamentava l’attività di smaltimento rifiuti, e da cui poi, in seguito, si arrivava ad istituire un registro regionale per chi operava nel settore. Venivano fissati dei requisiti tecnici più elevati – numero minimo di mezzi di trasporto, siti di stoccaggio provvisori etc- in quella che sembrava una tutela contro il malaffare. Invece, in Campania, a causa dell’assenza di controlli e della corruzione della pubblica amministrazione, i clan più ricchi entrarono nel business creando delle società capaci di soddisfare i requisiti. Da allora, il traffico di rifiuti tossici dal nord Italia si è incrociato con lo smaltimento di quelli ordinari attraverso concessionari regolarmente iscritti all’albo degli smaltitori. Nell’89 bloccammo la discarica di Ercolano e, mentre eravamo lì, con la polizia presente, arrivarono dei camion carichi di rifiuti tossici. In quegli anni, grazie alle nostre denunce e a quelle di altri gruppi ambientalisti, si fecero varie interrogazioni parlamentari e le commissioni antimafia coniarono il termine ecomafie. Capisci adesso perché mi arrabbio quando ci dicono che noi campani non protestavamo contro la camorra?”.
Angelo mi parla con calma, ogni tanto si rammarica di non ricordare bene le date e mi rimanda al suo sito web dove sono pubblicati articoli di oltre vent’anni fa. Lui è uno dei collegamenti tra l’attuale movimento ambientalista campano e quello passato “Poi, negli anni ’90 mi feci da parte, le delusioni erano state tante, la frustrazione cresceva e anche la sfiducia nei partiti e nelle organizzazioni per cui militavo. Ho iniziato a pensare a me, alla mia famiglia, ma nel 2007 non ho potuto restare indifferente di fronte al fatto che volevano riaprire la discarica di Terzigno, nel Parco Nazionale del Vesuvio, che noi siamo riusciti a far chiudere 15 anni fa. Ed eccomi qui ancora, a protestare, solo che stavolta lo Stato non è più dalla nostra parte. Oggi lottiamo contro i decreti dei commissari speciali e del governo, contro leggi che contravvengono alla costituzione e all’ordinamento europeo”.
Nel febbraio del 1994, la gestione dei rifiuti in Campania viene commissariata, secondo alcuni si tratta di un metodo per razionalizzare e ammodernare una situazione giunta ormai al tracollo, secondo altri è anche un modo per eliminare la presenza della criminalità organizzata che ormai pervade la gestione delle discariche su tutto il territorio. Tuttavia, i poteri speciali del commissario di turno e un flusso elevato di soldi, fino ad oggi 2 miliardi di euro, in 14 anni non riescono a risolvere la crisi. Col tempo, il commissariamento crea un scollamento tra politica e società civile, gli obiettivi divergono e i poteri speciali, che dovrebbero servire ad imporre una strategia risolutiva, si pongono molto spesso al servizio di una rete affaristica e clientelare che oggi rappresenta il vero mostro che tormenta la Campania. Dopo tre commissioni di inchiesta parlamentare, un processo contro i massimi attori politici ed imprenditoriali della gestione, una cinquantina di arresti ed inchieste che si aggiungono a quelle già in corso, anziché di emergenza sarebbe più giusto parlare di “scandalo” rifiuti.
Pietro F., che ha ricoperto un incarico di rilievo alla Provincia di Napoli fino al 1996, racconta. “Ho preso parte a quella che chiamerei ‘fase 1’ dell’attuale emergenza. Allora già subodoravo che il commissariamento non sarebbe servito a risolvere la situazione ma, anzi, a peggiorarla. Nel 1995, con la giunta regionale di Antonio Rastrelli di An, ho visto il prevalere del consociativismo, l’emergenza offriva ai partiti la possibilità di trasformare una situazione di disoccupazione strutturale in una larga rete di clientelismi. Io stesso presi parte all’emanazione del primo bando di formazione per operatori ecologici che poi portò all’assunzione di 2.500 persone. Regione, Provincia e Comune aggirarono il collocamento e scelsero i corsisti anche tra liste di disoccupati create all’ultimo minuto, con evidente infiltrazione della camorra che comprava gli elenchi dei nomi da gruppi già esistenti. Fu una spartizione tra destra e sinistra, divisa in quartieri e aree, secondo le esigenze di ciascun partito che ne guadagnò bacini di voti. Con questa prima manovra, siamo arrivati ad avere oggi in Campania 12.000 addetti alla raccolta dei rifiuti, cioè 1 ogni 400 abitanti mentre la media italiana è 1 ogni 9.000.”.
Napoli e la sua provincia sono l’area più problematica a causa del grande flusso di rifiuti prodotto, il 75% di quelli regionali, e dell’altissima densità abitativa . Nel 2000 viene creata, per gestire l’igiene ambientale nel capoluogo, l’ASIA, azienda municipalizzata dove il Comune di Napoli ha la maggioranza azionaria e di cui nomina gli amministratori.
“Dopo anni di cortei tra i disoccupati” spiega Franco Catapano, dipendente dell’ASIA “Nel 1998 presi parte ad un corso di formazione di 1.500 ore per la raccolta differenziata. Nel 2000 fummo assunti dall’ASIA, eravamo in 2300 ma di cui solo 150 in possesso della qualifica, gli altri provenivano da lavori socialmente utili, cassa integrazione e mobilità, era una politica di assorbimento della disoccupazione. In 8 anni, quelli come me che hanno la qualifica non sono mai stati utilizzati per la differenziata, io ad esempio spazzo le strade, quel poco di differenziata che oggi si fa a Napoli, il 10%, la fanno i dipendenti generici. Dell’attuale organico di 2.200 dipendenti ASIA, solo la metà sta in strada, gli altri ricoprono livelli superiori e mansioni d’ufficio: autista, capogruppo, ispettore etc. Quindi, quando si dice che l’ASIA ha un eccesso di dipendenti si dice una mezza verità: gli addetti alla pulizia, gli operatori ecologici, siamo in pochi. Molti dei promossi sono i delegati sindacali, il che spiega perché l’azienda possa fare quello che vuole con le promozioni e i turni di lavoro. L’azienda è interessata solo alla raccolta dei rifiuti tal quale, perché deve rispettare gli appalti esterni, cioè consegnare l’immondizia nei centri di raccolta, fino a ieri gestiti dalla FIBE. Questo conviene pure ai dipendenti, perché è lavoro fatto di notte, con gli straordinari e un turno di riposo in mezzo, ma in cambio devono garantire che quando c’è emergenza vanno e raccolgono, ogni tipologia di rifiuti, senza dare problemi. La Corte dei Conti ha messo sotto inchiesta l’azienda per i milioni di ore di straordinari pagati, dopo averla già condannata per non aver fatto la differenziata, perdendo soldi dalla mancata vendita dei materiali riciclabili. Gli appalti esterni sembrano essere la cosa più importante per l’azienda, tutto avviene all’esterno: riparazione automezzi, pezzi di ricambio, guardiania, pulizia degli uffici e via dicendo. Fino all’anno scorso noi venivamo prelevati ogni mattina dai nostri distretti e portati nelle strade da spazzare a bordo di autobus di lusso, quelli a due piani. La gente ci vedeva arrivare come dei turisti ma con la scopa e la divisa, non credeva ai propri occhi. Questo perché avevano appaltato il trasporto dei dipendenti ad un’azienda amica, credo che siano tutte aziende amiche quelle che ottengono gli appalti ASIA”. Attraverso aziende come l’ASIA, amministrate dal settore pubblico, sottoposte al diritto privato, ma le cui perdite sono pagate dai contribuenti, i partiti danno appalti agli imprenditori, i quali a loro volta assumono personale su indicazione politica. E’ una catena infinita, è il nuovo metodo, dopo tangentopoli, con cui in Italia i partiti si finanziano e creano reti clientelari e voti di scambio.
Questa catena infinita pervade tutta la questione rifiuti campana, un blocco costituito da politici e imprenditori, locali e nazionali, pubblica amministrazione e camorra, che attraverso società miste e consorzi sono il corpo fisico dell’emergenza. In Campania, gli osservatori più avveduti, commentando la successione di ben 10 commissari ai rifiuti in 14 anni, dicono “Ogni volta, arrivano prima i soldi e poi il commissario”.

Il movimento di protesta

I gabbiani si levano urlando verso il cielo, lo oscurano in battiti frenetici, allontanandosi dalla massa di rifiuti che giacciono accatastati sulla piazzola. “Hanno visto un topo” dice Virgina. Non sarebbe una scena strana se non fosse che ci troviamo ad Acerra, provincia di Napoli al confine col casertano, a 20 km dal mare, dove la FIBE, società della multinazionale Impregilo, concessionaria dell’intero ciclo dei rifiuti campani dal 2000 al 2005, ha iniziato 4 anni fa la costruzione di un inceneritore. L’inceneritore non è ancora ultimato, ma in compenso La FIBE ha installato un sito di trasferenza temporanea di rifiuti, quelli da cui vediamo levarsi i gabbiani.Virginia Pretellese è un’architetto che fa parte del comitato ambientalista “Donne del 29 agosto” contro la costruzione dell’inceneritore. “Il nome del comitato ricorda il giorno, nel 2004, in cui una marcia pacifica di circa 30.000 cittadini, che protestavano contro l’apertura del cantiere per l’inceneritore, furono caricate violentemente dalle forze dell’ordine. Ci furono numerosi feriti, tra cui donne e bambini, anche se, per uno strano accordo sottobanco, nessuno denunciò nessuno, in quanto polizia e carabinieri dissero di aver reagito contro un gruppetto che lanciava pietre. Ma l’effetto della repressione è stato quello di spaventare molti dei miei concittadini e ridurre la partecipazione della gente. Qui, dagli anni ’70, abbiamo lo stabilimento chimico della Montefibre che ha già procurato gravi danni all’ambiente, adesso si aggiungerà anche l’inceneritore. Dal 1999 denunciamo questa inutile mostruosità, all’inizio ci sentivamo soli, eravamo una comunità abbandonata a se stessa, oggi invece sentiamo intorno a noi una forte solidarietà. Quando ho visto che anche Napoli aveva i suoi comitati contro gli inceneritori, mi sono detta: allora, vedi?, eravamo nel giusto”. Dell’attuale lotta ambientalista campana, Acerra è il simbolo per la sua battaglia contro quello che viene considerato tecnologicamente un ferro vecchio, perno del piano industriale (7 impianti di stoccaggio e 2 inceneritori) con cui la FIBE nel 1998 si aggiudica la gara per lo smaltimento dei rifiuti campani. Per tale piano, la FIBE trova come finanziatori le maggiori banche italiane, lo inizia senza mai entrare però a regime, commette degli illeciti, tra cui la famosa vicenda delle finte ecoballe sparse per mezza regione, infine viene inquisita dalla magistratura. Dopo aver messo in ginocchio la Campania, nel 2005 i vertici FIBE chiedono al governo Berlusconi di rescindergli il contratto, ma continuano fino ad oggi a gestire tutta l’impiantistica, in attesa di riottenere dallo stato, pur senza averne diritto, i capitali investiti. Intanto, il subentro, al posto della FIBE, di un’altra società nella gestione dell’inceneritore potrebbe essere conveniente solo grazie ai contributi statali CIP6, 55 euro per ogni tonnellata di rifiuti bruciati, ma l’Europa li sta abrogando. Così, per tutelare il capitale della società della Impregilo, due ordinanze di Prodi del 2008 mantengono per la sola Italia i CIP6 e ridefiniscono come termocombustibili le finte ecoballe, materia prima che si converte in denaro per chi le brucia. E’ un modo per far ripartire le gare d’appalto che fino ad allora sono andate deserte a causa del grande impegno finanziario iniziale richiesto ai concessionari e che deve indennizzare la FIBE. La vicenda campana diventa un emblema della finanza e della politica italiana, lo stato tutela i capitali delle imprese e delle banche anche quando a farne le spese sono i diritti e la salute dei cittadini. “La cosa più ridicola” mi fa notare Virginia Pretellese “E’ che noi con le nostre proteste non siamo mai riuscite a bloccare l’inceneritore, abbiamo portato alla luce la questione, questo sì, ma la protezione delle forze dell’ordine intorno al cantiere è stata tale che non siamo mai nemmeno riusciti ad avvicinarci. Si sono bloccati da soli perché hanno sbagliato il progetto, la zona in cui hanno iniziato a costruire, chiamata Pantano per l’abbondanza di acque, gli ha ostacolato i lavori. Poi è intervenuta la magistratura che ha messo sotto inchiesta la FIBE ed oggi l’impianto giace lì, per nostra fortuna ancora incompleto”. Dopo Acerra, dal 2004 ad oggi si sono susseguite proteste in tutte le aree in cui i commissari ai rifiuti avevano stabilito di aprire delle discariche: Marigliano, Terzigno, Giugliano, Ferrandelle, Macchia Soprana, Savignano Irpino, Lo Uttaro, Piganataro Maggiore, Coda di Volpe, Macchia Soprana, Sant’Arcangelo Trimonte, Pianura….. La fiducia nello stato è svanita e lo stato non dà nessun segno di discontinuità col recente passato.

Chiaiano, ultima tappa.
“Napoli deve avere la sua discarica” dicono i sostenitori del piano industriale dei rifiuti “Nel resto della Campania non vogliono la sua immondizia”. Malgrado abbia una densità abitativa tra le più alte al mondo, Napoli deve trovare un buco dove piazzare le 5.200 tonnellate che produce ogni giorno insieme alla sua provincia. A febbraio 2008, il sindaco Iervolino suggerisce al governo Prodi e al commissario De Gennaro che questa discarica si apra a Chiaiano, periferia nord, all’interno di un’area protetta nel Parco Metropolitano delle Colline. Mauro Forte, architetto e attivista del presidio contro la discarica di Chiaiano, racconta “Nel 2002, con altri colleghi abbiamo vinto un concorso indetto dal WWF per valorizzare la Selva di Chiaiano. Si tratta di 500 ettari di bosco con aree coltivate a bosco di castagno, ciliege e piene di vie d’acqua. Anni fa, in una tenuta situata nella selva, furono rinvenute delle scorie tossiche che poi la magistratura ha appurato provenissero dalla base NATO di Bagnoli. Una mattina, mentre facevamo i rilievi per il nostro progetto, trovammo centinaia di sacchi pieni di bustine vuote che erano servite da contenitori per fosfati, c’era ancora l’indirizzo: stabilimento Miralanza di Venezia. Quando ho saputo della scelta della discarica mi sono chiesto come riusciranno, visti i volumi di spazzatura di cui parlano, a far venire qui 300 camion al giorno, che tra andata e ritorno fanno 600 autoveicoli, in pratica uno ogni 2 minuti e mezzo nell’arco di 24 ore. Le strade attuali sono impensabili per questo scopo, ci sarebbe bisogno di infrastrutture viarie che certamente non si possono attuare nei tempi che il governo Berlusconi ha dichiarato come termine dell’emergenza rifiuti”. L’attuale presidente del consiglio punta molto sul caso Campania per dare un’immagine decisionista del suo governo, il 28 maggio vara un decreto in base alle indicazioni del commissario subentrante Guido Bertolaso, il quale, quando ha ricoperto la medesima carica nel 2006-2007, ha trovato i seguenti ostacoli: proteste dei cittadini, inchieste della magistratura sugli abusi, rifiuti nocivi mischiati con quelli ordinari. A tale scopo, il decreto prevede gli arresti per chi ostacola l’uso di una discarica, affida tutte le inchieste sugli scandali rifiuti ad un’unica superprocura che difficilmente potrà essere efficiente, autorizza lo sversamento di tipologie di rifiuti anche nocivi e, in più, pone l’esercito a guardia delle discariche. Anzichè fortificare lo stato di diritto e fare luce sulle cause della crisi dei rifiuti, il governo Berlusconi attacca le forze che hanno fatto venire a galla lo scempio, società civile e magistratura, legittimando invece le accozzaglie di rifiuti ordinari e tossici contro cui, da anni, si battono gli ambientalisti. Teresa Musto è un’attivista di Chiaiano, lei e suo marito Matteo mi spiegano alcuni retroscena della protesta “Vuoi un esempio delle speculazioni sull’emergenza rifiuti? La FIBE è proprietaria di una cava all’interno della selva che, come si legge sugli atti della commissione parlamentare, fu comprata nel 2001 da un intermediario per 200 milioni di lire e rivenduta a quella società per 2 miliardi e mezzo. Che fiducia possiamo avere noi in chi ci propone l’apertura della discarica? Già nel 2001 ci fu una forte protesta a Chiaiano contro il progetto di sversare nella cava della FIBE della frazione organica, allora nacque un comitato che poi è stato alla base dell’inizio delle proteste attuali”. Le proteste di Chiaiano raggiungono un livello drammatico quando, la sera del 23 maggio e la mattina del 24, le forze dell’ordine caricano improvvisamente il presidio, numerosi i feriti, due gravi, mentre un’accanita campagna stampa bolla i manifestanti come emissari della camorra che sarebbe contro la discarica. Nessuna prova di ciò viene fornita, ma intanto gli abitanti di Chiaiano sentono su di sé la repressione e la calunnia. Sabina Laddaga, trentacinque anni, è un architetto che segue le proteste dal 2004, compresa quella attuale “I politici, tutti, hanno detto solo bugie, Paolo Russo, parlamentare di Forza Italia, che è stato anche presidente della commissione sui rifiuti, una settimana prima delle scorse elezioni disse ad un convegno che la discarica di Chiaiano non si sarebbe mai fatta, una settimana dopo, ad un altro convegno, ha affermato il contrario. Quando ci fu il collegamento in diretta da Chiaiano con la trasmissione Anno Zero, una donna girava con un manifesto di alcuni mesi prima, firmato da Alleanza Nazionale e Forza Italia, in cui si diceva che la discarica qui era un progetto folle. Voleva mostrarlo all’onorevole Mantovano di An che stava negli studi della Rai, non ne ebbe il tempo perché i politici locali di centrodestra la trascinarono via, dissimulando che in quell’occasione non era giusto che comparissero dei simboli di partiti”. Dopo gli scontri, a giugno si arriva ad un accordo tra istituzioni e manifestanti: si lasceranno entrare i tecnici per effettuare le prove di idoneità della cava, ma insieme a degli esperti eletti dai comitati della protesta. Tra questi ci sono Franco Ortolani e Giovan Battista De Medici, geologi e docenti dell’Università di Napoli. “Pensa” mi dice Teresa Musto “Che gran parte dei tecnici del commissariato sono ex allievi di Ortolani e De Medici. E’ grazie a loro due che la discarica non è ancora stata aperta, ribattono colpo su colpo alle scempiaggini che vengono dette. Ma la verità è che queste analisi hanno solo un carattere politico, l’Istituto di Geologia ha già tutti i rilievi fatti per legge negli anni passati”. Mentre parlo con lei, arriva d’un tratto la notizia che in un incontro ufficiale, i tecnici si sono espressi per l’idoneità della cava, vedo sui volti di Teresa e del marito l’angoscia, sanno che con il decreto Berlusconi ogni protesta significherà l’arresto e il carcere, si sentono messi di fronte ad un’ardua decisione. “Il decreto è incostituzionale, perché limita delle libertà fondamentali” continua Teresa “Ma la Corte Costituzionale può intervenire solo dopo che si siano verificati dei casi concreti, cioè dopo che qualcuno di noi venga arrestato”. Per fortuna, almeno per ora, la notizia dell’idoneità si rivela falsa.
Gli esperti che si oppongono alla discarica sono lì perché fanno parte di un’altra realtà che, da anni, anima il movimento di protesta contro lo scandalo dei rifiuti. Le Assise di Palazzo Marigliano sono assemblee pubbliche, iniziate nel 2005, che si svolgono ogni domenica nell’omonimo palazzo nobiliare, principalmente sul tema dei rifiuti. Presidente onorario è quel Gerardo Marotta che dirige l’Istituto degli Studi Filosofici che si fa portatore della tradizione umanistica del Mezzogiorno d’Italia, quella dei Gaetano Filangieri e dei Benedetto Croce. Le Assise si sono radunate già all’inizio degli anni ’90 per contrastare la distruzione urbanistica della città tentata da Paolo Cirino Pomicino, e ci riuscirono. “Se vuoi sapere chi c’è dietro questo movimento” mi spiega Sergio De Stasio, un vecchio militante ambientalista ”Te lo dico io. Ci sono i giacobini, perché questa è l’Assise, gli ultimi giacobini d’Italia. Sono loro a scendere in campo quando la democrazia viene violata, e qui in Campania questo accade da 14 anni. Hanno competenze scientifiche, giuridiche e culturali, sono i figli di Domenico Cirillo e cento altri. Se li avessero ascoltati prima, non saremmo arrivati al punto in cui siamo”. Da anni, le Assisi pubblicano un bollettino che spiega le ragioni della protesta, in questo modo forniscono gli strumenti critici e di analisi della situazione attuale “Nel 1799, durante la rivoluzione napoletana” continua Sergio De Stasio “I giacobini si trovarono il popolo contro e nacque una cesura storica tra gli intellettuali liberali e la città che è stata causa di tanti mali. Oggi, questi giacobini sono al fianco di un popolo che non vuole più essere oppresso. E’ l’occasione per cambiare qualcosa, dobbiamo sfruttarla”. Da alcuni anni, in Campania, con l’incontro tra diversi gruppi sociali e politici, tra professionisti, scienziati, vecchi e nuovi ambientalisti, si è iniziato ad elaborare un piano di gestione dei rifiuti basato sul riciclaggio, come impone la legislazione europea, abolendo discariche ed inceneritori e, soprattutto, interrompendo la gestione straordinaria dell’emergenza. Contro queste richieste si è scatenata una campagna di mistificazione, che in buona o cattiva fede, impedisce che le proteste appaiano come quelle di una società civile che si oppone ad uno stato reo di perseguire, nel migliore dei casi, obiettivi non condivisi dalla collettività. E’ l’emergere di un “ecologismo popolare” in un contesto fino ad ieri privo di cultura ambientalista, un fenomeno tipico ormai di molti paesi del sud del mondo che si ritrovano a difendere ambiente e risorse minacciate dagli interessi dei paesi più sviluppati. Oggi, la Campania è costretta a ricordarsi che la sua collocazione è al sud del nord, un nord che non è più solo una collocazione geografica ma un modello di sviluppo basato su industria e finanza, protette dalla politica. Lo scontro è aperto, ed è uno scontro per la democrazia e la giustizia ambientale.

(Pubblicato su “Diario”, 26.6.2008. Nell’ immagine:”Trash-O-Saurus” )

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5 Responses to Chiaiano, un’altra verità

  1. […] una buona dose di ottimismo, Caserta potrebbe riuscire ad emergere dalla sua miseria ed assomigliare a Hradcany, ua […]

  2. véronique vergé il 5 agosto 2008 alle 15:39

    Un articolo essenziale.

    Complimenti

  3. un borghese il 5 agosto 2008 alle 16:15

    ma sei sicuro che hai fatto tutte queste cose?

  4. Alcor il 5 agosto 2008 alle 17:08

    Io invece gli credo.
    Che ci siano stati, anche in passato, singoli e gruppi che se ne occupavano e cercavano di opporsi non mi pare strano. Al contrario.
    Mi chiedo però cosa si intenda per “società civile”.
    Io non penso che voglia dire solo singoli e piccoli gruppi di persone, estranei al potere locale e lontani dal governo della città, si tratta ancora di élites. Società civile per me è un cittadino più uno più uno più uno, fino a raggiungere il numero complessivo dei cittadini che tutti insieme, anche quando non hanno la discarica sotto casa, sentono un problema di una parte della comunità come problema di tutti. Come poi di fatto è.
    Questo non c’è stato.
    Queste persone di cui vengono riportate le parole qui erano ancora minoranza.
    Forse l’emergenza e il clamore faranno sì che in futuro accada più spesso, che ci sia quella vigilanza civile che complessivamente è mancata perchè non era sentita come un patrimonio comune. Adesso sembra un momento favorevole, speriamo che duri.

  5. CapitanFeendoos il 6 agosto 2008 alle 17:58

    Lo scontro esiste dal 1861, purtroppo, da quando venne scaricato sulla gente il costo dell’unità, lasciando tutto in mano ai “galantuomini”, in cambio di soldi e braccia da mandare all’esercito. Ed è angoscioso che ci sia ancora che si chiede se questo è vero.



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