Sorpasso rituale

16 agosto 2008
Pubblicato da

di Franz Krauspenhaar

Il burrone della scogliera. Dove Roberto Mariani, il giovane studente di Giurisprudenza interpretato da Jean-Louis Trintignant, trova la morte nel finale de Il sorpasso. Rivendendolo per l’ennesima volta, mi chiederò perché. Perché a ogni ferragosto, da quasi dieci anni, vedo quel film, dovunque mi trovi. L’idea di questo rito in bianco e nero adesso mi sconvolge. Vengo messo davanti a qualcosa di inquietante che mi riguarda, e che ho fatto per tanto tempo; e al fatto che fosse qualcosa d’inquietante non avevo mai pensato. Mentre scorro le scale del metrò dopo un ottimo pranzo nella casa dei suoceri di Jan a Basiglio, consumato con lui e la sua compagna Francesca, che mi hanno invitato salvandomi per qualche ora dal tedium vitae, penso che lo cominciai, il rito, addirittura nel ’98. Nel ’97, a maggio, era morto Stefano. E dunque mi viene in mente che c’è una certa rassomiglianza tra mio fratello e Roberto: anche mio fratello doveva laurearsi (in economia, lui) ma non finì mai, non ce la fece. Anche lui teneva a riccio dentro di sé un malessere, perché la estrema timidezza del personaggio del film è un malessere grave, anch’io sono stato molto timido, da bambino, so di cosa parlo. Certo, Roberto con le donne era un impiastro e Stefano no, ma certamente era ipersensibile, soffriva, si tormentava addirittura, anche se in silenzio. Morì giovane come Roberto, in un tuffo lungo, profondo, disperato. Ecco, penso che in quel momento di rara sospensione che è il ferragosto italiano, un momento di apnea della vita degli uomini, io, senza volerlo, rivedendo ogni anno quel film proprio in quel giorno (perché i fatti del film avvennero proprio in quel periodo) offici un rito inconsapevole per celebrare la morte di Stefano. E non solo: accanto a lui, lo scampato Bruno Cortona, il quarantenne interpretato da Gassman, è l’immagine di come in qualche modo sono diventato io ormai da parecchio tempo: sfacciato e disincantato, un po’ folle, senza troppi sogni, aggressivo per difesa, nevrotico per disposizione, giovane fuori tempo massimo. E allora, forse, rivedere quel film è anche rivedere me e lui, Stefano, insieme, in un viaggio che non facemmo mai ma che avrei voluto fare con lui senza ovviamente brutti epiloghi, magari in aereo come quello tedesco con papà del luglio dell’89. Eh sì, Bruno sorpassa continuamente le auto sulla via Aurelia lungo la costa non lontano da Livorno, e poi il crash, il crack, il bang definitivo, il tragico scapicollare rimbalzante dell’auto sportiva sulle rocce nere. Quel viaggio che avrei voluto fare finisce male, è finito male, per tutti, nella fantasia di una storia emblematica del nostro cinema del boom economico e nella realtà della mia piccola vita. E se io sono Bruno, allora non è forse che mi sento in colpa, in qualche modo? Uno psicologo potrebbe dirmi che ho bisogno di prendermi un periodo di riposo. Ma non posso riposarmi dalla vita, la vita mi fascia stretto. Non posso prendere la famosa vacanza da me stesso. Anzi: ci sto sempre più dentro, sempre più concentrato, sul dannato me stesso. Sto scrivendo di mio padre ma io intervengo di continuo col personaggio di me stesso, a inchiostro spiegato, pennellando il mio ego in ogni spazio. Questo libro è anche un diario di me stesso, e forse sì, il me stesso, sempre lui, si sovrappone in maniera eccessiva a quella di papà. Non so. Vado avanti in questo viaggio – perché questo è un viaggio, ormai è chiaro, è sicuro – a fari spenti nella notte, come in Emozioni di Battisti.

[Da: Era mio padre – Fazi, 2008. Immagine dal film Il sorpasso, di Dino Risi.]

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11 Responses to Sorpasso rituale

  1. stefania il 16 agosto 2008 alle 13:01

    Il problema caro Franz é che la vita ci cambia, magari con una collezione di ferite. E forse abbiamo bisogno di ripensarci continuamente perché le ferite ci stanno. Ricordo una divertente affermazione di uno scrittore francese che se la prendeva con la scritta sulle sigarette. L’aveva modificata cosi’: “La vita nuoce gravemente alla salute”.
    Pero’ vale la pena resistere.
    Un abbraccio
    Stefania

  2. Cristoforo Prodan il 16 agosto 2008 alle 18:02

    L’altro ieri ho rivisto Fitzcarraldo di Herzog, in dvd. Nei contenuti extra c’era anche una bella lunghissima intervista a Herzog, in cui lui commentava le scene del film e raccontava le inenarrabili difficoltà per girare quel film e in particolare per tirare – davvero non per finta – quella nave su per la montagna in mezzo alla foresta amazzonica. Il progetto di Fitzcarraldo poi, com’è noto, fallisce, nonostante sia riuscito a issare quella nave e a farla arrivare sull’altro fiume. Eppure Fitzcarraldo riesce a trasformare quel fallimento in una vittoria, realizzando il suo sogno antico e intimo di portare l’opera lirica in quelle zone. Bella la scena finale della rappresentazione dell’opera sulla nave, con un grandioso Klaus Kinski finalmente sorridente. Ecco tutto questo, caro Franz, per dirti che tempo fa avevo visto il tuo libro in libreria e stavo quasi per comprarlo, e che dopo questa lettura sicuramente lo comprerò. E poi che volevo augurarti di essere come Fitzcarraldo: di riuscire cioè a trasformare le sconfitte, soprattutto quelle della vita, in arricchimento della tua qualità umana e dunque, in ultima analisi, in vittorie.

  3. jolanda catalano il 16 agosto 2008 alle 18:44

    A fari spenti nella notte.
    Franz, un sogno che ricorre spesso nel mio sonno. Forse poi, con la luce del giorno, si sta più attenti alle cose della vita, più guardinghi.

    Se per te vedere quel film ha un significato, continua a guardarlo. Mi chiedo, nello stesso tempo, se hai mai tentato di non farlo.

    Vorrei ancora ringraziarti, in questa sede non era ancora avvenuto, per l’ottima lettura di Era mio padre,

    abbracci
    jolanda

  4. Loris R. il 16 agosto 2008 alle 21:39

    non conosco la vicenda biografica… ma forse c’è davvero stato un giro in auto a due, sotto le macerie del conscio, magari è nascosto lì.

    e poi, si sa, l’auto, con la sua necessità di essere guidata, con la sua possibilità di portarci e allontanarci dai nostri bisogni emotivi, è una metafora del nostro corpo e della nostra vita… siamo dio negli abitacoli, siamo l’anima della nostra estensione meccanica nel mondo.

    Il film aiuta a rivivere. dici bene, è un rito: i ricordi e il loro desiderio di essere rivissuti a me capita di sottovalutarli, ma poi mi escono dappertutto. cerco soddisfazione nei luoghi e nei modi sbagliati.

    be’, è chiaro che dietro la fiction tu giassai i tuoi perchè e i tuoi per come.

    voglio leggere il libro, perchè l’argomento mi interessa.

    questo assaggio mi pare bello e ricco di significati.

  5. franz krauspenhaar il 17 agosto 2008 alle 16:57

    Ringrazio tutti con calore.

    Franz

  6. véronique vergé il 17 agosto 2008 alle 17:17

    Molto bello, Franz.
    Il tuo libro si apre come uno sguardo saggio, profondo sulla vita:
    ” ma non posso risposare della mia vita.” Lo sento in eco nel cuore.
    Dove sono partiti i giorni che davano un sentimento di gioia con l’universo intero, un sentimento di il tutto possibile, un’armonia del corpo e della bellezza della natura, mi rammento il piacere puro del corpo e del mondo? Quando la vita anda, le scomparse abitano il cuore, fanno un bucco che niente viene appagare.
    Lo sento violente, perché non ho bambini, allora il bucco diventa enorme.

    Complimenti per questo testo e il libro che leggero.

    A presto, a Milano!

    véronique

  7. véronique vergé il 17 agosto 2008 alle 17:19

    Buco, non bucco

  8. cristiano prakash il 17 agosto 2008 alle 18:58

    confermo periodi depressivi in determinati archi temporali. ogni anno una coazione a ripetere di malessere che non fa vedere le sue radici, ma che si sa, esistono, conficcate sotto sotto, invisibili e indispensabili.
    sono cicli che, seppur riconosciuti, smascherati, lavorano in quelle zone, là sotto, che non vediamo ma che, di certo, esistono e lavorano a tempo pieno.
    bel pezzo

  9. robertorossitesta il 18 agosto 2008 alle 12:17

    Caro Franz,
    vedo che tutti, ognuno partendo dai casi suoi e con parole proprie, cerchiamo di trasformare delle sconfitte in vittoria. Sarà che di sconfitte ne abbiamo tutti, in abbondanza, a stufo, e che una grama vittoria, ottenuta per caso una volta, va subito a male, come un panetto di burro fuori frigo in un giorno d’estate.
    Dài, non prendiamocela, che bene che vada sarà una tragedia.
    Roberto

  10. Cristoforo Prodan il 18 agosto 2008 alle 18:39

    Roberto, la tua simpatica conclusione mi ricorda quella battuta di Flaiano:

    Coraggio, il meglio è passato!

  11. franz krauspenhaar il 18 agosto 2008 alle 20:09

    Roberto è talmente depressivo che non può non tirare su. Lo consiglio a tutti: altro che il telefono amico per i suicidi. Dopo una telefonata con Roberto Rossi Testa il mondo (tuo, messo a confronto col suo) è rosa.

    :-)

    Il meglio è passato, caro Cristoforo. E tu Roberto, insegnami la disperazione del vero credente, che quella del “solito incerto” m’ha stufato!



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