L’arte di boicottare le olimpiadi

18 agosto 2008
Pubblicato da

Di Andrea Inglese

Mi rendo conto che “olimpiadi” e “diritti umani” sono una coppia di concetti indissolubili. Mi rendo conto che l’avvento delle olimpiadi si accompagna in modo costante con la preoccupazione dei diritti umani. Mi chiedo, per altro, perché non si proponga di fare olimpiadi tutti gli anni, in modo da tenere più desta l’attenzione del mondo sullo stato dei diritti umani. Insomma, l’equazione dovrebbe funzionare: più olimpiadi, più diritti umani. Non credo che ciò potrebbe dispiacere agli sponsor. E’ anche vero che le lunghe chiacchierate preventive da parte di statisti e opinionisti occidentali sull’opportunità o meno di boicottare le olimpiadi, si sono risolte in piccoli gesti ma estremamente significativi: pare che alcuni atleti europei, nel chiasso della cerimonia di apertura, abbiano ripetuto tra i denti “Free Tibet”. Devo comunque ammettere che, per una strana indolenza, non ho seguito le vicende dei sostenitori del boicottaggio, ammesso che esistano. Se quindi essi hanno messo in campo strategie specifiche, forme di resistenza peculiari, ne sono del tutto all’oscuro. Però a conti fatti, mi sono reso conto che dalla cerimonia di apertura, che non so bene in quale esatto giorno collocare, non ho letto nessun articolo a stampa che parli delle olimpiadi, non ho visto nessuna immagine televisiva delle olimpiadi, non ho discusso con nessuno di olimpiadi, ho ascoltato qualche minuto di resoconto delle gare sportive su France Info, radio pubblica francese, e cinque minuti di una trasmissione su Radiopopolare dedicata alle olimpiadi.

Mi è venuto allora il dubbio che senza rendermene conto io stia effettivamente, nel mio piccolo, boicottando le olimpiadi. Non so se l’idea di boicottaggio si accompagni con un’idea di sforzo di volontà, di minimo sacrificio, ma nel caso lo fosse, io sono – in quanto boicottatore – un eccezione: il boicottaggio mi viene spontaneo, senza programma, strategia, riflessione. Forse il mio è un boicottaggio su larga scala, che si rivolge contro la Cina ma anche contro tutti gli altri paesi che partecipano ai giochi. Un boicottaggio ampio e preventivo, o retrospettivo: tiene in conto i diritti violati e violabili ogni giorno di ogni essere umano del pianeta da parte di qualsiasi stato. Ma tiene anche conto dei diritti di ognuno di non farsi invadere la mente, il linguaggio, la retina, da una quantità di cose che non lo riguardano minimamente, come gli “ori” da portare a casa. Non so bene se questi “ori” siano i braccialetti della nonna, che qualcuno le ha sottratto, per portarseli a Pechino o dintorni. Ma io sono del parere che posate e bracciali della nonna rimangano pure dove sono. Io, almeno, ne riuscirò a fare a meno. E non mi si dica: “intellettuale snob”. Io boicotto, signori! Boicotto a mia insaputa, addirittura. Boicotto spontaneamente, preventivamente, restrospettivamente. E senza il minimo sforzo.

[immagine A Inglese]

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15 Responses to L’arte di boicottare le olimpiadi

  1. pinco il 18 agosto 2008 alle 09:15

    Ma guarda, a parte France info, che non ricevo, e Radio popolare, che non ascolto, questo ritratto mi corrisponderebbe – non fosse per il sito di Rainews24, che intacca la mia ignoranza in modo tutto sommato blando.

  2. Alcor il 18 agosto 2008 alle 10:24

    Io invece, che non le guardo mai, le ho guardate.
    Guardandole ho sentito che alla televisione cinese mostrano solo le gare vinte da cinesi. Non so se è vero, immagino di sì, queste olimpiadi sono un grande spettacolo di autoglorificazione. Ma anche gli stadi sono pieni, di cinesi, che vedono vincere aleti neri, giamaicani, europei. Si tratta certamente di una élite economica, ma pur sempre fatta di cinesi. I cinesi saranno anche di nuovo confuciani, ma vedere che chi vince sono anche gli altri, quelli che non credono nel principio di autorità, mi sembra una buona cosa, piccola ma buona.
    E vedendo quelli che vincono ho visto facce che mi piacciono, gente che ha faticato, molta gente cosiddetta comune, facce stravolte, gente che si rotola per terra per la gioia e che piange perché ha perso, una crepa emotiva che probabilmente ha dato un piccolo choc culturale a chi viene allevato a dare valore al mantenere la faccia.
    Se gli atleti avessero gridato tutti Free Tibet probabilmente sarebbero stati oscurati.
    Se la Russia può restarsene in Georgia indifferente alle pressioni occidentali, figuriamoci se la Cina, dico la Cina, un impero di un miliardo e trecentomila persone che si sta comprando mezzo mondo, si sarebbe tirata indietro da un piccolo oscuramento.
    Credo ai sassolini negli stagni, fanno piccoli cerchi che prima o poi arrivano debolmente a riva, credo ai processi lenti, alle aperture, per quanto ambigue e minori, mentre non ho mai creduto ai boicottaggi, le onde altrettanto deboli tornano impotenti verso chi li ha fatti.
    Il Dalai Lama, che sa con chi ha a che fare e che a telecamere spente è duro, non si azzarderebbe mai a far perdere la faccia ai cinesi, mi fido di più della sua prudenza consapevole che di una astratta fiducia nel boicottaggio, se fossi nei suoi panni tenderei anch’io ai risultati, del resto la politica è fatta per questo.
    E in generale credo più alle aperture che alle chiusure.

  3. Plessus il 18 agosto 2008 alle 11:19

    Non so se, Andrea Inglese, tu abbia mai praticato dello sport, in vita tua. E se l’abbia praticato a livello agonistico. Nel qual caso, questo disinteresse autointerpretato in seconda battuta come personale boicottaggio costituirebbe un atteggiamento assai singolare. Almeno per i miei schemi mentali.
    Non, però, da intellettuale snob.
    Semplicemente, appare, una necessaria sistemazione della coscienza dalla parte di giusti. Travestita da casuale e condita da qualche sparatina ironica di dubbia condivisibilità.
    Ci si perde qualcosa, predisponendosi in tal modo.
    Non solo grandi imprese sportive. Anche bellissimi gesti come quello dell’atleta turca battuta allo sprint dei 10000 in pista, che si reca dalla vittoriosa etiope ansimante a 90 gradi. Colpetto sulla spalla, complimento e sorriso. E l’etiope si rialza tenendosi ancora il corpo con le mani e ricambiando solo lo sguardo. La fatica gli impediva di distendere le labbra e qualsiasi altro muscolo. O quello scenograficamente più accattivante e televisivo ma non per questo meno significativo delle eptatlete. Un giro di pista alla termine di 48 ore di sport condiviso intensamente, tutte abbracciate (molte molto belle), o per mano, a complimentarsi vicendevolmente, sorridenti. O i ruggiti ipermuscolari sul bordo vasca degli atleti americani vincitori delle staffette. O l’italiano del tiro a volo che racconta al cronista di aver tirato col pensiero del figlioletto di quattro anni che lo incitava sul piede di partenza dicendogli vai spaccali tutti.
    Mi piace pensare che ci siano stati e ce ne saranno molti altri di episodi rappresentativi di vero sport, oltre la gara, persi dal sottoscritto, non inquadrati o non sufficientemente risaltati dalla plasticosa regia cinese. Lo sport olimpico non è solo vigore fisico, velocità articolare, precisione visiva, resistenza tendinea, potenza muscolare, tecnica specialistica, concentrazione mentale. Tutti ottenuti a seguito di lunga preparazione ai fini della competizione.
    Al termine di essa, e non solo, nascono, si sviluppano, si prolungano, crescono e si stampano dentro gli atleti momenti indelebili di esaltazione individuale e di gruppo, e momenti di solidarietà reciproca, o unilaterale. E tanti drammi personali per risultati non raggiunti.
    Diritti umani anch’essi. Fonte: disciplina sportiva.
    Evidentemente però, lo spirito critico prevale sulla capacità di apprezzamento e siccome lo sport non ci piace – o forse sì ma non sembra – lo boicottiamo con l’alibi forte, giusto e chiaro dei diritti umani universali, “oltre” il campo sportivo.
    Ma chi sta fermo sui libri, o davanti ad un monitor, o chi si dedica con fervore al lavoro e/o allo studio per tutta la vita, chi si fa mezzora di corsetta la domenica, lo sa chi è, cosa fa, quanto lavora, quanto si sacrifica un atleta di alto livello?
    Ovvio, infine, che esistono differenze tra uno sport e l’altro. Tra un atleta e l’altro e uno sponsor e l’altro. Ce ne sono alcuni – di sport, di atleti, di sponsor – che potrebbero essere tranquillamente eliminati dal programma olimpico per palese inutilità televisiva, inesistente formazione sportiva, evidente necessità dopativa, scandalosa prestazione aggiuntiva, eccessivo compenso premiativo. Altri sport che basterebbe cambiare qualcosa nel regolamento per riportarli a dimensioni più terrene.
    Inoltre, nel futuro prossimo avremo certamente occasione di parlare dell’affacciarsi sugli scenari agonistici del nuovo atleta “bionico”.
    Ma questi sono altri discorsi. Scusate la lenzuolata.
    Saluti e salute

  4. andrea inglese il 18 agosto 2008 alle 13:08

    caro plessus

    dici: “Non so se, Andrea Inglese, tu abbia mai praticato dello sport, in vita tua. E se l’abbia praticato a livello agonistico. Nel qual caso, questo disinteresse autointerpretato in seconda battuta come personale boicottaggio costituirebbe un atteggiamento assai singolare. Almeno per i miei schemi mentali.”

    Ho praticato sport ma mai a livello agonistico. Durante l’anno non seguo quasi oomai le gare di atletica di tiro con l’arco di judo ecc. E non trovo motivazione sufficiente per immergermi una volta ogni quattro anni per qualche settimana in un vocabolario in preoccupazioni in entusiasmi che sento estranei, anche se miliardi di persone lo fanno.
    Certo, gli sport a livello agonistico presentano tutti aspetti affascinanti, e posso capire che suscitino grande interesse in molte persone. Non in tutte,

    Quanto agli episodi che tu citi, a me non paiono cosi straordinari. Ogni giorno intorno a me succedono miriadi di eventi che hanno almeno pari forza emotiva, o che mi suscitano pari interesse nei confronti dell’umano: sui luoghi di lavoro, per strada, nei mezzi pubblici, nei negozi, ecc. Se ho perso qualcosa di significativo in TV, qualche gesto ben ripreso dal cameramen, ben commentato dal cronista, se mi è sfuggita qualche battuta al microfono, qualche grugnito ateltico, in compenso non mi perdo la miriade di fatti piccoli o grandi che non passano in tv, non sono commentati dai giornali, e che comunque esistono, e mi appassionano molto di più di molta retorica agonistica.

    Ma chissà, se le immagini delle gare sfilassero tipo film muto, e non se ne scrivesse nulla sui giornali, e non venissero commentate, forse troverei qualche buona ragione per guardarle.

  5. Iannox il 18 agosto 2008 alle 18:10

    Sinceramente me ne strasbatto i cosiddetti di Pechino 2008, di un governo che è tirannia e assassinio. Gli atleti, i veri atleti, prima di tutto hanno una coscienza: se non ce l’hanno allora non sono atleti. Queste Olimpiadi negano ogni minimo basilare concetto di umanità e i sédicenti atleti che oggi vi partecipano in silenzio, vendendo quel residuo di coscienza che persino gli animali allo stato selvaggio hanno in un qualche recesso, non meritano la mia attenzione né altro, in quanto colpevoli con il governo cinese di crimini contro l’UMANITA’.

  6. Capitan Feendoos il 18 agosto 2008 alle 20:38

    Condivido tutto quello che dici, il disinteresse per delle pratiche che sarebbero del misurarsi dell’uomo contro se stesso, e invece sono contro se stesso tout court. In quanto ai boicottaggi, non si capisce con quali criteri si stabiliscano le guerre da boicottare e quali no, visto che, tuttora, ce ne sono un centinaio in giro per il mondo.

  7. sergio falcone il 18 agosto 2008 alle 21:02

    J’accuse! Il genocidio del popolo tibetano dura da almeno sessant’anni e tutti se ne accorgono soltanto adesso.

  8. vèronique vergè il 18 agosto 2008 alle 22:39

    non ho voluto seguire e non sopporto la manera di passare sotto silenzio la violenza fatta a un popolo, di fare come si.

  9. jan il 18 agosto 2008 alle 23:42

    Mi rendo conto di essere anche io, come Andrea, un boicottatore inconsapevole. Lo sport potrebbe interessarmi da spettatore, magari atletica, nuoto, ma non ho la tv ed alla radio i resoconti da Pechino sono quasi sempre di costume, fatti da persone che non hanno fatto sport.
    Più certamente, ignoro i boicottaggi alla free tibet, li seguo poco e quel poco non condivido.
    Per prima cosa non vengono capiti in Cina, sono visti come atti di teppismo, come ostilità arroganti e disinformate. Mi pare che molti atti siano rivolti a un pubblico internazionale anglofono, non a quello cinese.
    In secondo luogo l’argomento Tibet funziona nella comunicazione nordamericana ed europea, ma è così semplificatoria e romantica nell’analisi critica dei problemi cinesi che porta poco lontano, e sempre dalle stesse parti.

  10. in pillole il 19 agosto 2008 alle 00:07

    il sonno dei giusti.
    singolare che una persona senta la necessità di pubblicare un articolo per ricordarsi(ci) quanto non ha bisogno dei media, degli eventi epocali, delle fiere e delle sagre. o deve testimoniare qualcosa – e lo dica però, non sprofondi nello stupore e nella meraviglia per le cose quotidiane- o per me questo articolo è un esercizio di mezza estate per il proprio ego.
    che senso ha questo articolo, cosa comunica, cosa vuole dire tra le righe, che messaggio vuol far passare? si crede così sciolto e libero e non ritiene il “boicottare” una pratica altrettanto indotta?

    un po’ misero

  11. domenico pinto il 19 agosto 2008 alle 01:47

    @Andrea, ricordi questa scena da Heimat?

  12. Alcor il 19 agosto 2008 alle 09:55

    :–)
    ma come avrebbe potuto raccontarlo, se non ci fosse stato?
    Contrasto produttivo.

  13. Plessus il 19 agosto 2008 alle 10:59

    Uno dei ragazzi filosofi della scena proposta da domenico pinto afferma che lo sport non ha poesia. Non mi intendo di poesia e la rispetto. Ma finchè non conosco qualcuno che mi introduca in questo mondo e modo di scrivere, e di pensare, e di osservare, e di comporre, beh, non arriverò mai a capirla. Perché solo a leggerla non comprendo. Di conseguenza, non piace.
    Ne so qualcosa di più, appena di più, di sport.
    Il minimo indispensabile per impedire ai doloretti articolari di manifestarsi in continuazione, ma non abbastanza per nascondere la ciambella adiposa sotto al costumone che, per una strana legge fisica, avverto triplicata in posizione di partenza sul blocchetto.
    A sufficienza per capire il benessere fisico e mentale che se ne trae quando ci si muove un po’. E anche quando si beve del buon vino.
    Quanto basta, in ogni caso, per impedire la comprensione delle ragioni degli inattivi e degli astemi.
    Spiace che qui, l’affezione alla pratica sportiva e l’interesse per le imprese olimpiche vengano interpretati per indifferenza ai grossi problemi di libertà in cina e votazione al disimpegno civile.
    Concordo appieno, assolutamente sì, Andrea, quando parli della passione per la miriade di eventi di grande forza emotiva che accadono tutti i giorni intorno a noi. Non esiste solo l’umanità in vetrina televisiva.
    Per me, ad esempio, prezioso serbatoio di risorse umane si è da molto tempo svelata anche la piscina ove insegno nuoto.
    Questo breve brano l’ho scritto io qualche anno fa. Nel suo piccolo, oltre che allo sport, trovo che abbia qualche attinenza ai diritti umani. Dei piccoli.
    Mi prendo il permesso:
    “Bambini di tutti i corsi, vi voglio bene.
    Anche se la tv vi ha abbassato il livello di attenzione generale. Se la consolle della playradion ha intorpidito le vostre membra. Se il monitor del pc ha insensibilmente meccanizzato la sequenza delle vostre azioni in acqua. Se vi dovete svegliare alle sei del mattino per andare dai nonni. Se i genitori vi abbandonano tutti i giorni alle tate. Se siete coloriti e ciccioni, ingolfati quotidianamente da hamburger e patatine fritte. Se siete pallidi ed emaciati, nutriti solo da scialbe minestrine. Se non siete capaci a correre perché nessuno vi ha mai portato su un prato a farlo. Se a scuola siete esentati da educazione fisica per un futile motivo. Se fate tante assenze perché in quei giorni non avete nessuno che vi può portare in piscina. Se arrivate trafelati in ritardo alla lezione, con il filo del costume a penzoloni, impegnati in uno slalom tra le attrezzature didattiche disseminate sul bordo vasca, calzando le ciabatte del fratello maggiore. Se siete in acqua appesi alla corsia, e il vostro triste sguardo rimbalza dalla vetrata al muretto alla vetrata alla ricerca di mamma, un richiamo muto dalle labbra serrate e vibranti, con gli angoli all’ingiù. Se dentro allo spogliatoio umido, affollato e chiassoso, state in piedi sulla panca traballante ad implorare le patatine, mentre vi fate rivestire da genitori scorbutici e frettolosi che vi infilano un panino intero in bocca.
    Figurarsi se non voglio bene pure a Betta piccolina che mi raccontò che mamma sta sempre insieme allo zio.
    Scusate il vostro maestro, se talvolta fa la voce grossa.
    Voi tutti, siete scusati in partenza.”

    Infine: non dimentico mai che, qui, sono a scuola, come scrissi negli ultimi giorni di vita della bacheca. Sarà un piacere se capiterà un giorno l’occasione di conoscere personalmente qualcuno dei redattori o dei commentatori.

  14. andrea inglese il 19 agosto 2008 alle 13:07

    grazie domenico per l’inserto,
    agonismo sportivo come forma di disciplina militaresca, anche questo è un aspetto della faccenda; ma se vogliamo parlare di sport e poesia, ma non lo sport idolatrato per delega e per via televisiva, ma quello vissuto, a me manca molto e l’ho molto rivalutato negli ultimi anni; ma ciò è in fondo scontato: la poesia c’entra molto con il corpo, come lo sport. Il mio sport attualmente preferito: wu shu. Il mio sogno coniugare arti marziali della parola e del corpo.

    a Plessus
    ho degli straordinari ricordi dei corsi di nuoto di quando avevo nove anni (sono di quelli che hanno imparato a nuotare tardissimo), ma anche dei corsi di judo, delle partite di pallone, delle gare di sci, per un bambino sono esperienze fondamentali, è una specie di megalotta con la propria parte maldestra, timida, vigliacca.



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