Ora pro Anobii

18 agosto 2008
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Lo scorso dicembre, mentre eravamo a Procida per organizzare il nostro laboratorio Dante , Martina e Marco mi hanno suggerito, si fa per dire, di iscrivermi ad un sito completamente dedicato ai libri. In questi mesi di ricostruzione almeno virtuale della mia biblioteca, esplosa in mille pezzi, scatole di cartone e luoghi, sono nate oltre ad un vero e proprio libro, frutto di una corrispondenza con una lettrice del sito, delle schede di lettura. Le considero come delle quarte “personali” di copertina e mi è venuta così la voglia di condividerle – si tratta ovviamente di una seleção- anche con i non anobiani.
effeffe

Sillabari (89 lettori su Anobii)
Di Goffredo Parise

della serie: L come Libro

Me ne aveva parlato per la prima volta Silvio Perrella, critico e curatore dell’opera di Parise. A Parigi – Paris/Parise- durante una lunghissima passeggiata (tra l’altro menzionata nel libro Giù Napoli) .

Avevo da poco letto l’Abecedaire di Gilles Deleuze, e devo dire che mi ha sempre affascinato la divisione in voci, della vita. Ci sono dei dizionari che mi porto dietro da sempre e che ogni volta perdono una pagina, la copertina, una voce appunto, ed allora sembra quasi che la vita ti serva a ritrovare quella voce perduta.La pagina smarrita.
La voce A come amicizia, nei Sillabari è di quanto più lucido abbia mai letto sulla vita e sulla letteratura.
Sulla letteratura, quando dopo aver descritto uno ad uno, lungamente, i personaggi della discesa in pista – siamo in montagna ed il gruppo di amici ha deciso di passare la giornata a sciare- non si attarda sul narratore, se stesso perché lui è presente soltanto per raccontare. Mai così superflui quanto necessari, gli scrittori!!
Sulla vita, quando di fronte al dubbio del narrante se valesse la pena o meno ritentare l’impresa di quella prima “discesa” tutti insieme, qualche anno dopo, gli fa dire che per quanto spesso sia così, ovvero che la magia della prima volta non si ripete mai, delle volte capita anche il contrario, che non ci sono regole.In definitiva.
Quello che sembra un diario minimo in realtà non lo è, e se c’è un autore che ha fatto della leggerezza l’arma con cui entrare più in profondità,nell’essere umano e nella storia, quello è sicuramente Goffredo Parise.

La notte della cometa (147)
Il romanzo di Dino Campana
Di Sebastiano Vassalli

Canti orfici (389)
Di Dino Campana

della serie: libro chiama libro

Nella vecchia soffitta del Marais che dividevo con l’amico Massimo c’erano libri e letti. Si mangiava raramente e quasi sempre pasta. La biblioteca di Massimo, era un inquilino in più. Al punto che, col senno di poi, mi dico che avrebbe dovuto pagare la sua parte d’affitto. Una sera anzi in poche sere, credo di aver letto tutta l’opera, quasi, di Sebastiano Vassalli. Un libro però mi sconvolse. Era forse il tema, maledetta poesia, il racconto di città letterarie -proprio come quella che vivevamo di prima mano- i tuoni di Papini, la voce del maestro. Questo, sicuramente, ma non solo. La notte della cometa, mi affascinò per il fascino che poteva esercitare il più visionario scrittore che l’Italia avesse mai dato alle lettere. E così mi andai a rileggere i Canti Orfici che avevo letto, e perfino ascoltato, da un amico cantante, quando i viaggi te li fai da solo, da mente a mente. Riprenderli poi, quando il viaggio si era fatto vero e ti sporcava le scarpe, ti cambiava la pelle, era significato davvero dialogare con l’autore. Con le sue prose veloci, telegrammi poetici, visioni fantastiche, e viaggi appunto, sospesi tra verità e immaginazione. Quando uscì l’edizione sonora dei Canti, a cura di Carmelo Bene l’ho ascoltata mille volte. Come il racconto che il geniale drammaturgo fa di come Campana passò dei decenni in manicomio a tentare di ricomporre il manoscritto originale dei Canti, sottoposto all’Editore Vallecchi e da quelli, distrattamente perduto. “Fare e disfare. Ecco quello che so fare” scrive in una cartolina all’amata Sibilla Aleramo. Un opera come un letto disfatto, dunque, memoria viva del fatto che vita vi fosse. Grande letteratura

Canti del caos (52)
Di Antonio Moresco

della serie: i libri che bruciano

Me l’aveva prestato un’amica carissima, Gabriella, senza una nota d’accompagnamento, una parola che potesse preparare il terreno, del tipo, “sai, (o vedrai) sono sicuro che ti piacerà.” O ancora: “qui c’è tutto quello che vuoi sapere”. Come se uno leggesse per sapere e non per conoscere. Ci sono dei libri che si porgono in silenzio e che restituisci in silenzio. Sono un atto di meditazione, ti massacrano per le emozioni che suscitano in te, come quando ti ecciti e non vorresti, ridi, e in fondo sai che la tua (ma anche la sua, del personaggio) è disperazione. E sono libri che non dimentichi di aver letto, di cui, ogni frase, cerchi di dimenticare.

Vite di uomini non illustri (113)
Di Giuseppe Pontiggia

della serie: un libro con diciotto storie

Perché in fondo per gli scrittori (e i libri) valgono le regole dell’atletica, a seconda delle discipline. Ci sono autori che possono correre i duecento o i quattrocento metri alla grande, e che messi alla dura prova della marcia longa, delle maratone non reggono. Il respiro incespica sulle gambe,il fiato si spezza, la vista si appanna, la lingua sventola come una bandiera bianca di resa a molti metri dal traguardo.
Pontiggia, a differenza di Calvino, Buzzati, è uno scrittore di fondo. Corre, cammina, marcia, assecondando nel ritmo lo slancio vitale dei suoi personaggi, del lettore. Vite di uomini non illustri non ha nulla dello scatto fulmineo del velocista, né dello stacco – e della rincorsa- del saltatore. Ti porta attraverso tempi e voci che ti arrivano come un rumore di fondo. Tempi e voci che da sempre ti accompagnavano, ma che non “sentivi”. Il silenzio del narratore, con il suo tenersi in disparte, discreto, fa emergere quanto c’era prima, al punto che hai come l’impressione di averle già lette quelle storie, e in taluni casi di averle, forse, vissute.

La lettera di Lord Chandos (38)
Di Hugo Von Hofmannsthal

della serie: un libro che è contro ogni libro

Nella storia della letteratura esistono tantissimi esempi di diserzione dal campo di battaglia della scrittura che provengono, nella maggior parte dei casi, dai suoi più illustri protagonisti. Senza prendere in considerazione i suicidi illustri che costellano quella tradizione- smettere di vivere significa anche interrompere ogni scrittura sul mondo- basterà pensare a quanti hanno appeso la penna al chiodo per fare tutt’altro. E la cosa avviene in silenzio, come fece Rimbaud, che seppure promesso alla gloria abbandonò tutto giovanissimo, come se avesse avuto consapevolezza della propria fortuna letteraria. La sua opera, compiuta in un pugno di anni, lo aveva già reso immortale. Nella lettera a Lord Chandos il protagonista non annuncia la propria “mancanza d’ispirazione” né risveglia il fantasma della “pagina bianca”. In questo libro che è più che un’opera, si compie una vera anatomia del rapporto problematico che la scrittura instaura con la realtà. Quando le cose si chiamano da sole,un rastrello, un tavolo, un secchio, e non hanno bisogno di essere chiamate dalle chiare lettere della scrittura, che inciampa in esse, come su pietra che ti fa cadere, allora lo scrittore deve poter dire di no, confessare la propria resa alla realtà. Un libro che non lascia scampo alla scrittura con un conflitto che si risolve nel silenzio dell’autore della lettera. Silenzio che però solo la scrittura rende possibile salvando così vita e sogni dei lettori

Storia dell’occhio (63)
Di Georges Bataille

della serie: il libro “con la coda”

Ho conosciuto Bataille attraverso i saggi. Illuminanti le considerazioni sul taglio originario, la ferita, la coupe che rende uomini e donne colpevoli (coupables) puri. La storia dell’occhio lo considero come uno dei massimi capolavori della letteratura erotica, in cui ogni forma di amore non può prescindere dall’idea di dio. I protagonisti incarnano una delle figure più inquietanti e vere ( forse l’inquietudine è proprio legata alla verità che la sostiene) della vittima e del carnefice. La rivolta dei protagonisti è assoluta, e l’uovo/ occhio/ sesso traduce in parole la bellissima immagine girata da Bunuel in Chien Andalu (su You Tube è possibile rivederla) dell’occhio come una luna tagliata dal rasoio. La perversione di Bataille – a Clermont Ferrand sua città natale non c’è un cartello, una placca che lo ricordi- è stata nel tentativo di proporre una vera metafisica del corpo e questo non gli è stato mai perdonato.
Una scrittura che ti accarezza e ti graffia al punto che non sai se i segni che ti ritrovi sulle gambe ce li avevi anche prima, di leggere.

Il mistero dell’inquisitore Eymerich (481)
Di Valerio Evangelisti

della serie: il libro “fantastique”

Fantastique! Fantasia urlante e crudele, lontana anni luce dall’idea “accomodante” che la parola suscita nel nostro immaginario, ora. Un viaggio attraverso tempi e modi del tempo che si annuncia alla fine del viaggio, con le memorie dei personaggi alla ricerca di nuove ed antichissime eresie.
Valerio Evangelisti produce un vero choc nel lettore risvegliando la sua ancestrale sete di giustizia, l’atavica curiosità verso tutto quello che “sta” nel mondo, l’immondo, animale immortale che abita la storia.
La Storia dell’allievo più brillante di Sigmund Freud, Wilhelm Reich, colui che già prima della guerra aveva “predetto” fascismo e crisi del “piccolo” uomo moderno. Ricordato per la sua rivoluzione sessuale, e che verrà trascinato in tribunale dai suoi detrattori e condannato a morire in cella. L’inquisitore Eymerich abita i suoi sogni, le sue notti mentre il futuro, lontano quanto il passato, si popola di bambini. Tre storie in una, tre vite, forse trecento o tre milioni di voci che a libro finito inseguono il lettore come un creditore a ricordargli che il prezzo da pagare per la libertà, per quanto insostenibile, vale pur sempre la pena pagarlo.

La vita agra (404)
Di Luciano Bianciardi

Della serie: i libri che ritornano (e non solo loro)

Ho amato Bianciardi da solo, ovvero scoprendolo da un bouquiniste a Parigi, in un’edizione antica e malandata. La vita agra è stato per anni il mio “libro di non ritorno” ovvero il tracciato da avere a mente ben chiaro prima di prendere alcuna decisione che prevedesse il ritorno in Italia. Per vent’anni. Poi ritorni, te ne vai, e ti rendi conto che quella lezione di stile, di libertà, l’avevi imparata ancor prima di prendere il rischio del “tornare sui propri passi”. Una scrittura con personaggi la cui umanità trasuda da ogni frase, situazione. Quando poi ho scoperto, da solo, consultando l’edizione italiana di Tropico del Capricorno di Henry Miller, che il traduttore del più ribelle degli scrittori americani era stato proprio lui, Bianciardi, l’ho amato ancora di più. Qualcuno in Italia si degnerà di dedicare a uno dei nostri scrittori migliori l’attenzione che merita?

Tanto amore per Glenda (41)
Di Julio Cortázar

della serie: i libri che hanno cambiato la mia vita

Dei dieci racconti regalatimi vent’anni fa due mi sono chiari come se li avessi appena letti. perchè non è vero che tutti i libri si dimenticano – altrimenti perché rileggerli?- come se si sistemassero in chissà quale segreto anfratto dell’anima, nascosti al punto di non lasciare nessuna traccia di sé, un segno che ce li faccia rivenire in mente. Eppure…
“Disegni sui muri” e “Testo in un taccuino” potrei recitarveli a memoria, magari a parole mie, cambiando qui e lì le frasi, i tempi – ma l’originale varrà sempre di più- soffermandomi su una scena, un rumore, quello delle porte scorrevoli di una metropolitana, o dell’obliteratrice quando morde il biglietto. Forse il tratto del pennello sul muro, come un Tapiès, cui del resto il primo racconto era stato dedicato, o la sinistra sirena dei cellulari che percorrono la città assediata. Sicuramente il pallore di chi abita il sottosuolo, che non scordi mai, come la dedica sul libro fatta da un’amica che non c’è più, nel senso che è diventata altro

Narciso e Boccadoro (3469)
Di Hermann Hesse

della serie:il libro con le pagine ingiallite

Avevo letto tutto Herman Hesse a diciassette anni, quando si legge tutto, di un autore. quasi tutto, perchè in quel caso ricordo che mi lasciai da leggere per vent’anni dopo il gioco delle perle di vetro. lo avrei letto quando il lupo della steppa in me sarebbe invecchiato, il pelo ingrigito e rado, quando Peter Camenzind si sarebbe lasciato andare veramente all’ultimo bicchiere sul tavolo e Siddharta abbandonato al piacere della carne. Ma Boccadoro che mi abita non cessa di correre e la vita – con le sue sorprese e miserie- non accenna a fermarsi né a sedare la sete di vita. Come ora.

I viaggiatori folli (5)
Lo strano caso di Albert Dadas
Di Ian Hacking

Perché il turismo di massa nasce con l’invenzione della bicicletta? Perché la bicicletta ebbe il massimo sviluppo nella regione di Bordeaux? Come mai i migliori cartografi erano francesi? Che cosa fa di un fenomeno la realtà delle leggi della ragione o del sogno. della follia. A Napoli follia è pazzia e un giocattolo si chiama pazziella. Leggere questo libro vi darà le vertigini come quando perdeste le rotelle della vostra bici.

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23 Responses to Ora pro Anobii

  1. isabella il 18 agosto 2008 alle 15:47

    ben detto su bianciardi!

  2. bevitore il 18 agosto 2008 alle 16:19

    una volta tanto posso dire la mia!!!! evviva!!! anche io posso dire di aver letto uno di questi libri!!!!!!!!!!!! ovverossia di Parise Goffredo, grande uomo et grande scrittore di cose concrete e non di aria fritta come capita spesso oggigiorno. ma Parise è morto e di arie fritte che girano ce ne sono tante purtroppo.
    Degli altri citati, ovviamente, non so nulla……

    e ciao

  3. francesco forlani il 18 agosto 2008 alle 16:26

    però si vede che sei distratto (ma si sa, il vino di questi tempi, col calore…)
    perché qualche tempo fa, proprio su nazione indiana massimo rizzante aveva dedicato a Parise uno splendido post
    le voilà

    https://www.nazioneindiana.com/2008/06/30/un-ricordo-improbabile/

    bevitore la prossima volta ti metto a gazzosa!!! :-)
    effeffe

  4. bevitore il 18 agosto 2008 alle 17:18

    eh cara francesca forlani io sono novizio di questo posto…..non diamo al vino colpe che non ha, per piacere eh………

    e ciao!

  5. niky lismo il 18 agosto 2008 alle 18:42

    Se si parla di Cortazar una parola devo dirla per forza. “Queremos tanto a Glenda” è veramente uno dei libri che, a lasciarsene prendere, può cambiare la vita. O meglio cambiare qualcosa che è “sub-vita”, o “vita seconda”, quella che ha dimensione unicamente soggettiva e potenziale (ricordate il finale di “Brazil”? in stato vegetativo e catalettico, lui trova finalmente la libertà in ciò che sogna). Quel sogno è altrettanto reale che i nostri banali risvegli quotidiani. O lo è di più: è ciò che rende sopportabili i risvegli, sottraendoli all’umiliante logica dei giorni… “Testo in un taccuino”, memorabile e straziante: dopo averlo letto è impossibile prendere le metro senza guardarsi attorno nell’eventualità (nella speranza? nella certezza?) di vederli, di sentire in una cabina “…ma il canarino lo curi? il miglio glielo dai?”. “Disegni sui muri” lo trovo un po’ meno riuscito, forse a ragione di una dimensione politica sovrabbondante, che in certo modo comprime ab origine i possibili sbocchi. Imperdibili invece, a mio parere, oltre al racconto da cui è tratto il titolo della raccolta, “Storia con ragni” straordinariamente teso e vuoto di eventi, e “Orientamento dei gatti” che riprende l’usata mutualità tra realtà e dipinto in una chiave allucinata e cool.

  6. effeffe il 18 agosto 2008 alle 19:28

    sono contenta di averla come lettrice, bevitore, però quel post di rizzante lo bev..,legga mi raccomanda
    effeffe

  7. chi il 18 agosto 2008 alle 19:34

    ora pro anobii è bellissimo.
    mi rammutolisco per la maraviglia!
    grande effeffe
    chi

  8. effeffe il 18 agosto 2008 alle 19:36

    @niky lismo
    concordo con te per quanto riguarda gli altri racconti ma a me disegni sui muri ha colpito forse proprio per l’enunciare quanto accadeva in note di un taccuino. Se in quest’ultimo, l’atmosfera Eternauta ti lascia dentro un’angoscia senza tempo né spazio il suo precisarsi lì come Buenos Aires in pieno regime acuiva il sentimento di rivolta che ci avevi dentro. E poi sin da piccolo, ho sempre convissuto con un’enorme stampa di Tapies che mio fratello, di Amnesty international, aveva messo nella nostra cameretta. Dal letto a castelletto, quello sotto, in cui dormivo il suo beau geste di pittura mi proteggeva dai fantasmi.
    effeffe

  9. Capitan Feendoos il 18 agosto 2008 alle 20:50

    Apprezzabile l’idea. Tranne che per Hesse, i cui libri uso per accomodare tavolini traballanti e, da quando l’età si fa sentire, per rialzare i piedi del letto. L’ho conosciuto, ed era noioso anche di persona. A differenza di Nicholas Eyemerich, carattere duro, ma a lasciarlo solo con le femmine…

  10. effeffe il 18 agosto 2008 alle 20:59

    dai Feendus dici così di Hesse solo perché ti ha battuto agli scacchi. A Brassens invece hai perdonato quella volta in cui ti stracciò alle pétanques (bocce) davanti a tutti, a Sète.
    effeffe

  11. vèronique vergè il 18 agosto 2008 alle 22:35

    da leggere, les armes secrètes de cortazar, un testo che ti fa una cicatrice nel cuore.

    ps. sono a milano, città cosi grande che ho il capogiro.
    buona sera a tutti.

  12. soldier blue il 19 agosto 2008 alle 02:15

    I grandi amori svelati di Effeffe fanno aumentare l’amore che tutti noi portiamo a lui, e provocano una malìa per cui ognuno tenta di accaparrarselo, per discutere, solo a solo, gli amori che abbiamo in comune.
    Vassalli fino alla “Notte della cometa”, e ancora prima “L’arrivo della lozione” e il sublime “Tempo di màssacro”. Poi fu solo romanzo.
    E Lui, l’orfico, aggiungendo – come Seelig per Walser – Pariani: Vita non romanzata di Dino Campana.
    [Al proposito, il manoscritto perduto venne consegnato, in piazza San Lorenzo, a Firenze, a Papini e Soffici. Quest’ultimo cugino di Campana, mentre l’altro era il redattore della Vallecchi che avrebbe dovuto dare un giudizio sull’opera.
    Anch’io ho sentito Carmelo Bene – la sua lettura dei “canti orfici” è qualcosa di ineffabile – parlare dei tentativi di Campana di “ricostruire il manoscritto originale mentre era in manicomio”. Non conosco la fonte originale di tale affermazione. Il manoscritto fu infatti ricostruito a Marradi, subito dopo la notizia dello smarrimento, e fatto stampare dal tipografo locale.
    Dopo, Campana ritornò, col libro, a Firenze, e lo vendeva ai frequentatori delle “Giubbe Rosse”, ma dopo averlo bonificato delle pagine di cui, volta a volta, l’acquirente veniva considerato indegno. Sino ad arrivare, a uno,
    a vendergli la sola copertina.
    E Bianciardi: ” Il lavoro culturale”, una difficoltosa lettura liceale.
    Per finire, per adesso, con Hesse: il potente Hesse, de “Il gioco delle perle di vetro”. Un massiccia tavola imbandita che non ha alcun bisogno di zeppe.

    France’ bisogna che ci sposiamo, per condividere tutto l’altro.

  13. effeffe il 19 agosto 2008 alle 03:24

    ad hermann hesse bisognerebbe proprio dedicare del tempo
    un bellissimo libro di contributi critici e letterari
    magari lo potrebbe fare adelphi che con il siddharta si è pagato metà catalogo
    ou je me trompe,, cher soldat de la premiere ligne?
    effeffe

  14. soldato blu il 19 agosto 2008 alle 10:52

    La ragione è il respiro del saggio

  15. bevitore il 19 agosto 2008 alle 12:12

    Chiedo scusa perché ho tentato di leggere tutto (TUTTO) quell’articolo ma poi mi sono perso nei meandri della letteratura più accademica, mi sono perso nelle spiegazioni e mi sono limitato a godere del “fatto di cronaca” in sè. Nella teoria letteraria non riesco ad entrare e mi perdo come ci si perderebbe in un labirinto di carpini in un giardino alla Shinning.
    Io adoro i fatti quotidiani. Quelli più semplici ma anche quelli eccezionali, come quell’incontro con Parise di cui Rizzante è stato protagonista. E poi, in che modo, nemmeno la migliore sceneggiatura di un film avrebbe saputo rendere la bellezza di quel momento. Io ho provato grandissima invidia (e chi se ne importa se l’invidia è uno dei sette peccati capitali) perché davvero per me Goffredo Parise è uno degli scrittori più bravi che abbia letto. Uno scrittore-giornalista che unisce alla verità il suo proprio carattere e la sua anima. Ma poi, magari non vi interessa, a me il pallino per questo scrittore (come per altri) è venuto per motivi d’una stupidità spaventosa. Per esempio: di Parise non avevo mai letto nulla poi avevo letto sul giornale di questo libro, L’odore del sangue, che aveva avuto una diatriba perché lui, Parise, non voleva che venisse pubblicato. Ma qualcuno degli eredi lo pubblicò e allora mi sono detto “ma chi sa perché non vuole che la gente legga questa storia” e come il più curioso e assatanato dei lettori di gossip io ho comprato il libro. Un libro che mi ha aperto le porte al mondo di Parise. Sarebbe bello anche aprire una discussione sul fatto se sia giusto o meno pubblicare cose che lo scrittore non vuole rendere pubbliche ma va beh……sarebbe una discussione che s’avvita su sè stessa.
    Beh insomma io chiedo scusa ma la mia provenienza per nulla letteraria mi ha impedito di arrivare fino in fondo…..no, chiedo scusa, in fondo ci sono arrivato ma saltando….diciamo la parte più centrale ecco.
    grazie eh!

    saluti

  16. effeffe il 19 agosto 2008 alle 13:48

    e bravo il bevitore!
    Quando sei sugli aperitivi scrivi da dio!
    effeffe

  17. bevitore il 19 agosto 2008 alle 14:18

    …….ma scusa eh, caro francesco (che più su mi sono accorto di averti tramutato in francesca e me ne dolgo assai), se mi inviti per un after dinner ti accorgerai che anche solo ad ascoltare le mie storie c’è da restare un pochino basìti.

    tipo, che so, te fumi?

    sai magari un ammezzato in quel di Viareggio con una bella riserva di rum….quante storie…….

  18. effeffe il 19 agosto 2008 alle 18:20

    io ci sto
    per fare leggenda
    alla Roth (joseph, quello del bevitore…)
    effeffe

  19. bevitore il 19 agosto 2008 alle 18:47

    no, non conosco quella storia del bevitore di Roth e il mio nickname è del tutto casuale, solo perché una volta mi trovavo a transitare in quel di Sanremo e ho conosciuto gente e ho conosciuto cose etiliche ma anche in altri àmbiti, cioè non solo quello canterino

    evviva l’uva folgarina…..

  20. effeffe il 19 agosto 2008 alle 18:53

    comunque per me va bene
    quando vuoi
    effeffe

  21. marco rovelli il 19 agosto 2008 alle 21:27

    A Viareggio, è vicino qui da me, perfetto

  22. Capitan Feendoos il 20 agosto 2008 alle 14:22

    Brassens l’avrei perdonato anche se mi avesse portato via la moglie. Anzi, oggi mi sento magnanimo: annuncio ufficialmente che perdonerò chiunque lo faccia. In quanto a Hesse, confermo tutto quello che ho detto: era noioso; mi vinse agli scacchi perché mi addormentò raccontandomi Narciso e Boccadoro.

  23. bevitore il 20 agosto 2008 alle 19:24

    La realtà è che a Viareggio c’erano delle storie legate al rum ed agli ammezzati e mi piace molto come città da cazzeggio e da racconto perché c’è il mare e ci sono anche le Alpi Apuane. Per me Viareggio è una città del godimento, se così si può dire. Ma a dire proprio tutta la verità io con Viareggio c’entro proprio poco, anzi niente.
    Ma se passate dalla Grande Pianura ditemelo che mi organizzo e mangire e BERE BENE ce n’è anche qui. Ma prima ho un altro importante appuntamento, ma magari dai, andiamo a Sete …..

    va bene, mi darò un altro nick decisamente molto più appropriato:

    bevitore incallito itinerante :)

    saluti



indiani