La mia famiglia è un caravanserraglio di tricicli rotti

21 agosto 2008
Pubblicato da

di Loris Righetto

Quelli come me ci soffrono a vivere da soli perché si sono convinti che il cuore di nessun uomo è un’isola. E neanche quello di una donna. È una questione di spazi personali che si intersecano. Quelli come me sono nati in famiglie vecchia scuola formato XL tipo: padre, madre, fratello, io, fratello tris, sorella, cane a pelo corto, gatto a pelo lungo, gatto bigio, gatto incazzoso, tartaruga in fuga, e una sfilza di canarini dal cuore debole rimpiazzati l’uno con l’altro. Mi è difficile guardare indietro senza provare tenerezza, nostalgia addirittura, anche per tragici eventi come quello del triciclo che mio padre portò una volta a casa. Disse che potevamo giocarci tutt’ettré, ma la priorità d’uso spettava al più piccolo dei suoi figli. Non intendeva dire che Riccardo era il suo prediletto, quanto che Gianluigi ed io dovevamo lasciargli spazio di crescita. Protestai, perché la priorità ce l’aveva lui e non qualcun altro? Ad esempio io?

Recentemente ho fatto un sogno in cui un Riccardo adulto in uno scenario dell’infanzia mi vuole uccidere.
-Perché?, -ho il tempo di chiederegli nel sogno.
-Perché voi avete sempre avuto più giocattoli di me.
-non è vero, -protesto. Poi gli frego la carta di credito e vado a sbancomattare per la città; lui per ripicca sgattaiola in camera mia e mi nasconde una bomba sotto il letto.
-Ho paura che mio fratello nutra ancora del rancore infantile nei miei confronti, -ho detto alla mia ragazza, dopo averglielo raccontato. Sotto le lenzuola giocherellava con le dita della mia mano. Ho delle dita a salsicciotto e ne sono un po’ complessato e lei io la amo perché mi dice che invece sono carine, sono a stella marina. Comunque, -Sei tu che distorci, -mi ha detto a proposito del sogno.
-Sono io che distorco?
-A volte lo fai anche quando discutiamo. Distorci i fatti per darti ragione.
-Guarda che mi ricordo come sono andate le cose, non ho mica l’Alzheimer
-E come fai a ricordarti se sono passati vent’anni da allora?
-Se lo ricorda bene il mio sedere!, -ho detto, -E un sedere non distorce affatto. Un sedere non può mentire!
-Vedi che stai distorcendo?

Comunque c’ha pensato Gianluigi, mio fratello più grande, a metterci tutti in pari. Lui ha avuto sempre queste grandiose reazioni tipo elefante che avvista un topo. Un giorno che Riccardo era stato spedito a trovare la nonna, ha preso il triciclo e l’ha sfasciato. Quella scena io l’ho vista in diretta, perché sono uscito in cortile proprio mentre con le sue gambe da undicenne, su quel triciclo stile verdi anni d’asilo, ci faceva la figura di un clown in un arena deserta.
Com’è che iniziano le discordie tra i fratelli? Incomincia che tu pretendi il tuo giro. E tuo fratello te lo nega. Tu ti metti a frignare. E lui afferra il giocattolo della discordia, lo solleva sopra la testa e l0 scaraventa sul cemento. O almeno, questo è quello che è successo tra me e Gianluigi. Sulla forcella, tra i rottami, la ruota più grande sembrava una girandola.
Ho detto: -E adesso?
Gianluigi ha risposto la stessa cosa che avrei risposto io nelle sue scarpe da ginnica, e cioè:- Non è stata colpa mia.
Gli ho creduto. Già allora ero un bambino con un debole per le storie incredibili. Ha una fantasia molto sviluppata, diceva mia madre quando ne parlava con sua sorella, -Se lo lasci andare ti racconta di quelle storie, ma di quelle storie…
Me lo diceva accarezzandomi i capelli, quasi ne fosse fiera.
L’alunno distorce la realtà, diceva la maestra. Ma la maestra e mia ragazza si sbagliano. Raccontare storie non è distorcere la realtà, ma mettere ordine nella realtà secondo la personale percezione. Gli ho creduto, comunque. È l’empatia dei fratelli: dicendo “non è stata colpa mia”, Anselmo non intendeva negare l’evidenza. Intendeva che c’era un solo triciclo per tre figli, di quattro, sette e undici anni. Intendeva che era il tipico triciclo irrispettoso degli standard CEE. Un triciclo arrivato in Europa dentro un container con su scritto “China Shipping”. Con tutta probabilità il subdolo tentativo di una multinazionale asiatica di minare alla base la società occidentale.
-Me lo giuri che non lo dici alla mamma?
Gianluigi me l’ha chiesto con certi occhi, certi occhi che lui solo sa fare, certi occhi tipo cucciolo di foca inseguito da un manipolo di eschimesi con un randello in mano. Mio fratello non è cattivo, è solo un po’ maldestro. E poi di fronte a quegli occhi lì, come fai, gli dici di sì. Ma prima gli ho fatto giurare che per un mese lui si mangiava al posto mio la verdura cotta della nonna, peperonata, ravette e catalogne comprese. Mio fratello ha avuto un moto d’orgoglio.
No, ha detto, le catalogne no.
Liberissimo, ho detto io, e ho fatto per andarmene, ma lui mi ha trattenuto per la maglia.
Ok, ha detto, Ok, anche le maledette catalogne.
Siamo andati da mia madre per raccontarle l’incredibile storia di come tornati da una passeggiata nel bosco avevamo trovato il nuovo triciclo fatto misteriosamente a pezzi. Mia madre stirava in ripostiglio e solo a guardarci deve aver annusato la tipica puzza da pannolino sporco. Con un repentino coupe de theatre Gianluigi mi ha bruciato sul tempo e puntato il dito contro di me ha gridato: -Lui, lui! È stato lui! Ha rotto lui il triciclo nuovo! L’ho visto io!
Mamma andava fiera della mia fantasia ma a volte la mettevo in imbarazzo. Una volta siamo andati a trovare sua sorella e la zia mi ha chiesto:
-Ma bravo, cos’hai imparato oggi a scuola?
-Lo sai che è nato un bambino con tre teste?
-Eh?
-Sì, zia, ti giuro di sì. Una donna ha partorito un bambino con tre teste. E una era la testa di un gatto.
Non è neanche così improbabile che mamma abbia creduto a Gianluigi. Secondo me è più improbabile che lo scorso natale Gianluigi abbia “dimenticato” aperto sul desktop del computer del salotto dei miei genitori un file di testo. Una lettera. Prima di pranzo mi sono seduto lì e non ho potuto non leggerla. Si trattava di una mail alla sua ragazza, dove si lamentava che nutro un complesso di superiorità nei miei confronti. Mi sottovaluta, diceva Gianluigi alla sua ragazza, E viene in cerca di me solo quando ha bisogno di qualcosa. E poi secondo me è gay.

La mia ragazza sostiene che sotto uno strato di macerie ho un dolore fossile, e dovrei schizzarlo fuori, come un brufolo, e possibilmente piangere per il dolore che ho somatizzato. A sentire lei dovrei gridare. Lei lo chiama Urlo Primordiale. Urlo Primordiale Del Mio Culo, minimizzo io.
-Ridi, ridi, -dice lei e mi lascia la mano, -E intanto sei lì che mastichi e rimastichi i sentimenti contradditori che da vent’anni nutri per tuo padre e tuo fratello!
-Quali sentimenti contradditori?, -mi difendo, -Per la mia famiglia io provo affetto.
-No, invece. Stai solo cercando di proteggerti. E così non li metti di fronte alle loro responsabilità.
La mia ragazza non concepisce perché a prendersi la sculacciata al posto di Gianluigi sia stato io. Ad onore del vero devo dire che non è stata una vera sculacciata, giusto una decina di carezze ad alta velocità su fondoschiena smutandato. Certo non violente. Certo non intenzionate ad arrecare lesioni gravi. Direi piuttosto un onesto esercitare la pedagogia patriarcale del Risparmia il Bastone E Vizierai Il Fanciullo.

-Volevate il triciclo? Dovevate pedalare, invece di romperlo, -ha detto mio papà durante il pranzo di natale, quando ridacchiando ho riesumato l’aneddoto. E credo che con questo non intendesse dire che mal che si vuole non duole. No, intendeva che tutti le abbiamo prese da qualcuno. Io le ho prese da mio padre, mio padre le ha prese da suo padre, e questo network di legnate potrebbe risalire al giorno in cui il Macacus Rhesus ha smesso di essere solo un Macacus Rhesus e ha fatto uno scatto avanti verso l’umanità. Ma allora com’è che vent’anni dopo, seduti attorno ad una tavola troppo piccola, Gianluigi si è preso il pezzo di pane croccante che mi ero preparato io, e senza nemmeno chiedermi per favore? Guardalo come se lo sgranocchia. Nemmeno se ne accorge che ha sconfinato nel mio territorio. Ed io, io senza pensarci mi sono seduto al posto che storicamente appartiene a Riccardo, che fa finta di niente, ma ha sbuffato: di qui la tv si vede molto meglio. Di fianco a me la mia ragazza ha osservato il siparietto, e mi lancia sguardi, eloquenti frecciatine come a dire: la tua famiglia è un caravanserraglio di tricicli rotti. Il fatto è che lei è figlia unica e non capisce. Che nonostante i limiti evidenti queste ipocrisie protettive sono necessarie. L’altra notte ho sognato che con una gomitata accidentale le rompevo un dente. Nel sogno mi scusavo e tentavo di riparare offrendole da bere. Questo sentirsi forzati dalle decisioni incerte di chi viene prima di te, questo assorbire gli sbalzi d’umore di chi ti cresce troppo vicino, questo elaborare gli schiaffi e le carezze e rifilare il benservito a chi viene dopo, tutto ciò ai miei occhi non è che un effetto collaterale. La mia ragazza ancora non sa, non l’ha capito che l’amore, per come lo so io, è un cuscino che serve a proteggere le persone che amo da me.

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3 Responses to La mia famiglia è un caravanserraglio di tricicli rotti

  1. véronique vergé il 21 agosto 2008 alle 10:34

    Dolce racconto perche entra nel labirinto dei sentimenti in famiglia:
    Sentimenti di affetto e anche di gelosia: è la vita dei cuori.
    Capisco bene la storia ; quella del ragazzo che viaggia nel suo immaginario, una manera di creare un cielo intimo, segreto.
    In una famiglia c’è sempre uno che passa dopo gli altri, soprattutto quando sei il maggiore: prendere cura delle sorelle o del fratello minore.
    Si sviluppa allora un sentimento materno, invece di fraternità.
    Freud ha ancora molto lavoro da fare!

  2. soldato blu il 21 agosto 2008 alle 11:27

    Grande Loris, ci rappresenti tutti, noi secondi.

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    Questo sentirsi forzati dalle decisioni incerte di chi viene prima di te, questo assorbire gli sbalzi d’umore di chi ti cresce troppo vicino, questo elaborare gli schiaffi e le carezze e rifilare il benservito a chi viene dopo, tutto ciò ai miei occhi non è che un effetto collaterale. La mia ragazza ancora non sa, non l’ha capito che l’amore, per come lo so io, è un cuscino che serve a proteggere le persone che amo da me.

    ***
    Io, per non fare la fine della fodera, appena ho potuto, me ne sono andato via.

  3. cabalandcabbages il 21 agosto 2008 alle 20:24

    i fratelli ti metteranno anche nei guai, ma che tristezza i figli unici..
    e a proposito.. la sorella?



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