Le funi

26 agosto 2008
Pubblicato da

di Nadia Agustoni

LE TEMPS DE CERISES cantata da Edith Piaf,
parole di Jean-Baptiste Clément, musica di Antoine Renard,
canzone della Comune di Parigi

 

“Il piacere dello schizzo topografico al quale Stendhal si abbandonava con mano leggera nel suo Henry Brulard è un dono che non mi è stato concesso e con mio grande rammarico sono sempre stato un pessimo disegnatore.”

La lingua salvata
Elias Canetti [*]

Facendo mie queste parole di Elias Canetti vorrei raccontare un episodio di trentotto anni fa. Di Parigi so più o meno quello che ho letto. Walter Benjamin nei suoi “passages” inserì un capitolo sul barone Haussmann che mi ha sempre intrigato molto. Haussmann era stato stato l’artefice della modernizzazione della capitale francese e a lui furono addebitate molte cose in bene e in male. Se, come pare, Haussmann mise mano a quel progetto di sventramento del nucleo storico delle rue di Parigi, anche perché un nuovo modello di città caratterizzata dai grandi boulevard poteva impedire le barricate in caso di rivoluzione, certamente fallì. Lo smacco divenne ben presto evidente, ma per quanto mi riguarda mi soffermerò sulle motivazioni addotte per giustificare quei cambiamenti.

“Gli ampliamenti delle strade, si diceva, erano stati resi necessari dalla crinolina”. [1]

Friedrich Engels, a proposito della tattica delle barricate, scriveva che queste agivano positivamente sul morale. Cosa non sottovalutabile se la barricata “ era un mezzo per scuotere la solidità dell’esercito. Se essa resisteva sino a che questo effetto era raggiunto, la vittoria era sicura, se no si era battuti”. [2]

Ma si erano mai viste crinoline sulle barricate?

Le barricate storicamente sono state storia di popolo e quindi di donne e uomini, di gente comune e artisti, di soldati e operai, di ragazzi/e e di rivoluzionari/e. Rammentarlo è far presente che la materia prima delle barricate sono i corpi che le costruiscono.

La memoria procede per balzi, accosta un evento e lo frammenta, va indietro e poi scarta di lato come per darsi misura. Nel suo essere anche ricordo dei luoghi, la memoria inscrive lo spazio e il tempo: quel giorno, in quel posto, in quei momenti e non in altri.

Lo spazio occupato nelle città dalle barricate consente l’accesso a un orizzonte simbolico e a quel momento che è tutto il presente quando prefigura il divenire. Occupare quello spazio è costruire quel tempo. I luoghi in cui si erigono barricate entreranno nella memoria. Memoria come ricordo personale e in modo più complesso come evento storico.

“Nel 1830 per barricare le strade si usarono anche le funi”. [3]

La rivoluzione è il fare di acrobati o di funamboli. La sua sfida è ai simboli.

Se i potenti: “vogliono mantenere le loro posizioni col sangue (polizia), l’astuzia (moda), l’incantesimo (sfarzo)” [4] , la rivoluzione deve giocare con la testimonianza, la risata e le funi su cui il funambolo cammina.

Il 26 agosto 1970 un gruppo di donne fece la sua apparizione sugli Champs-Élysées portando una corona di fiori e striscioni. La corona di fiori era per la tomba del milite ignoto e recava la scritta: “A quella più ignota del più ignoto soldato: sua moglie”.

Il 25/5/2008 alle 14,10 spedivo una mail alla signora Namascar Shaktini dicendo tra l’altro:

“per ricordare nel 38esimo anniversario la marcia femminista all’Arco di Trionfo del 26 agosto 1970, le vorrei fare alcune domande a cui spero lei vorrà rispondere, perché nel breve testo che scriverò […] vorrei ci fosse la voce di chi visse quella giornata.”

Quella giornata nacque durante l’estate, mentre un gruppo di amiche, non tutte francesi, si divertiva in campagna. Il ’68 le aveva politicizzate e come succedeva allora volevano cambiare il mondo. Il simbolico era una forma del cambiamento possibile, ma una lotta non diventa pubblica senza smuovere anche paure e ansie personali e per questo si trovarono in poche a quell’uscita sugli Champs-Élysées. Alla fine erano solo dieci, questi i loro nomi: “Cathy Bernheim, Monique Bourroux, Julie Dassin, Christine Delphy, Emmanuele de Lesseps, Christiane Rochefort, Janine Sert, Margaret Stephenson (alias Namascar Shaktini), Monique Wittig, Anne Zélensky.” Monique Wittig diventò, in seguito, una teorica importante del movimento lesbico femminista. I suoi saggi filosofici e politici sono raccolti in “The Straight Mind and Other Essay”. [5]

Delle dieci manifestanti di quel 26 agosto, otto vennero arrestate e Namascar Shaktini ricorda che mentre le portavano via cantavano: “ simulando tutte il suono di una sirena: pin pon pin pon “. Schedate e chiuse in una cella ne uscirono quando le autorità scoprirono che nel gruppo c’era la scrittrice Christiane Rochefort: “in Francia c’è rispetto per chi scrive”.

Un curioso episodio, avvenuto dopo l’arresto, rivela un modo di pensare non del tutto estinto.

Namascar Shaktini porgendo al poliziotto che la schedava il passaporto americano si sentì dire a proposito della frase “un uomo su due è una donna”, scritta su uno degli striscioni, che di sicuro le americane dovevano pensare che molti uomini francesi “sono degli effeminati”.

Non lo aveva sfiorato l’idea che si facesse notare che al mondo ci sono uomini e donne.

Ma cosa diventano a un livello simbolico dei corpi che scompaginano l’esistente?

E perché i luoghi in cui questo avviene possono essere importanti?

Rachel Corrie, scriveva, nelle ultime lettere ai genitori: “Mamma, adesso l’esercito israeliano è arrivato al punto di distruggere con le ruspe la strada per Gaza […]” [6], in questo caso la strada è concretamente la vita possibile: andare al lavoro, all’università, al mercato, nei campi. La vita di ogni giorno è resistenza. Il quotidiano è il luogo dei cambiamenti e delle aperture alla realtà, per questo renderlo pesante e invivibile è impedire all’immaginazione di costruire il domani. Le Madri di Plaza de Mayo erano derise da tutti mentre in Argentina il campionato mondiale di calcio veniva disputato dentro stadi dove la gente impazziva per simboli di eroismo fasullo e intanto in posti segreti un’intera generazione veniva torturata e uccisa. Chiedere dei propri ragazzi e ragazze scomparsi e farlo davanti alle televisioni di tutto il mondo, implicava opporsi a un simbolico maschilista, a un fascismo che usava una festosità scontata per rafforzarsi nella propria protervia. Il dissidente cinese con il sacchetto di plastica della spesa davanti ai carri armati è entrato nel nostro immaginario perché figura indifesa e indifendibile. Ognuno di questi corpi è diventato un simbolo. E’ divenuto una parte di noi. Ma capire l’indifendibilità dei corpi che sono soli di fronte al potere, è capire la solitudine di chi è testimone e sta su una soglia. Quella soglia è il punto da cui si passa in un luogo disabitato. Ci sono voluti decenni alle madri degli scomparsi in Argentina per affermare con il loro gesto quel no alla violenza e alle bugie del regime. Adesso, il solo nome “Madri di Plaza de Mayo” è un richiamo potente all’altra resistenza, quella di chi non ha che la propria voce. Se, in anni recenti, abbiamo saputo cogliere il valore di proteste disarmate e non violente in cui solo la presenza sul campo delle persone fisiche affermava il valore di ogni vita, lo dobbiamo a queste donne instancabili. E in quel lontano 26 agosto 1970 leggo una prova che la sfida simbolica è irrinunciabile.

Questa sfida è stata raccolta dai figli e dai nipoti degli scomparsi durante la dittatura in Argentina. Rifiutando la violenza sono diventati dei testimoni che smascherano pubblicamente i militari riconosciuti colpevoli di delitti politici. Gli assassini, che vivono nei quartieri di Buenos Aires e dintorni, una volta individuati vengono denunciati nel quartiere per quello che hanno fatto. La gente, che a lungo non ha capito o ha taciuto per paura, oggi spesso fa il vuoto intorno ai carnefici. I negozianti si rifiutano di servirli e la gente li evita, tanto che devono andarsene. Non è la giustizia cui siamo abituati a pensare, ma è una crescita collettiva di consapevolezza. La soglia, in questi luoghi, è un ritorno seppure tardivo ad un’etica. Se le barricate implicavano un no ed erano un mezzo per “ scuotere la solidità dell’esercito”, l’ultimo scorcio del XX secolo ha portato nelle piazze una protesta più sommessa all’apparenza, ma mai rinunciataria. Nell’ostinazione ad esserci queste persone non hanno permesso che fosse precluso a molti/e l’accesso all’umano. Mi colpì moltissimo, qualche anno fa. la lettura di un breve saggio di Arundhati Roy: “Ahimsa (non violenza)”. [7]

Racconta la scrittrice: “Su un marciapiede di Bophal, in un quartiere chiamato Tin Shed, un piccolo gruppo di persone ha intrapreso un cammino di fede e di speranza. Non stanno facendo nulla di nuovo. La novità è il contesto in cui lo stanno facendo. Quattro attivisti del Narmada Bachao Andolan (NBA), il movimento per la tutela del fiume Narmada, sono al loro ventinovesimo giorno di sciopero della fame. Hanno digiunato due giorni di più di quanto non abbia mai fatto Gandhi durante la lotta per l’indipendenza. […] I quattro attivisti in sciopero della fame sono Vinod Patwa […] ; Mangat Verma […] ; Chittaroopa Palit […] ; Ram Kunwar, di ventidue anni, la più giovane e fragile tra loro.” [8]

La loro lotta non è stata quasi presa in considerazione dal governo indiano, Ram Kunwar perse circa un quarto del suo peso iniziale e come gli/le altre ne ebbe probabilmente la salute compromessa. Il marciapiedi “rovente” di Tin Shed non albergava in ogni caso solo coraggio e determinazione, frustrazione e rabbia come allegria e scherzosità si alternavano. Arundhati Roy nel momento in cui scriveva non conosceva gli esisti della lotta. Alla fine dice: “Andate a Bophal e chiedete di Tin Shed”. [9]

Un marciapiede diventa il cammino di questa gente. Gli attivisti vogliono salvare dall’inondazione, che il governo intende attuare nella valle della Narmada, il loro passato e il loro futuro. A Bophal, città ferita, il luogo della resistenza è su quel marciapiede, in una strada di un quartiere chiamato Tin Shed. A Bophal il luogo della resistenza è il corpo di quattro attivisti che non sono un Mahatma, la loro anima è impura per chi governa l’India, eppure i loro nomi sono qui.

Questi scarni appunti sono soltanto l’abbozzo di qualcosa a cui lavoro senza trovare risposta. So che il testimoniare è spesso non sapere cosa sarà il domani, ma è contare, comunque, su quel domani. Il nostro attraversare il reale è obliquo e questa obliquità è il tentativo di movimentarlo, di vederne il lato aperto e di capirne la molteplicità. Il ricordo può essere possibilità: scrivere è immaginare di nuovo qualcosa.

“Ma molti di questi futuri possibili non sono molto appetitosi: puzzano di rinuncia, morale, lavoro faticoso, parto intellettuale laborioso, modestia e autolimitazione. Certamente ci sono dei limiti! Ma perché ci sarebbero dei limiti al piacere e all’avventura? Perché i più alternativi non parlano che di nuove responsabilità e quasi mai di nuove possibilità?” [10]

Rachel Corrie nella lettera alla madre del 27 febbraio 2003 diceva tutta la sua delusione per la realtà di base in cui viviamo: “ Non era questo che avevo chiesto quando sono entrata in questo mondo.” [11] Una semplice frase, ma è alla base di tutte le nostre ribellioni. Forse, anche le ragazze di quel lontano 26 agosto, pensavano la stessa cosa durante la marcia sugli Champs-Élysées.

Flannery O’Connor rispondendo a chi le chiedeva perché gli scrittori del sud degli Stati Uniti hanno una predilezione per i personaggi “anormali” disse: “ Per essere capaci di riconoscere un anormale bisogna avere un’idea dell’uomo sano e completo […]” [12]

Noi, dalla nostra posizione, possiamo solo rispondere che il normale è spesso più dell’anormale quel fantasma di cui la scrittrice dice “I fantasmi possono essere molto crudeli e istruttivi. Gettano strane ombre, in particolare sulla nostra letteratura. In ogni caso, è solo quando l’anormale finisce per essere sentito come immagine del nostro essenziale spaesamento che raggiunge una certa profondità letteraria”.

Lo spaesamento, in quest’epoca, non ci viene dall’apprendere una diversità complessa o meno, ma dal constatare che l’abitudine all’apparenza è scambiata per l’idea del “ sano e completo”.

Le funi di Benjamin e il marciapiede di Tin Shed sono fantasmi solo per la malafede collettiva. Il vero fantasma è la menzogna della “normalità” che esclude. Il fantasma è quella vita negata a chi ben poco domanda e solo in modo ragionevole, ma nel chiedere frantuma la certezza di chi ha.

Note

Ringrazio la signora Namascar Shaktini per aver cortesemente risposto via mail alle mie domande. Del suo racconto solo una parte, quella strettamente riguardante la marcia del 26 agosto 1970 all’Arco di Trionfo, è stata da me usata in questo testo. L’intervista originale e la traduzione saranno depositate c/o la Biblioteca italiana delle donne di Bologna.

[*] Elias Canetti; La Lingua Salvata, Adelphi 1980 [»]

1 . Walter Benjamin; I “Passages” di Parigi, pag. 144, 2002 Einaudi [»]

2. Ibidem; pag. 133 [»]

3. Ibidem; pag. 152 [»]

4. Ibidem: pag. 144 [»]

5. Monique Wittig; The Straight Mind and Other Essays; Boston 1992 . Su di lei recentemente è apparso il libro, curato da Namascar Shaktini, “On Monique Wittig” 2005, University of Illinois Press www.press.uillinois.edu [»]

6. Rachel Corrie; Le ultime lettere di Rachel Corrie ai genitori sono leggibili qui [»]

7. Arundhati Roy; Ahimsa (non violenza) pag. 149, in Guida all’impero per la gente comune, Guanda 2003 [»]

8. Ibidem; pag. 149, 150 [»]

9. Ibidem; pag. 154 [»]

10. p.m; bolo ’ bolo, pag. 39, Edizioni L’Affranchi 1987 [»]

11. Rachel Corrie; ibidem [»]

12. Flannery O’Connor; Nel territorio del diavolo, pag. 130, Minimum fax 2002 [»]

[ layout di pagina e animazione di orsola puecher ]

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8 Responses to Le funi

  1. viola amarelli il 26 agosto 2008 alle 07:25

    Danzare sulla corda (o sulle funi) richiede molto esercizio e impegno; dietro la leggerezza c’è sempre rigore e amore come in questo post sullo “spazio-tempo” dove i nostri di corpi si muovono, si toccano, delimitano e , a volte, danzano cambiando i”topoi”, un abbraccio Nadia, V.

  2. véronique vergé il 26 agosto 2008 alle 11:56

    Ho amato questo post, perché rievoca il lungo percorso verso la libertà, l’orrizonte della libertà. Nella barricata si vede un mucchio di architettura precaria per difendere un pezzo del cielo.
    Per le donne, un pezzo del cielo per essere riconosciute, amate nel loro sesso, nel loro amore.
    Quendo sento Le temps des Cerises, viene trovarmi la tristezza dell’amante perso nel rosso delle ciliege, nelle scomparsa pura dei corpi, del riso, si velano di rosso le parole in una nostalgia che dilania il cuore.

  3. niky lismo il 26 agosto 2008 alle 13:37

    A partire dal ’68 cento riflessioni di questo tipo sono possibili e auspicabili. Il seminale biennio 68/69 ha innervato a tal punto la società di energia analitico-critica che oggi è facile moda ridimensionarne gli effetti, sino alla scempiaggine di negarne la dirompente forza innovativa. Ma se si sono diffusi gli strumenti per un’analisi dall’interno è perché il ’68 c’è stato, ed è stato un movimento che ha dato a nuovi soggetti sociali corpo e voce. Quando qualche pseudo-intellettuale di complemento sostiene che “il ’68 ha perso”, imita chi riabilita goffamente il fascismo senza rendersi conto che ciò è materialmente possibile solo perché il fascismo fu vinto.

  4. nadia agustoni il 26 agosto 2008 alle 16:18

    Vi ringrazio tutti.
    Un grazie particolare a NI per l’ospitalità e a Orsola Puecher che ha curato la pubblicazione di questo articolo.

  5. sarmizegetusah il 27 agosto 2008 alle 01:21

    sempre bene EP

  6. chi il 27 agosto 2008 alle 14:03

    molto bello. molto determinato. molto modulato.
    penso che o’connor abbia ragione. che i fantasmi possano essere crudeli e istruttivi e gettare ombre sulla letteratura. e penso pure che certi fantasmi di percorso e liberazione, come questi di funi, con queste funi, possano evocare e gettare bellezza in mezzo a tanta incomprensione. riabilitare il fraintendimento del polizotto di Un uomo su due è una donna. col tempo. e col modo. di questo post. grande nadia. gande orsola.
    e questo. (alè)
    chi

  7. nadia agustoni il 27 agosto 2008 alle 20:52

    Un caro saluto Chiara e grazie.

  8. tiziana il 27 agosto 2008 alle 21:11

    grazie nadia è bello leggere di queste donne che combattono e pensano sulle funi, sulle corde, in equilibrio precario e leggero.
    Mi sono molto rattristata quest’estate sentendo storie casuali, amici, conoscenti, di uomini, donne, ma soprattutto di ragazzine, perse e confuse, in questa ipersessualizzazione del loro corpo che però non riesce a trovare una sua dimensione attiva e potente, un femminile disconosciuto, un maschilismo imperante che mortifica tutti.
    un abbraccio



indiani