Miserere asfalto (afasie dell’attitudine) # 4

27 agosto 2008
Pubblicato da

di Marina Pizzi

246.
in un gioco di penombre la breccia della leccornia (la tavola imbandita) per convincere il sole a farsi dominante così da poter sbattere le coperte in piena pace dal balcone.
247.
le rivalità dell’ombra giochicchiano imbattute
248.
con il limite degli occhi ci guardiamo in cagnesco
249.
con una biglia so giocare come fosse un anfiteatro
250.
col mento nella fossa sento piangere
251.
la culla è in un angolo, ora serve da fioriera, è più allegra di prima quando il piccolo la occupava.
252.
con un fraseggio che ricorda gli scatti del panico, va alla cattedra per l’interrogazione. da seduto, al banco, si accorge di avere i capelli un po’ più chiari, tendenti al bianco, la paura li ha stinti.
253.
si dà ad arginare di continuo il pianto dacché nessuno può sopportare di vederla piangere, la resistenza è un clamore silenzioso e solitario senza patriottismo. un argine per fingere lo stato di stasi, la pazienza enorme del furetto che si lega alla sedia per fingersi tranquillo!
254.
al lutto non si fa stendardo, il dado a sorte è nell’intromissione, chi vuole non può, chi può non vuole e lo scudiscio dell’esule è la malinconia di un selciato nemico, di un martirio lentissimo e civile come è in uso nella città capitale.
255.
si veste di nero perché è grassoccia, vecchiotta ma teneramente infantile: così si illude un po’ appena un po’ di essere un po’ più bella, giovanile, forte contro l’angolo che la perseguita. nell’angolo c’è uno spiraglio di luce che innamora così seduta stante!
256.
il banco di scuola è tutto intarsiato da graffiti: la farfalla si accosta alla svastica, la scossa elettrica del segno e del colore al cuore spezzato dalla freccia ti amo. il modulo da riempire per l’ammissione agli esami è velinato, permeabile al caos del banco, resta l’impronta.
257.
a Roma c’è un quartiere che si chiama Trullo di case popolari d’epoca fascista con ballatoi comuni e appartamentini con soffitti bassi bassi che ricordano le tombe colombarie, alzando le braccia una persona di media altezza arriva quasi a toccarli. da pochi anni il viale è alberato con platani che donano dignità.
258.
in un cuore gotico ho visto l’alba
in un petto panico ho sentito il crollo del cipresso
in uno sguardo fisso ho sospirato il gusto dell’abbandono
in una nuca cava la genia del vento dava vortice
in un polso sono apparse le vene del tepore
259.
l’oggetto è un trittico dell’ombra, una maternità mancata, uno sciame senza miele, un mare senza sale. pare un rompicapo gemello con l’enigma.
260.
i gusci delle noci, le bucce dei mandarini sono sulla tovaglia natalizia. solo che il posto a tavola fu di uno solo. una macula accanto al tovagliolo rivela chissà, forse, una lacrima o solo una goccia di acqua. non è dato saperlo.
261.
al dì d’oggi si crepa d’empatia. il distacco più totale pur nella piena compartecipazione. so di mille morti, li conto ad uno ad uno, ne soffro: sono illesa!
262.
nella contumacia del sanatorio trascorsi molti giorni. la mia gemella giocava nel cortile e la osservavo dalla finestra partecipandola d’affetto. provavo il dolore di esserle separata. tra un gioco e l’altro mi chiamava. di sicuro aveva pena per me e ciò un po’ mi offendeva e un po’ mi consolava. poi il tempo trascorse e lei mi ospitò in cortile, in camerata, al refettorio vicino a lei.
263.
oro e contanti sono un tafferuglio con l’elemosina bella della fronte, angelicato stoppino della candela accesa
264.
premesse di comete non ce ne sono, sta in bilico grave questo diritto premuto dal soqquadro dell’angustia, i vezzi apolidi non bastano a garanzia della libertà
265.
il prezzo della stasi è un sillabario muto, una raucedine da stanza di putredine dove nessuno dei presenti è libero.
266.
con un lutto sulla fronte volge in prosa l’elegia disabile del nesso, è lutto anch’esso: nulla si ragiona.
267.
il vento scorticante va a farsi sopportare dalle cimase al secolo materne con le rondini.
268.
in un mantice di verdetto è compromesso il respiro, le bombole di ossigeno fanno da vestali inutili.
269.
la frotta dei ragazzi dovrebbe avere un titolo di storia, chissà dove andrà a schiamazzare! ma il superfluo non serve alle risate, è solo estetica perdente.
270.
in un coriandolo di erba panica ho visto il simulacro della rotta, quasi una ruggine vissuta, una fuliggine di ieri. ora, adesso, una viuzza, sarebbe già tanto.
271.
breviario di calunnie ho vissuto la terra, questa manciata d’ercoli satanici
272.
a capofitto in un notturno è finita l’aureola, la canicola, domani, avrà l’ombra menomata.
273.
per smorzare la noia si veste da zingara.
274.
“Via i ricchi dal Parlamento!” con questo cartello davanti a Montecitorio. Mi scaccerebbero?
275.
in un crollo di egemonia il padre rapì se stesso in un risvolto di copertina: intitolò il libro: “Ratti”.
276.
sotto le percosse per il furto della mela più rossa.
277.
una valigia nel vano della porta.
278.
in una cameretta con la carta geografica del globo terrestre appesa alla parete
279.
il cimitero si allunga all’infinito, il trito intoppo della vita scivola via per intrusione.
280.
pattinava con la grazia dell’acrobata, ma non riusciva a pernottare in una stanza. le dita parlottavano silenziose con la benevolenza del petto. in più, un piccolo sudario le si distendeva accanto, invitandola.
281.
in un cesto di penuria la sconfitta
282.
in un varco di salsedine le rughe tenutarie.
283.
l’ultimo devoto si è appena allontanato, la chiesa è tragica nudità, alambicco di ceneri.
284.
in una contumacia si sfracella il fato, il qualunque destino di un destino, qualunque l’umano. la pena ha la rendita del dito indice, l’accusa.
285.
l’altalena imita il volo di una creatura assente.
286.
in un costo di penombra la brevità del sé
287.
in un viaggio di aceto la tua penuria
288.
schegge di sale il sogno di scampare
289.
dalla nomea di guardare in tralìce questo dolore acido nell’angolo che angolo si estende ad angolo: un finimondo di globo: è tutto qui l’asilo da emisfero ad emisfero?
290.
in un coriandolo di attrito ho visto nascere
le due gemelle della vita mia
291.
desiderio apolide rigagnolo
questa scuoletta che mi dà la vita
292.
a mo’ di far rancore sto a guardarmi
fessa gimcana di una vita vuota
293.
non perdere la nenia della perdita, anzi darsi a piangere con le fandonie delle collezioni che ben sicure si cullano alle teche dei cinque sensi prive.
294.
con un ammanco scortese quanto un incubo, sta la radice tenue di piangere, questo dileggio storico alle spalle fa di noi un eremo di schegge di sale.
295.
il rammarico dell’ombra è di non riuscire a farmi scoppiare il petto.
296.
le bestemmie le ha coricate dentro uno specchio, la gazza ladra se le porta via ad una ad una senza ingoiarle.
297.
in primula di addendo questa gioia
298.
nel cronicario piange un uomo debolissimo. è giovane, ma è sciupato oltre misura. sporge la mano per dar da mangiare ai piccioni. è caduto dalla finestra o si è accompagnato, nessuno lo sa.
299.
si evidenzia che il tratto di/da atelier non si fa in grado ad alleggerire felicemente il mondo con un’ulteriore interpretazione atta alla summa dei coriandoli passati. l’artista è rorido ma la risultanza della fatica consta miseranda. l’atelier dispone di una luce invidiabile senza predisporre seminali le faccende.
300.
è saltato su una mina mentre andava a scuola. è rimasto cieco muto sordo. il resto è intatto. ha dieci anni. a scuola era di una bravura straordinaria. la mente è lucida. si minerà ancora di più o vorrà la resistenza?
301.
prima della congiura i congiurati presero a giocare a scacchi
302.
il nuovo calendario è tutto da vivere, rivivere, ma il vero remo è lo scheletrico bagliore del dado tratto, il datario di un abaco bacato
303.
chiudere un declino per provare amore, questa la carabattola di chi non vuol morire ma officiare un ciclo di ritorno
304.
in un meriggio di acquavite, di long drink, bussa alla porta la madre. ha l’aria poveretta di chi vede e guarda. non dice nulla, richiude. sono talmente ubriaco che sussurro: “Prendimi dentro di te e non darmi nascita”.
305.
ho un’edicola nel seno, invento scritte che farabutte non mi fanno dormire
306.
con l’aquila nell’occhio va ogni giorno al lavoro notando tutto. il tragitto è un’autentica sofferenza. lo stress valica ogni confine e timbrare il cartellino è il fine. nessun lamento, la constatazione è cronachetta cronica.
307.
la colazione a letto si vede solo nei film o durante le cronache delle convalescenze di persone non sole e amate.
308.
con il fantoccio del credo vado a letto
musicando giochini d’erta marcia
309.
le rovine del bacio sono affisse
alle sbilenche aureole del giorno
310.
con la lucertola nell’occhio vado a mettermi
la luna per anello: gl’impedimenti producono verità rare, commiati molti stretti. nell’ordine del tinello l’odore dei fornelli si fa acidulo, durezza della vita.
311.
il pagliaccio si esibisce gratis, alla fine non passa con il berretto a chiedere soldi. si esibisce per spaziarsi da sé, è un ritornello come per non abdicarsi, per caricare la soma a tempo bello.
312.
con indici atroci, semplicemente atroci, si scrivono e scavano i libri. dai libri i film, dai film le musiche per film. tutto in una scia atroce d’indice. giallo o nero, di guerra o fantasy l’indice è atroce. l’amore un corollario, la gioia un divieto. le vite dei santi sono state e sono atroci. attendo con una contorsione di andarmene.
313.
con un cielo anonimo la pendola ripete e ripete angoli di tempo. in un vaso i fiori avvizziscono ben lesti. sul crocicchio delle elemosine le fioche adunanze di mani. ben da presto si mangia salsedine. anche i gabbiani sono affranti.
314.
il lutto così accanto è per il quaderno e le matite, nulla si scrive e la biblioteca è chiusa. l’osso è il muso, il viso della scrivania, tutto è finito e l’ordine è il vuoto.
315.
il quaderno del grave stadio grave
316.
in un letto di foglie ho visto l’angelo grattarsi perplesso la nuca. di sicuro più savio desidera sollevarmi. e lo fa. non ho paura affatto anzi mi diverte. in piedi divento angelo.
317.
da un indice di nebbia ho visto il vero, questa cuccuma di cuore in fase di verdetto
318.
si va di soffitta in soffitta, di cantina in cantina con il cancro alle caviglie. si è vecchi.
319.
in un cielo di acrobata ho visto il bello di rasentare terra, a capofitto la terra solo sfiorandola e la girandola se ne andava sempre più veloce. tutto qui, eppure ero felice di non essere a terra. il postino consegnava le lettere e non mi degnava di uno sguardo. dall’alto sapevo che i cipressi non mentono, ma il corpo delle nuvole dava un bluff.
320.
in un viottolo di crepe la donna cuce. dovrebbe rammendare il mondo. in un angolo il figlio si rigenera in un gioco inventato. il vento è leggero tanto per non disturbare. il padre giace con l’ossigeno e attende la morte. in casa tutto è intatto.
321.
una volta si stranieri si potevano incontrare quasi solo al centro città, turisti, studiosi, studenti, persone per affari. oggi stranieri di grandi lontananze sono davanti l’uscio di casa in periferia, in un comune solitario, in un’isola e sono gli straccioni dell’apocalisse. anche se sani sono già malati di vita pessima. dati i presupposti forse non invecchieranno. gli stenti e la fatica li fissano in trincea. all’ospedale c’era uno straniero che a letto restava immobile sotto il lenzuolo per tutto in giorno, non una parola non un lamento. l’infermiera si avvicinava, constatava e andava via. non una flebo, niente, chissà!
322.
in una notte in gattabuia ho imparato che la compagnia è molesta, che da soli si crepa. ho imparato a cantare anche con la gola scartavetrata. scrivere non tapperebbe il senso del disprezzo insito in ogni briciolo di polvere e forte serratura. l’amicizia è una copertina che lascia fuori i piedi. vorrei avere una pistola per spararmi dritto dritto al cuore o alla tempia. storia risaputa: ti sputo e ti canto una filastrocca del valore di un’arma ben più micidiale: la lontana adunanza così lontana da renderla possibile solo alla mente che nessuno può raggiungere.
323.
in una notte di sconfitte e di latrine avevo il passaporto in ordine, la valigia ben custodita e le unghie si mantenevano pulite. arrivata l’ora non ce la feci e rimasi attaccata all’asfalto, così, senza un motivo. più tardi comprai un mazzolino di fiori e lo avvicinai al fiato del mio corpo accanto al finestrino del treno. arrivai con i petali caduti e le unghie viola dei morenti, nessuno si accorse del mio spirare pudico e tenerello oltremisura.
324.
nodo del nodo in un abituro sono stamberga. notti di gala so che se ne fanno spesso. giorni lucenti so che se ne indossano con gioia. nodo del nodo in un letto sono legata.
325.
le tegole si affittano o si comprano ad una ad una, questa la fatica di correre per il corridoio quando occorre chiudere o aprire la porta. il lavoro è comunque anche quando non sembra e la fatica pure. la data messianica ma quando arriva?
326.
amato boia oggi è uno degli innumeri compleanni
327.
appena in controtendenza questo epitaffio di dover sopportare l’acredine del tempo.
328.
rimane un’ustione così dolorosa da far sbattere le porte
329.
ogni cosa balbettava per proprio conto, la porta blindata della corsia continuava a sbattere l’ora delle visite, i sudari restavano devoti al volgere dei corpi, in cortile i gatti attendevano le vaschette di alluminio con il cibo.
330.
un’elemosina di sonno e finalmente è feto innocuo di morire
331.
con un pastrano devoto la strada smentisce le curve, essere a dormire è un altrove veramente mite, da non disdire. nel bovindo della nonna i merletti delle tendini fanno innamorare anche i lupi.
333.
in un pomeriggio di sopralluoghi ho avuto voglia di andarmene.
i vocii finanche delle pietre relegavano la grazia del mondo. con la difesa del dormiveglia il riccio si è fatto riconoscere serbandoci meno seccature. i soldati soddisfatti se ne sono andati con gli elettrodi negli zaini: nessuno ha posto resistenza e così l’ispezione è stata pulita pulita.
334.
in anticipo sul tempo ha eretto la disfatta, questo nerbo di sfinge che sa di falce. questo amanuense idiota che appoggia la nuca all’aria della sedia. nessun aiuto di ristoro e le spalle che dolgono in un coro di muscoli legami.
335.
da qui a un istante è qui, è sempre qui. l’istante di là non posso conoscerlo. questa la vergogna del mio lato, questa finitudine di gogna, spiare non risolve!
336.
una favola cieca ha ucciso il cielo del mondo. una certezza cieca ha ucciso il nesso dell’arcobaleno. una figura tozza ha superato l’agilità dell’acrobata. in breve il pulviscolo si è reso insuperabile.
337.
è difficile intromettersi nel mondo, il nucleo è sempre pieno, i lati pieni, le periferie una ad una in ogni persona rimanente, rimango.
338.
è appena finito il rimasuglio dell’anima. con la carne allo stato puro chissà, forse, morire è più facile. un’anestesia e sia, e via!
339.
con il frastuono del gerundio c’è da sopportare la tabella di marcia
340.
dove giunge di me l’età del fosforo luminescente insonnia il corpo vuoto
341.
mangiare è una cosa seria, serissima, purtroppo eseguita in fretta, troppo in fretta solo per placare l’inizio di un dolore, la fame
342.
portava il cappello come una corolla e il tempo della fretta lo aveva lasciato a terra
343.
il tempo dello strazio è il più comune dei tempi, lungo i gendarmi dei parcheggi nessuno se ne accorge. lungo la corsia degl’incurabili o all’obitorio non se ne accorgono nemmeno-neppure-neanche gli addetti ai lavori, il quotidiano incombe a bomba d’orologio.
344.
con una vita di stenti ha visto l’alba brevettata da tempie fanciulline
345.
all’imbrunire il soqquadro dell’ora verso la notte e non per paura, ma l’imbuto pare più attivo, ma è solo un parere: mio padre morì all’alba, come per conforto
346.
in un animo di foce il guazzabuglio della fronte
347.
con le brezze dell’arcobaleno il comignolo si spegne. l’aria pulita balena un nuovo logico
348.

[Fine. Immagine: James Rosenquist – Intellect Seeking a Wormhole, 2007]

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4 Responses to Miserere asfalto (afasie dell’attitudine) # 4

  1. véronique vergé il 27 agosto 2008 alle 12:07

    E’ un magnifico regalo. I versi viaggiano da un sentimento a un altro. Il sentimento è caturato in uno sguardo fosforescente, fragile.
    E’ il soffio di una presenza, l’ombra che si indovina attarverso i ricordi, la fluidità dolorosa del tempo.
    Una superba assenza/ presenza nel (285) ” L’altalena imita il volo di una creatura assente.”
    O La metamorfosi dell’oggetto che mette la madre davanti al tempo di separazione con il figlio ( 251) ” La culla è in angolo, ora serve di fioriera, è più allegra di prima quando il piccolo l’occupava”
    O allora l’impressione della nostra vita accorciata nella penombre dell’estate, un’ ombra irrosoria ( 286)

    Bellissima poesia.
    La scelta dell’immagine è perfetta.
    Grazie a Marina Pizzi e a Franz per questo dono.

  2. MarinaPizzi il 28 agosto 2008 alle 17:23

    grazie a Véronique Vergé

  3. Iannox il 28 agosto 2008 alle 19:35

    Non ce l’ho fatta a leggerlo tutto, lo ammetto.
    E questo è un giudizio negativo.

  4. véronique vergé il 29 agosto 2008 alle 15:33

    Grazie a te Marina.
    E’ una poesia splendida che si alza verso il cielo.
    Si legge nella dolcezza dell’infanzia ma all’ombra della malinconia adulta.
    Ho provato un vero incanto.

    Giuseppe, se tu leggi con lentezza; allora tu potrai gustare la bellezza dei versi. Leggi con il cuore innocento, non troppo disilluso. Leggi con tutte le fibre del cuore.



indiani