Perdere il filo

3 settembre 2008
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È un triste e risaputo sentimento
I campi soffici e verdi
Sono ricordi quelli che rubo
Ma tu sei innocente quando sogni
Quando sogni
Sei innocente quando sogni”

Tom Waits

La diaspora degli innocenti
di
Andrea Bottalico

Parte prima
L’ho vista con i miei occhi. Sarà stata una delle solite notti d’estate, o forse autunno, non ricordo. Sull’asfalto però non c’erano foglie sparse. Avevano lasciato un lenzuolo bianco macchiato di chiazze rossastre, la segatura. Io camminavo come in un labirinto, sembrava tutto stranamente vero.. tanti uomini, donne anziane e bambini in fila ad aspettare, e l’attesa sembrava eterna. Erano, come dire, in fuga, ma restavano fermi immobili. Carmine era proprio lì davanti a me, seduto sul muretto, con il viso nascosto tra le mani e la voce simile a quella di un folle.. «Bisogna perdere l’equilibrio» diceva impaurito: «L’equilibrio l’equilibrio l’ equilibrio!» Poi si allontanava nel buio, dandomi le spalle. La sua voce svaniva a poco a poco… Era troppo tardi. Raffaele già era sparito.. Un serpentone di uomini umili e stanchi s’allontanava lentamente dalla memoria, si disperdevano come schegge di una supernova appena esplosa. Costretti, loro avrebbero preferito restare.

Sono sogni: gli unici momenti in cui sono convinto di essere innocente. Poi per il resto del tempo non ci sono scuse, non posso trovare giustificazioni. La realtà quotidiana mi trascina a peso morto nelle piazze assolate, a piedi oppure in bicicletta per i paesini limitrofi agonizzanti, ad ascoltare i vecchi seduti alle panchine: devo bruciare tutto il disprezzo accumulato, smaltire gli sguardi arroganti che osservano tutto di tutti, smaniosi di mostrarsi e di mostrare, ma più mi guardo intorno, peggio è.
«…Da questo posto marcio se ne stanno andando via in punta di piedi» mi dicevano degli uomini rassegnati, il giorno dopo. E Gennarino più di ogni altro, lui non riusciva a trovare pace. Se ne stava lì fuori a sfogliare le pagine del giornale locale per cercare la notizia dell’ennesima tragedia. Non ci voleva credere: Raffaele? Impossibile! Poi attaccava con le sue invettive a ruota libera, senza risparmiare nessuno:
«Lo vedi Andrè.Nessuno vuole restare in questo posto fatto di caserme banche punti SNAI e centri commerciali. Nessuno vuole vedere i propri figli seduti in una sala d’attesa di un reparto oncologico. Sembrano lontane anni miglia le immagini delle campagne appestate, degli incendi, dei cittadini disperati..ma quelli che scappano via da qui non lo dimenticheranno mai. Mettitelo bene in testa!..» Gennarino percepiva istintivamente ogni mutamento di clima, e dall’alto dei suoi settant’anni passati ad imprecare Cristo lo ripeteva ad alta voce, dinanzi agli sguardi indifferenti che lo credevano ubriaco: «Maledetti fottuti! Vili! Voi ed i vostri servi!.. Non fanno altro che aprire nuovi centri commerciali, questi cani!. Ma quale emergenza rifiuti!..qua si ricicla più della Svizzera!» (si riferiva al denaro sporco..)

«..L’ ho vista coi miei occhi, ti dico. E ancora continuo a vederla. Intorno a me c’è gente che fugge di notte, un popolo di fuggiaschi, Andrè. Loro non ci stanno. Hanno sputato in faccia alla realtà e gettato via ogni singola speranza di riscatto. Dove sono finiti tutti?! Eh? Dove diavolo sono finiti?!» Una domanda che mi ripeto la notte ed il giorno, nel deserto pomeridiano tra le strade ai margini della città. «Solo in pochi restano, e sono considerati come sconfitti. E se vai via per poi ritornare allora sei un fallito!.»
Raffaele. L’unico innocente. O forse uno dei tanti. In tutta Italia dal duemilasette ad oggi ne sono morti quasi millecinquecento, tra quelli dichiarati. Perché se consideri il popolo dei lavoratori a nero le vittime ne saranno molte di più. Raffaele era troppo giovane. Lui ha pagato il prezzo più alto per avere scelto. Proprio lui.. «Possibile che non abbia mai provato ad andarsene via in tutti i modi?!» Forse stava progettando il futuro altrove, il più lontano possibile. Abitava insieme alla madre e ai quattro fratelli nelle palazzine della centosessantasette.

Iniziò a lavorare con un mastro elettricista.
«Lo sai cosa significa questo, vero? Aveva i pali sotto casa e la base dei puffi a trecento metri, dove spacciano di tutto». Nonostante ciò faceva l’elettricista e nel tempo libero giocava a calcio. Era troppo forte. Lui era il guaglione, aiutava ed imparava in fretta il mestiere, sveglio com’era! A diciassette anni, chissà quanti sogni aspettavano d’essere esauditi.
«Per prima cosa devi stare attento a non prendere la corrente.. Se impari il mestiere guadagni, e per mezza giornata di fatica prendi cinquanta euro» mi diceva con gli occhi illuminati. Vallo a capire se era vero..

Quella mattina a Casalnuovo faceva un caldo atroce. Raffaele andò a montare un condizionatore d’aria in un appartamento al quarto piano insieme al mastro elettricista. Sale sulla scaletta, si appoggia alla ringhiera, inizia ad avvitare, posiziona il condizionatore, spinge la miccia del trapano nel muro, esce della polvere biancastra che sporca il pavimento del balcone. Le gocce di sudore gli cadono dalla fronte. Poi uno sguardo nel baratro, un altro ancora. Un brusco respiro al contrario. Raffaele si sente attratto come una calamita dal vuoto, un movimento azzardato e perde l’equilibrio. Precipita. Un volo di quindici metri. Raffaele prima di morire ha provato la sensazione di volare.
Sul selciato una macchia di sangue, poco dopo la segatura ed un lenzuolo bianco stavano lì a vegliare sull’ennesima vita morta ammazzata dal lavoro.. intorno al corpo tanti uomini, donne anziane e bambini in fila ad aspettare, ma l’attesa sembrava eterna…

Carmine quella notte me lo sussurrava nell’orecchio, come chi confida ad un amico stretto un’infame verità.. «Bisogna perdere l’equilibrio, cazzo!» Miriadi di spilli cadevano su un pavimento di vetro. Il tonfo fastidioso si amplificava nell’attimo dell’urto. Erano voci infinite ed esauste, inondate da altre voci che sbuffavano sulle sponde dei muri di cemento. Il corpo implorava pietà ma non potevi opporti al suo diniego, come il rumore delle unghie affilate che graffiano la parete bianca appena intonacata.. un brivido attraversava tutta la schiena. Incontrastato. Ma tu sei innocente quando sogni.. Io lo capii soltanto dopo quella notte. Alla fine a cosa serve? A cosa serve pensare? Pensare che fra un paio di mesi Raffaele avrebbe compiuto diciotto anni. Pensare che se magari avesse avuto l’attrezzatura di sicurezza, che ne so un caschetto, Raffaele adesso sarebbe ancora vivo. Riflettere ancora su una triste verità, e cioè che ora tutti nel suo quartiere saranno convinti che se vai a fare un mestiere onesto sei un perdente, che era meglio se Raffaele avesse scelto di iniziare da capo la sua vita altrove, come se in Lombardia o in Veneto o in Emilia Romagna non ci fossero stragi di lavoratori. Che non conviene rischiare la vita per cento euro la settimana quando avresti potuto guadagnarne dieci volte in più restando fermo all’angolo della strada con gli occhi spalancati.
Bisogna ricordarlo. A nome di tutte le altre vite stroncate. Innocenti dispersi tra i notiziari. Come miriadi di spilli che cadono su un pavimento di vetro.

Raffaele Chianese, diciassette anni, elettricista, morto il 13 luglio 2008 a Casalnuovo (NA)
Se esiste un Dio, non si trova nei paraggi” dice una scritta anonima sopra un muro di periferia. Qualcuno ha aggiunto sotto: “Se n’è fuggito pure lui!!

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3 Responses to Perdere il filo

  1. véronique vergé il 4 settembre 2008 alle 08:10

    Un testo forte, illuminato dalla luce spietata della realtà. L’innocenza è il regno preservato del sogno, il volo, lo dono di alzarsi.
    Caduto in lavoro. La scrittura denuncia la starge degli operai mescolando voci limpide, vista crudele del lenzuolo macchiato di sangue, pena dell’amico.
    Caduto in lavoro. In silenzio.
    Il testo scoppia in grido.
    Il grido raggiunge il lettore.

  2. salvatore.derosa il 4 settembre 2008 alle 12:25

    Stomaco in subbuglio, voglia di tirare cazzotti a una faccia ben rasata seduta dietro una scrivania di mogano, desiderio di veder bruciare senza fine tutto ciò che ha la presunzione di perfezione scritta sulle insegne, sui muri colorati, sugli oggetti disposti in fila. E chiamare chi se ne è andato per restare insieme fermi a guardare.
    “L’amore è solo odio non giunto ancora a maturazione”

  3. serena il 5 settembre 2008 alle 12:36

    duro e crudo, gli spilli che cadono in particolare, ho sentito il rumore della caduta, me li sono sentiti cadere addosso, entrare nella pelle… fanno male… fanno assai male… e penso che il filo vada perso e l’equilibrio vada rotto, si, perchè altrimenti resta troppo lucida la triste illusione che andarsene sia la soluzione…



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