Da “Il Larice di Daurija”

5 settembre 2008
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[In Il Larice di Daurija. Dalla Kolyma ai Laogai (La Camera Verde, Roma, 2008), Tiziana de Novellis invita il lettore a esplorare in fondo l’orrore della Cina d’oggi, l’orrore del miglior partner e socio commerciale delle multinazionali occidentali.]

di Tiziana de Novellis

Capitolo VII – I laogai oggi

Riforma liberista e lavoro forzato

Fonti inesauribili di mano d’opera gratuita, i laogai sono oggi parte integrante dell’economia cinese, di cui accrescono produttività e profitto. Milioni di persone internate nei campi di lavoro forzato modificano in modo “inedito” l’economia cinese, trasformandola in un’economia di schiavitù. Da una dichiarazione del Ministero della Giustizia della Repubblica popolare cinese del 1988 si legge: “Le nostre unità dei laogai sono al tempo stesso dei centri di rieducazione e delle aziende speciali”. E, non a caso, il governo ritiene che le attività produttive dei laogai siano segreti di Stato. I prigionieri devono insomma essere “rieducati” in “nuovi comunisti”, raggiungendo un obiettivo prefissato di produttività.

Il numero preciso dei campi di lavoro forzato e dei detenuti è considerato segreto di Stato, pertanto imprecisabile. Inoltre, i campi vengono regolarmente chiusi o spostati in funzione delle necessità economico-produttive. La Laogai Research Foundation ne ha censito 1.100 sparsi su tutto il territorio nazionale, con circa 4-6 milioni di persone internate. Complessivamente, l’associazione stima che, dalla loro istituzione ad oggi, circa 50 milioni di persone vi siano state rinchiuse. Ciò significa che, mediamente, ogni famiglia cinese conosca almeno una persona che sia stata condannata ai lavori forzati.

Ogni laogai ha sia un nome come prigione che uno come azienda. Nei contratti i nomi delle carceri non compaiono. Per esempio, la Prigione Municipale di Shanghai è chiamata anche Stamperie Shanghai. Nei laogai vengono prodotte merci di qualunque tipo, sia prodotti interi che parti di essi. La produzione principale è quella di giocattoli, ma si producono parti meccaniche, prodotti chimici, scarpe, vestiti. La prigione di Jinzhou, un’area industriale di 600.000 metri quadrati con un valore di circa 300 milioni di yuan (38 milioni di dollari), è stata di recente dichiarata, con il suo nome “industriale”, fra le dieci migliori imprese cinesi. Informazioni economiche su 99 imprese basate sui campi di lavoro forzato, raccolte da Dun e Bradstreet, sono state rese pubbliche il 30 giugno 1999. Secondo questa fonte, tali imprese avrebbero un profitto annuale totale di 8.427 milioni di dollari (e rappresentano soltanto il 9 per cento dei circa 1.100 campi laogai conosciuti). Il costo irrisorio del lavoro nel sistema laogai consente una produzione a bassissimo costo e particolarmente competitiva per l’esportazione. Alcuni laogai sono poi delle miniere o delle aziende agricole. Il tutto nell’indifferenza del mondo occidentale, che sembra scoprire fin troppo lentamente che la crescita economica del gigante cinese è fatta anche di deportazione e di lavoro coatto.

Il riacutizzarsi dell’attenzione della comunità internazionale sulla violazione dei diritti umani nel territorio cinese ha spinto il governo a sostituire, con la legge di riforma penale del 1994, il termine laogai (che significa “rieducazione attraverso il lavoro”) con il termine jianyu, “carcere”. Ma il Partito Comunista Cinese ha in sostanza continuato ad utilizzare i laogai per reprimere qualunque forma di dissenso. La riforma in senso “liberista” del regime ha poi reso il lavoro forzato parte integrante dell’economia, poiché costituisce una fonte inesauribile di mano d’opera gratuita.

Nella realtà, il sistema dei laogai in Cina – creato da Mao Zedong agli inizi degli anni Cinquanta su modello del Gulag sovietico – è ancora in atto e continua a privare milioni di persone dei diritti umani fondamentali. La semplice associazione di una persona con gruppi malvisti dal governo può provocare la sua reclusione in un “istituto di rieducazione”, attraverso un processo che non concede i diritti legali di difesa. Una volta entrati nei laogai i prigionieri sono sottoposti a un trattamento crudele e degradante che non esclude l’uso della tortura. Anche se questi abusi violano sia le norme cinesi che quelle internazionali sui diritti umani, il principale scopo dei laogai rimane ancora oggi quello ideato da Mao Zedong: un sistema di punizione e di rieducazione dei criminali attraverso il lavoro, in modo da ottenere dalla rieducazione, oltre che la repressione di qualunque forma di dissenso verso lo Stato, un guadagno economico.

Sono previste dalla legge tre diverse categorie di rieducazione: il lavoro forzato (laogai), la rieducazione attraverso il lavoro (laojiao) e l’impiego forzato (jiuve).
La condanna al laogai, che è la forma più comune di detenzione, è una condanna “penale” prevista dal Codice Penale Cinese. L’articolo 41 del codice stabilisce, infatti, che qualsiasi condannato “che sia abile al lavoro debba essere rieducato attraverso il lavoro”.

Nel caso di condanna al laojiao, invece, la detenzione avviene per reati di tipo “amministrativo” ed è prevista per individui considerati dallo Stato una “minaccia alla sicurezza nazionale” o più semplicemente ritenuti “non produttivi”. In questo caso la detenzione dura fino a tre anni e avviene senza processo penale. Sono perciò sufficienti sentenze amministrative emesse dalle forze di sicurezza locali per condannare chiunque al lavoro forzato, visto che i condannati al laojiao non sono considerati detenuti ma “personale di lavoro”. Nonostante non vi siano procedure giudiziarie a loro carico, i condannati al laojiao subiscono comunque il regime coercitivo del lavoro forzato. Questa vaghezza nella politica detentiva consente alla Repubblica popolare cinese di non dover dichiarare arresti a scopo politico-repressivo, che di fatto avvengono senza nemmeno un processo. Tutti i cittadini cinesi possono essere deportati nei campi di lavoro forzato senza alcuna procedura penale. Un solo requisito è sufficiente: la direttiva proveniente da un qualunque responsabile dell’ufficio della sicurezza pubblica. (Le motivazioni ufficiali di queste detenzioni arbitrarie possono essere ad esempio il “non impegno in attività oneste” o il “rifiuto del lavoro nonostante l’idoneità fisica”.)
Con il sistema dello jiuve, infine, il governo realizza il controllo di coloro che vengono rilasciati dai campi di lavoro. Gli ex detenuti dei laogai devono, perciò, continuare a vivere e a lavorare in speciali luoghi di lavoro a cui vengono assegnati dopo la scarcerazione. Con questa politica almeno il 70 per cento dei prigionieri subisce di fatto una condanna a vita.

Utilizzati come strumenti di repressione politica, i laogai servono per mettere a tacere qualunque forma di dissenso politico o religioso (i tibetani, gli uiguri e gli aderenti al movimento spirituale Falun Gong). Il governo attua una politica di isolamento di qualsiasi elemento “controrivoluzionario”, che secondo il nuovo codice penale riguarda tutte le persone che “mettono in pericolo la sicurezza dello Stato”, perciò tutti coloro che si oppongono al regime e al Partito comunista.

Testimonianze e denunce
Molte delle informazioni sulle condizioni di vita nei campi di lavoro provengono da ex prigionieri, che descrivono le condizione di vita nei campi come disumane. L’ex prigioniero Tong Li afferma: “Il peggior incidente è accaduto dopo che mi sono rifiutato di lavorare oltre le otto ore stabilite dalla legge cinese. Sono stato picchiato da un gruppo di internati incaricati dalle guardie del campo. Non mi era concesso parlare con gli altri detenuti. Non avevo accesso a giornali, televisione o radio. Le razioni di cibo erano minime.” Altri prigionieri hanno testimoniato trattamenti simili.

Harry Wu, fuggito dai laogai e rifugiato negli Stati Uniti dove ha fondato l’Ong Laogai Research Foundation, è la voce che informa il mondo intero sul sistema di detenzione coatta della Cina contemporanea. Dopo aver passato 19 anni in diversi laogai, Harry Wu ha pubblicato la testimonianza di centinaia di ex-prigionieri, “affinché la parola laogai entri in tutti i dizionari, in tutte le lingue”. Harry Wu denuncia la presenza di centinaia di campi di lavoro e di detenzione sul territorio cinese. Secondo la sua testimonianza i prigionieri condannati al laogai e al laojiao indossano la stessa uniforme e lo stesso paio di guanti di gomma per un anno intero. I pasti sono tre al giorno ma la quantità di cibo dipende dalla quantità di lavoro svolto. La qualità del cibo è scadente, a base esclusivamente di cereali e di pane. Le giornate lavorative sono di almeno 12 ore, in miniere, aziende agricole e industrie che producono merci di ogni tipo, destinate sia al mercato interno che a quello estero. Al termine della giornata di lavoro, i detenuti sono costretti a studiare per almeno due ore la propaganda comunista di Stato. I campi sono generalmente sovraffollati – spesso due prigionieri occupano la stessa branda – e usufruiscono di servizi igienici insufficienti, senza contare che i detenuti svolgono attività lavorative spesso pericolose, a contatto con sostanze chimiche tossiche. Human Rights China ha denunciato l’assenza di cure mediche tempestive in caso di incidenti sul lavoro.

Lunga la lista dei casi di morte nei campi di lavoro forzato e moltissime le cause. Tra i casi più recenti (segnalati dal sito clearharmony.net) quello di Wang Guiming, detenuto nel campo di Chaoyanggou, che il 29 febbraio 2008 si procura la morte mettendo la testa nello scaldabagno. O le morti per tortura. Come quella di Yu Guoxi, ucciso nel campo di lavoro forzato di Benxi nel gennaio 2008 (un metodo spesso utilizzato è il “letto di stiramento”: il detenuto viene sospeso a mezz’aria sul letto anche per 15-20 giorni; questo sistema rende incapaci di camminare per lungo tempo e talvolta lascia esiti permanenti). O quella di Su Ruixan, nel campo di Gaoyang, torturato con bastoni elettrici e frustato con una corda di nylon, con il corpo ricoperto di lividi e di piaghe in suppurazione. O quella di Chen Guilan, morta avvelenata da droghe nel campo di lavoro di Baimalong. O quella di Wu Song, deceduto a causa delle torture subite nel campo di Zhongba, dove, oltre alle brutali percosse, i prigionieri sono costretti durante l’inverno a stare per lunghi periodi senza vestiti. O la morte di Chen Jianzhong nel campo di Xinkaipu, privato per lunghi periodi del sonno e torturato con il bastone elettrico. O le torture su Wu Xindong, condannato a tre anni di lavoro forzato nel campo di Xinhua, picchiato dalle guardie e dai detenuti, incitati dalle guardie stesse, fino alla morte. O il caso di Qiao Zengyi, ammalatosi gravemente nel campo di Changlizi e che, nonostante le richieste di cure mediche fatte dai familiari, viene liberato solo quando non c’è più nulla da fare.

Capitolo IX – Organi umani e libero mercato

Mito o leggenda?

Che il traffico d’organi non sia una leggenda o un mito da tabloid ma una drammatica realtà, lo confermano dati e denunce. Le organizzazioni impegnate nel contrastare questo fenomeno pubblicano pressoché quotidianamente dati, interviste e statistiche. Non mito o leggenda, ma una diffusa rete internazionale che dai paesi a rischio – come Brasile, Corea del Nord, Filippine, Sud Africa, India e Cina – fornisce organi a ricchi malati dell’opulento Occidente. E sono le popolazioni più povere, che vivono nelle baracche delle megalopoli, a fornire il prezioso materiale umano. E non solo. Da un’inchiesta fatta da Organs Watch, un’organizzazione non governativa statunitense che si occupa dello studio del fenomeno, esisterebbe un mercato clandestino per le adozioni di bambini malati afro-brasiliani, alcuni affetti da AIDS, bambini adottati unicamente per la loro dotazione di organi. La stessa organizzazione ha rilevato l’esistenza di una vera e propria rete mondiale di traffico di organi e tessuti, prelevati spesso senza consenso.

Il traffico d’organi è alimentato, di fatto, da povertà e violenza, e prende piede nei paesi dilaniati da guerre civili o da genocidi. Ma si alimenta soprattutto e più di tutto nei regimi totalitari come la Cina, dove le autorità espiantano organi dai prigionieri giustiziati per poi rivenderli, grazie ad ambigue clausole legislative. Come denuncia Harry Wu: “Ancora oggi migliaia di reni, fegati e cornee di condannati a morte sono venduti sul mercato degli organi umani in Cina e nel mondo, e rappresentano una fonte di alti profitti per gli ospedali, la polizia e l’élite del Partito comunista cinese.” (Laogai Research Foundation, Cina Traffici di morte. Il commercio degli organi dei condannati a morte, 2001).

Anche le più importanti associazioni mediche internazionali denunciano il mercato nero di organi che ruota intorno all’espianto dai condannati a morte. La World Medical Association, una delle più autorevoli associazioni mediche internazionali, ha ripetutamente richiamato i governi a intraprendere le misure necessarie per impedire la compravendita di organi, condannando l’espianto dai condannati. In un rapporto pubblicato dalla Bellagio Task Force, un’organizzazione coinvolta nella denuncia del mercato dell’illecito, si legge: “Cosa succederebbe se le società mediche internazionali prendessero sul serio i principi proclamati e istituissero delle commissioni di controllo per tenere sotto stretta sorveglianza le pratiche di donazione degli organi? E se minacciassero di smettere di addestrare i chirurghi che provengono dai paesi dove vengono tollerate simili pratiche?”

Pratiche da cui non è esente l’Italia, visto che il Censis ne denuncia l’esistenza nel suo rapporto La tratta di esseri umani a scopo di traffico d’organi, dove si legge: “È ormai provata con certezza l’esistenza di un commercio internazionale di organi e di tessuti che coinvolge anche l’Italia, sia in forma di compravendita di organi tra adulti consenzienti, sia in forma di viaggi della speranza di benestanti occidentali che si recano nei paesi sottosviluppati per ricevere un trapianto illegale.” Il fenomeno, riferisce ancora il testo, può riguardare “organi comprati, venduti e trapiantati nel paese del donatore (ad esempio, pazienti europei o americani che viaggiano per ricevere un trapianto in India o in Cina)” o anche “organi trapiantati nel paese del ricevente (ad esempio, ricchi asiatici residenti a Hong-Kong o a Taiwan che acquistano gli organi dei condannati a morte in Cina).”

Secondo alcune testimonianze raccolte dalle organizzazioni umanitarie, la pratica del traffico d’organi prelevati ai giustiziati (il numero delle esecuzioni è valutato dalle 2.000 alle 10.000 all’anno) è cominciata in Cina alla fine degli anni Ottanta. Gli organi vengono usati per trapianti sui cittadini cinesi facoltosi o per il “mercato nero” del traffico d’organi internazionale. Tutto ciò accade senza che né i condannati né le loro famiglie abbiano dato il consenso al prelievo post mortem. Amnesty International denuncia che questa pratica sarebbe talmente diffusa che, come dichiara un paziente trapiantato, “tutti in Cina ne sono al corrente”. Al contrario, la Corte Suprema del Popolo dichiara che l’espianto d’organi dai condannati a morte sarebbe una pratica “abbastanza eccezionale” e che viene effettuata solo se i condannati hanno “volontariamente deciso di donare gli organi e firmato i relativi documenti, oppure se i loro familiari hanno acconsentito al prelievo”. (C’è da chiedersi, poi, quanto possa essere “libero” il consenso dato da un uomo in procinto di essere ucciso.) Un’inchiesta della British Broadcasting Corporation rivela, al contrario, un vero e proprio commercio di organi per i trapianti. L’ospedale centrale di Tianjin, ad esempio, avrebbe dichiarato di poter procurare un fegato per il trapianto al costo di 68.100 euro proveniente da un condannato a morte. Nel 2006, il vice ministro alla sanità cinese, Huang Jiefu, ammette per la prima volta che la maggior parte degli organi per i trapianti proviene dai condannati a morte. Nel corso del summit nazionale sul trapianto d’organi dichiara che “la maggior parte degli organi sono prelevati dai condannati uccisi”, aggiungendo che “le pubbliche autorità richiedono il consenso informato dei prigionieri o delle loro famiglie alla donazione degli organi”. Huang Jiefu ribadisce che il prelievo, la distribuzione e il trapianto degli organi “debbono avvenire con l’attento controllo delle amministrazioni e deve essere eliminato il mercato nero” e annuncia l’istituzione di un registro pubblico per tutte le donazioni.

A breve distanza da queste dichiarazioni, il primo agosto 2006, entra in vigore la nuova normativa che dovrebbe regolare il trapianto d’organi in Cina. Le nuove procedure proibiscono il trasporto non autorizzato dei corpi e l’espianto degli organi in strutture non autorizzate. La pratica, proibita quindi nelle strutture private, resta ammessa per gli istituti medici, le scuole di medicina e gli istituti di ricerca solo dopo aver ottenuto il consenso alla donazione dei corpi e l’approvazione delle autorità sanitarie. Con questa normativa Pechino cerca di fermare lo scandalo internazionale collegato all’espianto di organi dai corpi dei condannati a morte, che verrebbero giustiziati a seconda delle richieste di mercato, mediato da strutture sanitarie private. In una risoluzione approvata dal Parlamento Europeo il 14/05/1998 (Risoluzione B4-0496, G.U. C 167 01/06/1998, p. 224) viene richiesto alla Commissione e al Consiglio di intervenire presso la Repubblica Popolare Cinese per porre fine al commercio di organi umani. Il Ministero della Sanità ammette per la prima volta che il traffico d’organi in Cina è una realtà, anche se limitata, e la normativa promulgata permetterà di eliminarlo.

Ciò nonostante, le famiglie dei giustiziati e la gran parte delle organizzazioni umanitarie presenti in Cina denunciano che la pratica dell’espianto d’organi dai condannati avviene regolarmente senza alcun consenso e che generalmente i corpi delle vittime non vengono consegnati ai congiunti. Anche molti chirurghi cinesi denunciano che la normativa non ha avuto alcun risultato. Il commercio continua.

Storia di un commercio
Ciò che ha reso possibile l’uso spregiudicato di organi umani nei trapianti è la sintesi in laboratorio della ciclosporina agli inizi degli anni Ottanta, prodotta e messa sul mercato internazionale dalla Novartis. La ciclosporina impedisce la reazione immunitaria di rigetto verso l’organo trapiantato, riducendo in questo modo il problema legato alla compatibilità tra donatore e ricevente. C’è da notare, tra l’altro, che nessuna normativa che limiti l’uso e la vendita di tale farmaco è prevista da nessuna parte nel mondo occidentale. Ci si chiede infatti come mai, nonostante le numerose denunce di commercio d’organi, la vendita di ciclosporina sia consentita ovunque e a chiunque senza nessuna normativa che ne limiti l’uso a quelle strutture ospedaliere che rispettano gli standard internazionali di donazione d’organi.

A fronte della “scarsità di organi” disponibili e delle elevate richieste la Cina provvede. Lo stesso anno in cui la ciclosporina diviene disponibile sul mercato, il 1984, il governo emana le “Regole concernenti l’utilizzazione del cadavere o degli organi dei condannati a morte”. In base a questa legge, gli organi dei condannati a morte possono venire prelevati ed utilizzati per il trapianto. La legge prevede che tale pratica sia possibile se il prigioniero o la sua famiglia concede il consenso e stabilisce che tutta la procedura di espianto sia effettuata nella totale segretezza, proibendo che vengano resi noti i riceventi degli organi e i nomi dei chirurghi coinvolti nell’espianto-trapianto. È ovvio che tale “segretezza”, più che al rispetto della privacy di donatore e ricevente, sia finalizzata a secretare l’uso e l’abuso dell’intero sistema.

Un altro importante elemento a favore del traffico è l’uso di iniezione letale, consentita in Cina e in soli due altri paesi al mondo, Stati Uniti e Singapore. Dalle denunce fatte dalle associazioni per i diritti umani, in Cina il numero delle esecuzioni mediante iniezione letale è in crescita. Ciò consente di avere a disposizione un corpo “illeso” al termine dell’esecuzione. Tutta la procedura è semplificata dall’utilizzo di un furgone mobile attrezzato al prelievo di organi. Il “furgone della morte” permetterebbe così esecuzioni clinicamente sicure e un tempestivo trasporto del corpo ai centri medici deputati all’espianto. Il segreto di Stato che aleggia intorno a tutto questo fa il resto. L’uso dei furgoni mobili per le esecuzioni capitali viene poi giustificato dalle autorità per i vantaggi economici che offre e perché assicura la “localizzazione” delle sentenze, che possono essere eseguite lì dove sono stati commessi i crimini, con un impatto emotivo ed esemplare per la popolazione locale. Sull’uso dell’iniezione letale per le esecuzioni capitali è in corso un ricorso alla Corte Suprema degli Stati Uniti, che le ha temporaneamente sospese. Il ricorso è stato presentato dagli oppositori della pena di morte e in esso viene denunciata l’atrocità del sistema: l’iniezione letale provoca una morte lenta e dolorosa.

Mors tua, vita mea!
Un fattore non trascurabile che alimenta il mercato nero di organi umani e ne permette l’esistenza è dato dagli acquirenti. È ovvio. C’è chi, pur di salvare la propria vita, è disposto non soltanto a spendere del denaro ma a usufruire di un’altra vita umana, senza alcuno scrupolo, senza chiedersi da dove questi organi provengano o comunque giustificandone l’uso. Ci si potrebbe interrogare su questa forma di cannibalismo e sulle sue antiche origini ma sicuramente sarebbe inutile. Fatica sprecata. In fondo c’è chi uccide e c’è chi paga qualcun altro per farlo.

Il quotidiano israeliano “Maariv” riporta un’interessante notizia. La Cina sarebbe divenuta la meta “preferita” degli israeliani che necessitano di un trapianto. Questo perché il governo cinese mette sul mercato non solo svariati oggetti a buon mercato, ma anche organi umani – e nemmeno plagiati – al 30 per cento in meno rispetto a Bulgaria, Colombia, Russia o Sudafrica. Un’occasione da non perdere. Secondo il giornale gli organi provengono da condannati a morte, espiantati in un moderno centro medico pubblico di Canton. In merito, il presidente dell’Associazione israeliana dei trapiantati di rene dice: “La Cina e le Filippine sono divenute le mete preferite perché i reni vengono prelevati da condannati a morte, i cui organi appartengono allo Stato, e perché i trapianti vengono effettuati sotto supervisione governativa”. E perciò in tutta sicurezza, così come dichiara Abraham Sasson, un trapiantato di rene in Cina: “Il trapianto è relativamente poco costoso, l’assistenza medica è buona. Le autorità cinesi prelevano gli organi delle persone che hanno condannato a morte e li vendono ufficialmente”. Ha spiegato poi che “ci sono decine di israeliani che come me hanno subito un trapianto in Cina e sono tutti contenti. Non mi crea problemi il fatto che il rene ricevuto sia quello di un condannato a morte”.

Anche i giapponesi fanno la loro parte. Il quotidiano britannico “The Indipendent” racconta la storia di un ricco uomo d’affari giapponese, Kenichiro Hokamura, che spiega: “Ci sono 100 persone in lista di attesa solo nella mia prefettura, sarei morto prima di trovare un donatore.” Così, per la cifra di 6,8 milioni di yen (circa 75.000 euro), trova il rene di un uomo giustiziato. Hokamura dichiara ancora: “Sono rimasto in dialisi quattro anni e quattro mesi. Non potevo più aspettare.”
Dicono che sui muri degli ospedali cinesi compaia la scritta shen, rene, con a fianco un numero di cellulare. Forse per contrattarne il prezzo.

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5 Responses to Da “Il Larice di Daurija”

  1. orsola puecher il 6 settembre 2008 alle 10:11

    Grazie.
    Campi di concentramento con annesse attività produttive ricorda qualcosa.

    Però…
    Ma come?
    NO COMMENT?

    [ nel senso che nessun commento qui è di per se un segno ]

    ,\\’

  2. nadia agustoni il 6 settembre 2008 alle 12:40

    Grazie per questo articolo.
    Ho trasmesso il link a diverse persone.

  3. The O.C. il 6 settembre 2008 alle 17:55

    Mi chiedo cosa abbia di capitalistico questa Cina. E’ sempre quella di prima.

  4. andrea inglese il 6 settembre 2008 alle 18:16

    Ricordo per chi fosse interessato a procurarsi il libro l’indirizzo e-mail della Camera Verde:

    lacameraverde@tiscalinet.it.

  5. davide racca il 7 settembre 2008 alle 16:23

    Il larice di Daurija è un libro che nel suo insieme fa capire come a una dittatura come quella Cinese siano internazionalmente perdonate molte cose – semplicemente perchè da un punto di vista economico-finanziario registra da tempo performance tali da richiamare le multinazionali di tutto il mondo a lucrare in un “sistema” che fondamentalmente si ciba della propria morte.

    è un libro che parla dei diritti universali dell’uomo e di come questi sono costantemente calpestati dal regime cinese, che ama Jean-Jacques Rousseau e Hanna Arendt, e soprattutto è un libro contro la dittatura del capitale e del pensiero unico.

    “Chi non ha un punto di vista politico corretto, non ha anima” è questa una citazione da Mao Zedong, che la de Novellis richiama opportunamente nel capitolo VIII (Detenzione psichiatrica dei dissidenti, pag 77 de IL LARICE DI DAURIJA). è una frase che dice tutto l’assurdo possibile in chiave di arbitrarietà e dogmaticità di un certo potere e dello “stile” che ha dettato ai posteri. equivale insomma a dire che avere un’anima coincide con una certa visione politica, un certo sistema di potere, una certa dittatura del pensiero…

    Inoltre, a pag 51, nel capitolo V (Il Tibet dimenticato), riporta una frase da un libro di storia riconosciuto dal governo cinese: “il Tibet è sempre appartenuto alla Cina”. Pensiamo ai biambini che si formano su questi libri e “riflettiamoci”.

    a pag 96, nel capitolo X riguardante i diritti umani fondamentali dimenticati dalla Cina, è scritto: “Anche Google è in linea, visto che realizza per il mercato cinese una versione censurata del suo famoso motore di ricerca. In Cina, inserendo su Google.cn parole-chiave come libertà o democrazia non viene fornito alcun risultato”. Di fatto, la mutinazione di softwer, si rende connivente col regime cinese.

    Riporto queste citazioni dal libro della de Novellis, semplicemente per dire che la visione dei fatti (testimonianze, denunce, cronache quotidiane) è da lei fornita in modo chiaro e senza fronzoli: lo sguardo ai fenomeni è attento e selettivo, ed è allora che si comprende come un testo che informa è anche capace di formare.



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