La biblioteca di notte

8 settembre 2008
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di Stefano Gallerani


«Esulando dal campo della teologia e della letteratura fantastica, pochi possono mettere in dubbio che le caratteristiche principali del nostro universo siano il vuoto di significato e la mancanza di un fine riconoscibile». Prosecuzione ideale dei precedenti Una storia della lettura (Mondadori, 1997) e Diario di un lettore (Archinto, 2006), tutto La biblioteca di notte (traduzione di Giovanna Baglieri, Archinto, pp. 310, € 24,00), dell’argentino Alberto Manguel (classe ’48), poggia sul paradosso implicito nella retorica constatazione che apre il volume: da un lato, dunque, ci sarebbe l’umana aspirazione a tutto raccogliere, catalogare, archiviare e conservare – per ogni cosa comprendere, si capisce; dall’altro, l’accettazione – mai compiuta in resa, per la verità –  dell’inanità di qualsiasi sforzo volto in tal senso, dacché non è dato esaurire l’universo mondo se non di fronte alla semplice  contemplazione della sua irriducibilità ai termini della ragione, della sua insofferenza alla mera logica compilatoria. Insomma, per usare una coppia che ricorre di  frequente nelle pagine dell’autore de Il computer di Sant’Agostino (Archinto, 2005), a un estremo ci sarebbe il giorno (e per esso l’ordine), all’opposto la notte (ovvero il caos, o caso). Nel mezzo, il simbolo che meglio di qualunque altro rappresenta l’inveramento di questa tensione tra ambizione e fallimento: la biblioteca. Ossia il luogo, o meglio il concetto, che l’uomo ha da sempre deputato a contenere quanti più documenti, quante più testimonianze possibili dello stesso desiderio di costruire un mondo parallelo al mondo: un cosmo puntellato di parole e di segni, di geroglifici e di icone che, ove mai potesse essere portato a compimento non sarebbe che una “ridondanza”, essendo la biblioteca ideale null’altro che il mondo stesso. Da questo, allora, l’ulteriore tentativo di circoscrivere la raccolta di libri e codici secondo criteri tanto rigorosi quanto arbitrari: per importanza o per autenticità, per valore scientifico o per qualità artistica, per tema o per soggetto; ma anche, assecondando l’estro, obiettivizzando le proprie idiosincrasie, inseguendo una chimera. Svolgendo tutti i percorsi che gli si sono aperti davanti a partire dall’ esperienza personale, e cioè dalla costruzione della sua biblioteca privata (in un paese a sud della Loira) e dalla frequentazione di quelle in cui si è formato o alle quali è più affezionato (la biblioteca del Colegio Nacional di Buenos Aires o la Long Hall Library a Sissinghurst), Manguel disseziona l’idea stessa di biblioteca che, assecondando lo schema della duplice ripartizione della giornata, è ora mito e ordine, spazio e potere, ombra e forma, caso e laboratorio, mente e isola, sopravvivenza e oblio, immaginazione e identità. Diverse facce della stessa medaglia che, se potesse coniarsi, recherebbe stampigliate le effigi della Torre di Babele e della Biblioteca di Alessandria, «due monumenti che, in un certo senso, simboleggiano ciò che siamo. Il primo, eretto per raggiungere gli inarrivabili cieli, nacque dal nostro anelito di conquistare lo spazio, desiderio punito dalla pluralità di lingue che ancor oggi pone ostacoli quotidiani ai nostri tentativi di conoscerci gli uni con gli altri. Il secondo, costruito per raccogliere ciò che quelle lingue avevano cercato di registrare in tutto il mondo, scaturì dalla nostra speranza di vincere il tempo, e si concluse con un incendio leggendario che consumò perfino il presente». Di queste aspirazioni, le biblioteche della storia dell’umanità, da quelle maestose  dei grandi della terra alle nostre personali, più umili ma ugualmente “folli”, non sono che il riflesso, perché ognuna reca in sé «il desiderio di abbracciare tutte le lingue di Babele» e anela di «possedere tutti i volumi di Alessandria». Quasi contravvenendo all’enunciazione di partenza, Manguel (di cui è appena uscita, sempre per Archinto, la raccolta di saggi Al tavolo del cappellaio matto) ricostruisce il senso di quest’assurda lotta con lo spazio e con il tempo, intessendo famiglie letterarie e genealogie fantastiche in cui il poeta arabo Abu Nuwas, che aveva imparato a memoria tutti i suoi componimenti – un po’ come si dice avesse fatto Borges -, e Aby Warburg, la cui biblioteca ideale era una gigantesca connessione di immagini e memoria, appartengono allo stesso ramo di Patrice Moore, uno sconosciuto signore di New York che nel 2003 rimase intrappolato per due giorni sotto la valanga di carte e giornali accumulati per oltre un decennio. Nel suo caso come in quello di Warburg – o in quello di Nuwas -, il confine tra ragione e pazzia, tra salute e delirio, tradisce tutto il suo limitato carattere convenzionale. Quale uomo sano di mente, sembra domandasi Manguel, potrebbe seriamente aspirare a raccogliere tutti i documenti scritti del mondo, o anche solo tutti quelli che riuscirebbe a procurarsi? Eppure, quale uomo vi ha mai rinunciato? In fondo, la situazione di Moore non è poi differente da quella dei  bibliotecari alessandrini, perché ogni biblioteca rappresenta ciò che chi l’ha pensata è, costruisce la sua identità e la rappresenta; in essa, come dimostrano gli esempi di Rabelais e Paul Masson, un ex-magistrato coloniale amico di Colette, i libri o i cataloghi immaginari hanno pari diritto di cittadinanza rispetto ai loro fratelli reali: Bouvard e Pécuchet non sono meno autentici di Diderot e d’Alembert, e Miguel de Cervantes è esistito almeno quanto Don Chisciotte. Per un certo numero – non di rado considerevole – di libri che si affollano sugli scaffali, ci sono altrettanti titoli che mancano sia perché non è stato materialmente possibile raccoglierli sia perché ancora non esistono. E se proprio questa stessa assenza testimonia dell’incapienza di qualsiasi biblioteca, anche la più grande che si possa immaginare, è comunque a lei che si devono i tentativi che sempre rinnovano il sentimento che sta alla base dell’idea di biblioteca, anche di fronte al sopravanzare di scoperte tecnologiche che quest’idea tentano di pervertire o cambiare. Per Manguel, insomma, e anche per noi, che delle sue osservazioni siamo persuasi, il Web non potrà mai rimpiazzare il legno e la carta; l’eterno presente che impronta la Rete poggia su basi meno solide di quelle laterizie della Biblioteca Herzog August di Wolfenbüttel o della Biblioteca Laurenziana progettata da Michelangelo: luoghi di raccoglimento ma anche di confronto, di studio e di fantasia, di scienza e di immaginazione. Ma anche luoghi di resistenza alle sopraffazioni del mondo, avamposti dell’anima laddove l’anima sembra sparita: nella Germania nazista dei roghi nelle piazze o nella Kabul martoriata dai bombardamenti del 2001; nelle più povere zone rurali della Colombia o durante il saccheggio degli Archivi di Stato, del Museo Archeologico e della Biblioteca Nazionale di Baghdad nel 2003. Infine, addentrarsi in una biblioteca è come tornare a casa, perché «ogni lettore è un girovago che fa una sosta o un viaggiatore che fa ritorno» cui la sterminata raccolta di parole – che tale è la modesta libreria domestica o la celebre istituzione letteraria -, sebbene non potrà mai offrirgli «un mondo “reale” nel senso in cui è reale il mondo quotidiano di sofferenze e felicità», potrà, invece, offrirgli «un’immagine aperta di quel mondo reale che, per dirla con le parole del critico francese Jean Roudaut, “ci concede gentilmente di concepirlo”, come pure la possibilità di sperimentare, conoscere e ricordare qualcosa che abbiamo intuito in un racconto o immaginato grazie a una riflessione filosofica o poetica».

L’articolo è apparso su «Alias» n. 30 – 26 luglio 2008.

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6 Responses to La biblioteca di notte

  1. nadia agustoni il 8 settembre 2008 alle 18:14

    “Ma anche luoghi di resistenza alle sopraffazioni del mondo, avamposti dell’anima laddove l’anima sembra sparita…”

    “addentrarsi in una biblioteca è come tornare a casa, perché «ogni lettore è un girovago che fa una sosta o un viaggiatore che fa ritorno» cui la sterminata raccolta di parole – che tale è la modesta libreria domestica o la celebre istituzione letteraria -, sebbene non potrà mai offrirgli «un mondo “reale” nel senso in cui è reale il mondo quotidiano di sofferenze e felicità», potrà, invece, offrirgli «un’immagine aperta di quel mondo reale”

    Un bella riflessione su un luogo che ho sempre vissuto come spazio di libertà.

  2. niky lismo il 8 settembre 2008 alle 19:22

    “Essendo la biblioteca ideale null’altro che il mondo stesso”: sicché “ridondanza” sarebbe semmai il mondo, e non la Biblioteca.

  3. lezama il 9 settembre 2008 alle 02:16

    @ niky lismo
    leggi meglio la frase da cui citi, altrimenti fraintendi il senso

  4. niky lismo il 9 settembre 2008 alle 09:02

    Credo di aver letto bene. Confermo e cito a conferma: “La Biblioteca è totale, i suoi scaffali registrano tutte le possibili combinazioni dei venticinque simboli ortografici, cioè tutto ciò ch’è dato di esprimere, in tutte le lingue. Tutto: la storia minuziosa dell’avvenire, le autobiografie degli arcangeli, il catalogo fedele della Biblioteca, migliaia e migliaia di cataloghi falsi, la dimostrazione della falsità di questi cataloghi, la dimostrazione della falsità del catalogo fedele, l’evangelo gnostico di Basilide, il commento di questo evangelo, il commento del commento di questo evangelo, il resoconto veridico della tua morte, la traduzione di ogni libro in tutte le lingue, le interpolazioni di ogni libro in tutti i libri” (J.L.Borges). E’ la Biblioteca proiezione del mondo o viceversa?

  5. lezama il 9 settembre 2008 alle 16:07

    @ niky,
    la frase da cui citi in apertura è inequivoca, è inutile girarci intorno.

  6. lezama il 9 settembre 2008 alle 16:08

    @ niky,
    né sproloquiare con Borges, che così usato non è che moneta corrente



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