Quattro poesie (da un’antologia poetica)

9 settembre 2008
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John Ashbery è uno dei maggiori poeti statunitensi viventi. È attivo dalla metà degli anni Cinquanta (del 1956 è la sua prima raccolta Some Trees). Personalità estremamente autonoma, difficilmente inquadrabile in correnti e scuole, Ashbery è il poeta metamorfico e sperimentale per eccellenza. La sua scrittura si muove costantemente tra la l’assunzione delle forme ereditate e la pressione verso l’informe. La sua esplorazione dell’identità avviene per itinerari ellittici, enigmatici, ambigui, ponendosi agli antipodi del filone “confessionale” della poesia statunitense e del suo capostipite Robert Lowell.

In Italia apparve nel 1983, per Garzanti, Autoritratto in uno specchio convesso con un’introduzione di Giovanni Giudici e traduzione di Aldo Busi. Oggi è finalmente disponibile in Italia un’antologia curata da Damiano Abeni con Moira Egan, alla cui selezione ha collaborato lo stesso autore. Si tratta di Un mondo che non può essere migliore. Poesie scelte 1956-2007, Luca Sossella, 2008.

di John Ashbery

da Your Name Here [Qui il vostro nome], 2000

This Room

The room I entered was a dream of this room.
Surely all those feet on the sofa were mine.
The oval portrait
of a dog was me at an early age.
Something shimmers, something is hushed up.
We had macaroni for lunch every day
except Sunday, when a small quail was induced
to be served to us. Why do I tell you these things?
You are not even here.

Questa stanza

La stanza in cui entrai era il sogno di questa stanza.
Certo tutti quei piedi sul sofà erano miei.
Il ritratto ovale
di un cane ero io in piú tenera età.
Qualcosa riluce, qualcosa viene azzittito.
A pranzo mangiavamo pastasciutta tutti i giorni
tranne la domenica, quando una quaglia veniva indotta
a esserci servita. Perché ti dico questo?
Nemmeno sei qui.

*

da Shadow Train [Treno ombra], 1981

Paradoxes and Oxymorons

This poem is concerned with language on a very plain level.
Look at it talking to you. You look out a window
Or pretend to fidget. You have it but you don’t have it.
You miss it, it misses you. You miss each other.
The poem is sad because it wants to be yours, and cannot be.
What’s a plain level? It is that and other things,
Bringing a system of them into play. Play?
Well, actually, yes, but I consider play to be
A deeper outside thing, a dreamed role-pattern,
As in the division of grace these long August days
Without proof. Open-ended. And before you know it
It gets lost in the steam and chatter of typewriters.
It has been played once more. I think you exist only
To tease me into doing it, on your level, and then you aren’t there
Or have adopted a different attitude. And the poem
Has set me softly down beside you. The poem is you.


Paradossi e ossimori

Questa poesia si occupa del linguaggio a un livello alquanto piano.
Guardala che ti parla. Guardi da una finestra
o affetti irrequietezza. La sai ma non la sai.
Ti manca, la manchi, le manchi, ti manca. Vi mancate a vicenda.
La poesia è triste perché vuole essere tua, e non può.
Cos’è un livello piano? È quella cosa e altre,
e ne mette in gioco un sistema. Gioco?
Beh, di fatto, sí, ma io ritengo che il gioco sia
una piú profonda cosa esterna, un modello di ruolo sognato,
come nella ripartizione della grazia queste lunghe giornate agostane
senza dimostrazione. A finale aperto. E prima che te ne accorga
si perde nel vapore e nel cicaleccio della macchina da scrivere.
È stata giocata un’altra volta. Penso tu esista solo
per tormentarmi a farlo, al tuo livello, e poi tu non ci sei
o hai adottato un atteggiamento diverso. E la poesia
mi ha deposto dolcemente accanto a te. La poesia è te.

*

da A Worldly Country [Un paese mondano], 2007

Thrill of a Romance

It’s different when you have hiccups
Everything is—so many glad hands competing
for your attention, a scarf, a puff of soot,
or just a blast of silence from a radio.
What is it? That’s for you to learn
to your dismay when, at the end of a long queue
inthe cafeteria, tray in hand, they tell you the gate closed down
after the Second World War. Syracuse was declared capital
of a nation in malaise, but the directorate
had other, hidden goals. To proclaim logic
acasualty of truth was one.

Everyone’s solitude (and resulting promiscuity)
perfumed the byways of villages we had thought civilized.
Isaw you waiting for a streetcar and pressed forward.
Alas, you were only a child in armor. Now when ribald toasts
sail round a table too fair laid out, why the consequences
are only dust, disease and old age. Pleasant memories
are just that. So I channel whatever
into my contingency, avein of mercury
that keeps breaking out, higher up, more on time
every time. Dirndls spotted with obsolete flowers,
worn in the city again, promote open discussion.

Il brivido di un’avventura d’amore

È diverso quando hai il singhiozzo.
Tutto è – cosí tante mani con secondi fini si contendono
la tua attenzione, una sciarpa, uno sbuffo di fuliggine,
o solo un boato di silenzio da una radio.
Cos’è? È una cosa che saprai
con sconcerto quando, alla fine di una lunga coda
al self-service, vassoio in mano, ti dicono che la porta ha chiuso
dopo la seconda guerra mondiale. Siracusa fu dichiarata capitale
di una nazione malconcia, ma il direttorato
aveva altri, reconditi scopi. Proclamare la logica
vittima della verità era uno di questi.

La solitudine di tutti (e la conseguente promiscuità)
profumava i vicoli di paesi che avevamo pensato civili.
Ti ho visto che aspettavi il tram e sono passato di fretta.
Ahimé eri solo un bimbo con l’armatura. Ora quando brindisi ribaldi
fanno vela attorno a un tavolo troppo bene imbandito, ecco le conseguenze
sono solo polvere, malattia e vecchiaia. I bei ricordi
sono solo ciò che sono. Cosí io convoglio qualsiasi cosa
nella mia eventualità, una vena di mercurio
che continua a disperdersi, piú su, piú puntuale
ogni volta. Dirndl maculati di fiori obsoleti,
indossati di nuovo in città, promuovono un dibattito aperto.

*

da Houseboat Days [I giorni della casa galleggiante]1977


And Ut pictura poesis Is Her Name

You can’t say it that way any more.
Bothered about beauty you have to
Come out into the open, into a clearing,
And rest. Certainly whatever funny happens to you
Is OK. To demand more than this would be strange
Of you, you who have so many lovers,
People who look up to you and are willing
To do things for you, but you think
It’s not right, that if they really knew you…
So much for self-analysis. Now,
About what to put in your poem-painting:
Flowers are always nice, particularly delphinium.
Names of boys you once knew and their sleds,
Skyrockets are good—do they still exist?
There are a lot of other things of the same quality
As those I’ve mentioned. Now one must
Find a few important words, and a lot of low-keyed,
Dull-sounding ones. She approached me
About buying her desk. Suddenly the street was
Bananas and the clangor of Japanese instruments.
Humdrum testaments were scattered around. His head
Locked into mine. We were a seesaw. Something
Ought to be written about how this affects
You when you write poetry:
The extreme austerity of an almost empty mind
Colliding with the lush, Rousseau-like foliage of its desire to communicate
Something between breaths, if only for the sake
Of others and their desire to understand you and desert you
For other centers of communication, so that understanding
May begin, and in doing so be undone.

E lei si chiama Ut pictura poesis

Non puoi dirlo piú cosí.
Preoccupato della bellezza devi
uscire allo scoperto, in una radura,
e riposare. Certo, qualsiasi cosa strana ti succeda
è OK. Chiedere di piú non sarebbe
da te, tu che hai cosí tanti amanti,
gente che ti ammira ed è pronta
a fare cose per te, ma tu pensi
non sia giusto, che se ti conoscessero davvero…
Basta cosí con l’autoanalisi. E adesso,
su cosa mettere nella tua poesia-quadro:
i fiori sono sempre belli, specie i delphinium.
I nomi di bambini conosciuti un tempo e le loro slitte,
i razzetti vanno bene – esistono ancora?
Ci sono un sacco di altre cose con le stesse proprietà
delle sunnominate. Ora si devono
trovare alcune parole importanti e molte di basso profilo,
dal suono fiacco. Lei mi contattò
perché comprassi la sua scrivania. D’improvviso la strada fu
follia pura e clangore di strumenti giapponesi.
Prosaici testamenti vennero sparpagliati tutt’attorno. La sua testa
s’allacciò alla mia. Eravamo una biciancola. Qualcosa
andrebbe scritto su come ciò ti condizioni
quando scrivi poesia:
l’estrema austerità di una testa pressoché vuota
che si scontra con il rigoglioso fogliame Rousseau-simile del suo desiderio di [comunicare
qualcosa nelle intermittenze del respiro, anche se solo nell’interesse
d’altri e per il loro desiderio di capirti e disertarti
per altri centri di comunicazione, cosí che la comprensione
possa avere inizio, e cosí facendo essere disfatta.

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7 Responses to Quattro poesie (da un’antologia poetica)

  1. viola amarelli il 9 settembre 2008 alle 18:06

    “qualcosa nelle intermittenze del respiro, anche se solo nell’interesse
    d’altri e per il loro desiderio di capirti e disertarti
    per altri centri di comunicazione, cosí che la comprensione
    possa avere inizio, e cosí facendo essere disfatta.”
    una vera e propria intectio poetica, molto condivisibile, dal mio punto di vista. Apprezzo molto il mix tra la razionalità tagiente di questi versi e la loro musicalità percussionista, puro ritmo, grazie ad Inglese per la segnalazione anche editoriale, Viola

  2. capitan feendoos il 9 settembre 2008 alle 20:10

    Sono talmente belle da far venir voglia di abbracciare chi ce lo ha fatto conoscere. Ma mi asterrò dal farlo.

  3. l.s il 9 settembre 2008 alle 20:52

    Bellissime! Ashbery è da apprezzare proprio per l’originalità delle sue immagini , dal modo in cui le lega in una realtà sempre in bilico tra diversi piani temporali. Erede di Stevens come Mark Strand che ha però una vena più crepuscolare soprattutto nelle ultime raccolte, e non a caso tradotto anch’egli da Abeni, ne abbraccia le tematiche aggiungendo una moderna e sottile ironia.
    grazie per la segnalazione
    lisa

  4. andrea ponso il 9 settembre 2008 alle 21:12

    Oltre a questo importante e bellissimo libro tradotto da Abeni mi piace segnalare un’altra importante uscita di Ashbery in Italia di alcuni anni fa, nella collana di Marco Fazzini per le Edizioni del Bradipo (probabilmente una delle migliori collane di poesia straniera in Italia anche se poco conosciuta e di difficile reperibilità, con nomi come De Andrade, Tomlinson, Rooke, Morgan, Hill e altri grandi nomi): “Flow Chart”, il poema-fiume di questo poeta… davvero mostruoso, unico, insuperato…

    andrea ponso

  5. gina il 10 settembre 2008 alle 07:13

    questa si che è roba buona.

  6. damiano_ il 10 settembre 2008 alle 09:59

    Grazie ad Andrea Inglese per la segnalazione, e a chi è intervenuto per l’apprezzamento. E’ stato il lavoro traduttorio più impegnativo che abbia mai fatto finora, e il contributo di Moira (che si chiama Egan – è possibile la piccola correzione?) è stato fondamentale; anche per scansare alcune delle “infinite trappole” [Massimo Bacigalupo su Alias del 6 settembre] che Ashbery tende, o meglio: offre, al lettore.
    E già nel libro vedo cose che si potrebbero migliorare. Speriamo di arrivare a una seconda edizione…
    Buona lettura a tutti i lettori di buona volontà.
    damiano_

    PS: Chi voglia sentire Ashbery che al telefono con Radio 3 Suite legge la prima delle poesie offerte qui, e Moira Egan che la commenta, può andare alla pagina web:
    http://www.radio.rai.it/radio3/radio3_suite/view.cfm?Q_EV_ID=257632&Q_PROG_ID=68

  7. andrea inglese il 10 settembre 2008 alle 18:16

    Mi scuso con Damiano per il refuso, che correggo subito.



indiani