Storie di ordinari bullismi

12 settembre 2008
Pubblicato da

disegno di Magnus da L'uomo che uccise Ernesto Che Guevara

testo di Mauro Baldrati, illustrazione di Magnus

Di fronte al cancello della scuola media Da Vinci, al di là del viale, vi è una fermata dell’autobus; di fianco alla pensilina una strada secondaria costituisce un esempio perfetto di “sofferenza urbanistica”: i ragazzi all’uscita da scuola sciamano verso la fermata, si fermano, fanno la lotta, ostacolano il traffico.
Alle 13.10 arriva un Suv Cayenne nero che deve svoltare, si ferma perché un drappello di ragazzi si spintona in mezzo alla strada. Un colpetto di clacson, i ragazzi non si spostano. Si abbassa il finestrino, un uomo sporge la testa, una testa grossa, da uomo grande, con una massa di capelli neri. L’uomo dice “allora, vi spostate? VI SPOSTATE?”
I ragazzi non si muovono. Un altro colpo di clacson, prolungato, altre esclamazioni dell’uomo. I ragazzi si fanno da parte, ma ne restano tre. Uno è avanzato, gli altri due arretrati. Quello avanzato è Marco, rom abruzzese, residente nel vicino campo nomadi stanziali.
L’uomo del Suv scende, si avvicina ai ragazzi. I due arretrati si spostano, raggiungono gli altri sotto la pensilina. Resta Marco, piantato in mezzo alla carreggiata con le mani in tasca, il grosso zaino Invicta sulle spalle. “Cosa credi di fare ragazzino?” esclama l’uomo del Suv, agitando il dito indice. “Ti vuoi spostare o no?”
Marco non si muove, anche se ondeggia, si inclina; “che cazzo vuoi?” fa.
L’uomo del Suv avvampa, la pressione gli va a mille. “Che? Ma sei scemo? Quand’è che imparerete un po’ di educazione? Ragazzino deficiente! Spostati o ti mollo due sberle!”
Marco cerca di tenere duro, ma l’uomo del Suv lo sovrasta con la sua mole. Solleva un braccio, mima una sberla, che non arriva ma preme nell’aria con la sua forza compressa.
Marco si sposta di lato. L’uomo torna verso il Suv. Marco fa, alle spalle dell’uomo: “ma vaffanculo”.
L’uomo del Suv si blocca, torna indietro, si piazza di nuovo di fronte al ragazzino. “Testa di cazzo! Ti insegno io a stare al mondo tra la gente!” Di nuovo mima una sberla, una forza che si comprime in un grumo di violenza contenuta, si scarica in un tocco leggero su una spalla. Si gira e torna indietro. Apre la portiera, sale a bordo. Mentre il Suv parte Marco fa: “se chiamo mio padre lo vedrai se caghi”.
L’uomo inchioda, guarda Marco attraverso il finestrino. “Ah sì? Bene, chiamalo che vediamo!”. Ferma il Suv, lo parcheggia con due ruote sul marciapiede. Scende, si appoggia al cofano, a braccia conserte.
Marco prende un telefono cellulare, digita un numero, parla brevemente. Dopo otto minuti arriva una Golf verde scuro, impolverata, con una visibile ammaccatura sul parafango destro. Scende Lorian, il padre di Marco: cammina molleggiato sulle Nike Shox, pantaloni over size, maglietta Angel Devil, orecchino pendulo al lobo sinistro, anello a quello destro, cinturone Dolce & Gabbana. L’uomo del Suv si stacca dal cofano, Lorian gli va di fronte, affiancato da Marco. E’ massiccio Lorian, ha potenti bicipiti tatuati, ma è alto 1.68 e per guardare l’uomo dall’alto in basso, come deve essere, spinge indietro la testa, fino a flettere la schiena. “Che succede qua” afferma, non chiede. Marco gli parla in dialetto abruzzese stretto. Lorian porta lo sguardo, girando impercettibilmente la testa ma ruotando a fondo i bulbi oculari, da Marco all’uomo, che dice “cerchi di insegnare l’educazione a suo figlio, che è meglio!”. Quando Marco ha terminato la sua concitata esposizione fa: “vatténe in macchina”. Marco obbedisce rapido.
Quando Lorian è sicuro che il figlio sia salito a bordo, con un gesto repentino afferra l’uomo per la camicia e lo strattona. Un bottone salta. “Tu non devi rompere i coglioni, capito?” ringhia.
La faccia dell’uomo diventa viola, gli occhi strabuzzano. “Metti giù quelle manacce!” grida, cercando di divincolarsi. Ma Lorian fa saltare un altro bottone, dice “non devi rompere i coglioni, stronzo”. L’uomo lo spinge con violenza, una manata brutale sul torace. Lorian si sbilancia, rischia di cadere all’indietro ma non molla la presa sulla camicia, mantiene la posizione eretta. I due si fronteggiano, Lorian coi pugni chiusi, l’uomo con la camicia aperta sulla canottiera, la faccia marrone.
“Vaffanculo!” grida l’uomo, pieno di furia trattenuta.
“Vaffanculo!” fa Lorian, massaggiandosi il petto.
L’uomo si gira, raggiunge il Suv Cayenne, si catapulta a bordo, parte con un’accelerata. Il fondo del mezzo spancia sul bordo del marciapiede, scatta in avanti con una sgommata.
Lorian cammina molleggiato fino alla Golf, si siede al posto di guida, mette in moto e, dopo un rapido scambio di battute col figlio, se ne va dalla parte opposta.

L’illustrazione è di Magnus tratta dall’album L’ uomo che uccise Ernesto Che Guevara (1983-84)

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68 Responses to Storie di ordinari bullismi

  1. lambertibocconi il 12 settembre 2008 alle 09:31

    Bel pezzo. Comunica un notevole senso di impotenza. La rabbia che scorre per le strade come un sangue avvelenato. A suo modo è una fonte energetica, ma schifosa.

  2. Iannozzi Giuseppe il 12 settembre 2008 alle 11:21

    Oddio! Sembra proprio il canovaccio di un spot per Walker Texas Ranger con Chuck Norris.
    E’ un brutto racconto.

  3. lambertibocconi il 12 settembre 2008 alle 11:42

    Allora fortunata io che non so cos’è “Walker Texas Ranger con Chuck Norris”. Chi guarda le cose scarse poi gli rimangono come riferimenti culturali… Giustamente Biondillo da queste colonne di NI metteva in guardia dal sovrapporre nei giudizi realtà e “finzione letteraria”. La realtà e la sua cronaca non sono né un giallo e neanche una sceneggiatura di telefilm, e al limite non sono né belle né brutte, almeno non nello stesso modo in cui può esserlo un racconto.

  4. The O.C. il 12 settembre 2008 alle 11:51

    Quando Lorian è sicuro che il figlio sia salito a bordo, con un gesto repentino afferra l’uomo per la camicia e lo strattona. Un bottone salta. “Tu non devi rompere i coglioni, capito?” ringhia.

  5. raffaella piccinni il 12 settembre 2008 alle 12:46

    siamo ancora dei barbari..

  6. véronique vergé il 12 settembre 2008 alle 13:41

    La scrittura del pezzo non mi è piaciuto, ma la storia descrive con realismo una situazione odierna. Forse non amo il realismo, manca il sogno, una scrittura incantevole, sospesa. Non entro davvero con questo universo.

  7. ida il 12 settembre 2008 alle 13:43

    Il piglio è proprio buono. C’è un autore in una voce così “distaccata”.

  8. Iannozzi Giuseppe il 12 settembre 2008 alle 13:59

    lambertibocconi

    Peccato per te: che barba!

    Il pezzo è banale nello stile: in pratica è privo di stile. E meglio ancora: è il nec plus ultra dell’inconsistenza. La storia non è credibile, se non abbinandola a un fumettaccio di quart’ordine. Il plot manca di pathos, è invece ricco di luoghi comuni e frasi fatte.

  9. jan reister il 12 settembre 2008 alle 15:11

    Durante il carteggio preliminare alla pubblicazione, Mauro Baldrati mi diceva che il racconto riprende un fatto realmente accaduto poco tempo fa, di cui sono stati cambiati solo alcuni dettagli (top)onomastici.

    In principio volevamo usare un set di fotografie d’archivio per accompagnare il pezzo, ma abbiamo preferito un’immagine più diretta scovata da Mauro nei due energumenti che si affrontano disegnati da Magnus.

    Potremmo discutere separatamente del valore lettereario e di quello di testimonianza del pezzo, io preferisco proporli insieme su questa pagina e lasciare che, nel loro piccolo, generino un po’ di confusione tra le certezze di alcuni.

  10. Tash il 12 settembre 2008 alle 16:12

    il valore di testimonianza di un testo che punta al giudizio estetico, funziona solo se funziona come scrittura.
    questo racconto non è affatto “realistico”, come dice veronique la sognatrisce d’oltralpe, proprio perché non è risolto sul piano dello stile.
    insomma non dice, non convince, non avvince.
    la barbarie non la cogli – ammesso che di questo si tratti – se non capisci di essere anche tu, scrivente, tu, lettore, un barbaro.
    se non aderisci intimamente alla rabbia, all’odio, all’arroganza delle figure che metti in scena.
    tutto questo nel racconto non c’è, c’è solo un giudizio negativo a priori.
    il giudizio dello scrivente, benché non espresso apertamente, è nella presa di distanza dalla vicenda che il lettore percepisce da subito.
    tipo: noi, io e te, oh lettore, non siamo come questa gente.
    siamo migliori.

  11. ida il 12 settembre 2008 alle 16:33

    “Alle 13.10 arriva un Suv”
    Non so discutere: a me piace proprio quello che pare dispiacervi così tanto. Ci sono punti molto ben compressi, trovo che abbia diversi pregi, tra cui quello di scegliere di trattenere, trattenere gli schiaffi, e questo sarebbe semplice, ma anche trattenere il classico “terzo dettaglio” (“diventa viola, gli occhi strabuzzano”, uno si aspetta “e… qualcos’altro”, invece sottrae sempre la chiusura, marcia binario).

  12. marino il 12 settembre 2008 alle 16:39

    Uno dei punti di forza di questo racconto, secondo me, sta proprio nello stile. Naturalmente spazzerei via il tentativo di categoria con
    quell’orribile Sofferenza urbanistica. Molto efficace e piena di significati
    la scena in cui il padre decide di allontanare il figlio. Egli non saprà
    in realtà, malgrado un mucchio di bicipiti, come andrà a finire. Se solo lo
    sapesse e sapesse che ne uscirà vincitore, lascerebbe il figlio a guardare.
    E’ interessante notare come nei commenti qui sopra si stia verificando ne piú né meno una scena simile a quella narrata, e anche questo é un miracolo, mancano i bottoni.

  13. Iannozzi Giuseppe il 12 settembre 2008 alle 17:02

    Se come riferisce Jan Reister si tratterebbe di un fatto realmente accaduto, peggio ancora: l’autore è incapace di trasmettere qualsivoglia emozione, e peggio ancora non è in grado di tratteggiare accadimenti e profili caratteriali-psicologici dei personaggi. Ne risulta un “abbozzo” non partecipato, nemmeno buono per finire tra le colonne della nera. Lo stile non è funzionale soltanto alla bellezza, in quanto esso ha prima di tutto il compito di ricreare fotografia o della realtà o degli eventi immaginati. Qui mi par chiaro che l’autore non ne è stato capace. Tash sottolinea giustamente: “se non aderisci intimamente alla rabbia, all’odio, all’arroganza delle figure che metti in scena.” L’autore non aderisce ad alcunché.

  14. effeffe il 12 settembre 2008 alle 17:31

    si è parlato molto di stile. Amo molto la scrittura di Mauro. e anche come si veste.
    effeffe

  15. off il 12 settembre 2008 alle 18:34

    off, ancora con sti’ rom!
    Certo che voi italiani siete incredibili: adesso andate a rompere i cosidetti agli zingari pure in grecia, costringendo delle madri di famiglia a test del DNA e prigione (vedi caso Pipitone di oggi…)
    Siete proprio ossessionati: adesso che la commissione antimafia presieduta da cuffaro, schifani e dell’ utri ha definitivamente sconfitto le cosche criminali con cui avete riempito il pianeta… la sentina di tutti i mali sono diventati gli zingari, meglio se albanesi e non italiani da venti generazioni come i Sinti…
    Il racconto va bene, è animato da belle intenzioni… ma questa ossessione per i rom, abbruzzesi o stranieri che siano, è veramente stancante.
    Cambiate thema decidendum!

  16. Mauro Baldrati il 12 settembre 2008 alle 18:45

    Salve a tutti, ho letto i commenti che, come ho già scritto altre volte, per me sono preziosi, tutti.

    Ringrazio Jan per la precisazione, avevo deciso di farla io stesso: è un episodio realmente accaduto poco prima delle vacanze estive davanti a una scuola media della periferia bolognese. Io ho cambiato i nomi dei due personaggi e ho inventato la marca del Suv. Tutto il resto è fedele, comprese le frasi virgolettate.

    Credo di avere alcune cose da dire, ma ora vado di corsa. Appena posso sarà qui, anche se certe riflessioni su se stessi, la propria scrittura ecc. andrebbero, di norma evitate (anche perché raramente ci becchiamo su noi stessi). Potrebbero essere scambiate per confessioni, e quindi debolezze sulle quali incunearsi per distruggere l’interessato. Perché l’istinto aggressivo è molto evidente sui nostri blog, spesso ricettacoli di rancori che si autoalimentano. Ma, in fondo, perché evitarle. Siamo qui apposta per ricevere critiche, per confrontarci, che importa, in fondo, dell’opportunità? A chi dobbiamo rispondere se non a noi stessi?

  17. Natàlia Castaldi il 12 settembre 2008 alle 18:48

    Ordinaria follia, ieri 11 settembre, fatto realmente accaduto.

    Erano le 14.33 in punto, ne sono certa perché appena due minuti prima avevo passato il badge magnetico sul marchingegno per la rilevazione dell’orario d’entrata ed uscita dal lavoro.
    Arrivo alla mia macchinetta perfettamente posteggiata rasente il marciapiede sottostante l’ufficio e mi trovo imbottigliata davanti da una Mercedes di quelle monovolume e dietro da una sportiva rossa, di quelle basse e costose, perpendicolarmente affiancate in doppia fila alla mia utilitaria azzurra.
    Detesto mettermi a suonare il clacson, ma dopo aver atteso per ben 10 minuti sotto il sole [il tutto si svolge nella “civilissima” Messina dove attualmente alle 14.00 si sfiorano in media i 36/38 gradi – e siamo a settembre -], mi decido a strombazzare istericamente.
    Ed ecco che sorridente mi viene incontro una signora sui 45 anni d’età, ben vestita, sorridente … mi guarda, guarda la mia auto: “ anche se levassi la mia non concluderemmo nulla, deve assolutamente liberarti il passaggio l’altra macchina”
    <>
    “è la macchina di Umberto, adesso lo chiamo”
    Lascia la macchina in doppia fila e si allontana.
    Dopo altri 5 minuti vedo un tizio avvicinarsi, “sarà ‘st’Umberto”, penso.
    <>
    “si, la levo subito”
    <>
    “no, lei non la sposta”
    <>
    “levando la mia, se rinculi sul marciapiede, con un po’ di manovre riesci ad uscire”
    <>
    “bella, se dovessimo spostare tutte le macchine in doppia fila passeremmo la giornata qui sotto!”
    – Non sapevo se ridere o piangere, se abbandonarmi alla naturale ira o se continuare a mantenere una parvenza di calma –
    Il tizio sale in macchina e mette in moto, faccio in tempo a rispondergli un acido e rassegnato <>, ma lui aveva già accelerato lasciandomi a rinculare sul marciapiede.

  18. Natàlia Castaldi il 12 settembre 2008 alle 18:53

    mi sa che l’editor per i commenti non riconosce il testo tra queste virgolette “” …
    chiedo scusa e provvedo ad incollare le parti mancanti.

    :-( sorry!

    -può aiutarmi a trovare il proprietario? Sa chi è?-
    “è la macchina di Umberto, adesso lo chiamo”
    Lascia la macchina in doppia fila e si allontana.
    Dopo altri 5 minuti vedo un tizio avvicinarsi, “sarà ‘st’Umberto”, penso.
    -è sua la macchina rossa?-
    “si, la levo subito”
    -bene! e la signora della Mercedes?-
    “no, lei non la sposta”
    -come non la sposta? Ma se era qui 5 minuti fa?-
    “levando la mia, se rinculi sul marciapiede, con un po’ di manovre riesci ad uscire”
    -ma sta scherzando spero?-
    “bella, se dovessimo spostare tutte le macchine in doppia fila passeremmo la giornata qui sotto!”

    ….

    Il tizio sale in macchina e mette in moto, faccio in tempo a rispondergli un acido e rassegnato “mi scusi se ho posteggiato regolarmente proprio dove lei lascia la macchina in doppia fila”, ma lui aveva già accelerato lasciandomi a rinculare sul marciapiede.

  19. Marco Saya il 12 settembre 2008 alle 19:29

    Sinceramente più del racconto, su cui non entro nel merito, penso che si debba riflettere sui “suvvari” che imperversano sulle nostre strade, degli autentici killer prepotenti, delle autentiche “bestie rozze”, anche la dimensione del mezzo è divenuta uno specchio del nostro tempo.

    Marco

  20. luca tedoldi il 12 settembre 2008 alle 19:43

    storia vecchia come il cucco narrata con lo stile del “ma sì, ci siamo capiti no? Che schifo!!!”
    E perchè? Un buffetto non gliel’avreste mollato al ragazzino arrogante?

  21. Giocatore d'Azzardo il 12 settembre 2008 alle 20:02

    Non c’è pathos, non si percepiscono né l’atteggiamento del ragazzo, né quello del suvvista, né quello del padre. Troppi dettagli e poche sensazioni, la cattiveria non passa e i dialoghi sono ‘telefonati’.

    E poi il Cayenne: il SUV sborone per definizione. Abbasso i SUV!!!

    Blackjack.

  22. Tashtego il 12 settembre 2008 alle 20:50

    più che di sofferenza urbanistica, parlerei di sofferenza urbana.
    tuttavia non ho trovato “orribile” la formulazione, anzi mi ha incuriosito.

    io il ragazzo rom in mezzo alla strada l’avrei messo sotto, non in quanto “rom” ma in quanto “in mezzo alla strada”.

  23. Anomis il 12 settembre 2008 alle 21:30

    se una cosa è perfetta quando ne è stato tolto tutto il superfluo, questa storia è, diciamo, molto perfettibile. Inutili e controproducenti il suv e il rom (en passant, se abbruzzese, credo si tratti di Sinto): il lettore comincia subito a preoccuparsi se gli debbano stare antipatici i suv, i rom, entrambi o nessuno dei due, e questo è inutile e storna l’attenzione da ciò di cui si voleva parlare. A meno che proprio di suv e di rom si volesse parlare, ma allora rispetto a quello che uno si aspetta di sentir dire qui non c’è nessuno scarto, e il racconto è semplicemente scontato.

  24. ida il 12 settembre 2008 alle 22:43

    Ma, Anomis,
    non è proprio cominciare a preoccuparsi, il senso dell’essere lettori? Anziché essere titillati nelle proprie certezze e nella morbosa attesa di un fatto di cronaca?

    Ecco che cosa mi ricorda il pezzo. Mi girava in testa e non lo trovavo. Mi ricorda “L’avversario”. Testo composito, talvolta drammatico, talvolta freddo, autoptico, in cui i faits divers restano prima di tutto accadimenti, non ancora pensati – un momento prima che il Suv o la Golf tornino indietro con un cacciavite (la stonatura della frase “urbanistica” è così straniante; magari è un errore, come dite voi, eppure, a toglierla, manca). Non so, mi interessa. Mi incuriosisce vedere un altro pezzo di realtà raccontato da questo Baldrati, che non conosco.

    Solo opinioni di lettura, fine.

  25. funiculì funiculà il 13 settembre 2008 alle 01:14

    @ baldrus

    Siente fa’ accussì nun dà retta a nisciuno
    fatte ‘e fatte tuoie
    ma si haje suffrì’ caccia ‘a currea

  26. véronique vergé il 13 settembre 2008 alle 12:48

    Per Mauro Baldrati ( che è del stesso segno astrologico: cancro)

    Provo a spiegare perché non ho trovato piacere da leggere. E’ solo che il testo non corrisponde alla mia sensibilità. Prima Il ” bastardo” che accoglie il lettore ( non si rivolge a lui, lo so), bastardo troppo sentito nelle scuole ( in Francia è un insulto alla moda). Sono circondati di parole brutte, scarse. Quando leggo, non voglio ritrovare la realtà lurida, ma una realtà che gioca con il sogno, che possiede colori mai visti, svela paesaggio strano. Cerco una scrittura luminosa, ricca, sensuale che ha la diversità del immaginario.
    E’ solo una preferenza. Per amare un testo, si deve sentire affinità con l’universo offerto. Il testo del post è troppo allontanato del mio desiderio di lettura. Ma è un gusto personale.

  27. Tashtego il 13 settembre 2008 alle 14:30

    “Quando leggo, non voglio ritrovare la realtà lurida, ma una realtà che gioca con il sogno, che possiede colori mai visti, svela paesaggio strano.”
    di libri come li vuoi tu ce n’è una caterva, oh véronique.

  28. orsola puecher il 13 settembre 2008 alle 14:51

    “realtà lurida” sarebbe uno stupendo titolo per una collana editoriale però

  29. véronique vergé il 13 settembre 2008 alle 15:27

    Tash, allora è una bella notizia, per me.

    Ciao, dell’oltralpa !

  30. Tashtego il 13 settembre 2008 alle 15:49

    @véronique
    sì, una bella notizia.

  31. Baldrus il 13 settembre 2008 alle 16:55

    Il consiglio giusto è quello di funiculì funicolà, ovviamente: “fatte ‘e fatte tuoie” (però cosa vuol dire “caccia ‘a currea?”). E me li farò, ma voglio togliermi lo sfizio di tentare alcune riflessioni (come dicevo ieri siamo qui apposta).

    Si diceva dello stile. Parliamo dello stile. Esiste uno stile, con le sue regole interne, palesi e nascoste (personalizzabili, sempre), che consiste nel raccontare una storia, un evento, dei personaggi, ambienti, senza alcun giudizio morale, neanche al contrario (per esempio enfatizzando il male si denuncia il male ecc). E’ una narrazione chirurgica della realtà, e se vi è trasfigurazione questa avviene attraverso un palese distacco, che per alcuni è freddezza, o addirittura cinismo. O persino giudizio negativo nascosto. Io lo conosco bene questo stile, e lo so usare. L’ho scoperto per la prima volta nei fumetti underground americani dei primi anni 70, che pubblicava Cannibale. L’ho usato molto quando facevo il fotografo, e mi è particolarmente vicino, lo uso rilassato, tranquillo. Non sempre, ma mi piace. Ho letto da pochi minuti nel libro “Frigidaire, l’incredibile storia e le sorprendenti avventure della più rivoluzionaria rivista d’arte del mondo” (BUR), appena uscito in libreria, che le mie foto erano “superrealiste”. Provo quindi a chiamarlo così, stile superrealista. Mi sembra che suoni bene. La cinepresa riprende una scena, o una sequenza, col riflettore acceso, i personaggi si muovono, l’azione scorre, poi il riflettore si spegne e la scena è finita. Non c’è inizio, né finale. E’ tutto in progress. E’ uno stile a-morale per eccellenza, e a-emozionale. E’ un modo di raccontare che crea fastidio, in alcuni. La mancanza di una presa di posizione obbliga il lettore a fare piazza pulita e, se ne ha voglia, a metterci del suo. E’ sua la sintesi, se vuole. E alcuni si ribellano. Ma come osi farmi questo?

    Per cui ho trovato clamoroso il commento di tashtego, il pigro. Mi segue con una certa assiduità, da qualche tempo, e interviene per stroncare tutto ciò che scrivo. Qui, il macho che non si emoziona mai, mi rinfaccia di non farlo emozionare abbastanza. Di non farlo aderire alla rabbia, all’odio ecc. E il tutto perché c’è un giudizio negativo dell’autore che lo depaupera. E questo dove la mancanza assoluta di giudizio è una prerogativa di questo stile. Comunque mi sono chiesto perché. Perché persevera? Perché perdere tempo su testi che non piacciono? Io credo che lui, come molte persone pigre, sia vendicativo, uno che serba rancore, e non dimentica. Qualche tempo gli ho fatto notare che racconta balle. E’ un ottimo pusher di balle (e forse la più grande è proprio quella del macho che non si emoziona mai), perché dopo avere predicato per mesi, per anni, ha agito in modo esattamente contrario alle sue prediche. Il mio non era un giudizio moralista, ma di fastidio per le prediche ipocrite. Così io sono convinto che i frequenti commenti stroncanti di tashtego abbiano come motivazione principale la vendetta.

    Un altro che è assiduo, ultimamente, è Iannozzi. I suoi commenti sono inutili, non mi servono a niente perché sono scariche d’odio. Ma qui non ci capisco niente. Io Iannozzi non l’ho neanche mai incontrato, non ho mai polemizzato nei commenti né altro, per cui è un mistero questo suo avermi inserito tra i suoi preferiti (Iannozzi, puoi risparmiarti il solito commento che ribadisce che tu commenti quanto ti pare e che il racconto fa schifo ecc. se vuoi te lo scrivo io stesso).

    Però con questo non voglio dire questi due devono smetterla. Che continuino pure. Io non nascondo le critiche, le ascolto, e come. Ma spesso, molto spesso, le affermazioni nascondono altro. A me interessa questo “altro”.

    Per il resto ringrazio davvero tutti perché c’è sempre da imparare a mettersi così sulla piazza. Anche se non è facile. Mentirei, rifilerei una sola alla tashtego se dicessi che me ne frego delle critiche. Viene il dubbio di sbagliare tutto, ma il dubbio è bene, il dubbio è vita. Comunque sono convinto che lo stile superrealista funziona, e credo che andrò avanti.

    Hasta siempre commandante, e alla prossima (chissà).

  32. Mauro Baldrati il 13 settembre 2008 alle 16:58

    Oh, è uscito con la firma Baldrus, perché era già nella maschera dei commenti, ma sono io.

  33. alice il 13 settembre 2008 alle 18:58

    lo stile superrealista avrebbe funzionato se non avessi messo in mezzo Rom e Suv fin dalle prime righe, categorie abusate che hanno mandato in malora ogni a-moralità e a-emozionalità ed impedito qualsiasi approfondimento di tipo psicologico, o sociologico o quant’altro
    tutto resta macchietta di superficie
    compiaciuta e ripetuta poi la sberla trattenuta a mezz’aria non ha alcun effetto
    la vendetta dei commentatori è una paranoia pura
    o peggio
    qui e altrove non si vuol emai concedere ad ognuno i propri canoni letterari
    se una cosa non piace c’è sempre dietro o la vendetta, o l’invidia o il famoso “livore”

  34. Iannozzi Giuseppe il 13 settembre 2008 alle 20:29

    @ BALDRUS

    Ma chi sei? chi credi d’essere per dire “sono scariche d’odio” e blablabla simili?

    Non ti conosco Mauro Baldrati. Non so chi tu sia. Semplicemente ho letto il tuo racconto e l’ho commentato. Sarò padrone o no di dire che non mi è piaciuto? Ho motivato la mia critica.

    Sei un altro che non accetta critiche se non positive, ecco chi sei Mauro Baldrati. *** Adesso, solamente adesso lo so. *** Buono a sapersi così la prossima volta evito di perdere due minuti per leggerti. E forse qualcun altro seguirà il mio esempio, per far del bene a sé stesso, giacché non sei in grado di accettare critiche.

    Peccato. Si poteva discutere da persone civili, invece da te ho ricevuto solo un immotivato attacco pieno di bile, per aver detto senza pregiudizio alcuno che il racconto non mi è piaciuto.

    L’unica scarica di odio e di diffamazione che qui c’è è quella che porti avanti tu.

    Non rispondere. Non m’interessa approfondire la tua conoscenza. Non più.

    Buone cose in ogni caso.

  35. Mauro Baldrati il 13 settembre 2008 alle 20:31

    Ehi, alice, calmati un po’ per favore. “La vendetta dei commentatori” e “c’è sempre dietro la vendetta o l’invidia ecc.” è roba tua se permetti. Io mi sono riferito a uno in particolare. Tutti gli altri li ringrazio pure. In quanto alle categorie, mah, dovremo stilare un elenco di categorie non opportune per i racconti.

  36. ida il 13 settembre 2008 alle 20:51

    è rotolato qui un bottone di camicia, occhio!
    ;)

  37. funiculì funiculà il 13 settembre 2008 alle 22:45

    caro baldrus, si tratta di una strofa tratta da ‘iesainomaiuèi’ di pino ‘silvestre’ daniele, che almeno fino all’ho tanta quattro era più che ascoltabile. dice piuomèno:

    senti, fai così, non dar retta a nessuno / vai dritto per la tua strada / ma se devi soffrire tira fuori la cinghia (dei pantaloni)

    cioè difenditi, tira legnate (nella misura in cui te le rifilano).

    ai capito?

    ora, se mi per metti, fossi stato al tuo posto, la currea non me la sarei sfilata in questo caso, vista la con sistenza delle argomentazioni dei tuoi inter-locutori, si quei due lì, la coppia (e la copia) piubbella del monte. anzi, avrei chiesto lumi, per in parare, magari facendomi spiegare come si fa a aderire intimamente alla rabbia, all’odio, all’arroganza delle figure che metti in scena. non si sa mai, mai perdere le occasioni, può darsi che cuelli ciabbiano un manuale a portata di mano e così cillùminano purannòi.

    eppòi io sono un (a.f.)fan di fifì, che pure ammè mi piace assai il tuo stile e anche come vesti e anche la marca delle sigarette e anche la musica che ascolti.

  38. Natàlia Castaldi il 13 settembre 2008 alle 23:09

    @ Baldrus

    non so come ti vesti, che sigarette fumi, nè che musica ascolti…
    non sono nessuno, solo una che ama leggere e ti dico da comune “lettrice” che il racconto – secondo me – funziona.

    tutto il resto è polvere di cavalli imbizzarriti, succede spesso, a volte nitrisco anche io, ma stavolta “no”.

    il web è una grande tentazione, un grande circo.

    bella la citazione di Pino Daniele del commento qui sopra, bella quella canzone.

    ciao.

  39. Mauro Baldrati il 13 settembre 2008 alle 23:37

    Grazie, Natàlia, grazie funicolì, che hai ragione, su tutto, Però bisogna anche considerare di che pasta è fatto il soggetto in questione. Spara una cosa, tipo il guru che si liscia la barba, ma poi se gli chiedi chiarimenti, mica te li dà. Si defila subito, sparisce.

    Buona notte.

    P.S. ho smesso di fumare da dieci o quindici anni (sigarette, soprattutto).

  40. Natàlia Castaldi il 14 settembre 2008 alle 00:10

    (beato te… io non ci riesco)

  41. Tashtego il 14 settembre 2008 alle 01:24

    @baldrus
    primo: macho lo dici a tua sorella.
    secondo: non ricordo di averti seguito in nessun modo (spero che non me ne vorrai se affermo sinceramente di non ricordarmi nulla di ciò che eventualmente tu possa aver scritto qui, ma solo il tuo nome e il tuo nomignolo che peraltro collego solo oggi: ma potrebbe trattarsi di mio rincoglionimento senile), tuttavia non mi sembra nemmeno di averti stroncato.
    in quanto lettore credevo si potesse anche commentare negativamente.
    non so di che vendetta parli.
    visto che ci torni su, ribadisco che secondo me hai scritto un brutto racconto.
    può capitare a chiunque.
    rileggo per scrupolo ciò che ho scritto: di emozione non ho fatto parola, ma ho sinteticamente argomentato sul perché a mio avviso il tuo testo non funziona.
    lo scrivente non dovrebbe porgere al lettore la testa dei suoi personaggi su un piatto d’argento, come fai tu.
    lo scrivente dovrebbe ascoltare con più attenzione le critiche, invece di liquidarle come vendetta.
    vendetta de che?
    io nemmeno ti conosco.

  42. lambertibocconi il 14 settembre 2008 alle 09:00

    Il riciclo di McLuhan: SUV, il mezzo è il messaggio…

  43. ida il 14 settembre 2008 alle 09:33

    “lo scrivente non dovrebbe porgere al lettore la testa dei suoi personaggi su un piatto d’argento”

    ah, no?
    guardi, non solo gliela può porgere (“dovrebbe”: ma lei vuole degli scrittori o degli scolari?) ma gliela può fornire anche già macinata, bollita come nell’ultimo Welsh o ammaccata come quella di Tersite nel primo Omero.

  44. Tashtego il 14 settembre 2008 alle 10:50

    @baldrus
    tranquillizzati, se la prendi in questo modo non ti commenterò più.
    vivremo tutti lo stesso.

  45. Iannozzi Giuseppe il 14 settembre 2008 alle 11:06

    @ BALDRATI

    Scrive Baldrati: spara una cosa, tipo il guru che si liscia la barba, ma poi se gli chiedi chiarimenti, mica te li dà. Si defila subito, sparisce.

    Risponde Iannozzi, leggiti commenti comprensivi di tutti i chiarimenti che desideri:

    https://www.nazioneindiana.com/2008/09/12/storie-di-ordinari-bullismi/#comment-97223

    https://www.nazioneindiana.com/2008/09/12/storie-di-ordinari-bullismi/#comment-97244

    https://www.nazioneindiana.com/2008/09/12/storie-di-ordinari-bullismi/#comment-97250

    Ti invito altresì a non spacciare notizie false sul mio conto.

    Se non leggi i commenti, la colpa è solo tua.

    Se invece pretendi che ti si dedichi più attenzione del dovuto per dar credito al tuo egotismo, spiacente: non sono di quella razza che spalma la lingua addosso agli altri.

    Ora ti è tutto molto più chiaro, ne sono certo.

    Statti bene.

    Iannozzi

  46. Alcor il 14 settembre 2008 alle 13:03

    Ho letto nei commenti che Baldrati fa il fotografo, o almeno (scusa Baldrati, non so niente di te e perciò ipotizzo) fotografa con efficacia.
    Forse il problema è proprio questo, essendo abituato a un linguaggio visivo, superrealista, come lo definisce, dove si può ottenere un certo effetto con determinati strumenti, pensa che con gli stessi strumenti si possa ottenere lo stesso effetto anche applicandoli alla scrittura.
    Qui baldrati ha usato frasi brevi e scarne, il che di per sé va benissimo, ma non è bastato, perché la scrittura è rimasta inerte. E’ questo secondo me il problema. Le frasi si susseguono a temperatura sempre uguale, come se questo, invece che un racconto, fosse una indicazione di regia, un pezzo di sceneggiatura che però lascia alla ripresa il compito di mettere in evidenza la retorica narrativa.
    Forse se tutto questo fosse visto, invece che scritto, le obiezioni non ci sarebbero state.
    Ho visto che si parla di invidia e altro. Spero che tu non me la attribuisca, baldrati, perché non la provo, concordo però sulla mancanza di efficacia, dovuta a mio parere a quel che ho detto.
    Il fatto che l’episodio sia veramente accaduto è secondario. L’essere veramente accaduto non offre in sé un surplus di verità a un raconto, l’efficacia è sempre una questione di trattamento.

  47. Alcor il 14 settembre 2008 alle 13:04

    racConto

  48. bill (sì, proprio io) il 14 settembre 2008 alle 17:53

    In mezzo a tutta questa confusione di gente che si sputa addosso
    l’unica cosa

    l’Unica!
    che ha svegliato la mia attenzione
    è Iannozzi.

    Che ha ragione a dire che il racconto è brutto

    (e poi, cazzo, io sono abruzzese e non ho mai conosciuto in vita mia un zengaro abruzzese che prende semplicemente per la camicia e parla invece di triturare il suo compare di diatriba)

    ma cazzo Iannozzi! Iannozzi! Direttore! non puoi, non puoi perché non è possibile, non è permesso, è inumano se non addirittura blasfemo dire che “L’uomo che uccise Che Guevara” (facente parte della serie di racconti “Lo Sonosciuto racconta”), una delle prove migliori del mai troppo compianto Magnus, è “un fumetto di quart’ordine”.
    Dai, per favore, siamo civili. Chiedi scusa Iannox!!!

  49. Fabio il 14 settembre 2008 alle 18:03

    Uno “scambio” fra persone molto civili e raffinate. Mancava solo Walker texas Ranger…anzi no, sarebbe stato meglio quell’improbabile “renegade” in sella al mito strombazzante “gonfio” di steroidi come un vitello da bistecche…

    Fabio.

  50. Iannozzi Giuseppe il 14 settembre 2008 alle 18:45

    Non me ne frega niente dei commenti successivi.
    Le risposte Baldrati le ha ricevute.

    Se dei trollacci qual voi siete avete voglia di strombazzare, pace: divertitevi. Ma da soli.

  51. Mauro Baldrati il 14 settembre 2008 alle 21:28

    @ Alcor: ho lavorato molto con la fotografia, e ho sempre creduto che esista una continuità con quello che scrivo adesso. Però non so dire se vi sia una trasposizione eccessiva, un meccanicismo, come mi sembra tu dica. Però il tuo commento mi è utile perché mi ha stimolato questa riflessione: è come se scattassi foto in bianco e nero, e alcuni dicessero: a me non piacciono le immagini in bianco e nero, la realtà è a colori, perché li elimini? O addirittura: questi colori sono brutti, improbabili, colori piatti, senza luce. Insomma, forse qualcuno chiede a questo racconto di essere quello che non è. Sull’invidia: non è nei miei pensieri. E’ un’osservazione di alice.

    @ Iannozzi: la frase che hai riportato non era diretta a te, credevo si fosse capito, ma non sono stato chiaro io.

    @ Tashtehgo: le critiche le superascolto, ma la tua non è una critica, è una castroneria, e ti ho spiegato perché. Però col tuo commento hai segnato una svolta. Affermi che non mi conosci. Io non mi permetto di mettere in dubbio le tue parole. Non ho elementi. Però sono molto squilibrato da questa tua dichiarazione. Io se vedo una persona a una festa, e ci discuto animatamente, e mi fa leggere un racconto, e glielo stronco; poi la rivedo, e di nuovo faccio battute su un suo racconto; poi questa persona mi critica, mi rinfaccia di essere ipocrita; perdio, io questa persona me la ricordo. Ora, trovo noiose quelle dimostrazioni coi link, però in questo caso devo farla. Qui:

    https://www.nazioneindiana.com/2006/03/15/il-lavoro-fa-male-mobbing-1/

    Ci hai anche dato dentro. Poi sei intervenuto anche nel racconto successivo, che era il seguito, con una frasetta sprezzante che faceva riferimento al personaggio del primo. Poi ce ne sono stati altri, ma cercateli da solo se ci tieni, non ho tempo adesso. Non ricordi nulla. Ti credo, Tashetgo, e ritiro tutto ciò che ho detto. Ti ho giudicato male. Tu hai dei vuoti di memoria seri. Hai parlato tu stesso di “rincoglionimento senile”, e temo tu abbia ragione a questo punto. Per cui quanto scrivi: “se la prendi in questo modo non ti commenterò più” non ha alcun valore perché tra un mese non ricorderai più nulla, chi sono, cos’hai detto ecc. (ma io ti ho invitato a fare come credi, cioè a commentare quanto ti pare, ma già non ricordi più). Ti saluto dedicandoti una famosa barzelletta, perché nella tua situazione è salutare sdrammatizzare, ridere è una cura: un uomo va dal medico, perché ha dei vuoti di memoria. “Dottore, soffro di amnesia” dice. E il dottore: “Da quanto tempo?” E l’uomo: “Da quanto tempo cosa?”

    Grazie e saluti anche a Ida e Lamberti Bocconi.

  52. Plessus il 14 settembre 2008 alle 22:37

    Baldrus, quoto in gran parte il commento di Alcor.
    Sembra quasi il racconto di un filmato, neanche a me trasmette un minimo di pathos, nè alcuna “schìcchera” emotiva. Una ripresa di un episodio di realtà urbana, come fosse normale, quasi giusto che accada, lucidamente inserito sul manto stradale quotidiano.
    Non vedo invece, come qualcuno ha scritto, una presa di posizione da parte di chi racconta. Forse stava con la mano sul telefonino pronto a chiamare le forze dell’ordine appena stillata la prima goccia di sangue.
    Invece mi sa che se ne è andato senza mai fare la telefonata.
    Stile superrealista, Baldrus, hai ragione.
    Non te la prenderai anche con me, che non mi è piaciuto un granchè, eh?
    Poi, una parola per il sig. Iannozzi.
    Al terzo commento è riuscito a motivare efficacemente le proprie argomentazioni.
    Una volta tanto che lo fa, lasciamolo in pace, per favore!

  53. Mauro Baldrati il 14 settembre 2008 alle 22:50

    Plessus, prima di andare a dormire dopo una giornata pesante (anche la notizia del suicidio di Foster Wallace mi ha abbastanza stroncato), ti ringrazio e figurati se me la prendo con te o altri per le critiche. Ho solo voluto chiarire un paio di faccende con qualcuno. Caso chiuso comunque, per me. Mi è piaciuta questa tua definizione: “Una ripresa di un episodio di realtà urbana, come fosse normale, quasi giusto che accada, lucidamente inserito sul manto stradale quotidiano.” E non trasmette pathos. Questo è un punto importante. Forse E’ il punto. Il fatto è che non so come e perché un testo come quello che hai descritto potrebbe o dovrebbe trasmetterlo. Ma ci penserò, e bene, tra un po’.

    ‘Notte.

  54. Plessus il 14 settembre 2008 alle 22:59

    ‘notte anche a te.

  55. Plessus il 14 settembre 2008 alle 22:59

    ‘notte a tutti!

  56. Tashtego il 14 settembre 2008 alle 23:40

    @baldrus
    hai ragione, non ricordavo né il tuo racconto, né di averlo (civilmente) commentato (negativamente).
    detto questo, non vedo perché tu ti sia convinto che io possa nutrire un qualche sentimento – negativo o positivo – per te.
    ho solo commentato (e dimenticato) dei racconti (dimenticabili).
    e sempre in modo che mi sembra civile.
    per me il discorso è chiuso.
    leggiti bene alcor.
    dice quello che dico io.
    più o meno.

  57. Anomis il 15 settembre 2008 alle 00:35

    @Ida: no, io non leggo per cominciare a preoccuparmi, mi preoccupo benissimo anche senza. Ma anche se fosse, è proprio qui il problema: questo racconto non mi fa affatto preoccupare, non mi fa “vedere” nulla che non mi sembri di avere già visto o capito, né mi fa capire meglio, né mi inquieta. Anzi, magari mi piacerebbe se avessi voglia di titillarmi nelle mie sicurezze sull’insicurezza e sul degrado urbano.

    @ Mauro: non ci voleva il cannocchiale per vedere che si tratta di un tentativo di iperrealismo amorale, se ti interessa possiamo discutere del perché secondo me non è riuscito (a partire dall’orribile, sovrannumerario calco di Bukowski nel titolo: basta, pietà!, con le storie di ordinari* xxx e con le cronache di una xxx annunciata).
    Il punto è che non basta fare una fotografia per ottenere “un pezzo di realtà” (fra l’altro l’iperrealismo è uno sfottò di questa idea), e neanche essere cattivi e politicamente scorretti. Per ottenere la descrizione “chirurgica” (ah, il mito della scienza!) non basta non prendere posizione, o credere di non prenderla: ha ragione qualcuno qui sopra, l’unico risultato che ottieni è “ah, noi siamo fuori da tutto questo, superiori”.

    Per ottenere “un pezzo di realtà” ci vuole, invece, io credo, un’assoluta pulizia e consapevolezza nello scrivere, a partire dal non fingere che la tua non sia una rappresentazione e quindi un’interpretazione. Per questo criticavo, come esempi, “i suv e i rom”: non si tratta di fare un elenco di termini da evitare, ma di sapere esattamente quel che si fa quando si usa un’espressione, e se si usa un termine che di fatto è connotativo saperlo, magari giocandoci sopra.

    … à suivre, ché mi si ricorda che domani dovrei pure lavorare …

  58. véronique vergé il 15 settembre 2008 alle 09:25

    Non capisco il problema di gelosia o invidio, o ancora di vendetta.
    Penso che Tash o Giuseppe non hanno apprezzato il racconto.
    Anch’io non ho amato, questo accade. Un testo non puo seducere tutti, è piuttosto questione di gusto, di stile. Invece non sono d’accordo per dire “brutto”. Dico solo che ho trovato il testo molto povero nella scrittura, che l’elenco ( esagero) degli insulti banali ( senza per esempio la violenza di un Céline) mi lascia indifferente.
    Non si scrive un scenario come un racconto, è la mia opinione.
    Invece trovo molto interessante la spiegazione riguardando la foto e i fumetti, l’ispirazione.
    Non è un commento scritto in un sentimento di gelosia. Solo ho scritto un commento perché ho trovato ingiusto la manera di rispondere a Giuseppe o a Tash.
    Perché non pubblicare una delle tue foto?

    PS: non ho niente contro te! Come potrei, sono cancro anch’io!

  59. Baldrus il 15 settembre 2008 alle 09:45

    Ciao Veronique. Il tuo commento iniziale è forse il più sincero di tutti, e non mi ha provocato, credimi, nessun sentimento di rancore o altro, e lo stesso vale per gli altri commenti.

    @ Tashtego, ti avevo già risposto, mi pare. Però, visto che insisti, e parli apertamente di sentimenti positivi e negativi ecc, vuoi sapere una cosa? La vuoi sapere veramente? Eccola: io penso che tu sia una persona di animo cattivo e malevolo, oltreché invidioso e insincero. Forse puoi abbindolare qualcuno coi tuoi atteggiamenti da fatalone, ma non me. Ne ho visto troppe nella mia vita, ho conosciuto troppe persone, a me non la dai a bere.

    E con questo ti dico addio e va’ all’inferno.

  60. Anomis il 15 settembre 2008 alle 10:43

    segue – 2 e fine.
    Riprendo un attimo e poi basta: troppi commenti per un brutto racconto –
    Credo che dovresti prendere in maggior considerazione le critiche del Tash, e magari evitare di buttarla in rissa, perché ha colto il punto: questo racconto è piatto e non emozionante, e non perché sia volutamente a-emozionale, ma perché non riesce ad esserlo. Al contrario, connota, valuta, si sforza di essere “cattivo”, e, quel che è peggio, lo fa senza la consapevolezza di farlo.
    Insomma, quello che recita la parte del macho che non si emoziona mai sembri proprio tu.
    Ben diversa è la forza emotiva e cognitiva di chi ha un suo giudizio e una sua emozione, ma consapevolmente si astiene dall’esibirli.
    Finis

  61. Baldrus il 15 settembre 2008 alle 10:59

    Anonimis, ho capito il tuo pensiero, e l’avevo capito anche prima – se, come dici, ci sono troppi commenti non so perché vuoi puntualizzare così.

  62. Baldrus il 15 settembre 2008 alle 10:59

    Anomis, pardon –

  63. véronique vergé il 15 settembre 2008 alle 12:24

    Grazie per la risposta Baldrus.
    E tutti al paradiso, non in inferno…

    PS Spero vedere le tue foto su NI.

  64. Mauro Baldrati il 15 settembre 2008 alle 13:32

    Ci sono mie foto in giro, véronique. E poi hai ragione tu, in paradiso. Grazie dell’insegnamento.

  65. Tash il 15 settembre 2008 alle 14:31

    @baldrus
    evidentemente anche tu sei della scuola che insegna a chi pubblica post su NI2.0 ad insultare il commentatore.

  66. gianni biondillo il 16 settembre 2008 alle 00:35

    nessuno tocchi Tashtego!

    ;-)

  67. Alcor il 16 settembre 2008 alle 01:34

    “una persona di animo cattivo e malevolo, oltreché invidioso e insincero”
    cavolo! c’è da aver paura.

  68. mauro baldrati il 16 settembre 2008 alle 08:42

    E’ tutto vostro ragazzi.
    Gianni, tu sai qualcosa della scuola di cui parla? Se è una scuola ci saranno dei docenti. Chi sono?



indiani