cronache da Pechino #1

13 settembre 2008
Pubblicato da

di Gabriella Stanchina

Oggi ho visitato il Dongyuemiao, uno dei più grandi templi taoisti della Cina.

Il tempio è costituito da una vasta successione di padiglioni e cortili, circondati da bassi edifici rossi a due piani, una sorta di chiostri. Salendo al secondo piano, tra grate di legno laccato e lanterne la vista spazia su un oceano pietrificato di tetti a pagoda, onde schiumanti dell’alterno corso del destino. Ai quattro lati dei cortili coperti di finissima ghiaia crescono alberi antichissimi. Alcuni di questi sono oggetto di culto, come anziani sapienti: centinaia di tavolette di preghiera esondano intorno a loro, dei pali verdi e azzurri verticali e orizzontali, si incrociano per sostenerne il tronco obliquo e innervato di rughe, si incurvano dolcemente sotto il legno che lentamente li divora, inglobandoli come radici aeree: splendida immagine dell’armonia compassionevole tra l’uomo e l’ambiente naturale.

I cortili sono ricolmi di tavole taoiste: enormi steli di pietra su cui famosi calligrafi e imperatori dell’antichità hanno inciso le loro preghiere. Dietro le steli la roccia mi sembrava stranamente scabra, mi sono avvicinata e ho visto che era cesellata da un arazzo fittissimo di migliaia di ideogrammi. Tartarughe dal volto di leone le sostengono, sopra di esse si attorcigliano draghi dai barbigli fiammeggianti e volute di nubi: tutto qui è in perenne mutamento, fluente e vaporoso, anche la pietra perde la sua rigidità e si fa aereo gioco di superficie. Le bandiere colorate con il simbolo dello yin-yang ricordano che la trasformazione e l’alternarsi degli opposti è la legge della vita e dell’universo. Un ponticello conduce al tempio del dio della montagna a cui il tempio è dedicato. Ai due lati una stratificazione di migliaia di tavolette di preghiera copre le balaustre come un’edera esuberante. Si tratta di piccoli rettangoli di legno laccato di rosso, con inciso in oro il disegno di una fenice e una breve preghiera: uno spazio è lasciato libero per scrivere il nome del fedele che chiede aiuto. Dalle tavolette pendono frange di fili scarlatti annodate secondo l’antica arte cinese: sfiorando le tavolette si leva un delicato tintinnio di xilofono e fili oro e scarlatti fluttuano nella brezza leggera.

A custodire il tempio ci sono due statue dipinte di circa due metri e mezzo di altezza: i volti contratti in una smorfia furente, coperti di un’armatura, sono il generale Drago e il generale Tigre, i custodi delle dimore celesti, pronti a uccidere il nemico con un raggio di luce bianchissima o un soffio dorato. Nel tempio la gigantesca statua dorata del dio è parzialmente visibile nell’ombra: una rete d’oro ne copre il volto, aumentando la severità altera dello sguardo che vi traluce. Davanti c’è un altare con delle offerte di frutta e ciotole di the e un cuscino di seta gialla dove due ragazze cinesi appena arrivate con la loro guida si inginocchiano. Un monaco taoista sottolinea con il suono grave di un piccolo gong le tre prosternazioni rituali. All’esterno, in un braciere pieno di sabbia, bastoncini di incenso viola fumigano con una fragranza amara.

Avvicinandomi alle nicchie dei chiostri non posso reprimere il mio stupore: ognuna di esse è concepita come una stanza in fondo alla quale troneggia uno degli sterminati dei del pantheon taoista, ai lati delle statue a grandezza umana, di una verosimiglianza inquietante, danno corpo ai valori che il dio esprime. La religione taoista è puro pragmatismo: qui non vi è spazio per estasi e misticismo. Non vi è separazione tra mondo e idea, tra carne e forma, tra terra e cielo. Il cielo è solo organizzazione e figura del mondo terreno: insieme trionfano, insieme si perdono. La rappresentazione che i cinesi del 1300 si fanno del soprannaturale è mutuata dal sistema feudale (matrice dell’attuale burocrazia). Ogni dio presiede a un dipartimento, e la stanza raffigura il dipartimento celeste. Sono deliziata nel leggere i nomi dei dipartimenti, che mostrano come il fine del desiderio del credente non sia il ritorno a una patria celeste, ma longevità, ricchezza e fortuna in questa vita. Poi vi saranno migliaia di altre vite, determinate dai meriti e dalle retribuzioni. È un sistema non metafisico, ma etico ed ecologico insieme: una stessa legge prescrive le azioni corrette agli uomini e fa germogliare la vita senziente.

C’è il dipartimento preposto alla giusta retribuzione dei meriti, quello della scelta del destino, quello del riscatto dei condannati ingiustamente (le statue mostrano cadaveri pallidi e straziati con il cappio al collo, decapitati, uomini coperti di piaghe, demoni con mazze ferrate li accompagnano), quello del mantenimento della pietà filiale (statua di una figlia che sorregge l’anziana madre), quello della repressione dei comportamenti osceni (statue di prostitute che mostrano il seno e anziani uomini con ghigni lascivi), quello della liberazione degli animali in cattività (una giovane donna si piega a liberare il cerbiatto che tiene in grembo), quello dell’amministrazione delle città, quello della salvezza degli esseri senzienti (uomini trattengono conigli per le orecchie o maiali e si arrestano intimoriti prima di affondare il coltello alzato nelle loro gole), quello della ratificazione e firma dei documenti (i meriti e le colpe vanno attestati, siamo nella civiltà della scrittura! E i defunti devono destreggiarsi fra tribunali, corti, uffici kafkiani), quello dei demoni (contemplo affascinata le figure mostruose di ogni colore, le bocche rigonfie di zanne piegate in un sardonico sorriso), quello dei morti vaganti (suicidi, morti in battaglia senza vendetta, morti bruciati, avvelenati o affogati, tutte morti dovute a cattive azioni precedenti che condannano i defunti a vagare tra i regni.

I morti sono bluastri, stravolti, laceri, con le braccia protese in avanti e lo sguardo spento, non sfigurerebbero come figuranti nel video di Thriller o in qualsiasi horror occidentale), quello della ricchezza ottenuta lecitamente stabilendo equi rapporti commerciali con la concorrenza (il dipartimento celeste si chiama proprio così e dimostra che il capitalismo in Cina è arrivato, nelle menti, da almeno settecento anni!). C’è il dipartimento dei volatili (la loro morte prematura è segno infausto di un cattivo rapporto tra l’uomo e l’ambiente. le statue raffigurano uomini con gabbie di canarini o falchi sulle spalle, altri porgono cibo a pettirossi e rondini), quello della scoperta della reale intenzione dietro le buone azioni (ricchi mandarini depongono ipocritamente piccoli oboli nelle mani di mendicanti), quello dei mammiferi (uomini con grotteschi volti di tigri, gatti, ruminanti, cervi con alti palchi di corna), quello degli animali acquatici (figure con volti di pesci e rane, una donna con una conchiglia per capelli e corna di lumaca), quello del ritorno all’uovo (il dio regge in mano un uovo del volatile in cui si reincarnerà chi si è reso responsabile di azioni indegne dell’uomo), quello della felice discendenza (dalle ricche vesti dorate della dea e del dio escono bambini ridenti), quello dei ricorsi contro condanne a vite inferiori, quello della fortuna e longevità, il più ambito, a cui non si può accedere senza aver prima lasciato una banconota presso il dipartimento del mantenimento dei monaci, quello delle epidemie, della pioggia e siccità, della vecchiaia serena, della custodia delle porte da ladri e maldicenze, e quello infine che presiede all’amministrazione di tutta la burocrazia celeste!

In un altro lato del padiglione è ospitata un’esposizione di antichi gioielli. Alcuni sono aeree e fragilissime architetture di fili di ferro e fiori e farfalle fatte di scaglie di giada e turchese, li immagino vibrare e tintinnare per il rossore improvviso di una cortigiana. Fibbie e bastoncini per capelli riproducono con attenzione minuziosa e rispettosa figure per noi anomale ma propiziatrici di buona fortuna: grilli, pipistrelli, mantidi religiose, topi, scimmiette. Prima di uscire mi fermo davanti alla statua a grandezza naturale di un cavallo in porcellana bianchissima: detto “il cavallo di giada”, è ritenuto la cavalcatura degli dei. Chi lo tocca avrà viaggi sicuri: lo accarezzo sulle froge immacolate. Un sipario di seta dorata incornicia la nicchia d’ombra del dio della montagna. Preziosamente ricamati vi scorgo i simboli taoisti: fenici, faretre, nodi sacri, una coppia di anatre mandarine e gli onnipresenti draghi spiraliformi. Tutto ha vividi, accesi colori: architetture di legno laccato, statue e stoffe cerimoniali sono un tripudio di blu oltremare, porpora, oro.

Una fila di monaci taoisti cammina in fila nei chiostri portando gong e campanelle: a ogni dipartimento si inchinano e portano il loro dono devoto di musica e incenso. Li guardo allontanarsi, lentissimi, con i manti rossi e neri, nella fuga prospettica delle colonne scarlatte. Fuori, è di nuovo il caos della Changyaomen Daje: grattacieli avveniristici, una strada a sei corsie dove corrono automobili, taxi e i sopravvissuti risciò. Nessuno sembra essersi preoccupato del contrasto con l’antica oasi di pace. Forse anche questo è frutto del Dao: la quiete dello spirito e il fragore della storia coabitano in un’alternanza di spazio e tempo in cui, misteriosamente, dimora l’armonia.

Tag: , , , ,

4 Responses to cronache da Pechino #1

  1. raffaella piccinni il 13 settembre 2008 alle 10:54

    che meraviglia.. complimenti davvero.. questo pezzo trasmette il senso della filosofia taoista, abbandonare il mondo per riuscire a trovarlo..
    quest’anno ho seguito il corso di calligrafia, mi ha fatto rifare l’ideogramma del dao non so quante volte, alla fine mi fa “va bene, lascia perdere!!” :D

  2. viky il 13 settembre 2008 alle 10:56

    affascinante reportage…

  3. Gabriella Stanchina il 13 settembre 2008 alle 18:38

    Grazie. Il mio soggiorno a Pechino, per quanto breve, mi ha permesso di conoscere il Taoismo non solo come filosofia pratica, per cui è maggiormente noto in Occidente, ma anche come religione, e di sperimentare la “strana” religiosità del popolo cinese, che è sincretistica e pragmatica insieme. Di fronte a ogni nicchia con una divinità, sia essa taoista, confuciana, buddhista o legata a culti ancestrali, ci sono persone di ogni età che si prosternano e offrono bastoncini d’incenso, passando spontaneamente da una divinità all’altra senza discrimine di dottrina. L’ortodossia e la fedeltà al dogma tipiche delle religioni monoteiste qui sono ignote: ogni luogo è impregnato di una forza spirituale, una sorta di genius loci, a cui va prestato onore e devozione al fine di entrare in armonia con esso e da tale accordo ricavare salute, fortuna e prosperità.

  4. raffaella piccinni il 13 settembre 2008 alle 22:03

    credo che attraverso l’istinto ne hai colto senso.. è un complimeto, dico sul serio.. la Cina non ha mai avuto una religione di Stato (beati loro), con tutto quello che può seguirne. l’unica vera “religione” è il culto degli antenati. il taoismo, anche se a noi può sembrare tale, non è religione ma filosofia



indiani