Plettro di compieta (prima parte)

15 settembre 2008
Pubblicato da

di Marina Pizzi

…. il cane gioca
a eludere per volere
il cappio che ha

MARCO GIOVENALE

1.
stagioni al pane
critica e memoria
dove la casa in estro di giostrina
secca le stanze che si stanno atee.
in meno di un marsupio
il nodo della corsa
per rivedere il sasso
che mi portò sott’acqua
dalla canoa più sciatta
alla novellina tanica di fuoco.
2.
un mansueto sconfitto intorno al coro
del subìto abito da sposa
bifronte anemone di amore
corto nel corto fuso del mondo tutto.
tu m’incedi in gola un incensiere
io ne dico il lascito di briciole
il crollo del cipresso nel palese
elemosinante stormo di conserve
più dolci del vestale che non voglio.

3.
adagiarsi in un’ernia-arnia di schiamazzi
a compimento di un adagio suicida
dato per corpo sfinimento-animula.
in meno di un silenzio da altare della patria
questa pozzanghera che sganghera il volto
malvezzo di conchiglia senza mare.
in tema di eclissi non ti batta l’àncora
né lo steccato contro dell’entrata
trascorso soldo orto per l’inciampo.
4.
ho un confuso albore, una grotta
pagata con le furie del soltanto
intento di tenaglia la fandonia.
5.
occhi d’ignobile ribalta
stare all’erta per ritrovare un tale
parcheggio d’elemosine e saccheggio.
le chele di darsi una dritta
non captano più che malcapitati
dentro le case espunte per balere
di pazzi. torna indietro alla resina
dell’agonia di scacco resistente
alla malia dell’acido sulla fronte
per trovare dio.
6.
nella genia del terriccio
ha perso il conto
il pegno del sorpasso è persistente
alla pagana aureola del fosso.
so della melma l’ardere del fungo
il goffo gioco di chiamarsi nani
gioielli sul comunque che ci addobba.
nei boccoli delle nenie che più sbocciano
cerchi il comignolo buono della logica
senza la cattedra della mozione d’ordine.
7.
nenia di acrobazia starti a guardare
nel ritardo della morte che ti bara
dottore di te nascita di darsena.
le mele incallite delle sponde
non possono il sogno né il labirinto
in braccio alle comete che non vengono.
gomito a gomito non ci baciamo mai
dato che visto è il mito e la rincorsa
salatissima corsara della ronda
senza la fionda del pane da spartire.
8.
convitto bruto l’igiene
di non calarsi in fine,
l’unicorno dell’attesa d’angelo.
copia da me un indice divelto
un pagliaccio che non fa
né ridere né piangere
da sotto le penombre della nenia
d’ascia. scivola da me questa sciocca
cantica d’inedia, diavoleria del lascito
futile al bivacco di starsene coma
maldestra lucciola cicca dell’asma.
9.
ha un ragazzino di corda
ad ogni pioggia gioca
più stretto.
10.
le resine del tetro
tarlo tetro
dove la rampa sgomina
mimose mosse ginestre,
torna a casa la morsa
del sacco commando
brevettato per non farsi
preda di sicario, argine
di sisma con le crepe
macchiate dal rossore
di chi muore reo di sé
simbolo giunto al parto
del cristallo alla leccornìa
del rantolo cantante.
11.
con lei sta morendo
la dacia
che ruzzola slavina
in via di pece il sia.
la lena della fronte
sta sotto l’albero
interrato da lavori
di metropoli.
12.
al turno di corrente
voglio aggiungere la ruota
quella restante tegola
in bilico cadente
giammai deciso grave
panico pendente
testa di lava.
al letto dello sposo la demenza
di correre il rischio della cintola
dell’aquila pennuta.
13.
la rotta dello strepitìo
stare in pasto
ai morti.
disordine del sale
l’armonica a bocca.
male convesso e concavo
l’arco della costa.
l’orco del bosco
è una bozza di raucedine
tanto per dire di non aver
capito proprio un bel nulla
di niente: le frotte di scolaresche
non conoscono le saracinesche
né le schede perforate delle risorse umane.
14.
un’oasi di gerundio per fare nomi
di maglie da avvolgere al collo
senza capitano né rotta.
sasso stroncato da un caso di ferocia
rotta la mandibola
nel silenzio del ghetto.
chiamami nella pece dell’arrivo
nella rovina del girasole migrato
dentro le asole vili della roccia.
sorella partigiana sia girare
verso le giare delle giostre guaste
che spingono le gole a cicalare
polvere.
15.
perizia dell’oceano guardarti
da dove avvengono le tarsie
del piangere negli studioli di marzapane.
vendemmia della rima la motoretta
innamorata dove portava il miele
delle rondini le blasfemie del dato.
affrontata la gara del pasto in piedi
sprango la cerchia dell’età
con un profilo laconico di grata.
16.
poni un divieto
uno qualsiasi al corto
delle dita che se ne vanno
combuste sotto rotule di caso.
addio in ginocchio l’io dell’occhio
nulla valse il secolo del losco
scacco di chiodo dove si uccide
financo il dominio del mito.
17.
le morie del mare nero
dove ti aspetto a piangere
elemosine di vedove conchiglie,
il fatuo marchingegno dell’altare
sborsa libercoli in prosa di slogan
cappi unti di altri condannati.
non resta che morire garrota di nascita
tra foto ovunque per sempre
di quale altana?
18.
la nenia del cipresso è sotto l’abaco,
alla voce ingenui troverai i poeti
dell’asilo bombardato.
con mangimi di meringhe voglio andarmene
lieta bambina della porta nera.
19.
salutami le conche
nel lutto delle foci
nel tarlo di memoria
nel plurimo del delta.
affrettami le corse
nell’imboscata della porta
nella borraccia della cima
tradita di occaso da una cicca
serra di bitume tutta la prole.
scavalcami il seno per un
introito di paglia con il fuoco
nel costo della mente che s’incolla
in ospedale dove il tale inclina
cenno appena mosso di saluto
copia di addio un altro addio di copia.
20.
alture di bivacchi
saltare cornicioni,
dea del tarlo il peso
il ciondolio del vuoto.
appena sotto l’erba
il branco dell’inedia
la corda corta che non fa saltare
né tagliole né comete solo il sangue
dal fulcro alla ferita di un mirino
ottuso quanto pago della nomina.
21.
con la malizia dello scivolo di cenere
voga la lingua la guaina del tempo
il perdigiorno del selciato.
girotondo di darsena la ciotola
bada avversa
il solco del sorso. tu appena
avvieni non starai con me
dacché le ventole del fegato stregato
cerchiano di chele gl’impazziti.
22.
il tetto del tuo assaggio è senza aroma
chiudi e commetti un apice di straccio
una persiana ad involucro di serra
dove gettare l’ortica del tarlo
loquace a più non posso sotto l’io
d’una colonna alquanto devastata
intrattenuta a stretto giro di tentacolo
nella stamberga vocale dell’esodo.
23.
Argo d’arco di miele
starti a guardare
se dal remare la nuca è solatia,
velluto d’ascia la melma di abisso.
in un marciume d’occhi fissi
si stempera la gara,
la guerreggiata sintesi del perno
nodale sotto il fulcro e la rugiada
appesantita al rango di vestale
dentro la nebbia con la bava
in tutto il basto della faccia.
24.
nel martirio di reggersi in piedi
la tirata d’orecchi dei benpensanti
le pene in gergo
la stagione indigena
genuflessa all’altare del suo giro.
pennacchi d’ascia la scia della fronte
quando la pena lascia una sapienza
tanto inutile tanto.
25.
attore di collaudo il dado in lauda
la credula arsione del divino
dubbio. più in coda di morsi
verso la bacinella dell’acqua piovana
dove il pio blasfemo sferra
sonnolente le morie del varco.

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2 Responses to Plettro di compieta (prima parte)

  1. NoUtopy.org il 15 settembre 2008 alle 08:43

    ???

  2. a.padua il 15 settembre 2008 alle 11:43

    Marina Pizzi è un dilagante dizionario poetico. Nella sua poesia ci stanno tutte le parole e anche qualcuna in più. Leggerla fa bene a chi ama la poesia. grazie. un saluto a francesca

    adr



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