Transnistria a orologeria

16 settembre 2008
Pubblicato da

di Riccardo Valsecchi

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La guerra in Georgia è apparsa come una meteora: una fulminea massa di fuoco che celermente si è consumata al contatto con l’atmosfera, depositando, sparsi sulla crosta terrestre, detriti e frammenti. Uno scontro militare durato poco più di una settimana: un esordio di grande rilevanza mediatica, che è andato piano piano affievolendosi, lasciando strascichi nella sola cronaca diplomatica. In fondo la Georgia e le regioni ribelli dell’Ossezia del Sud e dell’Abcazia sono lontane, ai limiti estremi di quello che tradizionalmente si considera come continente europeo. In fondo la Russia è un partner economico importante, dal quale non si può prescindere. In fondo, qualsiasi sia la verità nascosta, in che modo ci potrebbe toccare?

Che piaccia o no, il processo d’allargamento dell’Unione Europea ai territori dell’ex Unione Sovietica, o che intorno alla sua orbita d’influenza ruotavano, è un evento storicamente irreversibile: Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Ungheria, Bulgaria e Romania hanno già aderito, Moldavia ed Ucraina hanno da tempo intrapreso il lungo cammino d’adeguamento ai parametri imposti per l’annessione. Immaginiamo nel cuore di questi paesi una situazione analoga all’Ossezia del Sud, una minuscola regione ribelle controllata militarmente e politicamente dalla Federazione Russa, con pretese autonomiste ed indipendentiste, dichiaratamente antieuropea; una polveriera pronta ad esplodere nel mezzo di quell’area geografica che costituisce la scommessa, politica, ma soprattutto economica, dell’Europa del futuro.

Tiraspol, 26 Agosto 2008. Qualcuno bussa alla porta. È la donna che mi ha affittato la stanza: porta l’autorizzazione del locale distretto di Polizia a soggiornare in città per non più di 24 ore. Accanto a lei il figlio, un bimbo di 4 anni, mostra un canarino addomesticato sulla spalla: con un balzo svolazza sulla sua testa, per poi tornare alla posizione iniziale. In cucina un vecchio televisore rivestito di plastica adesiva color legno trasmette Channel 1: il Presidente della Federazione Russa, Dmitrij Anatol’evič Medvedev, ha appena dichiarato il riconoscimento dell’Indipendenza dell’Ossezia del Sud e dell’Abcazia. Scorrono sul video immagini di gioia: militari e uomini in festa, a mezzo busto fuori dai finestrini di obsolete ZAZ, agitano bottiglie di spumante e sventolano le bandiere delle neo repubbliche indipendentiste.

Tiraspol è la capitale della Transnistria, la regione moldava al di là del fiume Nistro, estesa lungo il confine con l’Ucraina. La città è gemellata con Tskhinvali e Sukhumi, capitali dell’Ossezia del Sud e dell’Abcazia. Tiraspol, Tskhinvali e Sukhumi; Transnistria, Ossezia del Sud ed Abcazia. Tre città, tre aree geografiche, tre storie simili : parte dell’Unione Sovietica prima, una non riconosciuta indipendenza poi, l’aspirazione a riunirsi con la grande madre infine. Sovvengono le parole del mio accompagnatore, A., un ragazzo che ha studiato e vissuto a Londra prima di tornare coraggiosamente nel paese natale per collaborare ad un progetto educativo nelle aree rurali: “Ora siamo ad un punto di svolta. La Russia ha svelato al mondo intero i suoi piani.”

Scendo le scale dell’appartamento dove alloggio, un vecchio palazzo in cemento armato che si affaccia sul fiume Nistro. Mi soffermo a guardare fuori dalla finestrella arrugginita, curioso di scorgere qualche festeggiamento in atto. Nella palazzina di fronte una donna anziana, con un camice azzurro, parla con la vicina, sporgendosi dal parapetto del balcone. Il cielo è chiaro, il sole, alto e cocente, riflette i propri raggi sulle intelaiature di ferro dell’edificio di fronte, emerse prepotentemente in superficie come ad additare la propria stantia condizione, ma niente altro. Raggiungo la piazza centrale. Lì alcuni operai stanno montando un’impalcatura e le bandiere dei tre stati ribelli già sventolano accanto al vessillo della madre Russia. Le immagini del Che Guevara affiancano quelle degli eroi della guerra, Putin e Medvedev: il regime ha messo in moto l’apparato propagandistico.

Tiraspol e la Transnistria. Incredibile è la lungimiranza con cui l’amministrazione sovietica aveva già previsto tutto. Stupefacente constatare come, nonostante la rivoluzione politica, economica e sociale che è conseguita al crollo istituzionale, esista un’ineluttabile continuità e comunione d’intenti tra la Russia sovietica e quella odierna, un ordito e machiavellico disegno già scritto a previsione di un’eventuale difesa degli interessi nazionali. Una partitura orchestrata ad opera d’arte: lo spostamento demografico della popolazione d’etnia russa nei territori occupati, l’inserimento di figure dalla provata fedeltà nei ruoli cardine della società, la promozione di una coscienza culturale autonoma dai forti legami con la grande madre.

Era l’anno 1987 quando Igor Nikolaevich Smirnov, originario di Petropavlovsk-Kamčatskij, città all’estremo oriente della Russia, assistente direttore della centrale idroelettrica di Nova Kachovka, Ucraina, venne improvvisamente trasferito a Tiraspol, con il compito di direttore del gruppo Elektromaš. La regione contava una popolazione per il 39,9% moldava e per il 53,7% slava – 28,3% ucraina, 25,4% russa[1]-, a differenza del resto del paese, dove l’etnia autoctona registrava una percentuale del 64.5 % contro il 27% di quella slava – 14% ucraina, 13% russa[2]-. Di lì a due anni la scalata al potere dell’intraprendente Smirnov: l’incarico di presidente del soviet cittadino, la proclamazione d’indipendenza della regione e la Guerra contro la Moldavia che ne aveva preteso la sovranità dopo l’atto di dissoluzione dell’Unione Sovietica firmato l’8 dicembre 1991 dal presidente russo Boris Eltsin.

Le ragioni dello scontro furono principalmente etniche ed idiomatiche. Il processo di unificazione ed identificazione nazionale passa storicamente attraverso un’omologazione culturale e linguistica. L’idioma moldavo fu letteralmente inventato nel 1924, quando, in seguito all’occupazione dei territori della Bessarabia da parte dei sovietici, venne imposto l’uso dei caratteri cirillici in sostituzione di quelli latini, per sottolinearne le differenze con il romeno, ed enfatizzare l’influsso letterario e linguistico russo. In pratica, non esiste differenza tra romeno e moldavo, se non un diverso segno grafico, una forte influenza della lingua russa maturata durante un periodo d’occupazione che si è protratto per quasi 70 anni, ed un’ossessione ideologica imposta a rimarcare la superiorità sulla cultura romena, in particolar modo dopo la Seconda Guerra Mondiale: una sorta di punizione per la partecipazione del governo di Bucarest all’invasione dell’Unione Sovietica al fianco delle potenze dell’Asse. In seguito al progressivo declino del regime moscovita, verso la fine degli anni ’80 il governo della Repubblica Socialista Sovietica Moldava, non ancora autonomo, ma sempre più libero dal giogo dell’oppressore, decise di dare un taglio al passato, e ripristinare l’utilizzo dei caratteri latini. Fu allora che un gruppo di industriali di origine russa, capeggiati da Igor Smirnov, decise di scendere in piazza e proclamare lo sciopero generale prima, l’indipendenza della regione poi, forti del consenso della maggioranza della popolazione di etnia slava. Il 27 Agosto del 1991 il parlamento moldavo votò la dichiarazione d’indipendenza della neo Repubblica di Moldavia, il cui territorio comprendeva le terre al di là del fiume Nistro. La goccia che fece traboccare il vaso: ebbe così inizio la guerra di Transnistria.

Il conflitto fu impari: la 14° Armata Rossa, che nella città di Tiraspol controllava il più grosso arsenale d’armi del continente, si schierò a difesa degli indipendentisti transnistriani ed ebbe vita facile contro il novizio ed inesperto esercito moldavo. La tregua, firmata il 21 Luglio del 1992, sancì la vittoria della ribattezzata Repubblica Moldava di Pridnestrovie, di fatto indipendente, anche se non riconosciuta dalla comunità internazionale. Igor Smirnov ne divenne il presidente, fu istituito un esercito ed adottata una nuova valuta, il rublo della Transnistria. Sono passati 16 anni, ma politicamente non è cambiato nulla: Igor Smirnov è ancora presidente e l’Armata Rossa, ribattezzata Forze Armate della Federazione Russa, staziona ancora nella zona, con tutti gli effettivi. Le differenze etniche si sono accentuate – secondo il censimento del 2007, gli abitanti di etnia moldava sono scesi al 31.9%, mentre la popolazione slava è cresciuta fino al 59,2%, in particolare 30,4% di etnia russa e 28,8% ucraina[3] – ed i problemi linguistici persistono: nel 2004 il governo locale ordinò l’immediata chiusura di sei scuole pubbliche dove veniva insegnato il Moldavo con caratteri latini e l’arresto del corpo insegnanti e dei genitori che si fossero opposti. I provvedimenti furono ridimensionati dopo le proteste internazionali, e le scuole riaperte con lo status d’istituzioni private:[4] “Già è dura convincere i genitori a mandare a scuola i propri figli, figuriamoci se devono pure pagare una retta!!!”, ironizza A.

Passeggio pensando a che cosa succederebbe se, qui, proprio oggi, proprio ora, si rivendicasse di nuovo l’indipendenza. Il numero dei militari è elevato, ne conto uno ogni tre civili, ma sembra più un esercito d’impiegati che altro: borsetta sottobraccio, passo breve e composto, vecchie bici arrugginite e cigolanti. L’esercito vero, quello energico e prepotente, quello russo, sta lungo il confine e rintanato nelle caserme. La poca gente che incontro non è affatto ostile: un poco attonita, perché non abituata a vedere stranieri. Mi fermo in un piccolo chiosco e chiedo se c’è qualche cosa da mangiare. La ragazza, bionda, con una coda lunga tirata indietro, sorride, mostrando le guance rosse, poi scappa dietro una tenda. L’Inglese è una lingua pressoché sconosciuta da queste parti, quasi esotica per le nuove generazioni che crescono con la speranza di potere un giorno scappare: Londra, Manchester, Liverpool, Dublino, ma anche Berlino, Parigi, Stoccolma, Roma. Tutto fuorché rimanere in una terra in cui i potenti hanno deciso di bloccare l’orologio del destino. Da dietro il drappo compare una donna robusta, in testa una bandana giallo con motivi floreali: allunga tre frittelle salate grandi come delle padelle per 3 rubli, più o meno 30 centesimi. Alle sue spalle la signorina bionda. Ridono entrambe quando mi ustiono il palato cercando di mordere la pietanza bollente. Esco ed un bagliore mi offusca la vista.

Economicamente, le nuove banconote e la nuova moneta, con impresso l’effigie della Repubblica, la stella, la falce ed il martello su uno sfondo di prodotti agricoli stilizzati che fanno da cornice al fiume Nistro ed al cerchio solare, non sono la sola novità. La regione, che alla fine degli anni ’80 era il fiore all’occhiello della produzione industriale moldava, con la concentrazione del 90% delle risorse elettriche e del 40% del prodotto interno lordo,[5] oggi è la più povera d’Europa. Le principali attività del paese sono monopolio di poche aziende: la Tiraspoltransgas nel settore energetico, la Gazprombank in quello bancario – mai provata, ma nemmeno smentita l’affiliazione rispettivamente con i colossi russi Gazprom e Gazprombank -, e la Sheriff, una compagnia che si vocifera molto vicina alla famiglia Smirnov, in particolare ai figli del presidente, Vladimir ed Oleg, che controllano gli uffici doganali nazionali.[6] La Sheriff è l’unica azienda autorizzata ad utilizzare valuta estera, particolare che assicura il monopolio delle esportazioni. [7] Il marchio comprende rivenditori d’auto, distributori di benzina, supermercati, una stazione televisiva, una compagnia telefonica e la squadra di calcio FC Sheriff Tiraspol, dominatrice delle ultime otto edizioni del campionato moldavo.[8]

Subito dopo il tank che commemora la guerra per l’indipendenza ed un paio di chilometri prima della base militare russa, dalla quale si erge alto il tricolore bianco blu e rosso della Federazione, si trova un imponente complesso sportivo, splendido e fulgente nel suo candore monumentale: è lo stadio di calcio dove gioca lo FC Scheriff, costato 200 milioni di dollari.[9] Comprende anche un centro commerciale, un rivenditore Mercedes Benz e Skoda, un impianto sportivo indoor ed un albergo a cinque stelle in via di costruzione. “Nel mio paese non ci sono impianti di questo livello”, ebbe a dire Hans Krankl ex calciatore ed allenatore della nazionale austriaca che ha ospitato i recenti Europei 2008.[10] Provo ad avvicinarmi, e subito si para di fronte un militare minaccioso. Sparo la prima frase che mi viene in mente: “Fan, can I go inside?”, mimando un rinvio virtuale. La guardia fa segno di no con il capo, poi intima d’allontanarmi. Quando chiedo a A., il mio accompagnatore, se è un tifoso, se si reca qualche volta allo stadio, mi guarda e sorride ironico: “Mai! D’altronde, chi se lo può permettere qui,con una media di 100 € di stipendio al mese?”.

I media internazionali, supportati dai report dell’interpol e da esperti del settore, hanno più volte ipotizzato che in Transnistria le armi, oltre ad essere presenti nei depositi dell’ex Armata Rossa si producano anche, e, naturalmente, si vendano, intrufolati tra le merci a marchio Sheriff, sotto gli occhi accondiscendenti dei fratelli Smirnov: Al Qaeda, Hamas e Hezbollah, Iraq, Iran, Palestina, Cecenia e Nagorno Karabakh i clienti più noti.[11] L’autoproclamatasi Repubblica, che aveva fatto della sua identità culturale e linguistica il vessillo della propria indipendenza, appare sempre più come un grosso affare di famiglia, dal quale i transnistriani sono esclusi: solo 15 dei 43 membri del Parlamento sono nati nella regione, e quasi nessuno riveste ruoli di potere.[12] Diciassette protagonisti della scena politica locale si sono visti revocare il permesso di transito sul suolo Europeo: tra questi il Ministro della Sicurezza Nazionale Vadim Sevtov, meglio noto come Vladimir Antufeev, russo di Novosibirsk, criminale internazionale accusato di tentato colpo di stato nel gennaio del 1991 in Lettonia e di crimini contro lo stato moldavo, e Dmitrii Soin, funzionario dello stesso dipartimento e direttore della “Che Guevara High School for Political Leadership”, un organizzazione propagandistica che fa leva sullo stravolgimento del mito guevariano, ricercato internazionale per strage ed omicidio plurimo. [13]

Proseguo la passeggiata verso il bazar, il vero fulcro vitale delle città dell’est. Giro tra carretti di frutta e verdura, sacchi di zucchero e cartoni di uova, carne macellata attorniata da mosche e moschini, coperte distese per terra dove si trova di tutto, dalle pantofole agli atlanti geografici, dagli indumenti intimi ai servizi di finta porcellana, bancarelle con calzature in bella mostra su pile di quaderni scolastici. A fianco una chiesa ortodossa. Il cancello è aperto ed entro. Sulla destra una croce, di fronte un vaso con fiori freschi e della terra smossa: una sepoltura a cui non è ancora stata applicata una lapide. Guardo la data della morte, 17 Ottobre 2007. Sono passati più di 10 mesi ed il religioso che qui riposa non ha ancora trovato pace. Passo davanti al Museo della Guerra, poi al monumento degli eroi dell’Afghanistan, al Parlamento, di fronte a cui si erge, sorretto da una colonna e slanciato, lo sguardo granitico disperso nel vuoto, Vladimir Il’ič Ul’janov, al secolo Lenin. “Che cosa hanno combinato questi uomini nel tuo nome ?” Al di là il ponte sopra il Nistro. Il colore verdognolo del fiume ne testimonia lo stato di salute: decenni di prodotti chimici scaricati nelle acque ed una recente infestazione da carcasse di animali morti lo hanno reso non solo non balneabile, ma putrido e cencioso. Un paio di ruderi attraccati sulle sue sponde sembrano testimoniare lo stato d’abbandono dell’attività fluviale. Dietro di me il palazzo dove alloggio, che sorregge la scritta enorme Kvint, la distilleria dell’omonimo liquore tradizionale.

I preparativi per la festa continuano lenti. Un ragazzo con una maglietta che ritrae il “Guerrillero Heroico” di Korda su sfondo giallo si fa incontro: mi consegna una spilla con un drappo di stoffa e l’effigie della Federazione Russa. Gli chiedo informazioni sulla stazione dei bus, ma non parla inglese. Si avvicina un altro giovane, dall’aria scanzonata, pantaloncini e ciabatte. Da come si atteggia, con sufficienza, diramando ordini a destra ed a manca, capisco che è il boss. Parla un inglese molto approssimativo, e non è del posto: la disposizione per i festeggiamenti viene da lontano. Qual è il senso di tutto ciò? Di certo l’attenzione per questa terra da parte della Russia non è mosso da amore della gente, umile e discreta, ridotta alla miseria ed alla rassegnazione da un ingiustificato isolamento internazionale; piuttosto la prospettiva di un baluardo per i propri interessi, per un ordigno che aspetta di essere innescato nel cuore dell’Europa che sarà, forte di una presenza militare che nel continente non ha eguali.

L’autista della corriera diretta ad Odessa, Ucraina, non mi vuole prendere a bordo. Fa capire che non desidera stranieri: troppi problemi alla frontiera. Alcune donne si alzano e cominciano ad inveire. Poi una di loro si affaccia dentro l’automezzo, e fa cenno ad una ragazza di scendere. Alta, lunghi riccioli castani che cascano sulle spalle, i lineamenti sottili del viso: parla inglese e dice di sedere accanto a lei. È originaria di un paesino nei dintorni di Tiraspol, ma studia economia ad Odessa. Mi tranquillizza, le signore sono intervenute in mia difesa. Giro il capo e faccio un segno di ringraziamento. La corriera parte ed imbocca la dissestata strada che porta verso il confine.

(Immagini di Riccardo Valsecchi)

Note al testo:


[1] Official data from 2004 census and comparison with the 1989 census, by Olvia Press: http://www.olvia.idknet.com/ol37-09-05.htm

[2] http://www.culturalpolicies.net/web/moldova.php?aid=421

[3] Official data from 2004 census and comparison with the 1989 census, by Olvia Press: http://www.olvia.idknet.com/ol37-09-05.htm

[4] http://www.olvia.idknet.com/news15-07-04.htm

[5] John Mackinlay and Peter Cross (editors), Regional Peacekeepers: The Paradox of Russian Peacekeeping, United Nations University Press, 2003, ISBN 92-808-1079-0 p. 135.

[6] http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2008:051:0023:0025:IT:PDF

[7] http://www.kommersant.com/p705753/r_1/The_Old_Guard_Wins_in_Transdniestria/

[8] http://www.sheriff.md/

[9] http://www.pridnestrovie.net/sports.html

[10] http://www.pridnestrovie.net/sports.html

[11] http://npc.sarov.ru/english/digest/82002/section3p3.html; http://muse.jhu.edu/journals/sais_review/v025/25.1kliment.html; http://news.sbs.com.au/dateline/rogue_weapons_rogue_state_130349; http://www.washingtontimes.com/news/2004/jan/18/20040118-103519-5374r/

[12] http://www.info-prim.md/?x=&y=3956

[13] Council Decision 2006/96/CFSP of 14 February 2006 implementing Common Position 2004/179/CFSP concerning restrictive measures against the leadership of the Transnistrian region of the Republic of Moldova European Union Law- Official Journal. Feb 2, 2006. Retrieved 2006, 12-27: http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2008:051:0023:0025:IT:PDF; Ordine internazionale di cattura per Dmitrii Soin: http://www.interpol.int/public/Data/Wanted/Notices/Data/2004/70/2004_52070.asp.

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10 Responses to Transnistria a orologeria

  1. Rhum il 16 settembre 2008 alle 12:36

    Mc Mafia

  2. giorgio mascitelli il 16 settembre 2008 alle 14:52

    Ho apprezzato molto questo intervento competente e informato ed è indubbiamente vera la tesi dell’autore che l’interesse dei russi per queste minoranze sia strumentale e volto verso una politica di potenza. Purtroppo il nazionalismo è un tipico strumento di manipolazione. D’altra parte viene da chiedersi quale alternativa avrebbero i transnistriani? Da un punto di vista economico tutta la Moldavia appartiene alle regioni perdenti nel processo della globalizzazione e politicamente anche il più scalcagnato dei nazionalisti russi avrebbe buon gioco a ricordare il modo in cui sono state trattate le minoranze russe nei paesi baltici. La mia impressione è che i gruppi dirigenti di questi paesi abbiano guardato molto agli Stati Uniti e poco all’esperienza della Finlandia del secondo dopoguerra, che pure è riuscita a gestire un rapporto con un’ URSS ben più potente e aggressiva. In generale questi paesi avrebbero avuto bisogno di un nuovo piano Marshall e invece molta gente ha perso anche quel poco che aveva. La politica statunitense, a partire dalla seconda presidenza Clinton, nei confronti della Russia mi sembra assomigliare drammaticamente a quella francese del primo dopoguerra nei confronti della Germania di Weimar.

  3. Riccardo il 16 settembre 2008 alle 15:48

    Ringraziando Giorgio per i complimenti, ci terrei a precisare che i problemi dei paesi baltici e della convivenza con la minoranza russa – che poi, minoranza proprio minima (perdonate il gioco di parole), perché stiamo parlando di percentuali molto alte -, sono abbastanza differenti, sia per matrice storica che economica, da quelli della Moldavia, ma anche dell’Ucraina. E’ difficile sintetizzare in un “post” questo concetto, ma è chiaro a chiunque abbia avuto modo di visitare Riga e Chisinau – per non parlare di Tiraspol che è l’apice di tutte le contraddizioni -, che sono due realtà difficilmente equiparabili: nell’una è, riprovevole ma comprensibile, la conseguenza di un odio contro l’occupatore/usurpatore, nell’altra assume più i connotati di una costruzione macchinata a dovere dai governi avversi per mantenere il controllo della regione.

  4. Giocatore d'Azzardo il 18 settembre 2008 alle 19:45

    Bel resoconto, anche se i condizionali legati alla Sheriff e alla famiglia Smirnov fanno sorridere, la Sheriff in Transnestria è come la morte: l’unica cosa certa. La parte finale del post riassume, in poche parole, la situazione di questi paesi gestiti, per la vita normale, quella di tutti i giorni, dalle donne, che li hanno tenuti in piedi sacrificandosi, andando a fare le badanti e le prostitute in giro per il mondo e mandando i soldi a casa, a mantenere intere famiglie e interi villaggi a volte. Ci sarebbero molte cose da scrivere; il punto è che pochi scrivono di questi luoghi, la maggior parte politici compresi, preferisce ignorarli.

    Giorgio, se mi è permesso: non capisco perché l’eventuale Piano Marshall avrebbe dovuto essere a carico degli Stati Uniti. Dell’Unione Europea, straricca, che ne facciamo? Continuiamo a rimanere ai bordi della storia arrabattandoci con le nostre faccenduole casalinghe? Il casino e i casini che succederanno da quelle parti sono e saranno solo colpa di un’Europa miope e anche un po’ stronza, che non è stata in grado di intervenire e non ha voluto intervenire fuori dall’uscio di casa. Smettiamola di giocare a scaricabarile come nostro solito. Il dato di fatto è che la Francia, la Germania e a seguire anche l’Italia, hanno preferito barattare questi paesi, e i prossimi che seguiranno, con quattro metri cubi di gas russo.

    Sono a Kiev in questi giorni e l’aria che si respira mi ricorda i movimenti a Kishinev del 91: comizi di ex comunisti, rigorosamente in lingua russa, in ogni angolo. Oggi la Kreshatik, in pieno giorno, era bloccata da un trentina di questi signori: come se a Roma bloccassero la Colombo o Viale Zara a Milano.

    Blackjack.

  5. Riccardo il 18 settembre 2008 alle 22:13

    caro/a Blackjack,
    condizionali d’obbligo, per motivi legali – evitare denunce -, ma spero che suonino il più ironico possibile. Concordo su tutto, sul poco spazio che viene riservato a questi argomenti sui quotidiani italiani – vedi link sotto -, sul ruolo delle donne ed anche sulle responsabilità della Comunità Europea. Dopo la Moldavia, ho visitato l’Ucraina, in particolare Odessa e L’viv, due città così differenti che però illustrano bene la situazione di delirio in cui si trova questo paese: posso immaginare in questo momento poi, ma, certo, questo viaggio mi ha insegnato che queste realtà non si possono capire ne tantomeno giudicare se non stando sul posto, a stretto contatto con la gente. Infatti presto credo che verrò a Kiev e, se possibile, mi piacerebbe magari poterti incontrare per un confronto.

    http://resetdoc.org/IT/Transnistria-viaggio.php

  6. Giocatore d'Azzardo il 18 settembre 2008 alle 22:49

    Riccardo, nessun problema; la mia mail è vera e, se vuoi, puoi scrivermi e ci si vede, in Italia o a Kiev oppure a Kishinev. Gironzolo questi posti da parecchi anni e, fidati, Smirnov non si azzarderebbe mai a querelare un europeo, potrebbe, in alternativa, farti attendere da qualcuno dei suoi in Moldavia. Ma questa è un’altra storia…

    Blackjack.

    PS: se chiedi a un ucraino di Odessa, ti dirà che Odessa è Odessa: non Ucraina. L’viv invece è una bellissima città, con un sacco di di luoghi interessanti, anche se ho un ricordo sbiadito, vecchio di almeno 8 anni.

    PPS: Kiev è carissima e se vuoi qualche consiglio su dove dormire senza farti massacrare (un albergo senza topi parte da 100 Euro a notte e uno decente non costa meno di 150), fatti sentire. Si trovano ottimi appartamenti a 75 Euro a notte…

  7. helena janeczek il 19 settembre 2008 alle 14:37

    Per chi volesse approfondire il lato “mcmafioso” della Transnistria, seganalerei, appunto, a un capitolo di “McMafia” di Misha Glenny e uno di “Illecito” di Moses Naim, entrambi Mondadori, Strade Blu.

    Domanda a Riccardo (complimenti!) e a Blackjack (il direi mitico). Mi ha raccontato un amico di origine lituana che il boom delle capitali baltiche, comporta che, visto che la vita è diventata carissima, le città sono sempre più piene di russi coi soldi, mentre molti locali sono costretti ad andar via. Quindi è in corso anche lì una sorta di lenta riannessione economica, seppur meno plateale e sinistra?

  8. giorgio mascitelli il 19 settembre 2008 alle 14:58

    Caro Blackjack,
    il piano Marshall avrebbero dovuto farlo le istituzioni economiche internazionali, ma la loro impostazione liberista, a cui aderiscono tanto gli usa quanto la ue, in questo hai perfettamente ragione, non lo avrebbe mai permesso. D’altra parte è impossibile pensare che i paesi della Vecchia Europa, specie nel contesto degli anni novanta e anche dopo, potessero avviare una politica di così ampio respiro senza il consenso degli usa. Si sarebbe trattato non solo di investire denaro, ma di avvicinare lentamente e gradatamente questi paesi alle economie di mercato, conservando spazi per l’intervento pubblico, ponendo regole agli investimenti privati e procedendo a privatizzazioni graduali e parziali. Tutte cose che, nel clima precrisi subprime, la stampa libera internazionale avrebbe definito una rinascita comunista o qualcosa del genere e il malcauto funzionario che le avesse proposte sarebbe stato considerato una spia di Fidel Castro.

  9. Riccardo il 19 settembre 2008 alle 22:10

    Cara Helena,
    guarda, la Lituania non l’ho visitata, quindi non saprei dire. Certo è che nei paesi Baltici la situazione è molto complessa, perché l’etnia autoctona e russa non si parlano e non si ascoltano: bisognerebbe sentire entrambe le campane, o andarci, per capire. Io sono stato in Lettonia, e mi sono fatto un’idea, di cui forse avrò modo di scrivere in futuro… Per quello che riguarda Ossezia del Sud, Abcazia e Transnistria, io non parlerei di annessione. Se hai fatto caso, questi tre paesi chiedono di entrare a far parte della Federazione Russa, la quale fa orecchio da mercante !!! A quale pro ? Che cosa se ne farebbe? Meglio lì dove stanno a creare tensione, no ?

  10. Giocatore d'Azzardo il 19 settembre 2008 alle 23:28

    Helena: poni il tema abitazioni e costo della vita. Ti riporto qualche numero e qualche nota personale.

    Kishinev (Repubblica di Moldova): 1994, appartamento di 80mq, costo 9.000$, 10.000$ per ristrutturarlo; gennaio 2008, stessa zona, 2.500 Euro al mq (qui ci giocano con le valute in funzione del cambio più favorevole).
    Kiev (Ucraina): 1996, appartamento di 60mq in Baseina Street (pieno centro) 30.000$, 18.000$ per ristrutturarlo; ora non meno di 5.000 Euro al mq.

    Poi, nelle aree dormitorio esterne, la situazione è ferma a 15 anni fa (fai 30 o 40); e il flusso giornaliero verso la capitale è impressionante: code di automobili e bus e minibus per ore.
    C’è da dire che la spinta speculativa si sta sgonfiando (dovunque); tutte queste nuove abitazioni (o ristrutturate) sono state costruite a credito quando le banche, sull’onda di finanziamenti internazionali (quasi sempre statunitensi) e/o di annessioni di banche locali da parte di banche estere, scommettevano su una crescita alta e concedevano prestiti a tutti (o quasi). Ora questi prestiti devono essere restituiti, considera che a Kiev trovare una banca che conceda un prestito a meno del 15% è impossibile, i costruttori sono in difficoltà (pochi acquistano) e i prezzi stanno calando (tempo sei mesi/un anno, e qualcuno potrebbe pensare di specularci) anche se i costi degli appartamenti rimarranno irraggiungibili per i salari locali ‘ufficiali’.
    Questo è un altro aspetto: tutti cercano di pagare meno tasse possibili (alte, troppo) e il lavoro nero o grigio si spreca.

    Russi ricchi. Direi che è una definizione generica. I ricchi ci sono e sono molto ricchi, troppo (il ceto medio è meno del 10% della popolazione, nella migliore delle ipotesi), ma sono equamente divisi fra locali e russi (quasi sempre ex della struttura sovietica) che si sono accaparrati tutto. Rimanendo sempre in Ucraina; Pinchuk ha un capitale da fuori di testa (ha sposato la figlia di Kushma ex Presidente gradito ai russi prima della Rivoluzione Arancione) e a Kiev, da qualunque parte tu guardi, è roba sua: dall’Arena Center (centro commerciale a inizio Kreshatik) alla concessionaria Bentley, alla galleria d’arte con tutti i migliori nomi del mondo (ieri ho buttato un occhio e facevano bella mostra un paio di Warholl e un Pollock) etc… etc…
    Un cappuccino costa 22 hryvna (circa 2,60 euro) e il resto è in proporzione. La gente normale PASSA per il centro e poi va a fare compere nei bazar in periferia.
    E se andrai a San Pietroburgo per visitare l’Hermitage, tieniti pronta per un salasso che al confronto il Florian in Piazza San Marco a Venezia, pratica prezzi popolari.

    La Russia, ovviamente, gioca sulla piena dipendenza economica di questi Paesi che, mai affrancati, sono e saranno facile preda; senza contare la corruzione a qualunque livello al cui confronto Mani Pulite pare un gioco per bambini dell’asilo.

    Purtroppo, in tutto questo marasma, sta calando paurosamente anche il livello scolastico e la maggior parte dei laureati (i ricchi) si comperano la laurea, mentre gli altri stanno a guardare. Ovviamente non è possibile generalizzare, ma questo è il trend.

    Giorgio: non sono d’accordo sul “avrebbero dovuto farlo le istituzioni economiche internazionali”. Se vai in questi paesi e sbirci fra le pieghe, scopri che gli unici investimenti sono arrivati, strano ma vero, dagli USA (dalle Associazioni anti AIDS, grosso problema, alle cliniche, alle scuole). La grande assente è l’Europa che sta barattando questi paesi per quattro barili di gas russo e li ha usati per speculare sulla mano d’opera a basso costo oppure per svuotarli portandosi via le teste migliori.

    Riccardo: Transnestria, Ossethia e Abkhatia NON SONO nazioni, ma invenzioni russe! E’ come se il Trentino si considerasse una nazione: non facciamo confusione! Se pensi alla Transnestria, sono circa 300.000 abitanti che tengono per i coglioni gli altri 4,5 milioni sospendendo e fornendo corrente quando gli aggrada: tutte le centrali elettriche della Moldavia sono in Transnestria, se ci hai fatto caso, e quel delinquente di Smirnov sai bene cosa faceva prima di inventarsi Presidente di uno stato che non esiste e se pensi che si sia trovato lì per caso, commetti un errore di valutazione.

    Blackjack.



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