Plettro di compieta (seconda parte)

18 settembre 2008
Pubblicato da

di Marina Pizzi

(la prima parte si può leggere qui)

26.
questo mancino manico del porto
le pergamene del giro della terra
le malinconiche funi del maiale,
l’ira del tavolo zoppo
fa rovesciare i bicchieri,
le pallide energie del tema in classe.

27.
una stazione che orbiti la secca
dalla lezione degli occhi bruciati
in tenuta da asfalto per resistere
le temperanze delle spine in tasca.
sparuta canottiera questa viandanza
braccata dalle rocce della lenza
che fa abboccare scarti le rondini.
quale manciata di terra
scioglierà il glicine
che felice si appende e pendula?
28.
il pesce a riva zero
rottama le lische in altomare.
le gite delle porte
scendono a testa alta verso
il secolo. l’elemosina del pendolo
si aggira trionfante. faccenda infante
aprirti la strada per non sfondare
l’atrio con le bare. in meno di una sponda
la tattica del verbo. nessuno riesce a capire
quale scienziato occorra alla radice
al polo nero di scommettere l’addome.
29.
con i gomiti del cielo guarda l’aria
dove si spoglia l’estro
nella favola della spora
e si distolga il mare
in un fermento di bivacco
in un’anestesia delle fonti,
gli eroi del canneto
sperimentino le fosse
le sentinelle agricole del lembo bello.
30.
laureato al cumulo d’osso
postribolo d’ernia che fa la zolla
camminamento del castello stregato.
così il partigiano del soccorso
bivacca anemico amico sul far del coma
il corpo con lo strascico a brandelli.
di morie con la stazza sono creato
inerme al davanzale che mi spezza
lo sterno del rancore contro il volo.
domani a Parigi sulla gran torre
i pesi delle truppe galleggeranno.
31.
con giochini in erba fingere
di vivere il chiavistello
della pietà. dove arriva il rantolo
del porto nella scorreria
della salsedine. il sesso dell’imbrunire
burla che non fa ridere nessuno
né compra un uovo per scovare il varo.
ammesso al cospetto del gran
fulcro-furto si partorisce uno spartiacque
quasi divino. invece no, la luna è lunga
molte le garitte dell’altolà.
32.
a giorni svenderà la sua saliera
pagata con le dune delle darsene
nel valloncello di un acrobata di mare.
va da sé che il basto della cerchia
nel chiodo della forca ogni gradino
barerà la svendita con dado al dì
del circolo ancora ancora a battito.
33.
opposta al mare, segno evidente
la malcapitata indagine del giorno
rovinoso capitolo di stasi.
sorpreso a far fagotto senza avvertire
lungo tagliole tutte sulla ronda,
il passeraccio che sovente litiga
(sbatte ai vetri si tramortisce)
con le gran serre in resta per far bosco
questo sconfinato adulto senza più
fame di gioco o corsa fortunella.
34.
si restringa il mare in uno strepitìo di stagni
occaso e consuetudine di armilla
per il vocìo delle rondini che basse
millantano la cresima di un sì che lontani
pozzanghere di sgherri e mortaretti
che tutte le bestiole impauriscono.
35.
rendimi lo sguardo, fammi morire
sotto le mani chiuse delle sindoni
in dono il sillabario e la franchigia
sotto le giostre in chiodo delle rondini.
l’epilogo permesso sia concesso
incudine di raucedine vegliarci.
36.
erario della nuca stare dritti
nel mitico round delle fosse chiuse
serventi sulle spine che dilatano
le torce. tu dove andasti merce
di soppiatto?
senza nessuno strepito si è disposto il cielo.
37.
con segni di percosse
ho fatto incetta d’ombre.
non dorma la luna
non dorma il pipistrello
nella sconfitta animula del sole
che rinchiude il petto e inciampa
alle persiane. duttile perno,
chiavistello d’anima,
scendere le scale con rumore
nonostante sia morto il brevetto.
38.
tornami nel cuore a scudo vuoto
nell’isolata frenesia del pioppo
vena del baro tagliare le ginestre
abbarbicate all’arido,
alba concava alla ricerca
di un mulinello di superficie.
invece del cerchio o del perimetro
riaprire l’atrio giovanile.
39.
mia madre è stata un piatto
da schianto sulla terra
una leccornìa di vita
per l’acido del tempo
tempio oblato
allo spartitraffico dell’ultima baracca.
40.
con un crollo di corse
con il raggiro sulle rondini
spartito il crollo delle cimase
il viso oblato degl’indiani d’epoca.
pigrizie d’orfanelli starti a guardare
lungo i cancelli ruggini di scoli
a far di secolo il coma della giostra.
41.
accludimi al silenzio
al lesto sillabario che
non ci racchiude, sposami
di forza sopra la zona franca
allorché l’alone si fa
fato di corda, dondolio dimesso
stuoia per un fachiro pieno
del sogno della veglia.
imbrattami il costato con il comando
a casa la prigionia del sale
con le pestifere sfere del dolore
stoppia in fase di falò.
42.
volevo leggere la scarpata
indiavolare il cielo sotto un distico
signore di altri poli. ma grande
effetto l’ebbe la perdita del sangue
e la guerra ferita delle bacche
vanesie sulle stasi di ladruncoli
artisti sterminati al lutto. tutto
predetto dal fondo della morgue
contro la nuca carsica. sì non venni
alla fantastica agonia del tuo natale
stilato a piene mani dalle maestre
liturgiche giostrali noie in coda.
43.
artigli d’ebetudine l’abicì
del quadro. dove formammo
le ruberie del sale, la lentezza
afona del fondale di pozza.
dove le perle gironzolano
nei macelli delle bestie
stigmate da mangiare. già
si mozza la frottola dell’apice
da guardare. impugna di me
la vena antica, pugnalala con
un permesso di lasciapassare
altrove nelle fauci di una leonessa
sazia sapiente in pieno sonno breccia.
44.
la ronda del numero zero

nel sonno finalmente l’ora vuota
la somma indagine della daga
devota alla sfinge di non nascita.
dove ti avventi ignudo è solo un fosso
sommato alle ronde delle mani
che smossero le terre per il crollo
perfezione della macina più forte
avvento dello zero il nome vero.
45.
eredità d’invito losca primula
la scala che connette pianerottoli
in rotta di viscere musica rotta
dal commento della frusta
dalla stazione stridula tuta di groviglio.
46.
l’augurio è stato infranto con un cacciavite
a mo’ di cascata
senza radura piano laguna
in grotta alla facciata
del bivacco del futuro
in coda senza dadi da lancio
né robe da maestri né stringhe
per scarpe da allacciare al lume
delle beghe che contaminano
nodi di santi tritumi di miti.
47.
lo zaino non viene attrezzato
né al mare né ai monti
e il pianoro è sull’orlo d’incavarsi
in panico di coltre sotto il peso.
le zanne miti dell’elefante
imboccano a restare
nonostante il rischio del risucchio.
su nell’occhio il peso dell’eclisse
ha un soprannome per il gioco
del comico praticello di cicale.
48.
in un giglio di apocalisse
il cicaleccio scolastico
la pelle d’oca degl’innamorati.
appena sotto scorta l’annunciata
epigrafe del vero nudo
dove si ammainano la dottrina
e la latrina. attrici di conserve
e meretrici biblioteche.
49.
ira del sale fondale di palude
stazione di soqquadro
il sangue a terra.
l’occhio nodale
ardore al chiavistello il suo guardare
attori di grondaia mari neri.
50.
introito di nebbia
necessità dell’antro
dispetto ceduo
d’esser vivi.
la modernità del sale
la novella in gola
quasi a ridire l’atrio
in crisantemi.

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4 Responses to Plettro di compieta (seconda parte)

  1. il lettore basito e innamorato il 18 settembre 2008 alle 15:00

    51.
    immane il senso e la gestazione
    resta per noi la direzione muta.
    al dire contrappone la glossolalia
    la libertà del cerebro e la giostra.
    dondolando che pare dire: checcazzè?

  2. ang il 19 settembre 2008 alle 01:07

    @ il lettore basito e innamorato:

    “Tempo è ben di sposare il Senno a’ sdegni”

    Giacomo Lubrano

  3. il lettore basito e innamorato il 19 settembre 2008 alle 12:09

    Ah, già, è vero.

  4. ang il 21 settembre 2008 alle 18:53

    @ al lettore basito e innamorato “Ah, già, è vero.”

    meno male almeno c’è consapevolezza di possedere la zucca vuota!



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