Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato 9

24 settembre 2008
Pubblicato da

di Andrea Inglese

Cara Reinserzione Culturale del Disoccupato,

Ti ho mentito, non sono mai stato
a Buenos Aires.

Non sopporterei, per altro,
una città dove qualcuno ha sofferto a lungo, inutilmente,
per un amore, continuando a sperare, ad elaborare
una storia parallela, favorevole a sé, come un calmante,
impegnandosi nei dettagli, come un letterato professionista,
e forse la letteratura nasce così, tutta la finzione che inonda il mondo,
è nata per riparare l’angoscia d’amore, e parare
lo strazio di quell’appuntamento concesso
dopo lunghe suppliche
e che sarà annientato,
perché anche camminando in lungo e in largo,
anche tenendo gli occhi fissi agli edifici,
anche sorseggiando come un agonizzante
una tazza di tè,
la persona non viene, non è venuta, non verrà,
non è possibile udirne la voce,
non è possibile riconoscerne il soprabito,
non è possibile niente.

Si è rimasti chiusi dentro una persona,
come sepolti vivi, e non se ne esce,
si pensa ad ogni congegno, si immaginano
piani, furberie, nefandezze, colpi di forza,
interi romanzi, con tanto di sapere specialistico,
tavole e stime, descrizione degli strumenti
e dei meccanismi, un’autoformazione
straordinaria, e vana,
che può durare anni. Un sapere vario,
multidisciplinare,
che non sposta di un millimetro
una pietruzza da terra.

* * *

[18 immagini + lettere invernali per l’autunno; 1, 2,
3,4,5,6,7,8…]

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8 Responses to Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato 9

  1. véronique vergé il 24 settembre 2008 alle 08:01

    Amo la pena viva che sorge della scrittura e l’idea di menzogna: il sentimento è puro verità, ma la storia si sposta in città lontana, in mare lontana: solo evasione alla sofferanza.
    La terra straniera si vesta di colori, estirpa del cuore l’ombra amata. Nella menzogna solare l’assenza diventa fiori di veleno, ma vivi, non chiusi in noi.

  2. soldato blu il 24 settembre 2008 alle 08:34

    I bei versi di Andrea Inglese, attraverso uno slittamento del senso di alcuni di essi, mi danno modo, non so quanto lecitamente, di attaccarci, quasi vettura clandestina in coda, il racconto di un episodio capitato a Gadda a Buenos Aires, negli anni ’20 quando lavorò in Argentina, e da lui raccontato.
    Oltretutto – non c’entra niente, ma per curiosità – Gadda proveniva da un’altra esperienza di lavoro, a Cagliari, città della madonna di Bonaria da cui Buenos Aires prende il nome.

    *
    i versi di Andrea:

    non è possibile riconoscerne il soprabito

    Si è rimasti chiusi dentro una persona,
    come sepolti vivi, e non se ne esce

    *

    Racconta Gadda di aver fatto, quella volta, l’esperienza che più si avvicina a un’esperienza psicotica, schizofrenica.
    Passeggiava per le strade di un quartiere di Buenos Aires dove nessuno poteva conoscerlo, ma gli sembrava che tutti lo osservassero con una intensità strana, prolungata per tutto il tempo che era rimasto lì, sempre più turbato, sino a dubitare di non essere sul punto di diventare matto.
    Solo alla fine si spiegò il mistero e si liberò di quello stato di disagio: indossava un impermiabile bianco.
    La cosa da lui considerata normale era per gli abitanti di quel quartiere di una stranezza inusitata. Forse era la prima volta che ne vedevano uno.

  3. anonimo il 24 settembre 2008 alle 11:21

    la dicotomia errare occidentale. Insanabile dualismo, altro tempo.

    La dicotomia nel suo significato: dichotomía: dich (due) tomo (divido), sono le due parti che non -possono essere- vere contemporaneamente. Nella realtà, nella vita sono in verità le reppresentazioni esaustive (tensione-verso) dell’equinozio (autunno-primavera). L’occidente ha rimosso il grande viaggio migratore (est-ovest) ma porta con sè quell’idea del -ritorno- in Se memoria: -vedere ascoltare-. L’equinozio (nel giorno dell’equinozio) è la divisione equa tra giorno e notte, dodici ore esatte per parte. Se è vera l’ipotesi che l’arte, (la parola artistica diciamo) è la continuazione del sogno, si potrebbe dire che è tentativo di dare continuità. Unità (monoteismo) taostica come tensione (ascoltare-osservare) del non fare, non essere (poeticamente essere in ogni cosa, come prova al non essere). L’ascolto, armonia cosmica come principio. Umanamente il tempo è un principio(nascita), una unità, una verità, un discorrere prima (monologo), un dialogo. Entro il dialogo scorre il tempo è questo il dialogo è di volta in volta domanda al “divino”(tempo-passaggio del tempo, sole ecc, ecc)) o tensione che è in radice del ritorno.

  4. véronique vergé il 24 settembre 2008 alle 17:02

    Natalia, bella definizione della poesia, è come la sogno…

  5. Natàlia Castaldi il 24 settembre 2008 alle 18:39

    Veronique.. ti ringrazio, ma non capisco a quale definizione alludi.
    a presto, ciao.

  6. véronique vergé il 25 settembre 2008 alle 07:47

    Natalia: da “mi presento” sul lato sinistro con l’occhio blu.

  7. Natàlia Castaldi il 25 settembre 2008 alle 09:14

    Veronique, è sempre bello ricevere un complimento ma, ti prego, la prossima volta che vuoi comunicare con me fallo sul mio blog (tramite lo spazi per i commenti) o a questa casella mail: evaluna71@splinder.com

    non mi sembra corretto occupare uno spazio che dovrebbe essere esclusivamente destinato alla discussione dei versi di Andrea Inglese.
    Mi mette imbarazzo. grazie ed a presto.



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