Ulrich Holbein

25 settembre 2008
Pubblicato da

di Frank Schäfer

traduzione di Elisa Perotti

Catweazle? Hippy tardivo? Incontro a Knüllwald con Ulrich Holbein, immerso in una “splendid isolation” a disegnare il suo universo letterario con seducente creatività linguistica.

Mi aveva avvisato, non sarebbe stato facile trovarlo. Per fortuna mi imbatto nella postina. “Ulrich Holbein?”, sì, lo conosce e mi indica la strada, in direzione opposta al centro, in un boschetto. E intuendo che avrei avuto bisogno di ulteriori aiuti, aggiunge: “Ci sto andando anch’io”.

Infatti, giunto nei pressi dell’abitazione dell’artista, non riesco a vederla: l’essenziale è spesso invisibile agli occhi. Ma già si avvicina la donna a bordo della station wagon a mostrarmi il sentiero nella giungla incantata e il viottolo lungo quaranta metri che conduce alla casa delle streghe. La porta è aperta: si intravede l’anticamera buia e pavimentata di assi.

“Signor Holbein”, lo chiama ad alta voce la gentile portalettere.

Esce dalla cucina, la saluta e poi mi vede.

“Ah, ciao, hai portato la tua ragazza?”

Questo è lo spirito dei boschi che è in lui, emerge inequivocabile a prima vista dalle unghie sporche e dai resti di fiori e foglie che ne decorano, non volutamente, chioma e barba, entrambe lunghe, nere e a ciocche sfilacciate. Per la sua fisionomia Holbein dà l’impressione di un ibrido tra Rasputin, Gandalf e Catweazle, indossa un ampio mantello nero e sandali da francescano. Un hippy cordiale, una lava lamp umana, uno slacker degli anni ’60 la cui voce fievole sfocia in una cantilena sommessa. Quando parla, si mette a saltellare avanti e indietro, ti ronza intorno come un’ape ubriaca di miele. Dopo aver fatto ritorno dal ruscello, meta di una breve passeggiata sulla collina su cui poggia la casa, saliamo una scala che porta nelle stanze da lavoro. E qui, come già ci si aspettava, regna quel caos tipico del bibliomane che non si sa disfare di nulla, ripartito in cinque alcove minuscole.

Holbein si è imbozzolato in libri, carte, disegni, giornali e riviste, album, casse di foglietti, archivi con ulteriori appunti e materiale e ancora libri. Sono suddivisi senza un criterio preciso in scaffali stracolmi, a volte in file doppie, disposti apparentemente senza cura in mucchi, drappeggiano i pezzettini di muro ancora liberi sotto forma di torrette, sono messi per lungo, per traverso, uno sopra l’altro, per sfruttare e riempire ogni centimetro quadrato. Nel centro della stanza da lavoro principale c’è una scrivania ricoperta di fogli con un computer.

Holbein vive in una selva. La vegetazione disordinata di fiori e carta che lo circonda è il segno visibile di un’opera in prosa dai viticci estesi, dai meandri incontrollati, nonché dalle troppe foglie, quasi impenetrabile per il singolo lettore, sviluppatasi qui a partire dagli anni Novanta. Comprende i saggi di critica alla cultura, dalle opinioni forti ma mai bigotti, il collage letterario, che predilige la forma del dialogo, e il racconto autobiografico. I suoi testi affascinano soprattutto per la creatività linguistica da sempre comparata a quella di Jean Paul e Arno Schmidt, per i giochi di parole, per l’erudizione sorprendente, enciclopedica, che spilla spesso da fonti di sapere stravaganti, e per l’arte debordante dei rimandi e delle allusioni, che culmina in Isis entschleiert (2000), un romanzo fatto interamente di citazioni.

Una sola casa editrice resterebbe sopraffatta da un output tale e così eterogeneo a livello tematico. Ha cominciato a pubblicare con Kastell, ha fornito Suhrkamp per un paio d’anni, più tardi è approdato a Eichborn, Elfenbein, Yedermann, Nachtschatten, con qualche uscita saltuaria nella collana Die Grüne Kraft di Werner Pieper, e quest’anno escono due volumi in folio, di nuovo presso altre case editrici: le opere scelte dal titolo Weltverschönerung (Haffmans bei Zweitausendeins) e in autunno Narratorium (Ammann), un dizionario pianificato da tempo composto da 900 pagine che narrano le vicende di folli santi. Holbein mette per iscritto la lunga, millenaria tradizione di coloro che gli sono spiritualmente affini: apostati, freak, capi di sette, spiritualisti, riformatori del mondo, mistici, santi del sufismo, pellegrini sulle vie di Santiago più o meno credenti, mangiatori di droghe o puri e semplici squinternati.

“Attingo a registri così disparati”, racconta sorseggiando succo di mela (è ancora troppo presto per entrambi per la birra), “da non poterne fare un fascio. A livello visivo e fenotipico posso ricordare un freak o un hippy, ma disprezzo la musica pop e il jazz, trascuro la letteratura pop e leggo quasi esclusivamente fesserie istruttive da borghese”.

Ma perché proprio un fanatico della formazione come lui non ha conseguito la maturità? “Sono dotato su un unico versante. In pittura sempre dieci, chimica sempre quattro. In economia avevo una sfilza di quattro e il massimo che riuscivo a raggiungere era cinque meno. Ancora oggi soffro del trauma della scuola, dopo dieci minuti in una stanza chiusa devo scappare”.

Preferisco non dirgli che talvolta si ha l’impressione che la sua erudizione forzata sia dovuta non da ultimo al complesso di inferiorità per non essere riuscito nell’iter scolastico ufficiale, cosa che l’opera sceltissima deve far dimenticare. I testi di Holbein presentano talvolta anche qualcosa di iper amplificato che non ne rende sempre facile l’accesso.

“Sono io stesso ad essermi messo nei pasticci diffondendo la voce che produco letteratura ricca di citazioni, ma è stata solo una fase a cui molti mi vedono ancora legato, sebbene nel 1996 abbia giurato: mai più citazioni! Solo romanzi! Ho addirittura mantenuto la promessa e conduco una vita confusionaria e felice”.

Mentre lo guardo incredulo, alza le braccia al cielo con studiata indignazione. “Sto qui con lei a chiacchierare perché lei diventi l’alfiere del mio cambiamento d’immagine e riconosca che Weltverschönerung e Narratorium sono opere di narrativa”.

Terminato il succo di mela, mi fa vedere le altre stanze, cerca di trasmettermi l’impressione di un ordine nascosto nella sua biblioteca. Qui ci sono i filosofi, là i mistici persiani, laggiù c’è una pila di circa cento libri che deve assolutamente leggere al più presto, questo è il settore della sottocultura – e passando tira fuori un volume, racconta un aneddoto di un certo yogi del tantra, a cui finora non è stato dato il giusto rilievo, o di un qualche mistico persiano del sufismo del tredicesimo secolo completamente trascurato. “Maulana Dschelaluddin Rumi, grandioso…”

Andiamo nella “stanza della Cina”, straripante di materiale autobiografico smistato in ordine cronologico in “contenitori di anni”, dipinti e con alcune foto incollate sopra, contenenti decine di taccuini e fascicoli di lettere ripartiti anch’essi in annate e rilegati in un secondo tempo. Si resta sopraffatti dalla mania di Holbein per il suo ego, che si palesa nell’incapacità di buttare via anche la minima manifestazione di sé. Sfoglia alcuni quaderni di brutto formato A4, le pagine ricoperte di inchiostro, prive di cancellature, un flusso di parole senza interruzioni – ma prima che riesca a leggere qualcosa, chiude il libro. “Ora scrivo in modo completamente diverso”.

Finito il giro, arrivo al discorso sulle droghe. In un saggio esaustivo ha illustrato come Jean Paul, Novalis, Paul Scheerbart e altri scultori della lingua particolarmente dotati abbiano partorito una “prosa dell’ebbrezza” rilevante dal punto di vista estetico ricorrendo al malto di luppolo, mentre, ad esempio, Aldous Huxley o Ernst Jünger avevano a disposizione sostanze ben più pesanti, senza per altro essere giunti a dei risultati degni di nota. Gli chiedo se abbia mai fatto uso di droghe, per scopi ovviamente letterari.

“Uno dei miei archivi fatti a cassettine del cucito si chiama ‘Cronologia dei miei istanti più pieni, delle intuizioni improvvise, dei momenti più perfetti, dei sogni più metafisici, delle illuminazioni più belle, delle estasi e dei trip, delle condizioni più strane’: vi raccolgo le mie perle, sia indotte da droghe che spontanee. Alcune purtroppo si verificano ogni tre anni o anche meno. Molto intime, ma un giorno, se avrò tempo, ci scrivo di sicuro un libro. Titolo: ‘Doktor Estatikus’. Dentro ci metterei qualcosa in più di quello che si trova negli Avvicinamenti di Ernst Jünger”.

Sperimentò il primo trip a tre anni. “Durante un’operazione di adenoidi. Anestesia totale con l’etere, ma mi rendevo conto di tutto. Il mio primo ricordo in assoluto è una strana sensazione, come un valicare di confini. La realtà venne solo in un secondo momento. In quanto non fumatore non ho avuto modo di conoscere l’hashish: ho perso molto nella vita, purtroppo. Ma basta un dito di birra per farmi sentire più che al settimo cielo, cosa che i normali ubriaconi devono aspettare per anni, tutta una vita. Ho osato con gli allucinogeni ad alta percentuale solo in età avanzata, e in quanto ritardato, deflorato ben oltre alle tempistiche standard, hanno su di me un effetto notevole, accompagnato da una sensazione di fondo: lo conosco questo stato, mi è familiare come niente altro, la mia vera patria, a cui finalmente faccio ritorno. Quindi, sebbene nato da un socio dell’ADAC e da un proprietario di patenti per gru, sono costituzionalmente un mistico”.

Tuttavia si è dedicato ancora piuttosto a lungo ad un’occupazione borghese. “Sono venuto al mondo per aiutare la gente – altruista! Infermiere in reparti di rianimazione per nati prematuri e cardiopatici, maestro d’asilo, consulente matrimoniale o creatore di coppie… insomma, per rasserenare le persone, ad esempio con libri spessi, sostanziosi, da mandare il cervello in pappa. Non sono un testone, è tutto sullo stesso piano, no? Mi dedico al lavoro nel sociale, al servizio etico alla donna, all’uomo, all’animale in qualità di amante delle belle lettere e di uomo di mondo. Non che io voglia fare una citazione, ma uno dei miei 288 folli santi ha detto: ‘Anche gli angeli si riscaldano ai miei versi!’, Hafiz, poeta”.

Mentre mi accompagna alla macchina percorrendo il “sentiero di Ho-Chi-Minh”, tiro fuori il lato negativo della sua arcadia a Knüllwald vicino a Kassel – il riscaldamento centralizzato mancante. Ma scuote il capo. Accende in inverno solo quando ha visite perché gli fa venire il mal di testa. Sta seduto al PC col cappotto – al massimo si prepara una borsa dell’acqua calda per i dolori ai reni. Ci sono comunque delle incursioni spiacevoli nella splendid isolation: la signora Laabs, l’orribile vicina, fonte perenne di cattivo umore. Una volta fu troppo accomodante e decapitò il gallo con un’ascia perché Holbein si era lamentato del suo canto senza fine. Questa perfidia così bassa e terrena è stata una bella botta per il suo successivo passaggio al buddismo.

[L’articolo è apparso sulla TAZ del 13.09.2008]

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27 Responses to Ulrich Holbein

  1. andrea raos il 26 settembre 2008 alle 14:08

    in italiano niente, vero?

  2. domenico pinto il 26 settembre 2008 alle 20:26

    Non che io sappia, Andrea. E chi si sorprende più. A ben vedere, nell’immagine che abbiamo della letteratura tedesca (ma vale per tutte le altre), l’assenza di autori come Holbein è pandemica. Un sistema di sparizioni che ha del prodigioso.

  3. andrea raos il 26 settembre 2008 alle 20:33

    è vero, ed è un fenomeno che sarebbe senz’altro interessante provare ad inquadrare storicamente, perché non è sempre stato così.

    è probabile che tra qualche decennio sarà tutto più chiaro: tutto ciò che non è successo in questi anni… però a me piacerebbe capirlo adesso!

  4. maria(v) il 27 settembre 2008 alle 08:18

    sì, però, Domenico, questo articolo piazzato così, a me che non lo conoscevo fa venire l’acquolina in bocca, visto che tu sei eccellente traduttore, non si può fare proprio niente?
    comunque più che l’assaggino, promuoverei la causa ;-)

  5. teqnofobico il 27 settembre 2008 alle 15:32

    @ domenico pinto

    più che un’acquolina parmi uno scroscio, una grandinata, un acquazzone,
    una famelica sete: potrebbe magari principiare dal libro fatto di sole ci-
    tazioni…

    un assetato saluto

  6. Roberto Plevano il 28 settembre 2008 alle 08:15

    Non è che la letteratura tedesca contemporanea sia poco tradotta in Italia rispetto a quella in inglese (e va da sé) e spagnola?

  7. Michele Sisto il 28 settembre 2008 alle 13:08

    Perdonate il post lungo e denso, ma mi sento toccato sul vivo (ché mi occupo da un po’ della ricezione della letteratura tedesca in Italia).

    Credo che la letteratura tedesca rimanga la terza, per numero di traduzioni, dopo quella in lingua inglese (in gran parte americana) e la francese, e prima della spagnola. Dovrei verificare, ma mi pare che la “classifica” sia sempre la stessa, dal dopoguerra ad oggi. Quello che è cambiato è la visibilità. Non è solo un problema di distribuzione nelle librerie, o di “sgermanizzazione”, per cui molti romanzi mainstream sono prodotti in Germania ma secondo codici da bestseller americano (e ormai non ci accorgiamo nemmeno che sono tedeschi!): oggi, mi pare, non c’è più una tendenza o un movimento letterario entro cui un certo numero di testi e di autori siano riconoscibili.

    Penso, per restare al secondo Novecento, agli scrittori “coscienza della nazione” tradotti da Einaudi (Brecht-Peter Weiss-Tankred Dorst, poi negli anni settanta Frisch, Duerrenmatt, Boell), agli autori del Gruppo 47 importati in blocco da Feltrinelli negli anni 60 (Grass, Johnson, Walser), alla letteratura legata ai movimenti politici prima e dopo il 68 (Enzensberger, il Boell della “Foto di gruppo”, Peter Schneider, Vesper), alle scritture femminili di Christa Wolf-Irmtraud Morgner-Sarah Kirsch gravitanti intorno alla casa editrice e/o, alla discutibile ma riconoscibilissima linea adelphiana Bachmann-Bernhard-Sebald, o ancora, non necessariamente legati a una casa editrice (ma forse sì: Feltrinelli), i registi-scrittori come Fassbinder-Herzog-Wenders (con l’addentellato Handke).

    Negli scorsi decenni ci si interessava alla letteratura tedesca per motivi – posso dire? – “urgenti”, che solo in parte avevano a che fare con la scrittura in sé. L’analisi dello stato delle cose (a cui l’intellettuale era chiamato come “attore” competente e influente), la possibilità e i modi di un cambiamento sociale, l’emancipazione della donna (e del linguaggio), i rapporti tra le arti. Feltrinelli traduce Johnson e Grass, ad es., in stretta alleanza col Gruppo 63 e con l’obiettivo preciso di mettere in discussione il (neo)realismo dominante (einaudiano). E così via.

    Nessuna nostalgia: quel che è stato scritto e tradotto ha la sua storia, che ciascuno può ripercorrere trovandovi ricchezza di spunti. Oggi credo sarebbe utile chiedersi – al di là del singolo caso di Holbein – che cosa sta producendo la Germania (il mondo tedesco) dal punto di vista della letteratura, che è sempre un prodotto collettivo (attraverso gruppi, tendenze, tradizioni, problematiche, stili, mescidanze, resistenze), e che cosa abbia un valore specifico, di novità o meglio di alternativa rispetto a ciò che viene dagli altri paesi. Qualche segnale di questa specificità c’è – ed è testimoniato anche su NI ad es. dai post di Domenico.

    Il passo successivo sarebbe chiedersi che cosa, della specificità tedesca, interessa noi. Perché le diverse tendenze elencate sopra – dagli scrittori einaudiani ai registi – sono il prodotto di una scelta tutta italiana. Mi spiego: negli scorsi decenni ci siamo ritagliati un canone della letteratura tedesca a nostro uso e consumo, accogliendo ciò che interessava certi gruppi (letterari o editoriali) ed escludendo altri autori e testi che in Germania sono ormai classici e da noi pressoché sconosciuti (clamoroso il caso di Arno Schmidt, o dell’Aesthetik des Widerstands di Peter Weiss, ma si potrebbero citare intere zone della letteratura tedesca di cui da noi non si sa quasi nulla come la scuola di Colonia, la neue Subjektivitaet fino alla recente Popliteratur o alla letteratura in internet). L’operazione è del tutto legittima, anzi creativa – e in passato è stato fatto un buon lavoro (relativamente ad altri paesi).

    Ora: che cosa, nella letteratura tedesca di oggi, interessa noi, la nostra generazione letteraria? che cosa ci può dare strumenti con cui maneggiare i problemi che si pongono agli scrittori e ai critici (e ai lettori!) in Italia e che ritroviamo sulle pagine delle riviste più attente e su NI e altri siti?

    In libreria ci sono parecchi autori e titoli validi – Domenico mi segnalava il giovane Saša Stanišić, ad esempio, ma “Vite nuove” di Schulze è piuttosto potente, Uwe Timm e Sebald non si possono trascurare. Quello che manca è un quadro, un’immagine della letteratura tedesca e di quello che può darci.

    Possiamo pensare di farcela. Magari anche attraverso NI.

  8. domenico pinto il 28 settembre 2008 alle 14:40

    @ maria (v)
    Mi inchino e ricuso complimenti e incarichi :-)

    @teqnofobico
    Quel libro non è cosa nuova, già Heissenbuettel aveva concepito un romanzo fatto di citazioni: Projekt Nr. 1. D’Alemberts Ende (1970). L’opera di Holbein non so veramente come sia…

    @Michele
    Dunque l’unico disegno riconoscibile, l’unico grande editore che oggi prosegue un linea tedesca è Adelphi? Tralasciando le pubblicazioni rapsodiche, o che non costruiscono un quadro riconoscibile. E l’editoria giocattolo.

  9. Alcor il 28 settembre 2008 alle 15:41

    “Negli scorsi decenni ci si interessava alla letteratura tedesca per motivi – posso dire? – “urgenti”, che solo in parte avevano a che fare con la scrittura in sé.”

    Sono d’accordo. Anche se qualche tentativo in altre direzioni c’è stato, ma senza molto riscontro da parte dei lettori.

    La Germania era cruciale, segnava un confine, sembrava un laboratorio, caduto il muro è caduto in parte anche l’interesse.
    Se si aggiunge la svolta “narrativa” dell’editoria, mi pare evidente che certi autori siano scomparsi dall’orizzonte della curiosità dei lettori.

  10. lezama il 28 settembre 2008 alle 15:46

    L’incapacità di restituire un quadro o un disegno generale della letteratura tedesca importata in Italia negli ultimi anni sconta purtroppo – mi spiace abbassare la discussione a questo livello – il fatto che non è più tanto questione di cosa interessa a un noi genericamente inteso come lettori italiani della stessa, quanto, piuttosto, cosa un loro specificamente inteso – le case editrici che, uniche, per mezzi e possibilità, potrebbero garantire l’esecuzione di un quadro o progetto “visibile” – ritengono non possa ma debba interessare il mercato. Perché si possa ricostruire il quadro è necessario che ci siano le capacità adatte e in grado di effetturare acnhe scelte partigiane, ma pur sempre scelte dettate e improntate a un discorso orientato (evidentemente, anche alla luce delle osservazionin quantitative di sisto, nessuno di noi sostiene che si debba tradurre tutta la letteratura tedesca). Insomma, quella che latita, ma perché forse latita nell’editoria attuale anche per testi di lingua nostrana, è la capacità di rinnovare e innovare le prospettive attraverso scommesse, azzardoi e serietà…

  11. Michele Sisto il 28 settembre 2008 alle 16:25

    Il problema dell’editoria è centrale. Sarò ingenuamente ottimista, ma mi sembra che le nicchie, o meglio i canali, ci siano: ovvero dei luoghi in cui possono “passare” autori che la politica delle grandi case (“se il libro non promette di vendere almeno 3000 copie, non si fa”) impone di trascurare.

    Il caso di Lavieri – con Schmidt e Kempowski – mi sembra il più emblematico, oggi. I libri ci sono. Il problema è farli arrivare ai lettori (soprattutto quelli specializzati).

    Ci sono tante traduzioni interessanti, ma per lo più sparse: Stanisic è uscito da Frassinelli, “La lingua di mia madre” della Oezdamar da Palomar, Grete Weil da Mimesis, “Le invenzioni della notte” di Glavinic da Longanesi… La collana Pan di Le Lettere ha pubblicato diversi titoli molto buoni di Uwe Timm, F. C. Delius, Julia Franck, ecc.

    Trovo che sarebbe utile porre il problema della – esagero di proposito – “scomparsa” della letteratura tedesca, ma non come problema fine a se stesso (sottoscrivo, “nessuno di noi sostiene che si debba tradurre tutta la letteratura tedesca”): sarebbe utile porlo per discutere la struttura attuale del campo editoriale e le sue logiche.

    “Scommesse azzardi e serietà” – cito ancora lezama – ci sono ancora, ma sparsi ai margini del mercato editoriale. Dare risalto, più sistematicamente possibile, agli editori più coraggiosi in materia di letteratura tedesca può contribuire a rafforzare la posizione di quelli che lo sono altrettanto (e a volte sono gli stessi!) in materia di patrie lettere.

    E’ da un po’ che immagino un piccolo sito che “censisca” tutte le traduzioni letterarie dal tedesco (un centinaio all’anno, credo) e metta in risalto quelle che non inseguono la domanda del pubblico, ma “costruiscono” il nuovo – forse più difficile, ma anche più stimolante…

  12. lezama il 28 settembre 2008 alle 16:51

    @ Michele

    Sono d’accordo con te, chiaramente, e il fatto che gli indici di attenzione ai “fenomeni”, cioè alle manifestazioni significative della nuova letteratura di lingua tedesca (“nuova” anche qualora si rivolga ad opere o autori acclarati come Schmidt e Kempi, altrimenti colpevolmente trascurati) appartengono in un modo o nell’altro ad un’editoria che se non sommersa è perlomeno sul pelo dell’acqua, non fa che confermare come quello che è venuto a cambiare è esattamente la disponibilità dei grandi baricentri editoriali a recepire oppure a creare querlle che ho chiamto prospettive. Una situazione endemica e virale che ha prodotto giocoforza anticorpi come quelli da te citati in qunato casi sparsi, alle volte isolati, di recezione “attiva”. Anticorpi che, forse – ecco dove si annida la crucialità che io ravvedo nella situazione presente rispetto al fenomeno editoriale – non sono più trampolini di lancio – né possono essere costretti ad accettare questo ruolo (pensa al casoi di Timm e all’aternanza, non secondaria anche nei titoli, tra Le Lettere e Mondadori)
    – e nemmeno possono rimanere penisole di resistenza, ma devono creare un arcipelago alternativo a quello principale. Certamente un’idea come quella del sito che tu hai in mente aiuterebbe molto, perché il problema sarà sempre quello di dare, accettando la sfida che questo implica, una prospettiva, condizione necessaria anche se non sufficiente perché si sviluppino attitudine e capacità in grado poi, come ad un certo punto della storia editoriale italiana non è stato più, di rinnovare quella prospettiva fronteggiando totem e feticci che con il mercato editoriale non hanno in realtà quella stretta dipendenza o attinenza che pure i loro difensori hanno voluto ammannire per sostenere le loro posizioni…

  13. harzie il 28 settembre 2008 alle 21:48

    Un dettaglio di costume, assumento un esempio eclatante tra quelli citati da Michele, Estetica della resistenza di Weiss, Peter.
    Capita di imbattersi in cose come questa, dove una privata traduttrice decide a un certo punto, per passione personale, di cimentarsi con l’opera in questione. Viene da pensare che abbia almeno preso contatto con qualche casa editrice, magari piccola, il che è ben possibile – ma a quali condizioni rispetto alla fatica, se poi la stessa traduttrice, nel suo blog personale, dice che è «tutto gratis, ma con commento, come a una traduttrice non è in genere consentito fare»? (Cito le sue parole perché il blog è pubblico, spero di non violare così una qualche netiquette…) E come inquadrare, poi, simili imprese nel discorso che qui si sta facendo?

  14. maria(v) il 29 settembre 2008 alle 07:33

    la situazione poetica però mi sembra piuttosto grave:
    (detto senza specifiche competenze, da semplice poeta che s’interessa di poesia, italiana e non)
    a parte Enzensberger e Grünbein (Einaudi)
    Müller, Drawert e Hartung (Scheiwiller)
    Biermann, Mayröcker (Donzelli)
    non mi pare ci sia molto altro…

    grave la mancanza di Bobrowski, Jandl, G. Kunert, Sarah Kirsch…

    (anche se a volte, non mancano le sorprese, recentemente mi sono imbattuta per il teatro in un’opera piuttosto insolita: per Marsilio “Zattera dei morti” di H. Mueller)

    ma è un problema non esclusivamente tedesco, che rientra invece in un quadro più ampio: per ritornare all’Italia, emblematica la latitanza di un Fortini che non necessita di visibilità, azzardi e scommesse, eppure…

    (@ domenico:
    accetto il tuo rifiuto, ma i complimenti no. non erano negoziabili ;-)

  15. Alcor il 29 settembre 2008 alle 10:56

    Sarah Kirsch è stata tradotta da Rusconi nel ’79.
    Poi, è inutile portare all’acqua il cavallo se non vuol bere.
    Se un editore “normale” fa un libro bello e importante che non vende, non lo tiene in catalogo e non ritraduce più l’autore.
    Di fronte a questa semplice verità, stracciarsi le vesti mi sembra inutile. Domenico fa la sua parte con Lavieri e anche qui. L’idea di Sisto del sito è ottima. Il fatto che gli editori pubblichino in ordine sparso, vuol dire solo che la Germania ion questo momento è diventata un paese come un altro.
    Ci vuole una serie di circostanze convergenti, perché i lettori arrivino a un libro, non pensate che i tutti i lettori di Weiss negli anni ’70 lo leggessero perchè l’editoria faceva il suo mestiere, lo faceva a suo modo, seguendo lo spirito del tempo che la trascinava, la politica ERA al centro dei pensieri delle avanguardie pensanti, e Weiss è un autore politico, il teatro viveva un momento aureo e Weiss è anche un autore teatrale, il pensiero, sembrava essere diventato cruciale per tutti. e questo faceva sì che passassero con buone vendite, anche se non di massa, testi difficili, che facevano pensare.
    Molti di quei lettori non erano buoni lettori, erano lettori alla moda, certo, era una moda ai miei occhi migliore di alcune odierne, ma sentire una ragazza che sembrava sana di mente, dire alla fine degli anni settanta “io leggo solo libri adelphi” libera da alcune illusioni sul potere della letteratura.

  16. Alcor il 29 settembre 2008 alle 11:02

    Libera dalle illusioni ma non dal vincolo di fedeltà, se uno è un amante fedele.
    Mi ero dimenticata di aggiungerlo, perchè anche se sono contraria alla lamentela sui tempi migliori, non per questo penso che ci si debba rassegnare e aspettare che piovano libri.

  17. lezama il 29 settembre 2008 alle 11:29

    @ Alcor
    Difatti, è perché non ci si rassegna che si tenta, per “fare”, di capire le ragioni sia del perché si è “fatto” che del perché non si “fa”. Né le parole mie né quelle di Sisto o di chi altri è intervenuto in questi post si possono leggere o ridurre a un “non c’è più la letteratura di una volta” (versione edulcorata del “caro lei quando c’era lui”). Io non penso e non mi esprimo in questo modo, Solo, l’analisi (he pure tu stessa non trascuri ) non può cedere il passo alla mera constatazione. Inoltre, le mode, anche scome fenomeno antropologico o culturale, non sono tutte uguali, va da sé. Per semplificare, facciamo a capirci, non mi cavillare sull’esempio, la minigonna è stata una rivoluzione, non una moda. Sul potere della letteratura, poi, abbiamo smeso di illuderci quando un ragazzino ha gridato al lupo al lupo, cioè quando la letteratura è nata, mi pare.

  18. lezama il 29 settembre 2008 alle 11:40

    @ Alcor
    Se poi ho rivolto narcisisticamente le tue osservazioni alle mie, oltre le tue intenzioni, perdonami, ma la genericità mi avrebbe maldisposto.

  19. Alcor il 29 settembre 2008 alle 12:35

    @lezama, non criticavo nessuno, forse un atteggiamento che è stato anche mio fino a qualche anno fa. E soprattutto non volevo polemizzare, solo ricordare che si lavora in un momento dato con gli strumenti dati.

  20. Alcor il 29 settembre 2008 alle 12:37

    Non avevo visto il tuo secondo comm. è vero, le mie osservazioni sono state generiche, ma proprio perchè non avevo nessuno come bersaglio.

  21. Michele Sisto il 29 settembre 2008 alle 16:55

    @ lezama
    Non mi sembra ci fosse uno sfondo di disfattismo nel post di Alcor; era forse un po’ generico, sì. Sulla sostanza siamo d’accordo.

    @ Alcor
    “l’editoria faceva il suo mestiere, lo faceva a suo modo, seguendo lo spirito del tempo che la trascinava”

    Vero: ma lo spirito del tempo è a sua volta il prodotto dell’azione convergente di numerosi “attori sociali” (le potenze internazionali, i partiti politici, il movimento degli studenti, i potentati economici, i gruppi aggregati alle riviste, i think tank di ogni colore, ecc. ecc. ecc.) tra i quali ci sono anche le case editrici.

    Non si è soltanto trascinati dallo spirito del tempo, mi dico: lo si può trascinare, far volgere.

    Mi stupisco, ogni volta che rileggo le cose d’antan, quanto del ’68 fosse già in embrione nel lavoro di diversi gruppi politico-letterari dei primissimi anni ’60, quando il ’68 era ancora inimmaginabile. Fortini, “Quaderni rossi”, Panzieri, “Quaderni piacentini”, Solmi, le traduzioni di Lukacs, Adorno, Marcuse: la letteratura, parte della quale allora guardava intensamente alla filosofia e alla politica, ha contribuito enormemente a sollevare un’onda che – insieme a diverse altre – è confluita nella piena del ’68.

    Non mi illudo che oggi la situazione sia analoga, e che la ricetta sia data (ragionare sul passato, senza nostalgia, serve però a mettere a fuoco il presente, e a capire in che direzione è utile “tentare”). Ad. es: se allora, spesso, si trattava di informare, perché di visioni complessive del mondo ce n’erano una quantità, in concorrenza fra loro, e mancavano i dati concreti su cui ragionare, oggi si tratta soprattutto di selezionare l’informazione sovrabbondante, di mettere insieme i pezzi, di ricostruire quadri d’insieme.

    Ognuno può fare la sua parte nel suo campo, mi dico. Ma dei risultati si possono ottenere solo unendo le forze.

    Ieri sera ho creato un blog, su splinder. Ci ho messo una lista di tutti i titoli delle traduzioni di letteratura tedesca che sono riuscito a racimolare tra le mie carte e in rete. Non mi intendo granché di blog, e mancano sicuramente moltissimi titoli. Spero che la cosa non si limiti al velleitarismo di una sera. Mi ripropongo una malinconia produttiva…

    Questo è il link: http://iltestimonesecondario.splinder.com/

  22. domenico pinto il 29 settembre 2008 alle 17:34

    @ Michele

    Ma come si forza l’entrata del sito? Bisogna attendere l’invito dell’amministratore?

  23. Alcor il 29 settembre 2008 alle 17:56

    @Michele

    “ma lo spirito del tempo è a sua volta il prodotto dell’azione convergente di numerosi “attori sociali” (le potenze internazionali, i partiti politici, il movimento degli studenti, i potentati economici, i gruppi aggregati alle riviste, i think tank di ogni colore, ecc. ecc. ecc.) tra i quali ci sono anche le case editrici.”
    Vero, ma convergono non per volontà di un singolo attore, bensì per costellazioni complesse.
    Finita la guerra fredda, caduto il muro, globalizzata l’economia, esaltata la finanza sulla produzione industriale (vedi la scomparsa della classe operaia, che è sempre lì in quanto somma di operai, ma non più come classe), eccetera, lo spirito del tempo si connota diversamente, non è una cosa che puoi governare.
    Lo puoi però, usare, interpretare, giocare.
    E continuare a fare le cose in cui si crede.

    Quando dici che ti stupisci di “quanto del ‘8 fosse già in embrione nel lavoro di diversi gruppi politico-letterari dei primissimi anni ’60, quando il ’68 era ancora inimmaginabile.”
    vedi una cosa vera, ma la guardi, secondo me, dal lato sbagliato del cannocchiale.

  24. Alcor il 29 settembre 2008 alle 17:58

    Anch’io mi sono trovata davanti a uno sbarramento, eppure sono una splinderiana, com’è?

  25. Michele Sisto il 29 settembre 2008 alle 22:49

    @ domenico & alcor
    Credo di aver fatto qualche errore nei parametri di impostazione del blog, ma al momento splinder è bloccato per manutenzione e non posso rimediare. (bell’inizio, però).

    @ alcor
    Interessante questa cosa del cannocchiale. Pare che tu sia più incline a vedere in primo piano le grandi congiunture (politiche, economiche, ecc.) che sono “più grandi di noi” e in quanto tali sembrano non governabili; e che io per contro voglia vedere in primo piano ciò che ciascuno può fare e l’efficacia concreta che questo può avere. Ci strattoniamo questo cannocchiale, per girarlo tua da una parte, io dall’altra. Ma possiamo intenderci.

    Ci sarebbe stato il ’68 senza il miracolo economico, il baby boom, la scolarizzazione di massa, la distensione nella guerra fredda, ecc.? Probabilmente no (in molti paesi infatti non c’è stato). Ma sarebbe stato lo stesso, il ’68 italiano, senza i “quaderni piacentini”? Sicuramente no: non sarebbe stato lo stesso; sarebbero mancate determinate forze e idee, o si sarebbero espresse in altre forme, altri luoghi. Il fatto è che, al configurarsi della “costellazione complessa”, la rivista c’era, e aveva pubblicato il saggio di Solmi sulla Nuova sinistra americana, che era una specie di prontuario per la prassi politica di movimento, e varie altre cose.

    Cosa voglio dire? Che va bene, forse lo spirito del tempo non possiamo “governarlo”; ma possiamo speronarlo. Farci trovare pronti quando la costellazione complessa muta, e le stelle – proseguo la metafora per comodità, anche se l’effetto è retorico – si avviano ad altri allineamenti. Possiamo, in sostanza, governare ciò che siamo in grado di governare, e, agendo, aspettare ma allo stesso tempo preparare il momento in cui la nostra azione possa risultare davvero efficace.

    Oggi Wall Street ha perso più del 5%. Il Congresso sta tentando faticosamente di varare il più grande intervento dello stato sul mercato finanziario dal 1929. Le stelle non stanno ferme. Noi siamo pronti? E a cosa?

    (Perdona, alcor, ho pestato molto sul pedale del riverbero. È che sono ipersensibile su un punto: è bene “continuare a fare le cose in cui si crede”; ma credo che oggi dobbiamo saper andare oltre e cercare alleanze e individuare obiettivi comuni. La nostra generazione – io sono del ’76 – ha il peccato originale di un individualismo ipertrofico, che corrisponde e compensa un fatalismo sconsolato. Nella convinzione di non poter cambiare nulla tendiamo a lamentarci di ciò che ci circonda o, nel migliore dei casi, a riderne, affettando un distacco che è solo critico ma non reale. Ciò – non ci circonda, ne siamo parte; e ne siamo parte attiva. Un potere l’abbiamo. Sta a noi usarlo).

  26. Alcor il 30 settembre 2008 alle 00:01

    Io sono nata esattamente 30 anni prima di te, faccio parte della generazione dei padri, e nel mio specifico, delle madri. Proprio perciò, per essermi formata nella politica, il mio cannocchiale mi porta a vedere in primo piano le grandi congiunture. E penso che non siano governabili. Non con gli strumenti della letteratura. E poco (tu citi giustamente la crisi del sistema bancario americano) anche con quelli della politica.
    Ho già detto qui dello sgomento con cui ho letto il libro di Guido Rossi sulla fragilità delle regole che governano le grandi compagnie internazionali, compagnie che hanno un volume di affari superiore al pil di molti paesi. Se la politica (i governi sono un’espressione non piccola della politica) fosse in grado di governare le grandi congiunture non saremmo al punto in cui siamo, di fronte a una crisi che rischia di spazzar via gli equilibri internazionali e di mettere l’America nell’angolo e probabilmente subito dopo anche noi.
    Nel ’68 le cose erano paradossalmente più semplici, gli schieramenti più chiari, le ideologie tutto sommato più limpide (parlo della lettura che se ne dava). E però, anche allora, Quaderni Piacentini era solo una delle voci, e il ’68 (e qui si dovrebbe aprire un nuovo sostanzioso konvolut) ci sarebbe stato anche se Quaderni Piacentini fosse rimasto nella mente dei suoi fondatori.
    Il ’68, per provocatorio che possa sembrare, era un’esigenza della società capitalistica, il rinnovamento e lo svecchiamento delle classi dirigenti.
    Questo è stato. Con un affascinante contorno di pensiero, creatività, contraddizioni, esperimenti, fabbriche illuminate.
    Sono d’accordo in parte sulla definizione di individualismo ipertrofico che dai della tua generazione, ma non me la sento di buttarvi la croce addosso, la situazione che vi trovate ad affrontare è molto più nebbiosa, confusa, frustrante.
    Il ’68 è stato un lungo anno iniziato nel ’67 e finito nel ’69, non è stato salvifico. E’ stato soprattutto una grande rivolta sociale, generazionale, di costume, ma politicamente ha portato molti meno frutti di quanto si pensasse allora. Le lotte comuni di studenti e operai sono stati una grande illusione, una sbornia momentanea, poi ognuno è tornato nel suo territorio. E te lo dice una che volantinava davanti alle fabbriche alle sei di mattina.
    Voglio dire è stato brutto? Fino al 12 dicembre 1969?
    No, è stato magnifico, c’era l’energia del rinnovamento, della giovinezza, della ricerca, della produzione di idee, delle analisi, delle scoperte, della pubblicazione di grandi autori. Ma con tutte le nostre analisi abbiamo capito poco. Noi siamo, destini personali a parte, una generazione sconfitta, e che ha anche l’amarezza di essere sconfitta nei suoi figli.
    Mi fermo, un commento non è la sede per un discorso corposo e coerente. E tra l’altro, essendo una testimone e non una storica, la mia memoria e la mia analisi sono certamente parziali.
    Resta il fatto, io credo, al di là delle analisi su quegli anni, che adesso tocca a voi tirarvi su le maniche, mandandoci a casa, cosa che io farei, di mio, più che volentieri, restando solo per dare la mia testimonianza.
    E naturalmente per essere fedele ad alcune cose, o principi, se vuoi, che riguardano prevalentemente l’onestà intellettuale. Il che, me lo concederai, sarebbe stata una richiesta minima anche nel ‘700.

    E perciò, alla fine, sono d’accordo con te, spronatelo, lo spirito del tempo, o anche speronatelo.

  27. Michele Sisto il 30 settembre 2008 alle 00:32

    Tirarci su le maniche, sì.

    (E’ raro trovare un interlocutore come te, alcor. Disposta a farsi mandare a casa, poi…)

    Grazie.



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