Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato 10

30 settembre 2008
Pubblicato da

[18 immagini + lettere invernali per l’autunno; 1, 2,
3,4,5,6,7,8,9…]

di Andrea Inglese

Cara Reinserzione Culturale del Disoccupato,

la nostra storia è sempre la stessa,
anche quando, di mese in mese,
– se ben ricordo qualcosa del tempo –
si aggiungono più ampi progetti,
si modifica il tuo profilo e con esso
il mio, acquistiamo tratti
di somiglianza, come fratelli,
imperfettamente vicini, tu più in alto,
io dietro, o in basso, ma al mio posto,
anche quando guardo una traccia di urina gelata
che si biforca sull’asfalto, e disprezzo
questo freddo, che non rimarrà,
che finge una fissazione definitiva
dei suoni e degli odori, come un piacevole,
perdurante, svenimento.

Ma non durerà.
Primavere, estati sono davanti a noi.
Come nausee, vomiti, torneranno.

Tag: , ,

12 Responses to Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato 10

  1. Marco Saya il 30 settembre 2008 alle 10:34

    un oblio dei sensi che si fissa in quell’istante “se ben ricordo qualcosa del tempo”. Questa è quella che più mi è piaciuta, molto belli questi versi. ;-)

    Marco

  2. Natàlia Castaldi il 30 settembre 2008 alle 11:03

    ognuna è diversa, non so dire quale più mi piace.
    questa la trovo più dura, più dimessa, più sofferta delle altre.
    fai vivere quel passaggio di stagioni con tutta la sua nausea, il suo guardarsi vuoto, come un vagare nel tempo senza meta, senza scopo.
    mi piace… secondo me la poesia è tale quando arriva, quando riesce a fare vibrare in chi legge quelle corde intime che la fanno propria.
    stima, natàlia

    http://frammentipoetici.splinder.com/post/18559642/Avvistamenti+poetici

  3. immondizie il 30 settembre 2008 alle 11:38

    perché non provi con la narrativa? magari…

  4. Francesco C. il 30 settembre 2008 alle 13:48

    immondizie
    non sei per niente riciclabile

  5. francesco forlani il 30 settembre 2008 alle 14:19

    carissimo Andrea devo confessarti che trovo questa “silloge in progress” tra le cose migliori che mi sia capitato di leggere ultimamente in Italia. L’altra, se si può dire , “sorpresa” è nell’uscita allo scoperto della tua voce. Ci siamo ritrovati tante volte a fare insieme dei reading e presentazioni e ogni volta il tuo passaggio dalla parola scritta a quella parlata (da te mai recitata, interpretata ma semplicemente detta) lo vivevo come un’esperienza ulteriore. La parola stampata sortiva un effetto, quella detta un altro. E non che fossero una più efficace dell’altra, assolutamente, no, erano parole ed esperienza semplicemente differenti. In queste ultime prove si sente da subito la voce, ti sento parlare, sommessamente, lucidamente, come quando ci incontriamo nei nostri soliti bar, a bere, a trovare reciproca forza davanti alle nostre miserie.
    Grazie allora per queste “sorprese”.
    effeffe

  6. Natàlia Castaldi il 30 settembre 2008 alle 14:28

    Per istintiva trasposizione dei costituenti, mai auto-definizione fu più indovinata.

  7. viola amarelli il 30 settembre 2008 alle 18:42

    non ho mai ascoltato un reading di Inglese, ma è vero che queste lettere
    (complice la scelta della forma epistolre) rinviano molto a un “parlato”, da cui peraltro il soggetto è gaudiosamente espunto quanto più esibito e resta la traccia, l’impronta di una realtà “indifferente”, estrane, e in-compresa, V.

  8. andrea inglese il 30 settembre 2008 alle 23:36

    Vorrei dire due cose, utilizzando come spunto questa frase di Natàlia:

    “secondo me la poesia è tale quando arriva, quando riesce a fare vibrare in chi legge quelle corde intime che la fanno propria.”

    Vi è un senso possibile in questa frase, su cui io concordo: e lo riformulerei così: una poesia è efficace se, nella sua apparente insularità linguistica, mi offre un qualche immediato accesso, mi convince ad abitarla, a trasferirmi in essa con la mia esperienza, ricordi, ecc. Come e perchè questo avvenga – ammesso che avvenga – è poi cosa complicatissima da spiegare, e richiede competenze tecniche non indifferenti.

    Vi è invece un altro senso possibile in questa frase, che trovo assai fuorviante:e che ricondurrei a un motto: la poesia è il regno della soggettività. Ogni poesia è “glossabile” all’infinito con variazioni soggettive, libere associazioni, ecc. Questo motto ha come corollario quest’altro: la poesia è difficile perché esprime stati d’animo estremamente personali e quindi difficilmente condivisibili.

    Io credo che la poesia abbia molto più a che fare con l’oggettività della lingua che con la radicale soggettività degli stati d’animo individuali.
    Gli stati d’animo individuali sono scale che conducono alla loro formulazione icastica e linguistica oggettiva e che poi si lasciano dietro di sé, si dimenticano.

    Quanto alla metafora della voce (utilizzata da Francesco e da Viola) io credo sia veramente centrale nel definire il genere poetico e le sue possibilità. Se una poesia riesce a suggerire, grazie solo alla sua esistenza di testo scritto e muto, un’impostazione, un tono, una sonorità della voce, ha realizzato uno dei suoi obiettivi principali. Ma anche qui vige l’immagine del testo che “obbliga” il lettore a immaginare una certa voce, e non la semplice e libera proiezione di voci.

  9. Natàlia Castaldi il 1 ottobre 2008 alle 00:39

    hai tradotto bene il mio pensiero dicendo così:
    “una poesia è efficace se, ….., …., mi convince ad abitarla, a trasferirmi in essa con la mia esperienza, ricordi, ecc. Come e perchè questo avvenga – ammesso che avvenga – è poi cosa complicatissima da spiegare”
    ***
    non ho le competenze tecniche (non so nemmeno quali siano) per spiegare cosa sia la poesia, posso basarmi sulle mie esperienze di lettura, sul mio gusto personale formatosi negli anni, ma sarei un’idiota presuntuosa se pretendessi di dare definizioni universali su una materia così vasta ed indefinibile oltre che in continua evoluzione e sperimentazione come la poesia.

    posso azzardare una definizione della mia poesia, cosciente del fatto che possa non “convincere il lettore ad abitarla”, ma quando mi accosto alla lettura di un poeta (preferibilmente che non conosco), semplicemente leggo, cerco di entrare nel testo e di ascoltarne la voce, sia pure in silenzio (anzi lo preferisco), e se inizio a leggerlo non mi fermo ad una poesia (salvo sporadici casi in cui il poeta si crogiola in “brume, tramonti, orizzonti sconfinati, voli di gabbiani, soli gialli, albe rosse, etc.), vado avanti, leggo tutto quello che trovo, ne cerco il filo conduttore.

    purtroppo mi capita di notare spesso che si tende a vedere nel poeta più una persona che un autore e che la poesia viene considerata come espressione degli intimi pensieri di un dato singolo individuo più che una creazione a sé stante e questo porta a farne una “scolastica” analisi del testo senza scinderlo da quanto si conosca della vita del poeta stesso, o addirittura a congetturare sopra chissà quali tormenti e segreti dell’animo nell’ansia di voler dare una chiara spiegazione ad ogni singolo verso.
    Talora è possibile, ma altre volte invece – secondo me – la poesia non vuole essere esatta “fotografia” della realtà ma più pura espressione di un sentire, un percepire anche solo attraverso il suono ed il ritmo delle parole che la compongono e che si susseguono.

    personalmente, non condivido quel genere di primo approccio alla “lettura” della poesia, ma questi sono solo pensieri soggettivi di una che ama leggere versi e, come tali, totalmente criticabili.

  10. Marco Saya il 1 ottobre 2008 alle 12:42

    alla fine, a mio avviso, la poesia che “rimane” è quella che interpreta un idem sentire di tutti e l’oggettività della lingua deve essere, appunto, nel tempo che si vive.

    Marco

  11. andrea inglese il 1 ottobre 2008 alle 15:00

    a Natàlia,

    mi sono permesso di prendere quella tua frase, perché conosco certe persone che l’avrebbero interpretata in senso estremamente soggettivo; poi magari quello che ho detto è del tutto evidente e condiviso, almeno tra la minoranza di lettori che s’interessano alla poesia; ma spesso non ho questa impressione… anche la distinzione fondamentale che tu fai tra persona e autore – del tutto ovvia nella narrativa – è spesso dimenticata in poesia. E questo produce alcuni tipici malintesi.

  12. Natàlia Castaldi il 1 ottobre 2008 alle 15:13

    :-) si, ok!



indiani