Triptyque de la Vita Nova / Franco Arminio

1 ottobre 2008
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Sono le undici di sera dell’otto settembre. Stamattina sono andato a scuola col corpo chiuso in tasca come un vecchio numero di telefono sbiadito dentro il portafogli. A scuola fanno l’orario da una settimana. A me sta bene qualunque orario e non partecipo alla disputa. In piazza parlavano male del sindaco i rimasugli di un popolo sconnesso da se stesso e dalla storia. Urlavano per farsi compagnia nella piazza vuota.

Sono tornato a caso confidando nel cibo per rovinare il mal di testa. Sono riuscito solamente a mettermi sul letto e a imbrogliare un pò la veglia con un sonno pieno di cunette e dossi. Il tardo pomeriggio e la sera non sono più passato per il mio corpo. In un paese vicino facevano un processione. Qui c’era un altro capitolo nel romanzo della discarica. Questo è il mio laboratorio dove ogni scoperta sugli altri accresce le scoperte sul mio malessere. A tarda sera mi è venuta la poesia che segue.

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una volta ero il guardiano
della mia malattia.
l’ho raccontata
davanti al cancello
a tutte le donne
che ho visto passare.
adesso se vuoi
tu potresti entrare.

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Sabato ho presentato il mio libro a Rotondi, Valle Caudina, cuore geografico della Campania. Sono arrivato al paese con un ritardo per me inusuale. La giornata era afosa e non avevo nessuna voglia di farmi il solito giretto esplorativo. Da Avellino la strada che porta a Rotondi si muove in un paesaggio verdissimo e sinuoso. Ci si muove dentro un parco regionale, ma non si ha modo di accorgersene: la cialtroneria urbanistica che ha disseminato di case ogni luogo qui è veramente imbarazzante. In Irpinia in fondo il partito più grande è il partito della betoniera. Prima col miraggio della modernizzazione nel ventennio sessanta-settanta, poi col miraggio della ricostruzione nel ventennio successivo, siamo stati capaci in pochi decenni di imbrattare un paesaggio bellissimo. Il guaio è che non lo sapevamo bellissimo il nostro territorio. E molti ancora non lo sanno. Sono cose su cui mi sono soffermato tante volte, cercando di tessere una sorta di pedagogia del paesaggio di cui dobbiamo essere allievi disciplinati: da questa scuola può venire un sapere utile per abitare i luoghi in un millennio che si è aperto all’insegna dello sfinimento dell’idea stessa di umanità.
Ma adesso è il caso di tornare a Rotondi e al fatto che vi sono entrato ad occhi chiusi: pessimo ingresso per un paesologo, per uno che fa dell’attenzione al “niente”di cui sono pieni i paesi il cardine della sua disciplina. L’attenzione, stimolata dal mio narcisismo onnivoro, si è subito risvegliata davanti alla sala dove era prevista la presentazione del libro. C’erano, sparse a gruppetti, una cinquantina di persone. Evidentemente stavano aspettando l’autore del libro. Qualcosa del genere accadeva nei paesi molti decenni fa. Il libro e chi lo scriveva stavano ancora in una cornice che richiedeva rispetto. Poi sono arrivate le veline e la mutazione antropologica illustrata da Pasolini si è ulteriormente approfondita portandoci all’Italia di oggi, tutta macchine e case, occhiali da sole e bugie, un’Italia che di sicuro è arrivata fino a Rotondi. Ma la calce di questa immunizzazione dello spirito qui non ha coperto tutto. E così mi capita di sentire uno studioso locale che parla del mio libro con acume appassionato. Gli organizzatori dell’incontro hanno costituito un cantiere civico quasi a sottolineare la voglia di costruire una nuova comunità. Sono loro i carpentieri di una democrazia da rimettere in piedi. Intanto prima di parlare hanno già comprato tanti libri. E tanti altri me ne chiederanno alla fine. Frugo nella borsa, ma non bastano. Addirittura c’è un signore che raccoglie i nomi di quelli che non hanno potuto acquistare il libro e mi chiede come posso farglieli avere nei prossimi giorni. Racconto questi fatti perché sono fuori dall’irrealtà a cui siamo abituati, un’irrealtà fatta di indifferenza che si rompe solo per cedere il posto all’insofferenza. Di Rotondi non so nulla, ma immagino che il suo essere un luogo di confine abbia venato il paese di un’anima non banale. So bene che l’incanto di una sera presto si dissolve e il giorno dopo la marcia dell’autismo corale riprende con le sue fanfare, ma almeno ci siamo incoraggiati, ci siamo avvistati per una sera. L’anima saturnina che mi abita si è defilata portando avanti quella che mi fa anche scrittore civile. La giornata era iniziata con Vinicio Capossela e Dario Fo, è proseguita con Rotondi e si è chiusa al mio ritorno a casa con una bellissima recensione che ho trovato nel computer. Una piccola giornata di grazia che dice una cosa misteriosamente semplice: la vita è possibile ovunque, specialmente dov’è impossibile.

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3 Responses to Triptyque de la Vita Nova / Franco Arminio

  1. véronique vergé il 1 ottobre 2008 alle 08:09

    Amo il testo di Franco Arminio strappato alla sua terra che soffre, soffocata nella cittadella del cimento. E vedo nel lembo rosso di scrittura sorgere una speranza di bellezza, di vegetazione, una sfilza d’alberi, di cipressi, di mandorli, di noccioli. Una terra per gli uomini che vivono sulla terra del sud, non solo una terra per il poeta che sogna un paradiso nel miracolo della scrittura: un paesologo poeta che cerca da armonizzare la natura con il cuore degli uomini.

  2. davide vargas il 1 ottobre 2008 alle 16:18

    Ciao Franco. Bello. Anche io ho sempre pensato che “la vita è possibile ovunque, specialmente dov’è impossibile” e tutto quello che faccio muove da questo alimento. Ma ti confesso che negli ultimi tempi, tra la puzza della monnezza e l’oscenità di certi ambienti urbani, vacillo. Sono quasi senza speranza. Il tuo pezzo mi ravviva.

  3. franco arminio il 3 ottobre 2008 alle 00:02

    a proposito di discariche. oggi due ottebre abbiamo fatto una manifestaione di diecimila persone. per uno scrittore non è una cosa da poco “guidare” una manifestazione di diecimila persone.
    ovviamente sui giornali domani non troverete quasi niente, a parte l’unità.
    armin



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