M.A.U.S.S.?

2 ottobre 2008
Pubblicato da

The new maussketeers
di
David Graeber (1)
(traduit par Pierre Eliac)

Vi siete accorti che non nascono più dei nuovi intellettuali in Francia? Alla fine degli anni ’70 e all’inizio degli anni ’80, ce ne erano addirittura troppi: Derrida, Foucault, Baudrillard, Kristeva, Lyotard, de Certeau… Ma, in seguito, quasi più nessuno. Di colpo gli studiosi di tendenza e gli intellettuali all’ultima moda sono stati costretti a riciclare le teorie di 20 o 30 anni fa, oppure a ricercare meta-teorie mirabolanti in paesi come l’Italia o addirittura la Slovenia.
Ci sono molte ragioni per questo fatto. La prima è correlata all’evoluzione politica della Francia nella misura in cui si assiste ad uno sforzo concertato da parte dei media per rimpiazzare i veri intellettuali con delle teste svuotate e pontificanti [s2]all’americana. Questo sforzo non è tuttavia stato coronato pienamente dal successo. La ragione più importante risiede nell’impegno politico crescente dell’ambiente intellettuale francese. La stampa americana mette una sorta di black-out sulla “pagina” culturale che riguarda la Francia da quando essa, con i grandi scioperi del 1995, è diventato il primo Paese ad aver respinto radicalmente il “modello americano” dell’economia, rifiutando di smantellare il suo sistema di protezione sociale. Subito nella stampa americana la Francia apparve con le sembianze di un allievo mediocre che si sforzava invano di nuotare controcorrente rispetto alla storia.

Certamente non era questo che disturbava i lettori americani abituali di Deleuze e Guattari. Quello che gli studiosi americani si aspettano dalla Francia è il prestigio intellettuale, la capacità di farci vibrare attraverso idee provocatorie e radicali – che dimostrino per esempio la violenza delle concezioni occidentali della verità o dell’umanità, o cose del genere-, ma in un modo che non implichi nessun programma politico determinato né, più in generale, un appello qualunque a impegnarsi concretamente in tutte le cose. Non è difficile capire il perché del ragionamento di questa categoria sociale –i ricercatori e gli studiosi- alla quale sia le élite politiche che il 99% della popolazione negano la minima pertinenza in materia di politica. In poche parole, mentre i media americani insistono sulla follia francese, gli studiosi sono alla ricerca di pensatori francesi glamour.
Ecco perché non sentite mai parlare di alcuni fra più interessanti ricercatori della Francia di oggi. Come, per esempio, questo gruppo di intellettuali riuniti sotto il nome, piuttosto scomodo, di Movimento anti-utilitarista nelle scienze sociali, o anche M.A.U.S.S., che ha deciso di opporsi ai fondamenti filosofici della teoria economica.

Questo gruppo trae ispirazione dal celebre sociologo francese degli inizi del ventesimo secolo, Marcel Mauss, la cui opera più famosa, l’Essai sur le don (1924), è senza dubbio la più magnifica confutazione mai scritta delle ipotesi che sono alla base della teoria economica. In un’epoca in cui ci viene ripetuto allo sfinimento che il “libero mercato” è il risultato naturale e necessario della natura umana, il lavoro di Mauss –che dimostra che non soltanto la maggior parte delle società non occidentali non si basano sui principi del mercato, ma che questo vale ugualmente per la maggioranza degli Occidentali moderni- risulta più pertinente che mai.
Ma facciamo un piccolo passo indietro. Mauss è nato nel 1872 da una famiglia ebrea praticante dei Vosgi. Suo zio, Émile Durkheim, è considerato il fondatore della sociologia moderna. Durkheim si è circondato di una cerchia di brillanti collaboratori, tra i quali Mauss, affidato allo studio della religione. Questa cerchia, tuttavia, fu decimata a causa della I Guerra Mondiale. Molti scomparvero in trincea, tra cui il figlio di Durkheim, e lui stesso morì poco dopo di dispiacere. Rimaneva soltanto Mauss per rimettere insieme i pezzi.

Ogni cosa ci dice che egli non fu mai preso pienamente sul serio nei panni di presunto erede. Uomo di straordinaria cultura (parlava almeno dodici lingue, tra cui il sanscrito, il maori e l’arabo classico), gli mancava tuttavia l’ austerità che ci si aspetta da un grande professore. Pugile amatore in gioventù, di stazza robusta, di genere giocherellone e piuttosto originale, era più incline a giocare contemporaneamente con una decina di idee brillanti piuttosto che a mettere in piedi dei grandi sistemi filosofici. Egli trascorse la sua vita a lavorare contemporaneamente a cinque libri diversi (sulla preghiera, la nazione, le origini della moneta, ecc…) senza mai terminarne nessuno. Eppure, egli riuscì a creare una nuova generazione di sociologi e ad inventare, praticamente da solo, l’antropologia francese pubblicando una serie di saggi incredibilmente innovatori di cui ciascuno ha dato vita a un’intera faccia della teoria sociologica.

Mauss era inoltre un socialista rivoluzionario. Già da studente egli dà il proprio contributo alla stampa di sinistra e resterà per quasi tutta la sua vita un membro attivo del movimento cooperativo. Fondatore di una cooperativa di consumo parigina, della quale aiutò a lungo la gestione, fu incaricato di prendere i contatti con il movimento cooperativo straniero (è a questo titolo che egli trascorse qualche tempo in Russia dopo la Rivoluzione). Mauss non era marxista. Il suo socialismo si inseriva piuttosto nella linea di Robert Owen o di Pierre-Joseph Proudhon. Egli rifiutava la credenza, comune ai comunisti e ai social-democratici, che la società potesse essere in primo luogo dall’azione statale. Il ruolo dello Stato, secondo lui, era piuttosto quello di fornire un quadro legale a un socialismo che doveva invece emergere dalla base creando delle istituzioni alternative.
La rivoluzione russa da una parte lo eccitava, per la prospettiva di una esperienza socialista autentica, ma dall’altra lo spaventava, per il ricorso sistematico dei bolscevichi al terrore, la soppressione delle istituzioni democratiche a la “dottrina cinica del fine giustifica i mezzi”, che non era altro, pensava, che l’amoralità del calcolo mercantile leggermente trasposta.

L’Essai sur le don rappresenta prima di tutto una risposta agli avvenimenti in Russia – e in particolare alla Nuova Politica Economica decretata da Lenin nel 1921, che rinunciava ai tentativi precedenti d’abolire il commercio. Se persino in Russia, che era probabilmente la società europea meno monetarizzata, si rivelava impossibile abolire il mercato per decreto, allora con ogni evidenza – era la deduzione di Mauss – bisognava che i rivoluzionari riflettessero molto più seriamente sul mercato, sulle sue origini e su ciò che potrebbe seriamente rimpiazzarlo.
Le conclusioni di Mauss sono sorprendenti. Innanzitutto, sembra che quasi tutto quello che la scienza economica ha da dire sulla storia economica sia falso. L’ipotesi condivisa da tutti i fanatici delle libera concorrenza, allora come oggi, è che il movente essenziale degli esseri umani sia il desiderio di massimizzare i propri piaceri, comfort e possedimenti materiali (in una parola, la propria “utilità”) e che quindi ogni interazione umana significativa possa essere analizzata in termini di relazioni mercantili. All’origine, spiega la versione ufficiale, c’era il baratto. Per ottenere ciò che si desiderava si era obbligati a scambiare direttamente un bene per l’altro. Ma siccome non era pratico, fu necessario inventare la moneta e farne il mezzo di scambio universale. Le tecniche di scambio che apparvero in seguito (il credito, la finanza, le Borse) non furono altro che semplici conseguenze logiche di questa prima invenzione.

Mauss, però, si rese presto conto che nessuna società si è mai fondata sul baratto. Al contrario, ciò che gli antropologi scoprivano in quegli anni erano società nelle quali la vita economica si ispirava a principi profondamente differenti, gli oggetti circolavano sotto forma di doni e tutto ciò che consideriamo rilevante nell’azione “economica” si basava su una dimostrazione di generosità e sul rifiuto di stabilire con precisione chi ha dato e a chi.
A volte queste “economie del dono” potevano diventare molto competitive, ma in modo radicalmente opposto al nostro: i vincenti non erano coloro che accumulavano di più, ma coloro che donavano di più. In casi famosi come quello dei Kwakiutl della Columbia Britannica, ciò poteva portare a drammatiche sfide di generosità, nelle quali capi ambiziosi si sforzavano di schiacciarsi a vicenda distribuendo migliaia di braccialetti d’argento, coperte minuziosamente lavorate o macchine per cucire Singer. A volte i contendenti arrivavano a distruggere le loro ricchezze – gettando in mare i gioielli di famiglia o bruciando enormi mucchi di beni preziosi – per sfidare poi i loro rivali a fare altrettanto.

Tutto questo può sembrare molto esotico. Ma fino a che punto, s’interrogava Mauss? Persino nella nostra società, non c’è qualcosa che suona strano nell’idea del dono? Come mai chi riceve un dono da un amico (una bottiglia di vino, un invito a cena, un complimento) si sente in qualche modo obbligato a ricambiare? Non si tratta forse di esempi di sentimenti umani universali, che le nostre società considerano poco importanti, mentre in altre costituiscono la base del sistema economico? E persino nel sistema capitalistico occidentale, gli impulsi e i criteri morali di questo tipo non sono forse alla radice delle aspirazioni a visioni alternative del mondo e a una politica socialista?
Secondo Mauss, nelle economie che si fondano sul dono gli scambi non presentano quel carattere impersonale che assumono sul mercato capitalista. In effetti, persino quando oggetti di grande valore passano di mano, ciò che importa veramente è la relazione tra le persone; l’oggetto dello scambio è la creazione di legami d’amicizia o la messa in gioco di rivalità e obbligazioni. E’ solamente a margine che si tratta di far circolare ricchezze. Di conseguenza tutto è personalizzato, anche la proprietà: nelle economie del dono i beni più preziosi – gioielli di famiglia, collier, armi, mantelli di piume – sembrano possedere una personalità propria.

In una economia di mercato avviene esattamente il contrario: le transazioni appaiono unicamente come il mezzo per appropriarsi di beni utili. In teoria le qualità personali dell’acquirente e del venditore sono totalmente non pertinenti. Ne risulta che le persone stesse sono trattate come se fossero cose.
Mauss non seppe mai bene quali conclusioni pratiche trarre da queste osservazioni. L’esperienza russa l’aveva convinto che le relazioni d’acquisto e di vendita non possono essere limitate da una società moderna, almeno “in un avvenire prevedibile”, ma anche che ci si può sbarazzare dell’ethos del mercato. E’ possibile organizzare il lavoro su basi cooperative, garantire una protezione sociale effettiva e creare un nuovo ethos secondo il quale la sola giustificazione alla ricchezza sarebbe la capacità di donare tutto, per una società in cui i valori più importanti consisterebbero nella “gioia di dare in pubblico, nella spesa artistica generosa, nel piacere dell’ospitalità in feste pubbliche o private”

Anche se tutto questo può sembrare un po’ ingenuo, le intuizioni centrali di Mauss sembrano ancora più penetranti oggi che la “scienza economica è diventata la religione rivelata dell’età moderna. Questa, era in ogni caso, la convinzione dei fondatori del MAUSS

Il progetto del MAUSS nasce nel 1981 a seguito – sembra – di un pranzo tra il sociologo francese Alain Caillé e l’antropologo svizzero Gerald Berthoud. Durante un convegno interdisciplinare sul dono, i due constatano con stupore che nessuno degli studiosi riuniti sembra supporre che la generosità o una sincera preoccupazione per il benessere altrui possano costituire moventi significativi del dono.
Il presupposto comune è che “i doni in realtà non esistono: grattate abbastanza in profondità e finirete sempre per scoprire, dietro ogni azione umana, una strategia di calcolo egoista” . L ipotesi dei congressisti è che questa strategia egoista costituisca sempre e necessariamente la verità profonda di ogni questione. Come se scientificità e obiettività fossero sinonimi di cinismo.
Perché quest’obbligo di cinismo? Per spiegarlo Caillé tirò in ballo il cristianesimo. Roma antica preservava ancora qualcosa del vecchio ideale aristocratico della generosità. I notabili edificavano monumenti e giardini e sovvenzionavano i giochi più magnifici. Ma, evidentemente questa generosità era anche offensiva: una delle consuetudini favorite dei ricchi consisteva nel gettare monete d’oro e gioielli alla folla e Stare a guardare i poveri che si battevano nel fango per impossessarsene. E’ in reazione a queste pratiche odiose che i primi cristiani svilupparono la loro concezione della carità. La vera carità non deve poggiare su alcun desiderio di affermare la propria superiorità, di ricavarne dei favori o, più in generale, su alcun motivo egoistico di qualunque tipo. Se si può ritenere che il donatore abbia guadagnato qualcosa dal suo atto, allora non si è trattato di un dono.

Ma questa visione a sua volta, solleva problemi senza fine, poiché è molto difficile immaginare un dono che non porti nulla in cambio. Anche un atto assolutamente esente da egoismo può essere fatto nella prospettiva di guadagnare il paradiso. Così fu presa l’abitudine di scrutare in ogni atto la parte di egoismo che vi si cela e di considerare che è quella che conta veramente.E’ lo stesso movimento del pensiero che si ritrova sistematicamente nelle scienze sociali moderne. Gli economisti, come i teologi cristiani considerano che se c’è del piacere in un atto generoso allora in un modo o ne11’altro quell’atto non è generoso come sembra. Divergono solo sulla valutazione morale della cosa. E’ per contrastare questa logica particolarmente perversa che Marcel Mauss insisteva sul piacere e sulla gioia di dare. Nelle società tradizionali, nessuno vedeva una contraddizione tra ciò che potremmo chiamare il proprio interesse o interesse egoistico (nozione intraducibile nella maggior parte delle lingue umane) e le preoccupazioni degli altri. Il punto fondamentale ne1 dono tradizionale è che obbedisce ai due motivi contemporaneamente.

E’ in questo genere di discussioni che s’impegnò il piccolo gruppo di studiosi francofoni (Alain Caillè, Gerald Berthoud, Ahmet Insel, Serge Latouche, Paulette Taieb) che in seguito sarebbe diventato il MAUSS. Il gruppo sorse intorno a una piccola rivista, battezzata Bulletin du MAUSS stampata alla buona e su carta pessima, che gli autori concepivano più come uno scherzo che come l’inizio di un serio lavoro scientifico o addirittura come il portabandiera di un vasto movimento internazionale allora inesistente. Questi studiosi rifiutavano la schiavitù dell’utilità che a partire dall’economia ha finito per condizionare tutti gli ambiti dell’umano. Ad essa contrapponevano il dono, cioè qualsiasi prestazione di beni e di servizi effettuata senza garanzia di restituzione al fine di creare, alimentare o rigenerare il legame sociale. Si tratta di un fenomeno nel quale ciò che realmente importa non è il valore d’uso di ciò che si scambia, quanto piuttosto i1 valore della relazione umana che si stabilisce fra le parti. Caillé scriveva manifesti Insel si divertiva a immaginare i grandi congressi mondiali antiutilitaristi dell’avvenire, gli articoli sull’economia si alternavano a estratti di romanzi russi. Ma progressivamente, il movimento iniziava a prendere corpo.

Nel corso degli anni il MAUSS ha saputo interessare un pubblico ben più vasto di quello iniziale, e trovare autori e lettori fuori della Francia. A poco a poco superando la posizione puramente critica degli inizi, ha contribuito allo sviluppo di tutto un insieme di teorie e di approcci originali che fanno ora apparire la Revue du MAUSS come l’organo di una corrente di pensiero originale nel campo delle scienze sociali e della filosofia politica.
Negli anni Novanta il MAUSS è diventato ormai una rete di ricercatori formata da sociologi, antropologi, economisti, storici e filosofi d’Europa, Nord Africa e Medio Oriente, che si esprimono attraverso la rivista, i libri e gli incontri annuali.

Dopo gli scioperi del 1995 e l’elezione di un governo socialista, le opere dello stesso Mauss hanno riconquistato un interesse considerevole in Francia con la pubblicazione di una nuova biografia e di una raccolta dei suoi scritti politici. Dal canto suo, il gruppo del MAUSS si è impegnato sempre di più in politica. Nel 1997, Caillé scrive un lungo articolo intitolato “30 tesi per una nuova sinistra”, e il MAUSS inizia a dedicare i suoi incontri annuali a temi politici.
La risposta dei “Maussiani” alle continue ingiunzioni di adottare il “modello americano” e di smantellare il sistema francese di previdenza sociale fu di cominciare a diffondere un’idea inizialmente difesa dal leader della Rivoluzione americana Thomas Paine: il reddito minimo garantito. La vera riforma della protezione sociale, spiega il MAUSS, non passa dalla liquidazione degli acquisti sociali, ma dalla riformulazione completa di quello che lo Stato deve ai cittadini. Sbarazziamoci degli stages[s3] e delle politiche specifiche per i disoccupati, e al loro posto creiamo un sistema attraverso il quale a tutti i cittadini francesi venga garantito uno stesso reddito di base (per esempio, 20000 euro versati direttamente dallo Stato). Poi, a ciascuno di giocarsi [s4](2).

Non è molto semplice collocare questa sinistra maussiana, tanto meno che a volte M. Mauss è presentato come un’alternativa a Marx. Sarebbe abbastanza facile evitarlo presentando i Maussiani come dei super-social-democratici, non troppo preoccupati di trasformare radicalmente la società. Riconoscendo che il mercato è in parte inevitabile, le “30 tesi” di Caillé per esempio si collegano a Mauss; ma come quest’ultimo, esse mirano all’abolizione di un capitalismo definito dal perseguimento del profitto finanziario, diventato poi fine a sé stesso. A un altro livello tuttavia l’attacco maussiano contro la logica del mercato è diversamente più profondo e più radicale di tutti quelli che troviamo oggi in campo intellettuale. Ed è proprio per questo motivo che gli intellettuali americani, e particolarmente quelli che si ritengono i più radicali e i più pronti a sviscerare tutti i concetti –tranne quelli di attrattiva del lucro o di egoismo- non sanno semplicemente cosa fare dei Maussiani e del fatto che il loro lavoro è ignorato da tempo.

Il m.a.u.s.s. (Movimento Anti-Utilitarista nelle Scienze Sociali)

NOTE:

(1) David Graeber è professore di antropologia all’università di Yale, USA. Questo articolo è apparso nella rivista In These Times il 21 agosto 2001, con il titolo “Give it away”, e segnalato in copertina con il titolo in grassetto “The new maussketeers”.
(2) Qui, David Graeber attribuisce al MAUSS le prime posizioni presentate in realtà all’inizio da Philippe Van Parijs con il nome di sussidio[s5] universale, mentre il MAUSS difende un reddito di cittadinanza per niente incompatibile con il mantenimento del salario minimo e di certe misure di politica sociale specifiche all’occorrenza. Le due posizioni hanno in comune l’affermazione del principio incondizionato d’umanità e/o di cittadinanza gerarchicamente più importante di ogni considerazione di efficacia strumentale. Per di più, 20000 euro hanno significato solo a titolo di capitale incondizionato e non di reddito minimo.
[s1]Lett. posta in gioco
[s2]sapientoni, presunti intellettuali
[s3]dovrebbe andare bene questa traduzione
[s4]il divertimento. Oppure: “E poi, che ciascuno se la giochi.”
[s5]Dovrebbe andare bene questa traduzione

L’équipe de La Revue du MAUSS semestrielle

Conseil de publication : G. Aktar, P. Alphandéry, R. Arvanitis, J. Baudrillard, P. Bitoun, J. -L. Boilleau, H. Brochier, G. Busino, C. Castoriadis †, A. L. Cot, H. Denis, M. Douglas, J.-R Dupuy, A.-M. Fixot, M. Freitag, R. Frydman, M. Guillaume, A. Haesler, P. Lantz, B. Latour, C. Lefort, L. Moreau de Bellaing, C. Mouffe, T. Paquot, J.-C. Perrot, W. Sachs, A. Salsano, J.-M. Servet, L. Scubla, P. Taieb, A. Weiner †.
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Secrétariat de rédaction : A. Insel. Directeur de la publication : A. Caillé.

Nota
Per la traduzione in italiano di questo articolo presente in rete a questo indirizzo http://www.edscuola.it/archivio/interlinea/mauss.htm vorrei ringraziare Nadia Scardeoni per aver risposto alla mia richiesta di pubblicazione. L’articolo in questione fa parte di un dossier che ho trovato tra i più completi e documentati sulle attività del M.A.U.S.S e dunque invito i lettori non francofoni a consultarlo.
effeffe

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39 Responses to M.A.U.S.S.?

  1. chi il 2 ottobre 2008 alle 09:32

    Mai più senza Mauss. su questa “(…) bisognava che i rivoluzionari riflettessero molto più seriamente sul mercato, sulle sue origini e su ciò che potrebbe seriamente rimpiazzarlo” mi piacerebbe (ri)sentire Toni Negri.
    :-)
    chi

  2. véronique vergé il 2 ottobre 2008 alle 10:00

    Ho trovato l’articolo straordinario. Il dono inventato da Mauss mi piace. Penso che il dono si deve essere reciproco, forse di manera diversa.
    Cosi il legame non è pervertito.
    Penso che il nostro mondo si divora, l’ho già detto. E il problema odierno di mercato è un segno che il mondo cambia. Il problema è che tutti pensano da salvare il sistema, allorché penso nella mia ingenuità che lasciare il mondo della speculazione disfarsi sarebbe una buona cosa.
    Ma è un’opinione non lavorata. Non ho fatto studi di economia, di sociologia. Non ho competenza per parlare.
    Sul problema della ricerca in Francia, noto che forse il pensiero si trova nella letteratura, la nostra vista del mondo. Non amo Houellebecq, ma penso che propone una riflessione; Catherine Millet anche sull’erotismo,
    Annie Ernaux sulla società: non è un sistema di pensiero, ma una riflessione dentro il romanzo, l’opera d’arte?

  3. Francesco C. il 2 ottobre 2008 alle 10:54

    Bel pezzo. Davvero illuminate.

    Grazie

  4. marco rovelli il 2 ottobre 2008 alle 12:16

    L’apporto dell’antropologia maussiana è decisivo. Del resto senza il Mauss del potlatch Bataille non avrebbe potuto (dis)organizzare la sua altrettanto decisiva nozione filosofica (ma di più: totale) di dépense, né il suo sistema di economia generale. Un unico appunto al testo: non mi pare che il potlatch (cioè la forma primordiale di scambio di doni studiata da Mauss) possa essere riguardato solo in termini di puro piacere di donare. Nel dono c’è evidentemente anche un quoziente aggressivo e competitivo assai importante. Ciò che conta davvero è che esso viene ritualizzato, e ancor più che sfugge all’equivalenza mercantile – rimettendo in scena l’abisso (mise en abyme, appunto) del senso.

  5. jacopo galimberti il 2 ottobre 2008 alle 13:40

    piccola postilla alla premessa del testo.

    il più grande intellettuale (?), uomo di cultura, studioso, savant (anzi sçavant) francese è stato attivo, essenzialmente, tra l’inizio dei settanta e il 2002, anno della sua morte. In confronto a lui Baudrillard era un intellettuale del sabatro sera.

  6. francesco forlani il 2 ottobre 2008 alle 13:51

    jacopo, c’è un refuso nella tua remarque. primi anni novanta e non settanta, fino al 2005. Pensavi a me no?
    effeffe

  7. jacopo galimberti il 2 ottobre 2008 alle 15:14

    a pierre bourdieu, era chiaro che non potevi essere tu…tu non sei francese :)

  8. francesco forlani il 2 ottobre 2008 alle 15:47

    sui fatti del ’95 però Bourdieu se non erro, – ma dovrei andare a rileggermi un po’ di cose- restò al palo, non in senso politico, ovviamente, ma nell’analisi.
    effeffe

  9. Claudia L. il 2 ottobre 2008 alle 15:59

    Gentile sig. Forlani,
    sarei interessata a sapere se esiste un’edizione italiana del saggio di Mauss, credo sarebbe una bella lettura.
    E’ un interrogativo che mi sono posta spesso, che fine abbiano fatto in questo decennio, gli intellettuali.
    Questo articolo, e in certa misura la stessa Nazione Indiana, mi danno una risposta.
    Gli intellettuali ‘accettabili’ per il potere costituito sono, come dice lei, quelli che dicono cose universalmente condivisibili ma particolarmente innocue.
    Oppure, ridotti al silenzio, giornalisti, editori sommersi dai debiti, scrittori liberi nella misura in cui non siano troppo imbrigliati nelle maglie della logica economica che oggi presiede anche alla produzione culturale, si ritagliano spazi di rappresentanza, di democrazia in contesti come questo bel blog, ricco di spunti e suggestioni, non solo letterarie.
    Io mi sono imbattuta per caso in questo spazio, ne sono felice, anche se mi sarei aspettata in questi giorni terribili per il mondo editoriale italiano, uno spazio di discussione più ampio, su questi temi: ma è pur vero che frequento il blog da troppo poco tempo, per comprenderne approfonditamente le dinamiche e i temi.
    Mi scuso se ho sforato dal nucleo centrale del suo articolo, il dono – tema ricco di significato e carico di speranze future, come dimostrano esperienze concrete di settori tutt’altro che marginali dell’economia, in testa a tutte le esperienze indiane e africane sul microcredito – ma sono convinta che la riflessione sugli intellettuali s’intrecci fittamente con quella sulla libertà di pensiero, espressione e stampa, sancite dall’articolo 21 della nostra Costituzione, e che la paura del pluralismo sia specchio delle innumerevoli paure che attraversano la nostra società, sintetizzabili in una sola: la paura dell’alterità.

  10. francesco forlani il 2 ottobre 2008 alle 17:10

    il libro di Marcel Mauss è cotesto

    ma le consiglio anche libri di Jean Claude Michéa
    che può trovare qui

    una nutritissima bibliografia la trova anche nel dossier che ho segnalato.
    un’ultima cosa. l’articolo postato non è il mio anche se ne sottoscrivo ogni singola parola
    effeffe

  11. francesco forlani il 2 ottobre 2008 alle 17:14

    e grazie per le osservazioni anche a nome di NI
    effeffe
    (o)ps
    dimenticavo. ma lo sa che la sua scrittura è di una limpidezza sconcertante?

  12. Claudia L. il 2 ottobre 2008 alle 17:26

    Si, mi sono accorta della svista subito dopo aver postato il commento, le considerazioni cui mi riferivo erano dell’autore Graeber.
    Grazie per la bibliografia e per il complimento, continuerò a seguire le preziose discussioni di questo forum, mi auguro.
    Cordiali saluti.

  13. francesco forlani il 2 ottobre 2008 alle 17:32

    @ Jacopo
    Ho trovato proprio nella revue du MAUSS un articolo di Pierre Bourdieu che si conclude così:

    Encore une dernière citation, que je dois à Marcel Fournier. C’est un très beau texte de Marcel Mauss qui m’a donné beaucoup de joie parce qu’il fait voir qu’il y a des constances structurales dans l’histoire. Marcel Mauss, dont j’occupe aujourd’hui la chaire d’une certaine façon, a écrit en 1938 une lettre adressée à Roger Caillois pour le rappeler un petit peu à l’ordre, parce qu’il trouvait que Caillois s’aventurait sur le terrain de l’irrationalisme (vous mettez postmodernisme à la place d’irrationalisme et vous verrez que cette lettre est d’une actualité extrême) :

    « Ce que je crois un déraillement général dont vous êtes vous-même victime, c’est cet espèce d’irrationalisme absolu par lequel vous terminez au nom du labyrinthe et de Paris, mythe moderne, mais je crois que vous l’êtes tous en ce moment, probablement sous l’influence de Heidegger, bergsonien attardé dans l’hitlérisme, légitimant l’hitlérisme, entiché d’irrationalisme et surtout cette espèce de philosophie politique que vous essayez d’en sortir au nom de la poésie et d’une vague sentimentalité.

    Autant je suis persuadé que les poètes et les hommes de grande influence peuvent quelquefois rythmer une vie sociale, autant je suis sceptique sur les capacités d’une philosophie quelconque et surtout d’une philosophie de Paris, à rythmer quoi que ce soit. » (Mauss, 1938)

    E’ una bellissima citazione.
    “Tanto sono persuaso del fatto che i poeti e gli uomini di grande influenza possano talvolta “ritmare” una vita sociale, tanto sono scettico rispetto alle capacità di una qualche filosofia e soprattutto di una filosofia di Parigi, di poter ritmare alcunché”

    per quanto in stile Bourdieu si sarà notato lo sgambetto iniziale,
    …que Caillois s’aventurait sur le terrain de l’irrationalisme (vous mettez postmodernisme à la place d’irrationalisme et vous verrez que cette lettre est d’une actualité extrême)

    ovvero dell’eterna inimicizia di PB con Derrida e i post moderni in generale.
    effeffe

  14. soldato blu il 2 ottobre 2008 alle 18:49

    Per non dimenticare:

    “Heidegger, bergsonien attardé dans l’hitlérisme, légitimant l’hitlérisme.”

    Grazie a Mauss. E grazie a effeffe

  15. effeffe il 2 ottobre 2008 alle 19:12

    @ marco

    … e René Girard!
    n’est ce pas?
    effeffe

  16. marco rovelli il 2 ottobre 2008 alle 19:14

    @effeffe
    già
    lo dicevo oggi a un amico
    da Girard non si scappa

  17. soldato blu il 2 ottobre 2008 alle 20:17

    @ effeffe
    @marco

    non ho capito il riferimento a questo autore.

    Neanch’io sono scappato da Girard,
    sin dagli inizi dell’opera, felice.
    Finché, questo, non si è inventato
    un cristianesimo [ma quando mai?]
    come “unica” religione che non ha bisogno
    del meccanismo vittimario.
    Scadendo da una ammirevole razionalità
    ad un giustificazionismo affabulante
    che lo piomba nel girone più basso
    del pensiero di Parigi, mito moderno.

  18. marco rovelli il 2 ottobre 2008 alle 20:28

    Non la vedo come te. Girard (che ha tirato in ballo effeffe e lascio a lui dire il perchè…) ha dei buoni motivi per affermare la specificità del cristianesimo quanto allo svelamento del meccanismo vittimario (del resto, secondo tutta un tradizione che va da Hegel a Zizek – il cristianesimo è la religione au limite – e l’ateismo non poteva che nascere dal suo seno). Altra cosa è ciò che Girard fa della sua teoria – e qui ha buon gioco Vattimo a giocare Girard contro Girard, in nome di un superamento di Girard… (ti segnalo su questo il dialogo Vattimo-Girard, Verità o fede debole?, ed. Transeuropa).

  19. capitan feendoos il 2 ottobre 2008 alle 21:15

    Autori che ignoravo su un tema quanto mai attuale, anche se sembra archiviato, nel sentire comune, come risolto. E’ evidente che il liberismo ha portato alle stesse nefaste conseguenze dello statalismo spinto: gigantismo degli enti e delle imprese e annullamento dei singoli.

  20. effeffe il 3 ottobre 2008 alle 01:40

    caro marco devo dire che la svolta girardiana aveva colpito anche me. Ti cito a proposito due episodi. Il primo di qualche anno fa quando per sud avevo chiesto a JC Michea di tradurre e pubblicare un testo di René Girard, introduzione a un libro, La Violence révélée de Gil Bailie, pubblicata dalle editions climats, casa editrice assai straordinaria e per cui pubblica il mio amico. Ebbene quel testo mi risuonò tanto estraneo rispetto alla ricezione che avevo avuto del primo Girard, che pensai si fosse trattato di un caso di omonimia.

    il secondo, più recente, mi è capitato a parigi. Il tassista che mi stava accompagnando a casa di un amico ascoltava France Culture (la superiorità dei tassisti francesi sugli altri colleghi europei è lampante) e stava ascoltando un’intervista a Girard sul suo ultimo libro sull’apocalisse. Stessa esperienza di estraneità. E la domanda che mi sono posto è stata, sono io che ho sacrificato il maestro o il maestro si è “sacrificato” da solo?
    Per capirlo basta leggersi allora un’intervista come quella rilasciata al Foglio, il J’accuse di René Girard che a un certo punto cancella se stesso

    “Mi sono riempito la testa con le pagliacciate e il semplicismo mediocre e stupido dell’avanguardia. So bene quanto la negazione postmoderna della realtà possa condurre al discredito della domanda morale dell’uomo. L’avanguardia un tempo relegata in ambito artistico oggi si estende a quello scientifico che ragiona sull’origine dell’uomo. In un certo senso, la scienza è diventata una nuova mitologia, l’uomo che crea la vita. Così, ho accolto con grande sollievo la definizione di Joseph Ratzinger di ‘riduzionismo biologico’, la nuova forma di decostruzione, il mito biologista. Mi ritrovo anche nella distinzione dell’ex cardinale fra scienza e scientismo”.

    Preferisco lo slancio laico dei maussiani, anche quando mantengono con lo stesso Girard un dialogo aperto. Che tra l’altro è tra i collaboratori del MAUSS

    effeffe
    ps
    e intanto penso che si dovrebbe tornare a studiare queste cose…

  21. Tashtego il 3 ottobre 2008 alle 04:02

    ottimo richiamo, questo post.
    non averebbe potuto essere più pertinente, in tempi di crollo del capitalismo finanziario americano.
    ma se nemmeno quello che accade concretamente in queste settimane – con quello che significa (e significherà) per le nostre vite e quelle di milioni di altri individui -, riesce a far ripartire il pensare della sinistra…

  22. Tashtego il 3 ottobre 2008 alle 04:03

    “averebbe”?

  23. véronique vergé il 3 ottobre 2008 alle 08:59

    I commenti sono di una straordinaria qualità. Mi hanno dato la voglia di rileggere testi che ho studiato al tempo della mia giovinezza, che ho studiato fino alla nausea. Avevo molto difficultà a penetrare un pensiero tutto dedicato alla ricerca. Ma nel terreno arido, si incontra una belleza del pensiero, una forma di “ascèse” : non ho il termine in Italiano.
    Nello stesso tempo, ho sempre trovato che tutto pensiero è destinato a essere disfatto. C’è un impossibiltà da trovare una verità immobile.
    Il pensiero è come le nuvole: cambiano di forma.
    Forse oggi sarebbe interessante di pensare a una filosofia illustrando la forma plastica del pensiero, la forma della canna del pensiero.

  24. effeffe il 3 ottobre 2008 alle 09:39

    caro Tash
    sapessi quanto sono pertinenti i due testi che sto traducendo…
    @ verò
    bella l’immagine del pensiero

  25. véronique vergé il 3 ottobre 2008 alle 10:59

    Grazie effeffe,
    un abbraccio.

  26. soldato blu il 3 ottobre 2008 alle 12:52

    Capisco che Marco citi Hegel e Zizek perchè lo hanno detto, ma non capisco affatto, se non all’interno di ciò che considero “giustificazionismo affabulante”, che cosa essi intendano col fatto che “il cristianesimo è la religione au limite e l’ateismo non poteva nascere dal suo seno”.
    Mi pare, qua, ci vogliano prendere in giro.
    La congiunzione tra Cristianesimo e la dialettica ridotta a pagliacciata, dovrebbe far fuggire tutti da certe acrobatiche argomentazioni, fossero anche quelle, organizzate in momenti di ottenebramento mentale, da parte di pensatori normalmente equilibrati.

    Altrimenti, se questa che loro vogliono proporci è una verità, quale dovrebbe essere, in base ad essa, l’atteggiamento che noi atei dovremmo assumere verso il cristianesimo?
    Potenziarlo perchè la macchina sforna-atei raggiunga il massimo di produttività?
    Diventare teo-dem, Ferrara, Vattimo, Girard…?

    Imparare da loro ad usare l'”ismo”: “riduzionismo biologico”, “scientismo”, “relativismo”, per creare “il capro da mandare all’inferno” in modo da tenere assieme le pecore? Come fa spesso l’ex cardinale che, guarda un po’, è anche ex nazista. E, molto di meno, pensatore.

    E, poi, come la metteremmo col buddhismo? Ateo per definizione.
    Oppure, ancora, non può esistere un ateismo formatosi nell’induismo,
    nel taoismo, nello shintoismo?

    Ma tutte queste sono bubbole, al confronto del vero problema.
    Mauss l’ha ben messo in evidenza.
    Ciò che voglio fare, allora, è segnalare ancora. Per non dimenticare.
    Qualcosa che viene ancora prima di Mauss.
    Precisamente dallo zio di Marcel, Emile Durkheim:

    *

    Si può quindi dire, riassumendo, che quasi tutte le grandi istituzioni sociali sono sorte dalla religione. 1

    [a questa frase corrisponde una nota]

    1 Una sola forma dell’attività sociale non è stata connessa alla religione: l’attività economica. Tuttavia le tecniche che derivano dalla magia rivelano per questo stesso fatto origini indirettamente religiose. Inoltre, il valore economico è una specie di potere o di efficacia, e noi conosciamo l’origine religiosa dell’idea di potere. La richezza può conferire del “mana”; vuol dire dunque che essa ne ha. Da ciò si vede che le idee di valore economico e di valore religioso non debbono essere prive di rapporto: ma il problema della natura di questi rapporti non è ancora stato studiato.

    EMILE DURKHEIM, Le forme elementari della vita religiosa, Edizioni di Comunità, 1963, 1982, pag. 441.

    *

    Che si possa anche iniziare da qui?

  27. marco rovelli il 3 ottobre 2008 alle 13:29

    Francesco, certo che il Girard apologetico è insostenibile. Ciò che sto dicendo è che i suoi dispositivi concettuali non sono univoci, e non conducono necessariamente al tradizionalismo cattolico. Possono essere usati contro “questo” Girard. Come appunto fa – e per questo lo citavo – Vattimo. Ce ne fossero, di cattolici come Vattimo – (e qua vengo a Giovanni) – Vattimo non c’entra nulla con i teo-dem. La posizione vattimiana rappresenta proprio il punto di dissoluzione del cristianesimo. Non ho dubbi che – e gliel’ho pure detto – che in altri tempi sarebbe stato il primo a finire sul rogo, essendo le sue posizioni radicalmente ereticali.
    Dunque, nessun giustificazionismo. (Sai, io sono uno che canta canti anarchici e Vorrei che il Vaticano andesse in fiamme, tanto per dire). E’ una considerazione – e per questo richiamavo Hegel e Zizek, ma era giusto per esemplificare – di ordine concettuale, che inerisce al discorso teologico e filosofico.
    Di certo quel che si può dire che tu sei più cristiano di quanto pensi nel momento in cui dici che il buddhismo è ateo per definizione. La definizione di ateismo è tutta interna alla tradizione occidentale – alla tradizione di un dio persona, dotato di Volontà – cose che non si danno nel buddhismo (che in passato ho praticato). Il buddhismo, in realtà, è oltre quelle categorie oppositive, e reciprocamente implicantesi, di teismo e ateismo.

  28. soldato blu il 3 ottobre 2008 alle 16:48

    Non mi piace che qualcuno mi dica quanto io sia o non sia cristiano senza saperlo.
    Specialmente quando questo si basa su sofismi.
    Per me, l’a di ateismo è privativa. Discorsivamente.
    Vuol dire semplicemente privo di un dio persona, dotato di volontà.
    Come nel buddhismo.
    Dentro il cristianesimo, in senso esclusivo, può nascere solo l’acristianesimo.

    Ma, mi pare, si confonda ancora una volta dialettica e logica.
    Come dice Piergiorgio Odifreddi nel “Diavolo in cattedra”: “La negazione è infatti una nozione problematica da un punto di vista percettivo: coi
    sensi in genere si percepisce una presenza, non un’assenza”.
    Cosa, appunto, che capita ai dialettici.
    I quali, in questa loro impercezione, confondono il principio di non contraddizione col principio del terzo escluso.
    Principio di terzo escluso [unicità dell’opposto] la cui negazione [molteplicità dell’opposto], assieme alla negazione del quinto postulato di Euclide, per chi non lo sapesse, è stato uno dei più potenti fattori che ha dato inizio alla modernità.

  29. Claudia L. il 3 ottobre 2008 alle 17:03

    Questo posto è un angolo di paradiso, una ventata frizzante che viene a stravolgere il torpore del mio (sigh!) provincialismo.
    Vi seguo fin dove posso, quando non vi seguo, mi abbandono al fascino evocativo delle vostre parole!
    Ho le lacrime agli occhi!
    Anche se i toni si scaldano, non si trapassa mai il limite del garbo e del buon senso…

  30. marco rovelli il 3 ottobre 2008 alle 17:15

    Giovanni, mi sono espresso male – stavolta sono io a essere stato cartesiano – nel senso, come mi accade di dire, di assegnare un attributo a una persona invece che a una qualità – insomma il passaggio dal cogito al sum che Hobbes contestava (e allora, si je proméne, suis je une promenade?).
    Comunque, per venire al dunque – non sei tu a essere cristiano, è vero. Ma il tuo discorso, per me, lo è – quelle categorie logiche hanno senso, per come la vedo io, solo entro una genealogia cristiana. Del resto una parola che nasce come privazione – è la privazione di un qualcosa – di una presenza. Quella parola ha inscritta in sé (in maniera del tutto esplicita ed evidente – come del resto è per ogni parola in maniera implicita) la categoria temporale: quell’alfa designa esattamente, e massimamente se lo riferisco a un’idea (o meglio, a un insieme di idee correlate), un divenire storico. Il teismo cui quella parola si riferisce, allora, è quel-teismo-là – e il dio persona di cui parli E’ il dio persona del giudeo-cristianismo. La visione del buddhismo eccede quelle categorie intimamente e irrimediabilmente correlate. Dire che il buddhismo è ateo, allora, significa dirlo da una posizione teistica – e eurocentrica, in fin dei conti. Per un buddhista, io credo, la questione non ha senso.

  31. soldato blu il 3 ottobre 2008 alle 18:58

    Principio di non contraddizione:

    A o non-A

    A e non-A sono correlate tramite A.

    Principio del terzo escluso:

    O A o non-A.

    A e non-A sono ancora correlate, tramite A.

    Esclusione del terzo escluso:

    – non-A: contrario di A. Correlato.

    O A o non-A – non-A: ciò che non è A. Non correlato.

    – non-A: tutto ciò che non è A. Non correlato.

    L’ateismo è correlato al giudeo-cristianismo [mi piace davvero, questa, Marco] non necessariamente, ma solamente in una sua parziale accezione. Che poi non sia così storicamente, non ho gli strumenti per contestarlo. Nè voglio contestare le posizioni di Marco sul buddhismo, perchè mi trovano penamente d’accordo, oltre ogni differenziazione terminologica.

  32. soldato blu il 3 ottobre 2008 alle 19:14

    Mi scuso, ma l’allineamento delle righe [dopo “Esclusione del terzo escluso”]
    non ha resistito al trasferimento su NI, rendendo incomprensibile il tutto.

    O A o non-A è ancora il principio del terzo esluso, ma la seconda parte della proposizione: non-A, non è più univoca come prima, ma può essere: il contrario di A [correlato], ciò che non è A [non correlato], tutto ciò che non è A [non corrrelato].

  33. francesco forlani il 3 ottobre 2008 alle 19:28

    comunicazione di servizio

    insomma io a tradurre e voi a pontificare.
    trovo questo assai ingiusto.
    nuovo post Mauss per domani
    besos à todos
    effeffe

  34. Satana il 3 ottobre 2008 alle 20:15

    Un altro intellettuale francese da non perdere è Alain de Benoist che da qualche anno scrive anche sulla stampa italiana

  35. carmine vitale il 4 ottobre 2008 alle 12:34

    ancora una volta grazie ff

    grazie perchè è con questi argomenti che bisogna cercare il mondo vero il coraggio di sostenere un nuovo immaginario collettivo che diseconomizzi lo spirito fortemente perseguito invece dal modello imperante rimettere al centro stesso della vita umana la bellezza, l’amore, la poesia i territori locali i legami sociali una nuova etica deprivata dalla razionalità economica arricchita della validità dell’essere umano del contatto di una mano del dono
    c.

  36. véronique vergé il 4 ottobre 2008 alle 13:34

    Condivido pienamente il commento di Carmine Vitale.
    Ho preso a prestito un libro di Mauss alla biblioteca di Jean Cazeneuve.
    Ho iniziato la lettura… Grazie a te effeffe, questo mi fa lavorare il mio cervello molto pigro.

  37. effeffe il 4 ottobre 2008 alle 14:05

    cosa aggiungere al thread ?
    che fa bene leggere reazioni del genere, che ti restituiscono l’energia che metti nelle cose e ti domandi (perché te lo chiedi sempre) se servirà? se vale non arrendersi e cercare. tradurre articoli che nessuno ti pagherà mai – figurarsi- cui dedichi del tempo che sai essere esperienza di tempo ritrovato più che perduto. Sì insomma, in fondo chi è più antiutilitarista di un blogger?
    Vi annuncio soltanto la pubblicazione di un nuovo post mauss (prima parte)
    che ci darà di che pensare, di che pensare soprattutto di fare qualcosa
    effeffe

  38. Simona Ferlini il 11 ottobre 2008 alle 11:21

    cari indiani,
    è vero, a volte ometto colpevolmente le lodi, ma questo sito è anche per me la cosa migliore che mi sia capitato di incontrare da molto tempo, perché “nessuno pensa da solo” (tanto per citare un altro francese, Balibar) ed era così tanto che non trovavo nessuno con cui valesse la pena di pensare che, francamente, penso di essere diventata un po’ scema.
    Quindi: innanzitutto grazie, e, @ FF, se serve una mano per le traduzioni dimmelo (simona.ferlini presso fastwebnet.it).
    à suivre …

  39. tendarossa il 12 ottobre 2008 alle 16:50

    Forse a una generazione di gente con la testa sulle spalle, che sapeva “pensare” – da Foucault a Deleuze e Guattari – è fisiologico che sia succeduta una generazione un pochino meno esaltante. Chissà – magari la prossima infornata riporterà in alto la qualità del pensiero. Per il momento la situazione è quella di chi si trova tanta eredità, che non sa ancora come spendere, sigh.



indiani