cronache da Pechino #3

4 ottobre 2008
Pubblicato da

di Gabriella Stanchina

Domenica ho visitato il Palazzo d’Estate, la residenza estiva dell’Imperatore. È un luogo di stupefacente bellezza, simile alle antiche miniature indiane e persiane che raffigurano il paradiso. Da una collina verde di pini e cipressi punteggiata di padiglioni e templi si scende verso l’armonioso e vasto abbraccio di un immenso lago, che da solo occupa i tre quarti della superficie del parco. Lungo il lago, attraversato da traghetti a forma di dragone, isole e pagode sono collegate da candidi ponti dalle ardite curvature. Sul lungolago un corridoio a colonnato unisce palazzi e giardini nascosti, rocce dalle forme suggestive e una gigantesca nave di marmo screziato fatta scolpire e adagiare sull’acqua dall’avida imperatrice Cixi. Ho sostato a lungo in cima alla collina contemplando il Padiglione della Fragranza del Buddha. Edificato per ospitare una statua di tre metri in bronzo dorato della dea della compassione Kuanyin, il padiglione sorge su tre piani coperti dalle caratteristiche tegole cilindriche giallo oro e sostenuti da un gioco di colonne e architravi in legno. Ogni più piccolo elemento architettonico è dipinto a colori vivaci, blu cobalto, rosso, verde, intarsiati in un’infinita fioritura di forme geometriche, cornici, fiori e draghi.

Ammirando questo arazzo sviluppato in tre dimensioni, non ho potuto fare a meno di pensare che avevo visto in Iran, nella Moschea blu di Isfahan la stessa esuberanza decorativa. Si percepisce tuttavia una differenza profonda, che non può risiedere solo nel fatto che la decorazione persiana è essenzialmente calligrafica, perchè l’Islam generalmente proibisce la rappresentazione figurativa. C’era qualcosa che mi suggeriva un sentimento incomparabile, un diverso modo di dimorare l’universo, di stare in agio nella vita. In Iran ho avuto l’impressione che l’ornamento, quelle volute curvilinee, morbide o taglienti di segni, quegli incastri geometrici di stelle volessero produrre una sorta di vertigine da saturazione dello sguardo. Come non pensare alla Moschea di Cordova, con la sua foresta di colonne, labirinto di linee concave e convesse che si perde nel buio? Lì la finalità è quella di produrre una sensazione di disorientamento, smarrimento, dismisura di fronte all’indicibilità e immensità sovrumana di Allah. Le decorazioni smaterializzano lo spazio, come le muqarnas, le volte ad alveare inscrivono il vuoto nella pietra porosa. Tutto indica, fa segno, verso un’altra dimensione che si afferma sfumando, cancellando per condensazione e ripetizione ipnotica quella terrena. Qui, nel Padiglione della Fragranza, il decorativismo estremo appaga e dà gioia allo sguardo, lo trattiene nell’immanenza del mondo. Le architravi dai vivacissimi colori sono la materia coltivata, fatta giardino. Lo spazio germina, fiorisce per intima forza, persino le nuvole con il loro dinamismo spiraliforme, sono energia palpabile, le loro creste hanno la curva delicata del seno di una dea. Tutto ispira a restare, a dimorare in questa terra, a prolungare la vita per godere della radiosità multiforme che traluce da ogni cosa e benedice ogni forma, anche la più umile e feriale.

La più bella costruzione del Palazzo d’Estate è certamente il Chang Lang, il Lungo Corridoio. Si tratta di un corridoio coperto, aperto sui due lati e intervallato da colonne rosse. per tutta la lunghezza dei suoi 720 metri si possono ammirare le cornici e architravi dipinte con paesaggi lacustri e montani, vedute del Palazzo d’Estate che replica se stesso a ogni passaggio di dimensione, frutta, fiori, animali, insetti, fiabe tradizionali cinesi, passatempi di cortigiane. Gli ignoti artisti hanno riprodotto con stupefacente precisione ogni minuscolo essere, senza trascurare né disprezzare nulla: gli scarabei stercorari e il mazzo di rape non sono tracciati con minore attenzione e amore del pettirosso sul ramo di pesco fiorito o della longilinea concubina nelle sue ricche vesti ricamate. Si intuisce un’educazione lunga e meticolosa dello sguardo: si vuole cogliere l’istante della massima espressività del reale. Il gatto acquattato nell’erba, la pupilla affilata e le vibrisse tese, sembra sul punto di scattare agilmente verso la preda, lo sguardo del cardellino che scruta il cielo invisibile dal ramo nodoso, una contorta linea di nero inchiostro, ci fa sentire il profumo della neve imminente.

Nella pittura classica occidentale le raffigurazioni della natura erano considerate esercizi di raffinato stile, come le nature morte, o disprezzate come oggetti non degni di considerazione. La pittura è un processo materiale; i colori che dall’Oriente arrivavano ai mercati di Venezia erano estremamente cari e un pittore non poteva sprecare le tinte preziose se non per soggetti che gli fossero stati commissionati da ricchi e influenti mecenati, e il soggetto era quasi sempre religioso. Ma negli sfondi paesaggistici, oppure in basso, vicino al terreno, dove lo sguardo non era attratto, era tutto un pullulare di piante dalle foglie finemente cesellate, di fiori, di cagnolini intenti a divorare le briciole dei banchetti, di frutti meravigliosi e di uccelli. Anche gli artisti occidentali cercavano la rappresentazione dell’immanenza, ma la rivelavano solo a uno sguardo periferico, o la trasmutavano in forme sfocate o fantastiche. Qui il fragile arricciarsi del petalo di una peonia, le chele di due granchi sfuggiti a una rete a canestro, lo scoiattolo che si protende verso una bacca purpurea sono più reali del reale. Quando ci voltiamo a guardare distratti un passero che si posa fremente sul tetto giallo di un padiglione, non ricordiamo più se stiamo ammirando la realtà o un dipinto.

Nel Palazzo d’Estate c’è un itinerario fra grotte, rocce, minuscole pagode e scalinate scavate nella pietra chiamato “Passeggiata dentro un dipinto”. In effetti ho visto questo paesaggio, con la montagna rocciosa, i cipressi scabri e ritorti, i padiglioni e il viandante che si inerpica sulle ripide e ricurve gradinate, rappresentati molte volte in pitture, ma soprattutto intagliati in blocchi di giada o riprodotti assecondando le venature ruvide di una pietra. È tipico delle civiltà più raffinate giocare a confondere la realtà e la sua rappresentazione pittorica o scritturale. Qui non è il dipinto a riprodurre un paesaggio, ma il paesaggio ad essere conformato in forma di dipinto. Chi cammina tra le rocce si immagina osservato, fatto figura. È come un origami: la realtà si ripiega nella sua immagine, dentro cui si annida per segrete pieghe una realtà più piccola che custodisce ancora una minuscola immagine, all’infinito. Così i tanti giardini del Palazzo d’Estate che con i loro corridoi dipinti, i padiglioni in miniatura, gli stagni coperti di loti riproducono il Palazzo intero ci ricordano perchè sia stata coniata l’espressione “scatole cinesi”. Ricordo una storia tradizionale cinese: un pittore dipinse per la camera da letto dell’Imperatore una cascata della sua terra natia. Il giorno dopo l’Imperatore lo fece chiamare per chiedergli di cancellare la cascata. Per quale motivo? chiese il pittore. Il suo fragore non mi ha fatto dormire per tutta la notte, rispose il sovrano.

Un’ultima cosa: ho notato che nei palazzi e giardini cinesi è impossibile perdersi. Ovunque si arrivi, nella teoria infinita dei cortili e dei colonnati, ci sono strade, passaggi, curve che ti riconducono in ogni altro luogo. Qui non ci sono gli Holzwege di heideggeriana memoria, i sentieri che si perdono nel bosco. Negli itinerari dei palazzi e giardini occidentali prevale il paradigma temporale: ci si muove in una direzione, dall’origine allo scopo. Tornare sui propri passi è perdita e frustrazione e avviene solo negli spazi ben delimitati di un labirinto. La freccia del tempo segna la concezione drammatica, agonistica della vita. Qui prevale il modello spaziale: tutto conduce a tutto, ogni cosa contiene tutte le altre, da una prospettiva diversa è aperta sull’intero, come la rete di Indra fatta di infinite perle che si rispecchiano vicendevolmente.

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3 Responses to cronache da Pechino #3

  1. slapdash il 5 ottobre 2008 alle 18:59

    Seguo le Cronache fin dal principio. Le trovo straordinarie. Sensibilità e acume, capacità di cogliere il mondo nei dettagli o di ricostruirlo intatto a partire dai frammenti. Un viaggio magnifico e immaginifico. Grazie!

  2. diego il 6 ottobre 2008 alle 01:38

    “uno spazio claustrale, un dentro senza nessun fuori, un labirinto di gloria o perdizione che non promette vie di fuga… ”

    “…tutto conduce a tutto, ogni cosa contiene tutte le altre, da una prospettiva diversa è aperta sull’intero…”

    prospettive circolari e non direzionali, infiniti ritorni di partenze attese, un tempo che scorre senza inclinazioni verticali, senza inizio e senza fine, circolarità, labirinti, derive senza approdi.
    dov’è l’individuo in tutto questo infinito tornare?
    non pensi che “la concezione drammatica, agonistica della vita” sia ritagliata sul senso della fine incombente, della morte che attende ogni individuo? e che dovrebbe conegnare a ciascuno le chiavi della sua responsabilità? di desiderare, e di scegliere.

  3. Gabriella stanchina il 6 ottobre 2008 alle 11:38

    @slapdash: grazie per avere amato questo mio piccolo diario di viaggio. Le Cronache continuano, per altre due settimane.
    @diego: la tua osservazione è di grande interesse. Ripenso a quanto più volte scritto da François Jullien, ottimo interprete del pensiero classico cinese. Jullien analizza la figura del saggio come viene tratteggiata dal Daodejing, l’uomo che adatta duttilmente il proprio pensiero alle circostanze limandone ogni asperità, che agisce non agendo (wei wu wei) inserendosi nel vasto fluire delle cose. Pur ravvisandovi un antidoto ai dualismi occidentali (pensiero/realtà, io/mondo) lo stesso Jullien riconosceva che la rinuncia programmatica a ogni contrapposizione solitaria alla realtà impediva l’emergere dell’individuo, che da Socrate agli Illuministi fonda la propria libertà e responsabilità proprio nel coraggio di fare uso del proprio intelletto, ribellandosi se necessario a ogni sapere e potere istituito. I giovani cinesi oggi vivono drammaticamente e confusamente, spesso in modo esistenziale e apolitico, questo contrasto tra la loro cultura millenaria e gli influssi occidentali, tra un contesto ancora autoritario e gli appelli alla libera iniziativa individuale del nuovo socialismo di mercato. Tutto questo mi fa pensare che servono, nel rispetto delle diversità, feconde contaminazioni, e che mai come oggi la Cina ha avuto bisogno dell’Occidente e l’Occidente della Cina.



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