Radio Kapital – M.A.U.S.S.

5 ottobre 2008
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L’articolo che segue si può trovare sul Journal du Mauss. Mi auguro soltanto che la traduzione che porgo ai lettori sia all’altezza dei propositi contenuti nel testo.
effeffe (Francesco Forlani)

François Fourquet risponde all’articolo di Paul Jorion : « L’après-capitalisme s’invente aujourd’hui », Le débat, n°151, septembre 2008 di cui si propone qui una sintesi.

Il pomo della discordia

La crisi dell’immobiliare, definita il 12 settembre « crisi dei mutui subprime » è una crisi finanziaria assortita con un’inflazione dei prezzi delle materie prime e delle derrate alimentari, e contemporaneamente, « crisi di civiltà ». Dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989, ormai privo di avversari (il capitalismo di Stato dell’impero sovietico), il capitalismo di mercato resta il solo vincitore e l’ultraliberalismo libero di riversarsi nel mondo.

Oggi questo capitalismo comincia a incrinarsi: crisi delle compagnie aeree e dei costruttori di automobili, indeboliti dall’aumento del prezzo del petrolio e crisi finanziaria maggiore. Il sistema capitalista è sempre oscillato tra fasi di prosperità e momenti di crisi.
L’ipotesi ottimista è: tutto si sistema sempre, dopo la pioggia ritorna il sereno; l’ipotesi pessimista: il capitalismo è votato alla distruzione, destinato al crollo. Era quella di Marx, con la teoria dell’abbassamento del tasso di profitto, ma la storia non ha confermato la sua analisi. Siccome lo Stato interviene sempre all’ultimo momento, non si può “tagliare in modo netto” tra le due ipotesi: 1° Il sistema capitalista è autoregolato; 2° Esso non sopravvive che grazie all’intervento dello Stato. In effetti, una volta intervenuto lo Stato, non possiamo sapere se il sistema ce l’avrebbe fatta, da solo.

Eppure, altri fattori confortano l’ipotesi pessimista:

1) L’assenza di autoregolazione del capitalismo costringe lo Stato a intervenire per farsi carico della “messa in comune” delle perdite (socialisation des pertes);

2) L’assenza di auto-adattamento impedisce di trarre le lezioni da una crisi (censura sulla vera origine delle crisi);

3) Il progresso della conoscenza delle crisi fa convergere le anticipazioni, crea una reazione speculativa incontrollata e porta al disastro.

1) L’assenza di autoregolazione: la deregulation intrapresa alla fine degli anni ’70 era ispirata dalla fede nell’autoregolazione del capitalismo, giustificata dalle alte autorità della scienza economica (Scuola di Chicago). Si è finito con il credere che l’autoregolazione andasse da sé. Anche in caso di crisi, il capitalismo è sempre rinato dalle sue ceneri grazie “a interventi massicci dello Stato” per socializzare le perdite. Ma questi fanno parte dell’autoregolazione del capitalismo? E’ importante saperlo. Se fosse il caso, allora occorrerebbe che i partigiani di tale tesi giustificassero la coppia “privatizzazione dei profitti, socializzazione delle perdite”, a maggior ragione del fatto che ne traggono spesso beneficio essi stessi in veste di azionisti. Se al contrario li si considera come esterni all’ autoregolazione dei mercati, allora le crisi sono potenzialmente fatali per il capitalismo.

2) I mercati non sono nemmeno “auto adattabili”: nessuno trae lezioni dalle crisi, nemmeno da quella del 1929: le analisi che denunciavano la speculazione e l’effetto di leva ( prendere in prestito del capitale per speculare con esso) sono state dissimulate dalle interpretazioni monetariste degli anni ’50, che coprivano così le cause reali della crisi. L’ignoranza è coscientemente coltivata da coloro che ne approfittano.

3) Il progresso della conoscenza delle crisi è fattore di crisi: all’inizio di una fase, gli spettatori sono ignoranti e si dividono tra chi “gioca” sul rialzo e chi sul ribasso, creando una situazione di stabilità; ma quando uno dei due campi, meglio informato, diventa maggioritario, elimina i feed back negativi che avrebbero corretto la tendenza, la credenza collettiva diventa autorealizzante, produce una reazione incontrollata e scatena in conclusione, quando è al ribasso, una crisi del sistema.

Il disastro diventa allora ineluttabile. Si è paragonata a ragione la crisi del 2008 con quella del 1929. Si è lasciato libero corso alla finanza ultraliberale e la crisi che si è innestata lascerà nell’ombra il ricordo del 1929. Contraddice il credo di Adam Smith che è a fondamento della dottrina liberale, secondo cui gli individui, perseguento i propri interessi, realizzano senza saperlo l’interesse collettivo. Cosa fare allora?
Promulgare regolamenti giudiziosi che inibiscano o controllino le cause delle crisi: la speculazione, l’effetto di leva e l’uso di prodotti derivati; integrare queste regole in una regola suprema, “una costituzione dell’economia”, in cui un articolo sancirebbe : “le commesse relative all’evoluzione dei prezzi sono proibite”

La replica di François Fourquet

25 tesi sul capitalismo

1. Quel che chiamiamo “capitalismo” non si riduce a un’entità economica, ovvero a un ordine sociale distinto dagli altri ordini, un sistema economico, come lo fanno i marxisti, i trotskysti (Nuovo Partito Anticapitalista), gli altermondialisti (un tempo antimondialisti); eppure Marx, che ha inventato il “modo di produzione capitalista” (un sistema), parlava di “società borghese” o capitalista: il capitalismo o l’economia non possono essere separati dalla società di cui sono solo un aspetto, e non un ordine autonomo; il capitalismo come sistema economico è una visione dello spirito;

2. L’economia non si riduce al mercato; il capitalismo moderno (dagli anni ’20) non è il solo mercato, ma l’insieme formato dai mercati, dalle imprese, e dallo Stato; lo storico Fernand Braudel afferma che il capitalismo dell’età Moderna non si confonde con l’economia di mercato; è la parte superiore dell’economia, dove regna il monopolio e non la concorrenza, collocato nella zona centrale delle economie -mondi (cf tesi 16);

3. Il capitalismo non è pensabile senza lo Stato; un capitalismo senza Stato, è come un topo senza gatto; non si può nemmeno parlare di “simbiosi” come se si trattasse di due entità distinte: l’una economica e l’altra politica, che si sarebbero formate separatamente e deciso un’alleanza o di vivere insieme; c’è inerenza reciproca: dalla nascita nel Medio Evo, lo Stato è nel capitalismo e il capitalismo nello Stato; insieme formano una sola e medesima entità sociale;

4. Lo stato rappresenta l’aspetto politico di questa entità; il suo campo d’azione è il territorio, che sarà in seguito nazionale; il capitalismo ha come orizzonte il mondo; rappresenta l’aspetto mondiale, è collegato con l’esterno del territorio;

5. Il capitalismo è confuso con l’Europa nella sua esplorazione, conquista e sfruttamento del mondo; è l’Europa, ovvero il capitalismo, che ha messo in comunicazione le diverse parti del mondo; capitalismo e mondializzazione, in fondo , sono la stessa cosa; nel XIX secolo, si è estesa agli altri “Paesi nuovi” ( i reietti europei: USA, Canada o Australia) per formare l’Occidente;

6. Il capitalismo, in fondo, è la parte cattiva dell’Europa, quella che sfrutta e colonizza, che noi aborriamo e respingiamo moralmente, per quanto europei; la assimiliamo a una specie di chimera avida e malefica a cui attribuiamo la potenza di espansione dell’Europa; la proiettiamo al di fuori di noi e la denominiamo “Capitalismo”;

7. Non c’è capitalismo se non esiste una istituzione che possa parlare e agire in nome suo, e che ne faccia un “quasi soggetto” (idea prossima al “soggetto come se ” di Alain Caillé) ; in assenza di questa quasi soggettività che gli offre l’apparenza di un attore della storia, il capitalismo resta un’ entità astratta, una categoria economica vuota, pratico-inerte, senza consistenza storica; e a fare del capitalismo un quasi soggetto, è lo Stato americano e i dirigenti che fanno parte di quello che Stigliz chiama “la comunità finanziaria mondiale”, di fatto principalmente americana poiché con sede a New York;

8. Questo quasi soggetto esercita un potere; solo questo potere è capace di farsi carico della regolazione dell’economia; allo stesso tempo è sia parte dell’economia sia nella parte alta dell’economia, quella superiore, che corrisponde al capitalismo braudélien ;

9. Il potere di un’ entità sociale è di natura quasi soggettiva; è situata nella parte alta dell’entità, ma non se ne separa mai: si getta in essa attraverso una miriade di radici ramificate che gli permettono a giusto titolo di esercitare questo potere; la frontiera è porosa tra il potere e quello che non è tale; dall’alto verso il basso della scala, si passa insensibilmente dalla sua punta estrema alla base; il che rende difficile il compito di distinzione e di definizione dell’economista, del sociologo o del politologo;

10. L’economia americana è più larga dell’economia del solo territorio americano, misurato dal suo PIL (prodotto Interno Lordo); si confonde quasi con l’economia mondiale tutta intera, per i prolungamenti planetari delle sue grandissime imprese o società multinazionali, delle grandi banche internazionali, perfino quelle in difficoltà in questo momento: Citigroup, Merrill Lynch, Lehman Brothers, ecc… degli investitori istituzionali e degli investimenti diretti all’estero; più della metà delle società multinazionali sono d’origine e di cultura americane;

11. Lo Stato federale americano ( e i suoi organismi economici, la Fed [Federal Reserve Bank ] e il Tesoro (ministero delle finanze) come del resto la cultura americana, hanno un’influenza, una presa sulle istituzioni ufficiali dell’economia mondiale (FMI, BM, OMC) ; nulla d’importante si decide senza il loro avallo;

12. Il potere mondiale non si riduce all’istituzione “potere degli USA (definito costituzionalmente sul piano politico- Stato Federale- o giuridicamente sul piano economico – multinazionali, gandi banche, ecc.), in ragione dell’assenza di una frontiera netta che separi il potere da ciò di cui è costituito tale potere, proprio in virtù dei prolungamenti planetari delle istituzioni, delle imprese e delle banche americane; la potenza americana in senso largo può essere considerata come l’istanza concreta del potere mondiale, per quanto il mondo non gli obbedisca come soldati al loro capo o magari, gioco forza, lo contesti;

13. Lo Stato federale americano e i suoi annessi (Fed, Tesoro, FMI) incarna di fatto il potere quasi soggettivo del mondo; il regolatore dell’economia mondiale, è lui; in mancanza di un’istanza ufficiale debitamente eletta o nominata, fa le veci del “regolatore in ultima istanza” dei mercati mondiali e notoriamente dei mercati finanziari; in caso di crisi, da quando ha elargito prestiti al mondo, durante e dopo la guerra del 1914-18, svolge la funzione di “prestatore in ultima istanza” ;

14. Il capitalismo mondiale non esiste senza lo Stato mondiale che gli conferisce un potere e un’esistenza quasi soggettiva; e questo Stato, è al momento lo Stato federale americano, per quanto esso sia contestato in ogni dove, seppure si giudichi ineluttabile a termine la sua sostituzione con un’altra istanza;

15. Esistono due forme ideal-tipiche dell’esercizio del potere: il potere attraverso il comando, a immagine e somiglianza del generale, del papa o del segretario generale del Partito comunista in epoca stalinista (potere gerarchico; immagine della piramide) , e il potere per captazione (immagine della rete) ovvero attraverso una combinazione di violenza, attrazione, seduzione, soggiogazione ( si è soggiogati dalla violenza ma anche dal fascino) ; nella storia, le città-mondo hanno diretto l’economia-mondo europea attraverso la captazione dell’energia dei suoi componenti, ma raramente attraverso la violenza pura esercitata dal di fuori; un forza superiore assimila, pompa o capta sempre l’energia delle forze subordinate e ottiene la loro riconoscenza; la leadership riposa su questa assimilazione, captazione;

16. Nella storia dell’Occidente, dall’anno Mille, il capitalismo (come inteso da Braudel) è sempre stato localizzato, posto al centro dell’economia mondo, o anche delle successive capitali o città mondo: Venezia, Anversa, Genova, Amsterdam, Londra; negli anni ’20 la testa del capitalismo ha lasciato Londra per attraversare l’Atlantico e sistemarsi in una città bicefala, New York-Washington; le precedenti capitale europee erano state contemporaneamente economiche e politiche;

17. Questa capitale bicefala degli USA è anche quella del mondo; accoglie la direzione degli Stati Uniti; ma quando il tesoro US nazionalizza Fanny Mae e Freddie Mac, quando nel 1998 la Fed salva LTCM e nel 2008 la banca Bear Sterns per evitare la propagazione planetaria di una crisi del sistema, viene presa una decisione regolatrice per conto della comunità mondiale, senza aver avuto alcun mandato ufficiale per questo; le elezioni presidenziali americane ci concernono, ci appassionano proprio come se si trattasse dell’elezione attraverso il popolo americano del presidente del mondo, com’è il caso se non giuridicamente almeno di fatto;

18. Nella misura in cui non si può distinguere assolutamente l’economia americana dall’economia mondiale, né il potere da ciò che detiene questo potere, né la testa del capitalismo dal suo corpo planetario, si potrà affermare che il capitalismo è gli Stati uniti; è vero che il termine Stati Uniti è anch’esso un’entità fittizia, ma il suo inserimento nelle relazioni internazionali, l’esistenza di uno Stato riconosciuto da tutti e di un governo che può parlare e agire in suo nome rende questa esistenza istituzionale e quasi soggettiva, ovvero più o meno reale;

19. La crisi delle sub prime annuncia in effetti una crisi di civiltà; già la crisi del 1929 era l’ultimo sussulto di una lunga agonia della civiltà del XIX secolo, come la definiva Polanyi, o della civiltà liberale, come dice Hobsbawm, l’età degli estremi; la civiltà in crisi oggi sarebbe nata negli anni ’70, sarebbe la civiltà dell’età neo liberale, i cui promotori pretendevano di annullare gli effetti della grande trasformazione descritta da Polanyi, proibire le pratiche interventiste degli stati e ritornare al mercato autoregolatore di prima del 1914, cioé al capitalismo liberale;

20. Non ci sono due civiltà, da una parte la civiltà liberale o neo-liberale, e dall’altra una civiltà interventista, dirigista o fordista, come la definirebbero i nostri amici regolazionisti (se adottassero la nozione di civiltà), che ha funzionato dalla prima guerra mondiale fino agli anni ’70;

21. C’è una sola civiltà, la nostra, tanto liberale quanto dirigista; liberalismo e dirigismo sono due forme di organizzazione che la civiltà occidentale contiene in potenza dal Medioevo; tanto l’una si attualizza più dell’altra, quanto il contrario: non si oppongono come due entità chiuse e separate, ma sono due forme sociali complici che hanno bisogno l’una dell’altra per esistere;

22. La civiltà mondiale in gestazione è dominata dalla civiltà occidentale che ha soggiogato le altre ma senza distruggerle: le attira, le influenza, le affascina o al contrario le respinge e suscita il loro rifiuto, per quanto chi si oppone faccia comunque parte della cosa a cui fanno opposizione; espande la sua cultura (l’utilitarismo, la sete di guadagno, il sempre di più, l’individualismo) e la sua religione (la religione laica occidentale, caratterizzata dal culto della democrazia, dei diritti dell’uomo e dell’individuo), della proprietà privata (fondamento del mercato) e della ragione ( fonte della scienza);

23. C’è una sola società mondiale, plurinazionale, che in questo stesso momento rimesta e mescola le società nazionali, le cui pareti sono sempre più porose; il capitalismo, mondiale di nascita, mille anni fa in Europa occidentale, non è che una parola per designare l’aspetto economico di questa società mondiale; nel XIX secolo , l’economia mondo europea ha assorbito le altre economie mondo per formare l’economia mondiale, tout court; al XX secolo, il Socialismo ha bloccato per 75 anni la realizzazione di questo assorbimento, ma si è infine dissolto in esso tra il 1978 (apertura della Cina) e il 1989 (caduta del muro di Berlino); da allora l’unificazione dell’economia mondiale si accelera fin quando un giorno, forse, una nuova divisione non sopraggiungerà a fermarla;

24. Il sistema capitalista non crollerà mai grazie all’assenza di regolazione; poiché ci sarà sempre un’istituzione politica per regolare una crisi finanziaria, per quanto grave essa sia; e quale altro sistema potrebbe sostituirlo, dopo il fallimento del socialismo? Del resto, ai nostri giorni, non c’è nessun candidato, pretendente credibile; tutto quello che si può prevedere, è che di tanto in tanto il dirigismo riaffiorerà: perché nel profondo non è mai scomparso; il capitalismo condannato a crollare è un mito; e un mito non può crollare, si dissolve e resuscita quando se ne ha bisogno;

25. Al contrario la società mondiale, quella sì che può distruggersi, se non risponde alla principale sfida del nostro tempo, che è ecologica; la sua forma più urgente è la sfida al surriscaldamento climatico; e se la risposta giusta non viene data in tempo, la società mondiale scomparirà, e con essa l’intera umanità, ovvero: noi.

le 14 septembre 2008
Nota
Per chi volesse saperne di più sul M.A.U.S.S. ne abbiamo parlato qui

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62 Responses to Radio Kapital – M.A.U.S.S.

  1. soldato blu il 5 ottobre 2008 alle 10:48

    Nessuno, certo, mi potrà accusare di opportunismo per la mia adesione incondizionata alle 25 – pardon! – alle 23 tesi di Fourquet.

    [La cosa mi rende felice perché organizza splendidamente idee che avrei voluto esporre, meglio, nei miei ultimi commenti su questo blog.
    È come se un adulto accondiscendente avesse detto a un giovane (cosa che purtroppo non sono) confusionario: va be’, ho capito, ma non si dice come lo dici tu, lo si dice in questo modo…]

    Quindi, sono 23 le tesi a cui do la mia adesione incondizionata, perché considero le ultime due: una di previsione del futuro e l’altra di indicazione per l’agire, quelle su cui maggiormente dovrebbe svilupparsi una discussione.

    Mi auguro che possa essere una discussione vasta e approfondita e concreta, perché, come Effeffe ha già sottolineato, quelli che ci mancano non sono argomenti su cui pensare, ma argomenti su cui pensare per poter agire.

    Gli americani istituirebbero un premio di 1 milione di dollari per l’idea vincente, i leninisti leggerebbero “Che fare?”, chi leninista non lo è mai stato, penserebbe invece che quel “Che fare?” è anche il titolo di una gran bel romanzo.

  2. Alcor il 5 ottobre 2008 alle 11:35

    Sulla tesi 25 sono d’accordo. Sono molto pessimista. Ma sono molto perplessa su questa focalizzazione sull’America. Dov’è finita la Cina in questo ragionamento? Attualmente, se non ricordo male le partecipazioni straniere, principalmente cinesi, all’economia americana, superano il 50%, il che vuol dire che gli Stati Uniti non possono prendere decisioni geopolitiche autonome, perché devono tener conto degli attuali detentori del potere finanziario. L’attuale piano del congresso, che si scaricherà sulle spalle dei contribuenti, potrebbe essere solo una costosissima pezza. Mai come adesso l’America è stata debole.
    Non so, mi pare che come sempre l’America sia la grande ossessione dei francesi.
    Ma soprattutto, la grande novità di questa crisi, mi pare, è che i singoli stati non sono più in grado di determinare alcunché, esiste ormai il grande metastato finanziario trasversale.
    Lo stato, gli stati, arrancano alla rincorsa di un potere finanziario depersonalizzato, vedere il capitalismo come un quasi soggetto (e quasi- soggetto è una bella definizione, perché è un soggetto avido e inconsapevole) e identificarlo con lo stato americano, mi sembra al giorno d’oggi un’ostinazione teorica, o anzi, politica.
    Queste 25 tesi mi sembrano una risposta poetica a un’analisi economica.

  3. Alcor il 5 ottobre 2008 alle 11:52

    Copio da Guido Rossi, Il mercato d’azzardo, Adelphi, 2008

    All’inizio di questo secolo tra le cento maggiori economie mondiali compaiono cinquantun gruppi societari multinazionali e solo quarantanove Stati. Sommando tra loro i prodotti interni lordi di tutti gli Stati esistenti (191, al momento del conteggio), ad eccezione dei nove più importanti (Stati Uniti, Giappone, germania, Francia, Italia, Regno Unito, Cina Brasile e canada), si ottiene una cifra inferiore al valore aggregato delle vendite annuali delle prime duecento società del mondo. In base agli stessi calcoli il fatturato di Wal-Mart, dodicesima società al mondo in ordine di grandezza, supera, da solo, quello di ben 161 Stati; i fatturati di daimlerChrysler, general Motors e Ford sono superiori al prodotto interno lordo, rispettivamente, di Norvegia, Danimarca e Sudafrica. A questo punto non sorprenderà che la capitalizzazione della borsa cinese abbia di recente superato il prodotto nazionale lordo del paese, e che fra le dieci società mondiali maggiori per capitalizzazione ben tre siano cinesi – tutti dati che contribuiscono a ridimensionare l’immagine di un capitalismo corrente (e “virtuoso”), anche e soprattutto da un punto di vista politico.
    Le corporation vanno ormai considerate i veri protagonisti della scena economica contemporanea: dominano in molti casi le identità statuali ai cui ordinamenti sarebbero in teoria assoggettate, e riflettono (anzi, spesso sanciscono) la divisione del mondo tra ricchi e poveri: il 93 per cento delle prime duecento società al mondo appartiene infatti a soli sette paesi.
    I grandi gruppi internazionali rappresentano di fatto un sistema di scambio parallelo, in grado di porsi al di fuori – o al di sopra – sia del mercato sia della legge.”

    Ecco, fissarsi sugli Stati Uniti, vista la situazione, mi sembra un po’ un’ingenuità.

  4. soldato blu il 5 ottobre 2008 alle 14:03

    1. Il capitalismo come sistema economico è una visione dello spirito.

    Non è, né vuole essere una tesi nuova.
    Tra i testi fondamentali su cui si è formata un’intera generazione figurava:
    Max Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo.
    Era sconcertante, oggi come allora, questa attribuzione di primogenitura del protestantesimo.
    Non ricordo molto bene, dopo circa trent’anni, ma mi pare tutto si reggesse sulla relazione determinante tra “puritanesimo” e “accumulazione primitiva”.
    Era, in effetti, una scelta ideologica per il “liberismo”.
    Quell’altro capitalismo, istituzionalista e keynesiano, di certe dinastie italiane, sin dall’inizio sapeva che il consumo [e talvolta lo spreco] a favore del popolo, serviva a rafforzare il sistema.
    E la pratica di intervento statale per salvare le banche non è certo cosa nuova: fu un’invenzione dei Medici, qualche volta senza nemmeno avvertire nessuno, ma con trasferimenti diretti dalle casse dello stato a quelle delle loro Banche.

  5. Alcor il 5 ottobre 2008 alle 14:16

    E anche dal bellissimo libro di Werner Sombart, Il borghese, lo sviluppo e le fonti dello spirito capitalistico, Longanesi, 1978.
    Non so se si trova ancora.

  6. véronique vergé il 5 ottobre 2008 alle 18:10

    Complimenti Effeffe.
    E’ un’analisi lucida e fa piacere vedere che quando ascoltando le notizie del mondo, e che mi faccio commenti da sola senza persona per rispondermi, ci sono altre personne che pensano la stessa cosa e llpropongono un testo chiaro, intelligente.
    Penso che oggi tutti hanno iniziato a pensare che il capitalismo non è un magnifico sogno di felicità e di stabilità.
    Cio che accade è per me un fragore simile alla caduta del muro di Berlin.
    Per il momento si prova a salvare il vestigio, ma lo penso, il male è fatto.
    Non serve a nutrire il corpo malato.
    E’ un opinione che so ingenua. Il problema è che per il momento non si offre un altro cammino, un ‘altra manera di vivere.
    Forse la sfida ecologica puo creare un mondo diverso, più umano.

    Grazie ancora a Effeffe: fa parte delle persone che hanno un ‘energia viva per pensare un mondo diverso.

  7. carmine vitale il 5 ottobre 2008 alle 19:22

    in questo mondo dove le parole etica sociale dono sono troppo spesso solo lettere ci sono spazi di luce accecante nonostante le nuvole
    queste parole che effeffe ripropone con una grande energia servono ad organizzare una nuova resistenza morale rendere reale il nostro immaginario difenderlo dagli attacchi
    dobbiamo cercare di costruire con i nostri piccoli mezzi le nostre parole piccole ma alate una società in cui i valori economici cessino di essere centrali (o unici), in cui l’economia venga portata al ruolo di semplice strumento della vita umana e non venga più vista come fine ultimo
    bisogna parlarne
    e scriverne
    per legittima difesa

  8. A. Morgillo il 5 ottobre 2008 alle 21:30

    Continuo a credere che oggi in Occidente viviamo come nell’India dei Maharaja. Una marea di diseredati e tanti falsi borghesi che continuano a vivere al di sopra delle loro possibilità. Senza capitale e tanto credito.
    La Cina poi ha messo in crisi il concetto stesso di individualismo borghese. Non avendo i cinesi il concetto di individualità.
    India. Cina. L’ambigua Russia. Altri paesi emergenti… No. Il capitalismo non abita più qui. Per me siamo al post o al post-postqualcosa. Fate voi. Queste sono solo le considerazioni di un trentenne che vive e lavora a Londra, sempre leggendo troppe speculazioni su giornali dall’identità ormai virtuale. Quasi stilizzata. Ma non archetipica.

  9. effeffe il 6 ottobre 2008 alle 01:54

    una prima azione che mi piacerebbe fare è quella che chiamo : No credit No card

    quante persone sarebbero disposte oggi, a incontrarsi in gran numero in una piazza per distruggere la propria carta di credito? Che come tutti sanno è tutto fuorché una carta con credito. Oppure chiamarla con il suo vero nome: carta di debito. E sostituire la cultura dell’economia con quella del dono.
    a tale proposito, consiglio la visione dell’intervista a Morin, proprio sulla necessità di restituire al dono- e alla gratuità- la parte che aveva nella nostra cultura.
    http://www.journaldumauss.net/spip.php?article389
    effeffe

  10. francesco forlani il 6 ottobre 2008 alle 02:47

    dario
    bellissimo commento, osservazione interessante
    ma troppo breve. E’ molto tardi
    però sei simpatico
    effeffe

  11. soldato blu il 6 ottobre 2008 alle 07:55

    L’affermazione, a livello internazionale, del liberismo negli anni ’70, non ha conseguenze soltanto sul piano economico.
    Determina una forte cambiamento a livello culturale, le cui conseguenze – come un’onda lunga che continuamente si rafforza – ancora stiamo subendo, in un pericolo reale che ci travolga del tutto.

    Di fatto – e ne sono segno certe attività editoriali tipo la collana “one minute manager” che nascono allora – il manager sostituisce l’intellettuale classico nella funzione di “chierico” della società civile.
    Il suo tipo di azione culturale: L’INFORMAZIONE, sostituisce quella classica: LA FORMAZIONE.

    Gli intellettuali tentano, in un primo momento, di contrastare la conquista dell’egemonia da parte dei nuovi soggetti, con iniziative a tutto campo
    [restanto, in Italia, due testi fondamentali di questo contrattacco: Livelli di realtà, a cura di Massimo Piattelli Palmarini, Feltrinelli 1984, e La sfida della complessità, a cura di Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti, Feltrinelli 1985] ma le scelte politiche, fatte, in quegli anni, a favore degli avversari (penso al craxismo) toglie loro il terreno da sotto i piedi.
    Manager, veline, calciatori e pagliacci diventano l’avanguardia della nuova rivoluzione. I miti del tempo.

    Ecco un brano dalla “presentazione” della “Sfida della complessità”:

    “*Edgar Morin* richiama […] la nostra attenzione sulle più profonde valenze *antropologiche d epocali* della sfida della complessità. La complessità è una nozione ambivalente. Si presenta immediatamente in negativo, come ostacolo. come la reintroduzione dell’*incertezza* in una conoscenza che era partita trionfalmente verso la conquista della certezza assoluta. Ma […] l’aspetto positivo è altrettanto importante e consiste nel decollo verso un *pensiero multidimensionale* che comprenda come come le varie categorie disciolinari specializzate siano tanti aspetti di una medesima realtà, aspetti che nello stesso tempo bisogna distinguere e rendere comunicanti. Il pensiero multidimensionale può aiutarci a comprendere uno dei grandi mali della nostra epoca, l’operare impazzito di una funzione di *razionalizzazione* tendente a bonificare e a eliminare tutto ciò che non è immediatamente inquadrabile entro categorie assunte di volta in volta come privilegiate.”

    Nel frattempo, qualcuno, fortunatamente, non ha mai smesso di voler comprendere.
    Anche se chi *non vuole comprendere* risulta vittorioso politicamente, e proprio per questo.
    Ha mai cercato “la sinistra” di ovviare alle ragioni della sua “antipatia” da saputella prima della classe?

  12. valter binaghi il 6 ottobre 2008 alle 09:17

    Ho riportato le 25 tesi sul mio blog, ringraziando Effeffe per il prezioso lavoro di traduzione. Qui vorrei solo dire che l’unica opposizione al capitalismo può venire da una cultura della decrescita e dell’austerità, del dono, certo, ma anche del riciclaggio. E sopratutto, non solo da una riforma dell’economico, ma soprattutto del “morale” (“il capitalismo è una visione dello spirito” dice Fourquet). Il capitalismo ha sempre vissuto dell’espansione illimitata che implica la liberazione progressiva del desiderio dalla modestia del bisogno. In questo consiste il suo carattere propriamente “demoniaco”, che la sinistra post sessantottina ha fomentato anzichè combattere. Eterogenesi dei fini: non si può stracciarsi le vesti di fronte all’imperialismo della merce se non si è disposti a rinunciare alla cuiltura del soggettivismo più sfrenato, che ne è in qualche modo il presupposto. Come ho scritto altrove, liberarsi di Sade, Bataille, Deleuze, Marcuse, altrimenti altro che primi della classe: questi sono i cavalli di Troia che seducono all’autodeificazione e preparano la schiavitù. Gli autori dell’inversione di rotta si chiamano Lasch, Illich, Latouche, ma più che altro Gesù di Nazaret.

  13. véronique vergé il 6 ottobre 2008 alle 09:19

    Perché no? Distruggere la carta di debito? Si puo vivere senza…
    Per il dono, mi rammento benissimo un post dove tu parlavi del caffè sospeso, idea che trovato molto bella: questo dono che viaggia di cuore in cuore. E un caffè che vincola un filo d’amicizia.
    Il dono non dve unire due persone solamente. Ho pensato al senso del dono nell’amore o l’amicizia: dono libero o speranza del dono in ritorno.
    Il dono è uno slancio verso l’altro, oggetto che porta il cuore della persona che offre. Si offre una rosa, e nel cuore della rosa si mostra il desiderio della persona che fa il dono.
    Si capisce come un dono fatto da una persona che non apprezzo mi fa un peso nel cuore e mi mette a disaggio.
    Non si puo respingere un dono.
    Penso al dono viaggiatore: ti do una cosa importante per me, e spero, che tu darai una cosa importante a un altra persona incontrata nel cammino, e forse il dono viaggiatore verrà trovarmi…

  14. effeffe il 6 ottobre 2008 alle 10:54

    ciao valter
    avevo visto il link e mi aspettavo un tuo intervento
    le più belle rappresentazioni del Cristo restano per me quella di Pasolini nella Ricotta e quella raccontata da Dostoevskij nel capitolo del grande inquisitore. Oggi però siamo nel 2008 dopo Cristo, ovvero dopo, Valter, non dimenticarlo. Com’è detto in uno degli articoli la Papauté (termine che preferisco a Papato più neutro) è un potere costituito. In realtà oggi è un eccellente bene di consumo, con il suo marchandising e i suoi consigli per gli acquisti (per le vite). Vorrei dedicarti una bellissima poesia di un poeta che ho nella mia libreria accanto a Bataille .

    «Dimmi, enigmatico uomo, chi ami di più? tuo padre, tua madre, tua sorella o tuo fratello?

    – Non ho né padre, né madre, né sorella, né fratello.

    – I tuoi amici?

    – Usate una parola il cui senso mi è rimasto fino ad oggi sconosciuto.

    – La patria?

    – Non so sotto quale latitudine si trovi.

    – La bellezza?

    – L’amerei volentieri, ma dea e immortale.
    – L’oro?

    – Lo odio come voi odiate Dio.

    – Ma allora che cosa ami, meraviglioso straniero?

    – Amo le nuvole… Le nuvole che passano… laggiù… Le meravigliose nuvole!»

    Charles Baudelaire – Lo Spleen di Parigi

    ecco Valter io odio dio come voi odiate il denaro

    effeffe

  15. soldato blu il 6 ottobre 2008 alle 11:08

    Stavo per lanciarmi.
    Per mia fortuna è intervenuto prima il gentile Effeffe.

    Qualche volta si arriva a sperare che qualcuno – mi riferisco a Valter Binaghi – sia in malafede. Perchè se è in buonafede, allora il giudizio diventa necessariamente peggiore.

  16. Alcor il 6 ottobre 2008 alle 11:45

    Invidio la vostra fede nel potere dei sistemi di pensiero. Ho sempre avuto la convinzione che le idee seguano a ruota la realtà, e siano il meccanismo con cui l’uomo la racconta cercando di pararne i colpi.

  17. Alcor il 6 ottobre 2008 alle 11:46

    Sì, è un po’ brutale, ma in sostanza lo riscriverei.

  18. effeffe il 6 ottobre 2008 alle 12:02

    sai Alcor io non ho fede nei sistemi e ancor meno nel potere. Non credo nemmeno che il tutto (o una parte consistente di esso) si debba limitare alla constatazione – cronaca- di quello che mi succede. A meno che il racconto non anticipi – attraverso la visione e l’ossessione- quello che sta per accadere o che magari è accaduto senza che ce ne rendessimo conto. In questo credo che l’essai e la sua arte siano in francia (e anche nel mondo anglosassone) una vera letteratura e non esercizio di stile e di opinione come da noi in Italia. Altrimenti come spiegarsi il fatto che in italia l’essai non abbia un suo spazio e tutti (la maggior parte) un’opinione?
    “Bisogna
    ________dapprima
    _________________trasformare la vita
    E, trasformata,
    ____________si potrà esaltarla.
    Quest’epoca
    ___________è difficiletta per la penna.
    (…)
    Per l’allegria
    ___________il pianeta nostro
    _________________________è poco attrezzato.
    Bisogna
    _______strappare
    _______________la gioia
    ______________________ai giorni futuri.

    effeffe
    effeffe

  19. soldato blu il 6 ottobre 2008 alle 12:12

    Non è per niente brutale, Alcor.
    “Che le idee seguano a ruota la realtà, e siano il meccanismo con cui l’uomo la racconta cercando di pararne il colpi” è la sintesi dell’opera di quello che considero il maggior filosofo del secondo Novecento: Richard Rorty.
    Per quanto riguarda l’efficacia dei “sistemi” di pensiero, se non sbaglio, si è citato Morin a proposito di “pensiero multidimensionale”, che ha un significato diverso, se non opposto, di “sistema”.
    E poi, dulcis, non ci si è forse voluti tentare con argomenti che non facciano solo pensare, ma pensare per agire?

    Altrimenti, perchè uno se la dovrebbe prendere con chi crede ancora che Gesù Cristo sia qualcosa che serve a qualcosa?

    Se non per minacciare, da parte di una istitituzione totalitaria, i forni infernali a chi si permette di non adeguare la sua personalità a quella polposa (e inventata e aggiornata) del Messia.

  20. Alcor il 6 ottobre 2008 alle 12:16

    Sì, era un po’ provocatorio, ma spinta dal tuo post sul Mauss mi sono rimessa a rileggere Sombart, un po’ troppo biologizzante, ma anche pieno di meravigliose citazioni, per esempio, e penso a Valter, c’è un capitolo che si intitola: Importanza della religione per l’uomo del primo capitalismo.
    E il primo paragrafo si intitola I cattolici.
    In riferimento all’Alberti scrive: “Cos’ egli torna sempre a fondare i suoi insegnamenti sui comandamenti divini. Anche quando prende in prestito i pensieri degli antichi, quelli per esempio che predicano l’industriosità, egli puntella sempre queste dottrine con ragionamenti religiosi”

    E’ un vecchio libro, certamente superato, ma che esista una “naturalità” dello spirito borghese e capitalistico, ineliminabile e che cambia solo forme col tempo, mi sembra così innegabile.
    E che si intrecci sempre e si puntelli e si nutra, sia pure in modo contraddittorio, a volte, con sui e dei principi religiosi, è altrettanto innegabile, così è stato e così sempre sarà.
    La tua proposta di rinunciare alle carte di credito è seria? E se è seria, la pensi praticabile?

  21. Alcor il 6 ottobre 2008 alle 12:18

    Scusa Soldato blu, non ti avevo letto e rispondevo a Forlani.
    Per brutale intendevo che sono andata giù di estrema sintesi.

  22. Alcor il 6 ottobre 2008 alle 12:24

    Ma prima ancora che di capitalismo- scusate questa divagazione un po’ OT, ma mi piace riandare al primo principio – io mi interrogo sempre sul potere, il potere è il vero punto dolente, così plastico, così trasversale, così multiforme.
    Così indipendente dal denaro, anche se lo usa a suo vantaggio, così planetario.
    Non so se ci siano studi sulla natura del potere in sé, solo sulle sue manifestazioni mondane e politiche, credo, e invece attraversa, per puro amore di sé, anche quei campi che dovrebbero essere solo campi di idee.

  23. véronique vergé il 6 ottobre 2008 alle 13:29

    I commenti sono davvero interessanti, anche quando non condivido l’opinione.
    Il brano di effeffe è bello.
    Penso ai bambini della pianeta.
    Spero che dentro loro viene un mondo più vasto, con colori della natura,
    con un mare ritrovato, una tranquillità dell’anima. Penso a tutti i bambini che sono al punto di nascere: è per me il senso del sacro.
    Il senso della vita, dell’amore. Ignoro se entra il senso del religioso.

  24. valter binaghi il 6 ottobre 2008 alle 16:04

    @Effeffe, Soldato Blu, Alcor
    La cosa che non smette mai di stupirmi è che quando uno parla di Gesù Cristo, gli si risponde citando le ricchezze del Papa o il conservatorismo becero del cattolico medio.
    Se vi dicessi che non mi tocca?
    Che non è di questo che parlo?

  25. Alcor il 6 ottobre 2008 alle 16:28

    Ma a chi ti legge vien subito in mente, non si riesce a evitare.
    Tu non parli solo di Cristo.

  26. soldato blu il 6 ottobre 2008 alle 17:16

    Cristo non è una parola con cui si designa una cosa.
    Cristo è una raffazzonatura di lettere con cui si possono formare infinite parole che designano infinite cose.
    E’ una di quelle parole che Nietzsche, per questo, definiva “malate”.
    E’ soltanto un contenitore in cui poter riversare ciò che si vuole.
    Ma che bisogno abbiamo dell’immaginetta?
    O forse ci manca il coraggio di sostenere le nostre opinioni, nude, se non travestendole da dogma garantito o imposto dall’Assoluto?
    Lo sa il Binaghi che il gioco più perverso, nel mondo occidentale, è stato quello di accapparrarsi il ruolo di “pontefice”, per decidere poi “cosa” era questo benedetto Cristo?
    E che questo gioco ha fatto più morti di quanto ne abbia provocato la peste?
    La posizione di Binaghi non è più dignitosa di quella di chi dice:
    “Ecco, il Cristo è la peste dell’umanità”.

  27. valter binaghi il 6 ottobre 2008 alle 17:44

    La posizione di Binaghi è quella di chi dice: se gli uomini mettessero il loro spirito a comprendere l’ordine della natura anzichè a pensare di sovvertirlo, a riposare nella misura che il Creatore ci ha assegnato anzichè alla bulimia dei desideri, a cercare la perfezione dell’amore anzichè il massimo del potere, quello di cui si parla qui sopra svanirebbe d’incanto.
    Lo sapeva Socrate e lo sapeva Cristo.
    Lo sa anche Soldato Blu, ma preferisce il vino dei superbi all’acqua pura degli umili. Quando associo il vietato vietare e l’immaginazione al potere dei Vostri Autori al consumismo sfrenato e farsesco cui hanno aperto le porte, mai nessuno che provi a confutare. Solo slogan e anatemi.

  28. valter binaghi il 6 ottobre 2008 alle 17:48

    “Lo sa il Binaghi che il gioco più perverso, nel mondo occidentale, è stato quello di accapparrarsi il ruolo di “pontefice”, per decidere poi “cosa” era questo benedetto Cristo?”

    Sostituisci a “pontefice” “partito”, e a Cristo Rivoluzione, e avrai una storia diversa ma uguale.

  29. soldato blu il 6 ottobre 2008 alle 18:20

    L’unica cosa che sa il Binaghi – ma ha tirato a indovinare – è che Soldato blu preferisce il vino all’acqua pura.
    Immaginiamoci, poi, quand’è inquinata.

  30. effeffe il 6 ottobre 2008 alle 18:53

    Guarda blue soldier che pure Binaghi è da fiaschetto di rosso sul palco quando canta…
    e infatti non riesco a capire la sua ostinazione /ossessione verso i cocktail della mente ( alcuni la chiamano anima) miscellanee di ordine e morale, dove la voce perdono la paghi a cottimo con preghiere quotate in borsa. Ci sono mille modi di dire Cristo, è vero Valter, perfino i bestemmiatori lo dicono. Però ha ragione Alcor quando dice che il tuo cristo somiglia a quello di Giovanni Lindo Ferretti, con Ratzinger alle tastiere.
    effeffe

  31. elio il 6 ottobre 2008 alle 19:05

    Non riesco a trovare il tempo necessario per riflettere bene su articoli e commenti, quindi arriverò in ritardo (se ci arriverò) sulla discussione, però vorrei almeno ringraziare FF per l’idea, quanto mai opportuna, e il suo lavoro di traduzione.

  32. valter binaghi il 6 ottobre 2008 alle 19:39

    Cari, se la mia acqua è inquinata il vostro vino è fasullo: colorito con le polverine dell’ideologia, smentita dalla realtà ma difesa dall’ostinazione.

    Questo è Massimo Fini, ateo e per nulla devoto, mi risulta:

    “Io sono persuaso da tempo – e lo vado scrivendo da vent’anni – che nei decenni e, probabilmente, nei secoli a venire lo scontro non sarà più fra destra e sinistra, com’è stato nell’Ottocento e nel Novecento, ma fra modernisti e antimodernisti, fra fautori del progresso e i loro avversari.

    Noi siamo su un treno che va a mille all’ora e aumenta a ogni istante la velocità, i suoi costruttori sono morti da tempo, chi ne è attualmente l’erede, anche se si illude di guidarlo, ne ha perso da tempo il controllo, perché il meccanismo, che si autoraffina in progressi, va ormai per conto suo ed è diventato scopo a se stesso. A condurre il treno non c’è, in realtà, nessuno. Sul treno, è vero, c’è chi siede su comode poltrone di prima classe, anche se è pur esso sballottato e frastornato dalla velocità, chi in seconda e in terza, chi sugli strapuntini, chi sta nei cessi, chi mezzo fuori dal finestrino, chi appeso alle predelle, mentre molti, forse la maggioranza, rotolano più per la scarpata. Per cui ha un certo interesse trovare una sistemazione più equa per i viaggiatori.

    Ma la questione di fondo è un’altra: dove diavolo sta andando il treno? Ed è vero, come sostengono alcuni, che a questa velocità, volendo e dovendo anzi aumentarla, prima o poi si disintegrerà o finirà contro una montagna o esaurirà la rotaia?Queste sono le domande poste dal movimento che abbiamo convenuto chiamare «di Seattle», che riguardano tanto il Nord che il Sud del mondo, tanto i ricchi che i poveri, anzi, a rigore questi ultimi un po’ meno dei primi perché molti di essi, rotolando giù dal treno, possono forse sperare di salvarsi, anche se feriti e laceri, se il viaggio finirà davvero in un disastro.

    Ecco perché è grottesco che le questioni che si affollano attorno al vertice del G8 di Genova vengano presentate, e in qualche caso si autopresentino, come uno scontro fra destra e sinistra, dove la prima sarebbe global e la seconda anti. Destra e sinistra sono nemiche a pari merito del movimento di Seattle, perché si dividono solo sulla sistemazione dei viaggiatori e se si debba dare o meno qualche panino a quelli che non viaggiano in prima classe e non si servono della carrozza ristorante, ma entrambe sono d’accordo sul fatto che il treno sia la miglior macchina mai costruita, sulla sua direzione, sulla velocità stratosferica e pensano anzi che aumentandola ancora verranno risolti, chissà perché, i problemi degli occupanti invece di ingigantirli com’è avvenuto finora sia per quelli benestanti che per gli altri. Sono entrambe, fuori di metafora, convinte delle «sorti meravigliose e progressive».Le correnti di pensiero più vere e profonde del movimento di Seattle ritengono, all’opposto, che le sorti non siano né progressive né, tantomeno meravigliose, che il treno, per quanto luccicante, sia diventato una macchina infernale, che non solo vada rallentato ma fermato addirittura debba fare retromarcia per riguadagnare la stazione precedente e da qui prendere una via diversa. E che tutto ciò vada fatto al più presto, perché come mi ha detto una volta Carlo Rubbia, che non è un oscurantista, che non è un millenarista, ma uno scienziato e un positivista, «potremmo anche aver già superato il punto di non ritorno».

    Questo destra e sinistra, che discendono ambedue dai filoni di pensiero di coloro che hanno costruito il treno, non lo potranno mai accettare. Quando le sinistre, sia nella versione tardo marxiste-leninista dei ragazzotti inconsapevoli dei centri sociali sia in quella adulta riformista e dalemiana, cercano di mettere le mani sul movimento di Seattle, o più realisticamente di lucrarne qualche briciola, compiono quindi un’appropriazione indebita.Maggiormente legittimati, semmai, a sentirsi affini a Seattle sono i cattolici. Sia perché, storicamente, sono stati a lungo antimodernisti e antiprogressisti, e molti, in cuori loro, lo rimangono, sia perché si deve anche alla Chiesa (si pensi solo alla speculazione di Tommaso D’Aquino e di Alberto Magno) se il Medioevo mantenne al centro della propria visione l’uomo e non l’economia e, per quanto ci possa apparire incredibile, fu un tentativo generoso, e in parte riuscito, di far vivere una comunità d’uomini in modo socialmente più equilibrato ed esistenzialmente meglio compensato.”

    Da “Il Giorno” del 20/07/2001

  33. effeffe il 6 ottobre 2008 alle 20:10

    Per un torneo Post Moderno Neo Bisanzio

    destra vs sinistra
    conservatori vs progressisti
    ricchi vs poveri
    uomini vs donne
    etero vs omo
    bianchi vs neri
    nord vs sud
    est vs ovest
    europa vs Usa
    Occidente vs Oriente
    Libero Mercato vs Stato

    Dio (cristiano) vs Dio (musulmano)
    in panchina Dio (ebraico)
    i servizi d’ordine sono allertati

    effeffe

    ps
    sia perché si deve anche alla Chiesa (si pensi solo alla speculazione di Tommaso D’Aquino e di Alberto Magno) se il Medioevo mantenne al centro della propria visione l’uomo
    scrivi tu (anzi lui ma tu la sottoscrivi)
    Ho molti amici, nel senso più forte del termine, che si dicono “cristiani”. Ho amici preti e non rinnego la favola che mi è stata raccontata da bambino, la parte di tradizione che mi appartiene. fatta questa premessa credo che se la Chiesa mantenne il proprio ruolo all’interno del medioevo lo si deve essenzialmente agli uomini e al sistema di potere economico messo in piedi.
    Chi all’epoca scriveva di mantenere l’uomo al centro delle cose veniva mandato al rogo.
    Il MAUSS non si reclama come erede del comunismo, Marcell mauss non era comunista ma libertaire, anarco socialista. Esattamente come George Orwell, per capirci, ovvero gente che non può far parte delle tue ossessioni anti sinistra, della tua crociata anti comunista. Il passaggio all’azione è complesso, ma necessario. Chi comincia?
    effeffe
    ppss
    sul Giorno, stessa testata da cui hai tratto l’articolo in questione leggo oggi:

    “Il tasso Euribor a tre mesi ha invece toccato il massimo dal 1994, passando al 5,345% dal precedente 5,339%. E c’è chi nell’11 settembre delle borse mondiali vede un monito per l’intera umanità. “Vediamo adesso nel crollo delle grandi banche che i soldi scompaiono, sono niente – ha dichiarato oggi il Papa -. Chi costruisce solo sulle cose visibili, come il successo, la carriera e i soldi rischia poi di perdere tutto, solo la Parola di Dio è solida”

    parola di dio…
    effeffe

  34. valter binaghi il 6 ottobre 2008 alle 21:07

    Sbagliato Effeffe, io la sinistra la vorrei redimere, non sopprimere.
    Restituirla al comunitarismo, toglierla alla narcosi di narciso che ne ha fiaccate le forze, come aveva ben visto Pasolini.
    Ma è un dialogo tra sordi, mi sa.

  35. effeffe il 6 ottobre 2008 alle 21:17

    no Valter i tuoi propositi non solo li condivido ma mi rassicurano sul tuo percorso. E’ che soprattutto quando si è in viaggio – come un po’ tutti mi sa- si confondono le “valute” di paese in paese…
    effeffe
    ps
    e poi molto meglio Tati di Sordi, no?

  36. Claudia L. il 6 ottobre 2008 alle 21:45

    Perchè i cristiani non possono semplicemente accettare che filosoficamente non credi in dio, per ragioni storiche, non credi in dio, e non perchè stai attraversando un ‘momento di crisi’?
    Non credo che ci siano molte persone da convertire al comunitarismo, tra i lettori di questo forum…

  37. carmine vitale il 6 ottobre 2008 alle 22:01

    un giorno normale

    un uomo e una donna ultra sessantenni pensionati(lei cardiopatica) arrestati per spaccio per sopravvivenza
    le borse crollano del diecipercento(solo perchè è questo il limite consentito)
    la scuola perde qualche miliardo
    tra pakistan kirghizistan circa centomorti
    per tanziricuccicoppolaefurbettivarituttifuoriquasiinsalvo
    sette orsi morti al polo
    un eroe la donna che ha visto il pestaggio nella nobile città e mostra il suo volto
    a casal di principe dacci oggi il nostro morto quotidiano
    senza contare pristina mogadiscio e (segue lungo elenco)
    un nobel per hiv
    un hiv per un tossicomane
    a me più di cercare cristo mi viene di cercare l’essere
    e un qualche valore che non siano i soldi.

  38. soldato blu il 6 ottobre 2008 alle 22:19

    La figura più oscura, più ambigua e, direi, più odiosa – per lo meno per certe sensibilità – della letteratura apocalittica, ma anche in san Paolo – seppure, in questo caso, è difficile stabilire dove si colloca la pura odiosità: in chi odia o nell’oggetto dell’odio – è il Catechon. Colui che tiene il piede in due staffe.
    Colui che, ostacolando l’apocalisse, la catastrofe [la chiarificazione], impedisce la parusia, il ritorno del giusto.
    Uno dei nodi teorici originari su cui il MAUSS basa le sue analisi e le sue teorizzazioni, è quello che considera le origini delle istituzioni occidentali, compresa la stessa forma dell’attività economica capitalistica, intrecciate in modo indissolubile alla religione cristiana.
    In un momento di crisi assoluta di queste forme della vita civile occidentale – impero, stati nazionali, democrazia, cittadinanza, libertà, uguaglianza, fraternità [risulta quasi patetico pronunciare questa parola], capitalismo – come si fa, all’interno di una discussione che, perlomeno nelle intenzioni, vorrebbe chiarire agli stessi partecipanti, prima che teorie, almeno un lessico non ingannevole, a riproporre come cura ciò che, senza alcun dubbio, si è presentato sempre come malattia?

    La discussione era iniziata con buone premesse, la potenza negativa del Cristo forse riuscirà a boicottarla. Ma allora, Binaghi, dirà che ha vinto una battaglia contro l’Anticristo. Indovinando, come al solito, che noi siamo l’Anticristo, sbagliando sul fatto di avere vinto qualcosa.

  39. valter binaghi il 7 ottobre 2008 alle 00:27

    Capito. Lasciamo a Soldato Blu il monopolio della S/ragione.
    E anche il saccheggio della Storia.
    C’è un sacco di gente che nasce anarchica, e muore sui piedistalli.
    Claudia L. Il comunitarismo non è CL.
    tranne forse alle 150 ore maldigerite.

  40. francesco forlani il 7 ottobre 2008 alle 00:56

    Valter
    quanto a saccheggi non credo si possa imputare a Soldato Blu alcunché. Non v’è nulla del gesuita in lui te lo assicuro!!
    Il problema sai qual è ? il comunista che è (fu) in te come l’albero la foresta nasconde il cattolico (non il cristiano) che riordina molte delle tue ultime analisi.
    Io oggi non voglio sapere cosa succederà dopo la vita , ma cosa sta succedendo ora, in questo momento che ci parliamo mentre le breaking news (ottimo carmine vitale) ci attraversano inafferrabili. Peggio del post moderno è il post coitum (tu lo chiami piedistallo) quando si ammanta di eternità e di fede. A volte penso che posizioni come le tue siano possibili solo in contesti come questo e mi dispiace. Mi dispiace vederti illuso di credere, innanzitutto che la tradizione cui ti rifai possa capirti ( non posso immaginarti redattore di famiglia Cristiana, dell’osservatorio romano o peggio strimpellare canzoni finto country folk durante una messa, tu blues man d’antan). Insomma sarebbe pure ora che intelligenze come la tua abbandonino la sala d’aspetto di dio, magari lasciando un post it : torno subito. Ti assicuro che lui né i suoi valets se ne accorgeranno, credimi. La vita è altrove (ma qui)
    effeffe

  41. francesco forlani il 7 ottobre 2008 alle 01:36

    @ alcor
    in settimana proverò a formulare meglio il No credit no card cercando esperienze simili (sicuramente ce ne sono) cui fare riferimento.
    sarebbe utile avere “consigli dell’esperto” anche tra i nostri lettori sia sulla fattibilità dell’azione che sulle modalità, e chissà cominciare a contarci. Poi andrebbero “organizzate” delle forme di aggregazione tra le persone che avendo contratto mutui capestro con le banche rischiano di perderla (pur avendo ampiamente rimborsato la somma equivalente al costo del bene al momento dell’acquisto) . Visto che il presidente del consiglio parla dello stato come di un’impresa perché una famiglia non può accedere allo statuto di impresa individuale dal momento che produce profitto (per gli altri) e ricevere la stessa forma di aiuto riservata alle imprese ?
    Mettere in atto sciopero dei consumi e “identificare” forme alternative di accesso ai beni di prima necessità (e utilità) sul modello del chilometro zero adottato da Slow Food nel settore alimentare. Sull’esempio di quanto è stato già sperimentato in alcuni comuni d’Italia rendere i trasporti pubblici completamente gratuiti per ridurre consumo di carburante e inquinamento delle città. Sfiduciare (come se ce ne fosse bisogno…) gli attuali organi di rappresentanza politica e sindacale proponendo figure ma soprattutto gruppi di persone alternative. In che modo? Cerchiamo di capirlo insieme. Possibile che tra i nostri lettori non ci sia nessuno della CGL? O della CISL? o Della UIL? della CNT? Nelle scuole si vuole imporre il maestro unico? bene, i maestri “esclusi” cercano di assicurare comunque il servizio prestandosi come personale per metà volontario e per metà rimborsato dal personale docente effettivo attraverso una cassa che contempli il versamnto da parte degli insegnanti di ruolo di un 10 per cento del proprio stipendio. Il ministro dice che la direttiva è dettata dalla mancanza di fondi e non da un preciso piano didattico, bene, si trovano i soldi internamente…Mi fermo qui. Pensate che abbia delirato?
    effeffe

  42. francesco forlani il 7 ottobre 2008 alle 01:56

    “Les ménages français sont aujourd’hui les moins endet¬tés d’Europe. Or, une économie qui ne s’endette pas suf¬fisamment, c’est une économie qui ne croit pas en l’avenir,
    (un’economia che non si indebita sufficientemente, è un’economia che non crede nell’avvenire, che dubita delle sue qualità e che ha paura del domani)

    qui doute de ses atouts, qui a peur du lendemain. C’est pour cette raison que je souhaite développer le cré¬dit hypothécaire pour les ménages et que l’Étal inter¬vienne pour garantir l’accès au crédit des personnes malades.

    questo scriveva nel 2007 l’attuale presidente francese. Mi è appena arrivata una mail di un’amica Sophie con il link qu’il faut

    http://www.u-m-p.org/propositions/index.php?id=credit_hypothecaire
    effeffe

  43. Claudia L. il 7 ottobre 2008 alle 02:44

    @valter: faccio umilmente ammenda per la mia ignoranza: la prego di esplicitare la sigla, non ho colto la sottigliezza della frase. Me ne scuso!

    @francesco: non mancano certo le occasioni per metter in campo azioni dimostrative (più o meno) efficaci… non mancano neanche le azioni… il problema secondo me è che queste lasciano il tempo che trovano se non sono supportate da un piccolo pre-requisito: una vasta eco.
    Avverto poca speranza, nell’aria, se guardo bene, anche in me stessa…
    Il senso di azioni del genere credo non debba essere trovare una soluzione al fatto che un insegnante su quattro potrebbe ritrovarsi a fare l’ausiliare del traffico entro il prossimo anno scolastico, nè indurre un ministro a rivedere le sue direttive (Non la finalità primaria, perlomeno).
    Dovrebbe essere il gioioso tentativo di infondere speranza, di contagiare le persone spaesate e tristi a rompere il guscio, la corazza della paura, a guardare la vita come se potessimo di nuovo cambiarla, forti del non avere più illusioni ideologiche, ma solo obiettivi concreti: giustizia, ossigeno, case, salute, felicità!

  44. soldato blu il 7 ottobre 2008 alle 08:02

    Anch’io ho delle riserve, non certo sulla necessità, quanto su quella che una volta si diceva “forma di lotta”. In questo mi trovo pienamente d’accordo con Claudia L.
    Purtroppo il volontarismo ha sempre prodotto pochi frutti.
    La necessità di trasformazione riguarda anche questo.
    E l’invito di Effeffe a una discussione che può durare a lungo – chissà? – mi pare pregiudiziale rispetto a qualunque decisione.
    Per quanto riguarda il No credit no card, poi, io purtroppo non potrei parteciparvi: non ho più la card.
    Inopinatamente, qualche anno fa, pur avendo un conto corrente su cui veniva versato il mio stipendio, quella mi venne tolta dalla mia banca.
    Era capitato che, a fronte di movimenti decennali del tutto regolari, in particolari contingenze della mia vita, ne facessi un uso sfrenato, ma senza mai intaccare il credito contrattuale che mi era stato concesso.
    La banca non ebbe nemmeno la gentilezza di giustificare questo suo fare “moralizzatore” nei miei confronti, comportandosi quale “padre spirituale” che si preoccupava del mio “bene”.
    La mia scheda venne segnata da un qualche “segno” e ogni volta che volevo fare un prelievo allo sportello venivo guardato come un appestato, provvedendo poi il cassiere di turno a chiedere l’o.k. al fuzionario di sala prima di versarmi il mio.
    Ho dovuto chiudere il conto e, da allora, servirmi di quello di mia moglie.
    Per chi trovasse la faccenda strana, conservo ancora oggi gli estratti conto di quel periodo.

    E poi, una forma di lotta, non è già proprio quella dei correntisti che ritirano i propri capitali dalle banche in odore di crisi?
    Ho sempre sostenuto che la catastrofe è l’unica, vera, forza riformista.
    Che i governi si stiano dando da fare per proteggere totalmente i risparmi delle famiglie è già una bella riforma.
    L’obiettivo dovrebbe essere quello di impedire che, attraverso questo,
    vengano protetti anche gli interessi dei ladri.

  45. véronique vergé il 7 ottobre 2008 alle 08:14

    Ieri ascoltavo la radio. Un operaio telefonava e diceva: sono povero. Non ho denaro in risparmio alla banca, dunque me ne frega il problema della crisi. In definitiva ha ragione. Ho ben dormito questa notte, e penso che ascoltare la radio, non me la faccio più: ascoltare tutti che hanno paura per il loro denaro mi fa vomitare. E forse la fortuna per noi occidentali di cambiare una manera di vivere e di considerare il denaro.
    Ho sempre trovato che l’idea di Freud è magnifica. Non ho pensiero di economista, sono meglio con i concetti psi. Il denaro è il complesso anale.
    Una volta che tu hai capito questo complesso, tu lascia vivere ” il denaro “tranquillo. C’è un lato psi che ho notato: quando avevo problema con il cibo, non potevo spendere il denaro; quando mangiavo troppo, spendevo troppo. la mia sorella ha un problema di malattia “maniaco dépressif”, nella fase mania, spendeva al punto di essere in una situazione difficile. ho potuto vedere come il sistema del credito è viziato: un circolo crudele per persone debole.
    Tornando all’argumento, penso che il problema economico è legato a un problema umano psi di potere, di profitto.
    In fine il denaro allontana della realtà e della vita.

  46. effeffe il 7 ottobre 2008 alle 08:45

    Dovrebbe essere il gioioso tentativo di infondere speranza, di contagiare le persone spaesate e tristi a rompere il guscio, la corazza della paura, a guardare la vita come se potessimo di nuovo cambiarla, forti del non avere più illusioni ideologiche, ma solo obiettivi concreti: giustizia, ossigeno, case, salute, felicità!

    deve, non dovrebbe.
    E comunque mi ricordo che nei due periodi di lotta (virgolettato) in cui mi sono trovato, ovvero le occupazioni universitarie del 90 (la pantera) e gli scioperi del ’95 a parigi, la gente era davvero più felice. un amico mi diceva che l’INPS avrebbe dovuto riconoscere ai movimenti degli anni settanta (e rimborsarli) un’economia notevole in temini di non consumo, durante quegli anni, di psicofarmaci e antidepressori. Oggi se dovessi pensare a una performance collettiva chiederei a tutti ( nella societé du spectacle nous sommes tous des artistes) di portare in piazza la loro pharmacie (l’armadietto generalmente situato in bagno). Varrebbe più di ogni analisi economica.
    effeffe
    ps
    Blue soldier (in francia la credit card si chiama carte bleu) anch’io ho rinunciato dopo il reiterato taglio di almeno sette carte. Ho perfino il filmato cui si è prestato mon banquier,

  47. effeffe il 7 ottobre 2008 alle 09:06

    Eppur si muove

    Oggi intanto davanti a Montecitorio hanno manifestato per tutto il giorno centinaia di insegnanti e studenti alzando l’immagine “sacra” del ministro Gelmini ribattezzata “Santa Ignoranza”. Rulli di guerra dagli studenti universitari che venerdì scenderanno in piazza. Perchè non è solo la scuola dell’obbligo il problema. C’è anche l’università che, con il via libera alle Fondazioni previste da Tremonti e Brunetta, in tre anni potrebbe essere privatizzata. I ricercatori prima e gli studenti da oggi hanno occupato le facoltà scientifiche di Pisa e Firenze, “contro il taglio dei fondi statali all’università e la possibilità che gli atenei siano trasformarti in fondazioni private”. Dalla Toscana potrebbe partire il dòmino delle occupazioni. I sindacati sono pronti allo sciopero generale. Il 31 la prima data buona.

    da repubblica di oggi

  48. valter binaghi il 7 ottobre 2008 alle 10:30

    @effeffe e altri
    Visto che il problema è la finanza, leggetevi un po’ questo e ditemi se è poco.
    http://valterbinaghi.wordpress.com/2008/10/07/nichilismo-della-finanza-di-luigi-copertino/#more-720

  49. Alcor il 7 ottobre 2008 alle 10:51

    Il chilometro zero mi va strabene, io sono una persona pratica e pragmatica, la democrazia del consumatore è un modo per cambiare stile di vita e limitare i danni.
    Da pratica e pragmatica, vorrei far notare a soldato blu che sottrarre i depositi dalle banche non avrebbe solo l’effetto di far fallire le banche, ma dopo cinque minuti tutto il castello di carte, nel quale abitiamo anche noi.
    Le Poste, per dire, una forma di risparmio che sembrerebbe sicuro, non investono in se stesse, ma anche loro in prodotti finanziari.
    Non essendo un tecnico, ma solo una curiosa lettrice di economia&finanza non saprei dire altro, ma mi convince più il pragmatismo virtuoso di effeffe che il massimalismo nervoso di soldato blu.

    E poi, in onore della citazione di Kundera dal pezzo di Max Rizzante, voglio anche dire – benché lo conosca solo virtualmente – che provo maggior simpatia, in questo thread, per la persona della quale condivido meno le idee, e cioè VB, intanto perchè non amo il pensiero unico, poi per il fatto che non esprime mai, a quanto ricordi, disprezzo per l’interlocutore, come fanno altri che passano spesso al piano personale, ma solo cocciuta convinzione di avere ragione. Cosa che gli contesto, e anzi vedo parecchie contraddizioni nella sua argomentazione.

  50. Alcor il 7 ottobre 2008 alle 11:04

    Quanto alle carte di credito, sono contraria a eliminarle, bisognerebbe saperle usare, se sono in viaggio e mi capita un incidente una carta di credito mi permette di mangiare, dormire e tornare a casa.

  51. cerebus il 7 ottobre 2008 alle 13:17

    >un capitalismo senza Stato, è come un topo senza gatto.

    Da incorniciare.
    Qualcuno cerchi di farlo capire a Toni Negri e relativi epigoni.

  52. GiusCo il 7 ottobre 2008 alle 15:53

    Boh, a me la muta dei polemici, a schianto in corso, non entusiasma, soprattutto in letteratura. La 22, per citare la lista di ff, e’ pregiudizialmente orientata: Stuart Mill non era certo il demonio del paragrafo 22 e altri modelli sociali hanno limitato talmente le liberta’ individuali da venire scartati dopo la prova storica e disastri ben piu’ gravi che un rovescio economico. Alcor dice giustamente che alle sue carte di credito non vorrebbe rinunciare, ma gli scrittori cosa avevano a dire su cio’ che gia’ si vedeva anni fa? Ricordo distintamente un’edizione del SOle 24 Ore di meta’ 2003… non occorreva essere Rimbaud.

  53. effeffe il 7 ottobre 2008 alle 16:38

    su Valter sono d’accordo con te
    effeffe

  54. soldato blu il 7 ottobre 2008 alle 16:42

    @ alcor

    mi spiace intervenire per questione personale, e non è certamente mia abitudine fare qualcosa per diminuire o aumentare l’antipatia o la simpatia che suscito. Nè fare ammenda su un carattere personale che, più o meno sempre lo stesso, mi accompagna da sessant’anni.
    E’ anche per questo, il mio carattere diffile, che ho imparato a giudicare oltre il sentimento, cercando di farmi prima un’idea precisa di ciò che mi
    sta davanti.
    Poichè non confondo i sentimenti con la ragione [la lezione è di C.G. Jung], non è per niente eccezionale che sia amico di persone che professano idee contrarie alle mie, e che, se esprimo profondo disprezzo per queste idee, la loro persona non ne è per niente coinvolta.

    Troppo lunga premessa per arrivare al punto: il massimalismo, con cui vengo definito o di cui vengo accusato.

    1. Premesso che non considero il massimalismo uno dei peccati originali
    dell’agire politico, ma che, qualunque cosa venga intesa con quel termine, può essere più o meno giusta a secondo delle contingenze politiche in cui viene attuata, a patto che si sia in grado di controllarne gli effetti nel breve e le conseguenze nel lungo periodo.

    2. Sin dall’inizio di questa discussione ho affermato la preminenza del conoscere sul fare. Ho in seguito frenato sulle decisioni che riguadavano le “forme di lotta”.

    3. Per finire, queste le mie parole: la catastrofe è la maggiore forza riformista. Uno sguardo veloce alla storia non può che confermarlo.
    Ma non ho mai detto che: bisogna provocare la catastrofe.
    Nè ho mai detto che bisogna ritirare il risparmio dai conto correnti.
    Ho constatato, ancora una volta, la verità di quella massima: questa catastrofe ha spinto i governi ad introdurre una riforma: un’ulteriore passo nella difesa totale del risparmio delle famiglie.
    L’unica cosa che può somigliare a una indicazione politica nei miei discorsi e quando mi chiedo se non è il caso di cercare di impedire che di questa protezione ne approfittino anche i ladri, cioè chi ha causato il disastro, la catastrofe.

    4. Non so cosa significa pensiero unico, odio i modi di dire che non dicono niente e gli slogan. Apprezzo il pensiero assertivo quando è in grado, poi, di sviluppare i ragionamenti che lo supportano.
    Sono innamorato delle discussioni e più sono calde, più mi piacciono.
    Odio il buonismo e l’educazione perchè ce l’ha insegnata mamma.
    Voglio giocare a tutto campo e in tutti ruoli, sino a poter essere, se necessario – può essere – un pezzo di merda.
    Non mi piace non che mi si accusi, ma che mi si accusi di quello che non sono.

    Io sono un pragmatista rortyano.
    Per lo meno in questo momento che l’ho scritto.
    Poi, si vedrà.

  55. harzie il 7 ottobre 2008 alle 17:08

    Io sottoscriverei tutto quel che di intelligente dice Binaghi se non approdasse ogni volta alla fede nel mito. Messa così, invece, la sua visione delle cose mi appare come una maratona condotta al meglio ma abbandonata, chissà perché, all’ultimo chilometro.

  56. valter binaghi il 7 ottobre 2008 alle 17:30

    E io insisto nel dire che il comunitarismo è la cosa meno mitica che conosco. Si basa sull’unica forma di socievolezza naturalmente data, cioè la famiglia, largamente intesa. Mitica è invece la fede liberale nell’individuo e quella socialista nel collettivo, che in realtà sono astrazioni. Odio le citazioni a buon mercato, ma c’è una tradizione di (laicissimo) pensiero, da Lasch a Schumacher, a McIntyre, a Illich che vi si riferisce. Nel comunitarismo il problema del “pontificato” è escluso, perchè la concretezza delle tradizioni implica la naturale autorità degli adulti sui giovani, per esempio. Ma certo, chi ha passato la propria giovinezza a pisciare sul convcetto di tradizione non riesce a mandarla giù. Anche per me è stata dura: ma mi sono arreso all’evidenza. Non al dogma: alla pura e semplice evidenza. L’arbitrio di poteri imperiali o pontificali comincia quando le comunità naturali vengono espropriate. Come Soldato Blu, anch’io credo che la catastrofe sia ora l’unica riforma possibile. Ma sopravviveranno le famiglie. Come in “La strada” di Mc Carthy.

  57. Alcor il 7 ottobre 2008 alle 17:48

    @soldato blu

    che dire? forse pensi che tutti i miei riferimenti fossero indirizzati a te, e invece di indirizzati a te ce n’erano due soli:

    a- il pragmatismo virtuoso di effeffe versus il massimalismo nervoso di soldato blu.

    (beh, mi piaceva soprattutto la rima, ho di queste debolezze, prendo le discussioni in rete con una certa leggerezza, non credo che qui si stabilisca il decalogo, ma si esprimano volatili, anche se appassionate opinioni personali)

    b – la simpatia. Non ho detto che mi sei antipatico, ho espresso la mia maggiore simpatia con VB, che incrocio qui da tempo, che mi vede sempre in contrasto con lui sul piano delle idee e delle convinzioni, ma che mi sembra anche una persona con cui berrei volentieri un bicchiere di vino incrociando le spade dialettiche. Allo stesso modo avrebbe potuto prendersela effeffe, visto che dando la mia simpatia a uno poteva sembrare che la togliessi agli altri, ma mi ha ben capita, al contrario di te. Certo, c’era una silenziosa censura degli aggettivi che scegli sempre per rivolgerti a VB, non li condivido, e poi, scusami, quando vedo uno contro tutti, tendo a schierarmi con il reprobo, anche se non sono d’accordo con lui.
    Forse ho letto troppi romanzi di cappa e spada.

  58. Alcor il 7 ottobre 2008 alle 18:01

    Ma è vero che siamo su posizioni diverse, tu soldato e io alcor, intendo.
    Io sono stata massimalista a vent’anni, adesso non più.
    Credo che conoscere e fare dovrebbero puntellarsi reciprocamente.

    Scusa, mi ero dimenticata i depositi.
    Poiché tu avevi scritto questo:

    “E poi, una forma di lotta, non è già proprio quella dei correntisti che ritirano i propri capitali dalle banche in odore di crisi?
    Ho sempre sostenuto che la catastrofe è l’unica, vera, forza riformista.”

    avevo creduto che fosse un invito.

  59. soldato blu il 7 ottobre 2008 alle 19:57

    @ alcor

    con questo dichiaro di porre fine alle questioni personali, almeno per ciò che mi riguarda:

    1. ciò che evidenzi si può leggere come un invito, ma non lo era. E’ una “forma di lotta” per la protezione dei risparmi, di “quei” correntisti.
    Che può avere le conseguenze disastrose che tu dici, di cui sono pienamente cosciente e, ti assicuro, che non mi affascinano per niente.

    2. conoscere e fare si puntellano reciprocamente, ma penso che “in ultima analisi”, come diceva la vecchia talpa, il pensare debba procedere l’agire.

    3. A vent’anni e anche dopo, “professionalmente”, ho fatto parte di un gruppo “massimalista”. Dentro il gruppo io non venivo considerato un massimalista.

    Lasciato tutto questo alle prossime memorie dei reduci, ricordo che proprio Alcor, tempo fa, ha analizzato con chiarezza e freschezza le motivazioni delle incomprensioni e dei fraintendimenti che accadono in rete, individuandone la causa principale nella mancanza del tono della voce.

    Se volessi conquistarmi simpatie direi, mentendo, che la mia voce è dolcissima anche quando bestemmio

  60. Alcor il 7 ottobre 2008 alle 20:44

    Ci credo, (alla voce).

    Ma:

    Am Anfang war die Tat:-)

  61. soldato blu il 7 ottobre 2008 alle 20:53

    Vorrei essere scusato per aver contribuito a deviare una discussione, da temi interessanti su cose secondarie.
    Riporto perciò, in sintonia con una precedente dichiarazione estemporanea, una citazione da un libretto appena uscito, che, a mio parere, può costituire un punto di raccordo con ciò di cui si discuteva prima della temporanea deviazione:

    ” ha ragione la Chiesa nell’affermare che esiste una sorta di struttura dell’esistenza umana che può fungere da punto di riferimento morale, oppure noi esseri umani non abbiamo obblighi morali se non quello di aiutarci vicendevolmente a soddisfare i nostri desideri, raggiungendo così la massima felicità possibile?
    Concordo con John Stuart Mill, il grande filosofo utilitarista, sul fatto che quest’ultimo sia l’unico obbligo morale che abbiamo.”

    RICHARD RORTY, Un’etica per laici, Introduzione di Gianni Vattimo, Bollati Boringhieri 2008, pag. 14.

  62. Tashtego il 8 ottobre 2008 alle 07:25

    ottima discussione.

    @forlani
    fare piazza pulita delle “ideologie” e ripartire da cose come “giustizia, ossigeno, case, salute, felicità”?
    bene, d’accordo.
    ma dovresti aggiungere “per tutti”.
    però nel momento in cui lo fai sei nella politica, nell’ideologia, eccetera.
    finché le forze potenzialmente oppositive (ha ragione forlani, opporsi fa bene alla salute da subito) non capiranno che quella che chiamiamo l’ideologia è una risorsa, non si ricomincerà a lavorare sulle idee.
    sono quelle che mancano, non i fatti.
    i fatti a modo loro urlano, chiedono di essere letti, oltre che detti.
    solo che esigono sia fatto in modo nuovo, cioè adeguato ai tempi e alle circostanze…



indiani