LA SCUOLA PER TUTTI NON SERVE PIU’

6 ottobre 2008
Pubblicato da

di Giorgio Mascitelli

Circa due anni fa Norberto Bottani, illustre esperto di problemi scolastici, si guadagnò l’attenzione fugace dei giornali con una dichiarazione ad effetto nella quale si annunciava che tra 50 anni la figura dell’insegnante come la conosciamo oggi non sarebbe più esistita nella scuola europea, sostituita da qualcosa di simile a un assistente sociale. Questa dichiarazione era fatta secondo la consueta tecnica della previsione che si autoavvera o, se si preferisce, del presentare un obiettivo di alcune politiche come una tendenza naturale. Tale uscita in sé non sarebbe significativa se non fosse possibile rintracciare nelle politiche scolastiche di vari paesi europei elementi che confermano tale ipotesi: un esempio per tutti la ventilata proposta in Germania di abolire le bocciature o quanto meno di limitarle non è frutto di un’improvvisa irruzione dello spirito del maggio parigino in qualche serio ministro del governo federale, ma la risposta alla continua pressione dell’OCSE (l’organizzazione che ha come scopo quello di indirizzare le politiche dei paesi più ricchi verso un maggiore sviluppo economico) a limitare i costi della scuola.

L’OCSE ha individuato da molti anni nella scuola uno dei principali settori in cui tagliare la spesa pubblica, sulla base di un ragionamento molto semplice: i sistemi scolastici attuali producono troppe persone qualificate rispetto a quelle che sono le esigenze delle moderne società di mercato. Siccome nella concezione della società di questa organizzazione lo studio e la formazione non hanno alcuna valenza di crescita personale e civile ma soltanto di utilità economica, è ovvio che le spese scolastiche siano considerate superflue. Infatti a cominciare dagli anni settanta, dopo due decenni di crescita, la percentuale di lavori qualificati si è stabilizzata, mentre la scolarità superiore continuava a espandersi.

Naturalmente la soluzione più ovvia sarebbe quella di un ritorno all’antico con un sistema chiuso di studi superiori (o di scuole private d’élite in cui si viene ammessi per censo), ma in Europa in questa forma diretta sarebbe troppo impopolare per qualsiasi governo. Allora viene suggerita una politica che apparentemente affermi una volontà di riforma della scuola, ma che nella sostanza tagli i fondi e lentamente dequalifichi la didattica e trasformi la maggioranza delle scuole in immensi oratori mal gestiti. Prova ne sia che ogni riforma proposta o realizzata comporta sempre una riduzione della spesa
Le politiche dell’istruzione in Italia degli ultimi quindici anni (con l’unica parziale eccezione di Fioroni) da Berlinguer alla Gelmini hanno seguito questo tipo di obbiettivo e di strategia sia pure con modi, linguaggi e tempi diversi.

L’OCSE è anche l’organizzazione che promuove le cosiddette prove PISA per la valutazione dell’efficienza dei sistemi scolastici, sui criteri delle quali ci sarebbe molto da obiettare, ma non essendoci qui lo spazio, prendiamole pure per buone. Gli attuali tagli alla spesa scolastica in Italia, e non solo, sono spesso giustificati con i pessimi risultati ottenuti dalla scuola italiana in queste prove (non a caso la ragioneria di stato è stata la prima a interpretare questi risultati come la prova di uno spreco e quindi semplicemente della necessità di tagliare i costi). Ma se si analizzano con attenzione questi esiti, vediamo che la scuola superiore italiana nella sua media è insufficiente, ma la scuola del centro-nord è generalmente nella media internazionale e i licei vanno meglio degli istituti professionali e tecnici (tutte cose che si sapevano, credo).

Dal che si potrebbe dedurre che c’è un problema non di scuola in quanto tale, ma di un paese a due velocità e di un tipo di scuola tecnica pensata per una produzione industriale pesante e fordista che non esiste più e si trasforma lentamente in un deposito di studenti difficili. E invece no, per la maggioranza dei commentatori, delle istituzioni economiche e della classe politica l’unica conseguenza è che la scuola fa schifo, quindi è uno spreco e quindi vanno tagliate le spese. Insomma un bel paralogismo che trova un adeguato sbocco nelle misure attuali che colpiscono principalmente la scuola elementare (ma naturalmente ci sarà un secondo tempo per le superiori), che non era coinvolta nelle prove PISA.

Come dicevo sopra, politiche del genere possono essere rintracciate in ogni paese europeo. E questo la dice molto sulla lungimiranza delle èlites occidentali: l’efficienza di un sistema scolastico anche sul piano utilitaristico non può essere valutata solo dalle immediate ricadute sul mondo del lavoro, perché un fattore di ricchezza e sviluppo anche economici è quell’intelletto generale, cioè quella sfera della società nella quale nascono bisogni e soluzioni nuove, che può essere alimentato solo da un livello culturale generale elevato. Ma da un’epoca e da un sistema che hanno ritenuto la loro più alta realizzazione il giocare al casinò delle borse i risparmi e i soldi delle pensioni di gente inerme e inconsapevole non era forse lecito attendersi altro.

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21 Responses to LA SCUOLA PER TUTTI NON SERVE PIU’

  1. valter binaghi il 6 ottobre 2008 alle 09:00

    Non fa una grinza

  2. chi il 6 ottobre 2008 alle 09:23

    agghiacciante. sì, non fa una grinza. con l’unica eccezione che magari le scuole tecniche fossero ancora pensate per la produzione industriale. milioni di euro in nmacchinari lasciati in giardino sui pallets nell’attesa che un ministro o l’altro decida tra istituto e liceo tecnico… altro che nominalismo. agghiacciante.
    chi

  3. Alcor il 6 ottobre 2008 alle 11:33

    “un fattore di ricchezza e sviluppo anche economici è quell’intelletto generale, cioè quella sfera della società nella quale nascono bisogni e soluzioni nuove, che può essere alimentato solo da un livello culturale generale elevato.”

    Giusto, c’era un articolo di Tito Boeri sulla Repubblica di qualche giorno fa che diceva più o meno lo stesso, richiamando la Gelmini a pensare all’Università.
    In Islanda, dove sono stata un paio d’anni fa, mi raccontavano che non hanno praticamente abbandono scolastico, quando c’è questo pericolo, per le più varie ragioni, si mette in moto una macchina di recupero efficacissima.
    E’ vero che sono un paese ricco (e piccolo), ma è anche possibile che siano un paese ricco per questo.

  4. hkj il 6 ottobre 2008 alle 15:48

    E’ indubbiamente vero che “sistemi scolastici attuali producono troppe persone qualificate rispetto a quelle che sono le esigenze delle moderne società di mercato”. E’ altrettanto vero che anche il fabbisogno di manodopera non qualificata e scarsamente formata, nelle moderne società di mercato, è ampiamente soddisfatto dai lavoratori migranti e da una quota abbastanza risibile della popolazione locale, visto che il grosso del lavoro manuale è delocalizzato dove il costo è basso.

    Che succede dunque?

    Una massa di gente troppo qualificata, oppure in possesso di competenze che è più economico reperire altrove, deve essere pacificata in qualche modo. Distruggere la scuola sposta i numeri da una parte all’altra del problema, ma non lo risolve.

  5. hkj il 6 ottobre 2008 alle 16:47

    …forse ci vuole la guerra.

  6. gena il 6 ottobre 2008 alle 20:29

    Le persone meno istruite si possono governare più facilmente, e così la massa potrà essere ancora più silenziosa!

  7. Claudia L. il 6 ottobre 2008 alle 20:55

    Non vorrei far la figura della solita adepta della ‘teoria del complotto’ tuttavia la farò. E’ evidente che questo tipo di politiche è concepito per costringere le persone comuni nell’ignoranza, nell’individualismo e nella paura.
    Non c’è nessuna ragione perchè i governanti debbano essere interessati a favorire, attraverso l’istruzione, lo sviluppo di uno spirito ETICO, prima che critico, in cittadini che se adeguatamente tenuti al loro posto, rappresenteranno in futuro una preziosa arma elettorale nelle loro mani.
    Quali gli inconvenienti? Che la ‘questione morale’ – per usare un termine un po’ demodè – fatta uscire dalla porta, frantuma i vetri e i cardini della finestra per la violenza con cui irrompe.
    Se da un lato infatti può far comodo irregimentare i ragazzi – non certo quelli ‘bene’, beninteso – in una vita placida e fasulla imbevuta di sottocultura, dall’altro l’assuefazione alla violenza, alla prepotenza, alle dinamiche mafiose genera mostri, superfluo e forse retorico citare esempi. Cito Galimberti, allora (Che non dice comunque cose nuove):
    “[…] manca un’educazione emotiva: dapprima in famiglia, dove i giovanissimi trascorrono il loro tempo in quella tranquilla solitudine con le chiavi di casa in tasca e la televisione come baby sitter, e poi a scuola, quando ascoltano parole che fanno riferimento a una cultura che, per esser tale, non può che esser distante mille miglia da ciò che la televisione ha loro offerto come base di reazione emozionale.”
    Nel suo ultimo saggio Galimberti dice delle cose che per me, ex-alunna superiore mediocre e disinteressata (Alle materie scolastiche, non certo al richiamo del contemporaneo!) sono state come la boccata d’aria che solleva il macigno sullo stomaco dopo una lunga salita in ascensore:
    il fallimento della scuola è legato alla sua incapacita di offrire un’educazione EMOTIVA, prima ancora che disciplinare, e dall’emotivo all’etico non c’è che un breve passo.
    L’apprendimento passa attraverso la ri-apertura di un canale interiore intasato di insicurezze, sordità genitoriale, confronto con modelli estetici, ma anche comportamentali, inarrivabili o improponibili.
    Liberare quel canale cosa richiede?
    La disponibilità da parte delle famiglie ad assegnare alla scuola questa funzione, senza tuttavia delegarla ad essa completamente, sembrerebbe un pre-requisito utopistico, data la frequenza con cui i genitori si schierano a coprire le ‘marachelle’ dei figli anche quando queste sconfinano dal giovanile entusiasmo al diritto penale; parlare di competenza e di progettualità del corpo insegnante, in contesti d’equipe, allo stato attuale delle cose (scarsa disponibilità dei docenti all’aggiornamento, compensi conseguentemente inadeguati, scuole-progettifici dove l’obiettivo primario è farsi approvare quanti più PON/POR è possibile, pittosto che bocciare quanta meno gente è possibile!) susciterebbe ilarità, se non fosse per i drammatici risvolti della questione!
    Ci si aspetterebbe maggiore lungimiranza allora dai ministri (…perchè ridete!? Vabbè, ridete…) ma le logiche di mercato sono oramai sottese a tutti gli aspetti della nostra vita, anche quelli il cui fallimento avrà – sta già avendo – conseguenze devastanti sulla società.

  8. Claudia L. il 6 ottobre 2008 alle 21:17

    Ecco, letto l’articolo postato oggi da forlani, non mi resta più nemmeno la flebile speranza che l’oracolo di Lenin si avverasse, un giorno, prima o poi…
    :(

  9. Nicolò La Rocca il 7 ottobre 2008 alle 14:35

    D’accordo su tutto, tranne che su una cosa: è stata resa nota l’ultima indagine INVALSI (un istituto che valuta la scuola italiana); ebbene, vengono ribaltate le convinzioni e i risultati sulla scuola del sud: infatti gli studenti meridionali superano quelli del nord Italia sia nell’ambito linguistico che in quello logico-matematico.
    Le prove dell’OCSE sono ridicole. Andrebbero bene solo per allenarsi alla Settimana Enigmistica. Ma dubito anche di quelle dell’INVALSI. Insomma, tutto ciò che viene spacciato per oggettivo, tutto ciò che produce questo capitalismo alla frutta spesso risulta meno serio dell’oroscopo su Sorrisi & Canzoni.

  10. Cervo il 7 ottobre 2008 alle 17:32

    Gentile Giorgio Mascitelli,

    ho sfogliato “Education at A Glance 2008” dell’OCSE il quale, a pag.31, dice che nella maggior parte dei Paesi in esame ci sono MENO persone qualificate di quello che il mercato del lavoro richiede. L’Italia è uno dei Paesi in cui questo fenomeno si verifica con maggiore evidenza.

    Perchè lei nel suo articolo sostiene il contrario e afferma che l’OCSE spingerebbe al taglio delle spese dell’educazione perchè ci sono troppe persone che hanno studiato troppo? Come si conciliano queste due affermazioni?

    Saluti.

  11. vincenzillo il 7 ottobre 2008 alle 18:22

    Io invece credo che introdurre nella scuola criteri di efficienza possa essere un bene, purché non si esageri né in un senso né nel senso opposto. Mi spiego.
    Abolire le bocciature per far crescere il rendimento della scuola è un provvedimento sbagliato perché profondamente diseducativo.
    Ma anche respingere a priori la diversificazione precoce degli studi è sbagliato, e la prova è nei risultati fallimentari del nostro sistema scolastico attuale. Un sistema basato sulla falsa promessa “tutti sapranno tutto”. Il risultato è che oggi tutti sanno male tutto. Siamo sinceri: dei nostri compagni delle medie potevamo già all’incirca dire che strada avrebbero preso e dove sarebbero potuti arrivare. Chi al PhD, chi a fare il geometra, chi l’ingegnere, chi il postino. Oggi tanti ragazzi sono costretti dai genitori e dal giudizio della società a portare a termine studi “umanistici” di livello superiore quando poi si sa già benissimo che andranno a fare lavori tecnici. Enorme spreco di tempo, energie, soldi, da parte di tutti, studenti, insegnanti, istituzioni.
    Certo, c’è qualche problema su questa strada: per esempio bisogna insegnare ai ragazzi ad avere il senso dei prorpi limiti fin da piccoli, cosa non facile per chi è cresciuto con un’educazione molto permissiva.
    Bisogna imparare a digerire alcuni concetti, tipo l’orgoglio del lavoro – qualsiasi lavoro – concetto inesistente da noi, forse perché considerato a torto da molti come una strategia di oppressione del lavoratore.
    E rivalutare di conseguenza l’istruzione tecnica, perché il sistema “fordista” non esiste più, ma di tecnici di mille nuovi tipi c’è sempre più bisogno.

  12. vincenzillo il 7 ottobre 2008 alle 18:29

    Cervo, leggo solo ora i dati da lei citati, che cadono a fagiolo per ciò che sostengo:
    servono più persone qualificate in ogni ramo (tecnico o umanistico che sia), e meno “tuttologi”.

  13. giorgio mascitelli il 8 ottobre 2008 alle 15:24

    Gentile Cervo,
    secondo un’indagine del ministero del lavoro (riferito e commentata da Jappelli-Checchi su Lavoce.info l’11/10/04) le aziende italiane per il 2004 prevedevano di assumere lavoratori per posti che prevedevano come titolo di studio la scuola dell’obbligo (41%), diplomi professionali (21%), diplomi tecnici (29%) e laurea (8%). se lei confronta questi dati con i tassi di scolarità italiani, capirà cosa intendo. I dati per altri paesi europei sono un po’ meno pesanti, ma non troppo dissimili. Due anni fa, si ricorderà, ci fu una grande preoccupazione per il calo delle iscrizioni a scienze e matematica: bene il preside della facoltà di scienze della Sapienza un po’ sottovoce ammise che il numero attuale di laureati è più che sufficiente per il mercato italiano. In particolare nel 2003 le facoltà scientifiche sfornavano 6450 laureati in più del fabbisogno delle aziende italiane ( e stiamo parlando di uno dei settori con le migliori prospettive occupazionali).
    Perchè l’ocse nei suoi commenti dice altro? Perchè l’ocse non è un organismo di ricerca indipendente, ma ha come scopo quello di fornire linee di indirizzo e coperture parascientifiche alle politiche liberiste, dunque i commenti e le analisi da questo prodotti sono funzionali a tali opzioni. In particolare è fondamentale diffondere l’idea che il mercato ha bisogno di manodopera qualficata ed è la scuola che non la produce, mentre l’evidenza statistica e di vissuto sociale vanno nella direzione opposta. Insomma penso quello che Niccolò La Rocca ha espresso sopra in maniera un po’ brutale, ma anche realistica.
    La ringrazio per l’attenzione della sua lettura
    Giorgio Mascitelli

  14. giorgio mascitelli il 8 ottobre 2008 alle 15:42

    Gentile Vincenzillo,
    che la scuola tecnica vada ripensata lo credo anch’io e l’ho scritto sopra. Lei tocca un punto importante quando afferma che in Italia non c’è etica del lavoro perchè è vero. Ma a differenza della tradizionale spiegazione sulle colpe del permissivismo e magari del sessantotto, la spiegazione per me sta altrove: non c’è etica del lavoro perchè nella ‘cultura’ dominante l’unico valore che conta è quello di essere ricchi in qualsiasi modo. E’ così per i ragazzi, soprattutto quelli culturalmente indifesi, che guardano alla televisione i loro modelli; è così nelle sfere alte della società che sono quelle non della politica, ma della finanza. La realtà sociale in cui viviamo, o forse vivevamo fino a ieri, è quella per cui la speculazione immobiliare e finanziaria erano le attività di riferimento. Oggi al di là degli slogan la figura emergente non è quella del giovane imprenditore innovativo che con una buona idea e una buona preparazione fa su i danè, come si dice dalle mie parti, ma quello di un ricco che ha investito per dieci anni saggiamente i propri denari in appartamenti, che hanno raddoppiato il loro valore ed è oggi tre volte più ricco. Queste cose i giovani non le sanno, ma le sentono, le annusano quando i modelli proposti sono i calciatori o le veline. Le dirò viviano un’autentica crisi morale alla quale si deve rispondere con più scuola non con meno.
    Grazie per il suo intervento
    Giorgio Mascitelli

  15. gianfalco il 8 ottobre 2008 alle 15:47

    Ho linkato a questo post la mia vignetta di oggi.
    Ciao.

  16. Cervo il 8 ottobre 2008 alle 16:41

    “Perchè l’ocse nei suoi commenti dice altro?”

    Non è che nei suoi commenti dice altro.

    Il problema è che lei dice che OCSE, a riguardo di una certa questione, dice A per sostenere la tesi liberista X.
    Invece OCSE, a riguardo di quella questione, dice B che è l’opposto di A.

    Quindi non capisco come l’OCSE possa supportare la tesi liberista X.

    I dati dell’OCSE sono veri o falsi? Quelli del ministero sono veri o falsi?

    Se qualcuno vuole compiere l’operazione di giustificazione che lei descrive non dovrebbe citare i dati del ministero e anzichè quelli del malefico organismo OCSE?

    Se qualcuno volesse, come lei sembra, sostenere il valore dell’istruzione e della cultura e volesse farlo presso chi non è capace di vedere altro che il lato economico delle cose, quale migliore arma potrebbe usare se non proprio i dati dell’OCSE?

    Se la scuola non produce a sufficienza non bisognerà investire di più e meglio, anzichè tagliare? Non bisognerà migliorare anzichè trasformare in oratorio? Infatti l’OCSE prevede una tendenza all’aumento di spesa nel settore dell’istruzione.

    Poi su tante cose possiamo anche essere d’accordo (e su altre no) ma l’articolo mi sembra contraddittorio.

  17. capitan feendoos il 8 ottobre 2008 alle 18:58

    Io non riesco a immaginare che quella gentaglia faccia ragionamenti così complessi. Si può spartirsi soldi col ponte di Messina? Facciamolo. Con il fallimento Alitalia? Facciamolo. Con la scuola privata? Facciamola. Non c’è nessuna programmazione, solo sciacallaggio. D’altronde sono sciacalli quelli che vediamo, o voi forse vedete esseri dotati d’intelligenza?

  18. giorgio mascitelli il 8 ottobre 2008 alle 22:45

    Gentile Cervo,
    tutti coloro che propongono riforme/tagli della scuola pubblica, si richiamano ai dati PISA dell’ocse, a cominciare dall’attuale decreto Gelmini. Forse qualche motivo ci sarà. A mio parere ci sono molte ragioni. Gliene cito una significativa: i dati ocse sulla scuola tendono a negare che ci sia corrispondenza tra spesa scolastica e qualità dell’istruzione, mentre altre ricerche indipendenti affermano questa correlazione. Dunque i dati ocse sono utili alle attuali politiche liberistiche che vogliono una riduzione della spesa scolastica.
    I dati ocse sono Falsi? non credo, semplicemente si raccolgono a partire da alcuni parametri escludendone altri e quindi danno alcune informazioni parziali. Essi vengono usati invece come una sorta di giudizio di Dio sulla scuola perchè la loro funzione è quella di giustificare le politiche di tagli.
    In questo senso l’ocse non supporta la tesi liberista x dicendo a o b, ma presentando questi dati come oggettivi. Se avrà la bontà e la pazienza di rileggersi il mio testo si accorgerà che affermo che tale tesi non è mai affermata direttamente perchè impopolare.
    Se non vorrà rileggerlo, non potrò darle torto perchè poi non è che il mio pezzo sia di così straordinaria importanza e lei è già stato un interlocutore competente e piacevole

  19. vincenzillo il 9 ottobre 2008 alle 11:43

    Gentile Giorgio Mascitelli,
    lei giustamente richiama l’orrendo modello dominante dell'”essere ricchi in qualsiasi modo”, o “calciatore e velina”, proposto dai media. Ora, mi pare sacrosanto che la scuola debba proporre una sana alternativa, ma mi dice come può farlo, se ciò che gli studenti hanno davanti agli occhi nella maggior pate dei casi sono insegnanti poco capaci, poco motivati, poco autorevoli? Per usare una parola forte, “sfigati”. Da questo per me deriva anche quell’indisciplina ormai ostentata con orgoglio. Personalmente, io do la colpa di questa situazione funesta alle politiche per l’istruzione di stampo “socialista-sindacalista” (detto in soldoni) dei passati governi del dopoguerra, unite al riferimento culturale dominante nell’ambiente, e cioè il sessantotto. Mi pare importante intendersi in proposito, perché la diagnosi è essenziale in vista della prognosi. Io credo che per uscire da questa situazione la scuola debba scoprire ciò che finora ha sacrificato, e cioè la parte buona del sistema liberista: quei criteri di eccellenza, di merito, di concorrenza, che sono fondamentali alla crescita dell’individuo e della società. Nella mia esperienza personale tali criteri sono stati molto formativi, nel bene e nel male. Se il loro inserimento nella scuola comporta un’iniezione di liberismo in una scuola di stampo socialista, ben venga. (E se il governo di centro-destra usa i dati OCSE perché gli servono in questa direzione, non mi scandalizzo: non sta facendo nulla di diverso da altri governi passati di qualunque segno).

  20. Francesco il 14 ottobre 2008 alle 19:56

    Visto ch si parla di istruzione, scusate se mi intrometto, ma vorrei lanciare un appello.
    Sono studente all’Università di Firenze. Oggi il nostro rettore è stato o sarà a colloquio con la Gelmini allo scopo di elemosinare quei fondi per l’ateneo fiorentino che garantirebbero di riuscire a chiudere il bilancio entro dicembre 2008. Negli anni passati è stato possibile solo grazie alla vendita dei beni immobili di proprietà dell’Università. Qualora la trattativa non avrebbe successo – non abbiamo inolte più immobili da vendere – , scatterebbe il commissariamento, il che vuole dire che si spenderà solo per gli stipendi dei contratti in corso e per i mutui che affliggono l’ateneo per aver costruito in maniera sconsiderata. Niente bandi di dottorato, nè assegni di ricerca, niente fondi per i dipartimenti, bloccati tutti gli acquisti, la più grande biblioteca universitaria d’Italia – quella della facoltà di lettere e filosofia di piazza Brunelleschi – dovrà disdire gli abbonamenti e cessare ogni acquisto; la chiusura sicura del sabato, e la possibile apertura di soli tre giorni alla settimana. Se invece il ministro ci darà ossigeno fino a dicembre, allora ci troveremo nella stessa condizione altrettanto critica degli altri atei toscani, che sono maggiormente colpiti dai tagli statali anche perché non ricevono finanziamenti dalla regione.
    L’agitazione deve essere nazionale e deve appropriarsi di ogni spazio dal momento che a nessuno sembra importare dell’università italiana.
    Dopo la legge 133 del 2008 è arrivata il DL 155 di qualche giorno fa (si veda l’art. 1 comma 7) ad annuniciare nuovi tagli.
    E’ un’emergenza nazionale.
    Vi esorto a sfruttare tutti i contatti che avete nelle università e fuori per alzare il livello d’attenzione.
    Grazie
    F.G.

  21. francesco patrizio il 16 ottobre 2008 alle 22:02

    Ad un’analisi più dettagliata degli esiti delle prove PISA, nostri studenti non sono nè meno bravi nè più bravi degli altri. Il punteggio Italia è basso (terz’ultimo, credo, senza tener conto dell’ES), ma molto è dovuto al fatto che i nostri studenti (specialmente quelli del Sud e del Sud-Isole) non hanno risposto alle domande. C’è quindi un problema di motivazione, nel fondo, e una questione di sensibilità, prima che di competenze.
    Tra le tre materie testate, il focus del 2006 era su scienze. Sappiamo tutti l’aproccio alla materia, in Italia, qual è. I risultati son pure la necessaria conseguenza di ciò.
    E’ vero che la scuola primaria non è stata testata da PISA, tuttavia nel 2006 la ricerca internazione IEA_PIRLS, sulla lettura ha rivelato che i nostri bambini (con un’età media più bassa) si collocano nelle fasce alte della classifica internazionale.

    E’ un problema politico! La Germania che nel 2000 stava peggio di noi, ed ha un sistema scolastico duale, ha lavorato ed oggi ci ha superato. La nostra scuola, purtroppo, è il frutto di timidi e confusi tentativi di mettere ordine, ma si tocca il primo ciclo (che funziona) e non si mette mano alla scuola media di primo grado e al mare magnum della scuola media superiore.
    Che volete?! Ha ragione Bottani, che in Italia non è ascoltato e se ne va in Svizzera a lavorare.



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