Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato 11

9 ottobre 2008
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[18 immagini + lettere invernali per l’autunno; 1, 2,
3,4,5,6,7,8,9, 10…]

di Andrea Inglese

Cara Reinserzione Culturale del Disoccupato

un giorno, dopo averti scritto, mi è capitato di vedere una croce.

Erano frasi stampate su di un manifesto,
proprio contro una porta,
una scritta orizzontale lunga, noiosa,
e una serie di segni verticali, di un altro colore,
insensati

«Ecco la croce» mi sono detto.
«Proprio contro una porta.»

(E come per scherzo, mi sono ricordato
la mia perfetta nudità: anche in strada,
in mezzo al mio prossimo,
io sono nudo, sotto le calze
i miei piedi sono nudi,
e pure le ginocchia
sotto la stoffa dei pantaloni,
e la schiena intera,
sotto cappotti, maglioni, camice.)

Da anni, quando vedo croci, vere e proprie,
fatte con intenti propagandistici,
in genere di ghisa, se in cima agli edifici religiosi,
o di legno, se nei locali interni,
io non la guardo, la croce, non ne vedo
il carattere geometrico,

e violento.

Vedo come un indirizzo, o un francobollo,
innocuo ed ottuso.

Ma quando una scritta che fa da orizzonte
è colpita dall’alto da una cascata
di segni (perpendicolari)
in perfetto ordine
con chiari intenti
di frantumare il piano
e oltrepassarlo
come un’arma da taglio un’epidermide
allora io penso

che ci sia

di che preoccuparsi.

Questi morti, sono davvero morti?

Dico quelli che ovunque qualcuno
contabilizza, corica, seppellisce, o brucia?

No, non ne temo il ritorno.
Non temo quel tipo di morte fallita,
che li fa ritornare ammalati, con gravi
deviazioni cinetiche, e disturbi
linguistici.

Temo solo che noi – e t’includo mia cara –
si sia,
pur rimanendo all’aria, così agili di gamba
e loquaci,
che noi si sia,
nonostante le quasi irrecusabili evidenze
meno vivi. (Ma nudi,

eternamente nudi…)

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26 Responses to Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato 11

  1. soldato blu il 9 ottobre 2008 alle 08:34

    Cosa capita, quando qualcuno, con la sua voce lucida, tocca corde sepolte che, risuonando, sepolte nelle carni, fanno cambiare il tono,
    accuratamente bilanciato, voluto così, che abbiamo scelto perchè risuoni nella nostra persona? Nell’affrontare il mondo.

    Questa è poesia.

    Per un attimo, spesso solo per un attimo – ma non è il caso della poesia di Andrea Inglese – la sensazione che il mondo possa essere altro e che vada affrontato in modi diversi da come sempre abbiamo fatto, precede la coscienza che quello è il modo di vedere il mondo di un altro: il poeta.

    E quando capita così: che la nostra anima ne accolga, immediata, la voce, siamo certi che non abbiamo trovato soltanto un poeta, ma un poeta che ci può essere amico.

  2. Natàlia Castaldi il 9 ottobre 2008 alle 12:00

    incommentabile, solo da leggere e ascoltare.
    perfetta!

  3. mitralika il 9 ottobre 2008 alle 12:05

    :-)

  4. Giorgio Di Costanzo (Ischia) il 9 ottobre 2008 alle 13:09

    Evviva Le Clèzio. Evviva la Francia. In culo a Roth e ai rothiani!!!

  5. véronique vergé il 9 ottobre 2008 alle 13:37

    Perfetta e dolorosa nudità.
    Amo questa poesia enigmatica,
    amore chiavato, senza carne, svuotato.
    La nudità è la perfetta scrittura, la perfetta visione,
    strana,
    senza protezione lirica.
    Il lirismo, lo sento, soffoca il dolore.
    Andrea Inglese trova il dolore nella sua punta giusta.

  6. véronique vergé il 9 ottobre 2008 alle 13:42

    Giorgio,

    dimmi Le clezio ha avuto il premio nobel?

    Baci dalla mia parte.

    Roth è un autore che amo. Portnoy, un capolavoro di ironia…

  7. Giorgio Di Costanzo (Ischia) il 9 ottobre 2008 alle 13:59

    Cara Vèronique, è vero, verissimo! Evviva Le Clèzio. Da noi non è molto conosciuto. Ho dei libretti pubblicati da Einaudi in una collanina che tirava mille copie soltanto, negli anni Sessanta. Roth è senz’altro un grandissimo, ma i rothiani sono insopportabili…

  8. soldato blu il 9 ottobre 2008 alle 16:36

    Io sono un rothiano [?].

    Holden, Portnoy, Herzog, sono la mia trinità.

    Perchè il mio amore per la poesia di Andrea Inglese
    dovrebbe essere meno gradito di quello di chi ama Le Clèzio?

  9. renatamorresi il 9 ottobre 2008 alle 17:32

    questi morti sono davvero morti? (per non parlare dei vivi…)

    chapeau

    r

  10. manuel cohen il 9 ottobre 2008 alle 17:43

    Caro Giorgio Di Costanzo, puoi spiegarmi perché “in culo a Roth e ai rothiani”? davvero non capisco( e non conosco),e che c’entra Le Clèzio
    (che ho letto quando vivevo in Francia)? Non sarà per caso l’equivalente di Guelfi vs Ghibellini? o le polemiche Fo vs Luzi?…e poi,Andrea Inglese c’entra?,non capisco,mi aiuti?

  11. Giorgio Di Costanzo (Ischia) il 9 ottobre 2008 alle 18:03

    Andrea Inglese scuserai l’invasione? Più che per Roth (scrittore notevole, certo, ma non all’altezza di Capote, Purdy, Cheveer) ultrafelice per tutti (D’Orrido in primis, promosso critico “letterario” di un supplemento di gossip allegato a un quotidiano lombardo con velleità “europee”) per i rothiani di casa nostra. Conosco e apprezzo soltanto le prime opere di J-M. G. Le Clèzio. Saranno pure mattacchioni e anzianotti sti scandinavi ma certamente originali e un tantino (quel poco che basta) antiamericani. Tra i candidati italiani vi erano Bevilacqua, Bonaviri, Trabocchi e Chiattis: peggio di cosi?

  12. véronique vergé il 10 ottobre 2008 alle 09:02

    Perdono a Andrea Inglese. Ringrazio Giorgio di Costanzo per la sua felicità di vedere uno scrittore francese ottenere il premio. Sono francese e mi fa piacere. Penso che la letteratura francese è magnifica, ricca, nutrita di radici stranieri. E’ una terra che dà la voce a scrittori di cultura diversa, venuti di isole dove il linguaggio si forma nel’orizzonte marino, nel colore del dialetto (creole, per esempio), nell’immaginario delle favole.
    La lingua francese se scritta è di una limpidità meravigliosa, classica, in una sintassi pura, simetrica: un arte della chiarezza.
    Ma penso che la lingua trova la sua ricchezza dalle rive straniere, ennl’immaginario fantastico.
    Sogno una letteratura sposa della favola, del viaggio magico.
    Ritrovare il piacere di contare e di attraversare la frontiera tra poesia e romanzo, annebbiare la troppo sicura realtà.

  13. manuel cohen il 10 ottobre 2008 alle 09:03

    D’accordo che i candidati italiani non ‘erano all’altezza’…Ma non è che Le Clèzio sia l’Everest…a volte a Stoccolma si lasciano sopraffare dall’esotismo. e pure dall’araldica. e comunque,per fortuna,nel mondo ce ne sono di scrittori notevoli (poi,certo,ognuno ha i suoi).

  14. and il 10 ottobre 2008 alle 09:56

    da disoccupato cronico (in tutti i campi) mi leggo bene queste lettere…
    per quanto riguarda il nobel:
    è così importante un premio per uno scrittore?
    a mio parere no.
    se penso che hanno dato pure un nobel a dario fo.
    and

  15. soldato blu il 10 ottobre 2008 alle 10:05

    Mi spiace per Roth: è decisamente più grande di Le Clèzio.
    A volte l’antiamericanismo fa più danno e commette più ingiustizie dell’americanismo.
    Se il Nobel ha la pretesa di una certa “oggettività”, l’unica cosa che si può dire è che i commissari siano rincoglioniti.
    Senza alcun offesa per Le Clèzio, che rimane un buon scrittore, ma non più di tanto Roth.

  16. soldato blu il 10 ottobre 2008 alle 10:08

    Ma è un vizio non nuovo dei nordici: diedero il nobel alla Deledda, quando c’era Svevo!

  17. manuel cohen il 10 ottobre 2008 alle 10:23

    e a Quasimodo,quando c’erano Sciascia e Pasolini.anche a me dispiace per Roth. ma pure per un americano ‘epico’ come Don Delillo.

  18. manuel cohen il 10 ottobre 2008 alle 10:50

    Caro Andrea,sono diverse le cose che mi colpiscono. Intanto,l’impatto,è per me molto forte.Per vari(ovvi)motivi,quelle croci cerco anch’io di evitarle,di non vederle.le ho sempre vissute come uno schiaffo,una qualche violenza subita(e data).C’è,è un dato che contraddistingue tutte le Lettere, questo continuamente entrare e uscire in e da urgenze quotidiane. I molti addentellati di realtà,restano come sospesi,meglio, accennati.riverberi e motivi a cui fai riferimento con una scrittura che preferisce l’allusività (un po’ come nel Buffoni,fino a prima di ‘Guerra’)a una nominazione diretta.Comunque pretesti(“quel tipo di morte fallita…”,in questo caso,credo che il riferimento sia al dibattito sull’eutanasia,sbaglio?) per dire quello che più ti sta a cuore, dire la nudità, credo,la nostra inermità.Mi convince il tono colloquiale di queste meditazioni a alta (nel senso di pubbliche) voce. E mi convince questo ben dosato autocontrollo che coniuga sentire e ratio e misura stilistica.

  19. andrea inglese il 10 ottobre 2008 alle 14:50

    no caro manule nessun riferimento al dibattito sull’eutanasia, anche se mi capita a volte – come avrai notato – di esprimermi su questioni d’attualità politica, nella mia poesia non c’è quasi mai traccia d’attualità… la mia poesia è assai impolitica (- non apolitica -).
    Qui la “morte fallita” è quella degli zombie, dei morti viventi, e l’ombra di essi plana sulle nostre vite, spesso molto intorpidite.

  20. manuel cohen il 10 ottobre 2008 alle 15:13

    ho toppato!

  21. Tashtego il 13 ottobre 2008 alle 20:01

    a questo punto chiedo a inglès qual è la differenza tra impolitico e apolitico: io non la so.

  22. Tashtego il 13 ottobre 2008 alle 20:04

    va bene.
    dopo breve ricerca mi rispondo da me.
    a-politico=estraneo alla politica.
    in-politico=inopportuno, impopolare, politicamente sbagliato

  23. maria(v) il 13 ottobre 2008 alle 20:55

    posso dire che, ciononostante, una delle mie preferite è Caduta a Seattle? se si trattò di una (ri)caduta della poesia in politica fu un’ottima caduta

  24. Tashtego il 14 ottobre 2008 alle 12:37

    il povero Le Clézio, nel giorno del suo premio Nobel, seppe con certezza che Philip Roth era meglio, ma molto meglio, di lui.
    o almeno così dicevano tutti.

  25. maria(v) il 14 ottobre 2008 alle 16:01

    allora, a questo punto, OT x OT (ma poi mica tanto perché questo mi riporta per vie traverse alla poesia di cui sopra)
    tashtego invece oggi io lo sai a che pensavo?
    morto il figlio di depardieu, morto il figlio di marlon brando…e fino alla fine che razza di vite…
    ecco il motivo per cui gli artisti non dovrebbero mai procreare facendo scontare agli altri le proprie condanne
    che i morti restino pure morti e nudi ma senza riprodursi condannando altri, innocenti, alla propia morte

  26. GiusCo il 15 ottobre 2008 alle 16:08

    Mi perdonera’ l’autore, la sua serie e’ meritevolissima e la Reinserzione Culturale del Disoccupato un moloch esilarante e tenero, ma “camice” e’ un camice o voleva essere camicie?



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