Il cane più famoso della storia

10 ottobre 2008
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di Francesca Matteoni

“Il semplice fatto che il mio cane mi ami più di quanto io ami lui è una realtà innegabile, che mi colma sempre di una certa vergogna. Il cane è sempre disposto a dare la sua vita per me. Se fossi stato minacciato da un leone o da una tigre, Ali, Bully, Tito, Stasi e tutti gli altri, avrebbero affrontato senza un attimo di esitazione l’impari lotta per proteggere, anche solo per pochi istanti, la mia vita. E io?”
KONRAD LORENZ

Ai bambini dovrebbe sempre essere permesso di crescere a contatto con gli animali. Sperimentare un rapporto fraterno, imparando a convivere con un compagno che non giudicherà mai, che resterà comunque una continua sorpresa, indecifrabile, nonostante la reciproca conoscenza. “E’ solo un cane”, “è solo un gatto randagio”, potranno dire al bambino gli adulti o gli altri ragazzi con aria sprezzante, come se questo li rendesse in qualche modo superiori, inattaccabili dalla paura dell’uguaglianza. Il bambino resterà muto, molto spesso, invischiato e senza pelle nella materia dell’infanzia dove tutto è presente, premuto troppo forte sul torace come sullo sterno di un volatile non ancora identificato. Imparerà poi ad essere fatto di linguaggio, a ferire, a distaccarsi dall’altro. “E tu sei solo un uomo”, saprà rispondere allora.

Nel film La mia vita a quattro zampe (Mitt liv som hund) di Lasse Hallström il dodicenne protagonista, Ingemar, ha un rapporto speciale con il cane Sikkar. La loro amicizia, le giornate di esplorazione per la campagna svedese trascorse insieme, sono l’unico svago da una realtà altrimenti difficile che condivide con il fratello maggiore e la madre da lungo tempo malata. Gli adulti tendono spesso a sottovalutare le risorse dei bambini, a malinterpretarle, confondendole con i segni dell’alienazione o semplicemente dell’inadeguatezza a comprendere. Così agli occhi di vicini e familiari le stranezze di Ingemar (che a volte abbaia come un cane) sono solo l’allarme di un disagio mentale che dalla madre potrebbe riflettersi nel figlio. Quando la malattia della donna peggiora i due fratelli vengono divisi, alloggiati presso famiglie di parenti e ad Ingemar viene proibito di portare Sikkar con sé. Nel villaggio dello Småland dove andrà ad abitare presso lo zio, il bambino farà amicizia con una serie di personaggi singolari che lo aiuteranno a scoprirsi parte di una comunità, a superare il doppio trauma della morte della madre e del suo cane, ristabilendo per così dire un equilibrio tra la propria esistenza interiore, incomunicabile agli altri, e la durezza del quotidiano, dove la morte e la perdita si mescolano alla meschinità di chi ti vuole adatto, adattato, senza esuberanti fantasie. Per tutto il tempo del suo “apprendistato” Ingemar trova i suoi simili nel pensiero di Sikkar e nel sogno di Laika , la cagnolina lanciata nello spazio dai russi nel 1957. Che farà Laika lassù e quanto coraggio deve avere per starsene da sola nel freddo siderale, tra luci che non illuminano nessun volto, nessun animale, nessuna casa all’orizzonte? Avrà abbastanza cibo? Sarà triste a volte? Paragonato alle difficoltà che deve affrontare Laika (che del mondo degli uomini e delle sue ragioni sa ancora meno di Ingemar), tutto sembra più piccolo, sopportabile – sente il bambino.

I ricordi più vividi della mia infanzia sono spesso immersi nella solitudine. Nel giardino della scuola elementare, dove i pini confinavano con uno spazio di prato incolto, c’era una vecchia struttura di ferro rugginoso, un “missile” composto di vari cerchi rossi e blu sui quali potevamo arrampicarci fino alla cima appuntita. Trascorrevo sempre gli ultimi minuti della ricreazione lassù, incurante del miei compagni che continuavano a giocare a “i quattro cantoni”, ad “acchiappino”. In primavera o nel primo autunno la ricreazione era lunga. La maestra ci lasciava giocare anche per mezzora, prima di tornare in classe ed io avevo tempo per le mie fantasticherie in solitaria. Non era che non mi piacevano i miei amici o avevo un qualche malessere. La maestra per fortuna lo capiva e non mi chiedeva di scendere, di tornare nel gruppo, diceva che ero una sognatrice. Là c’erano solo le chiome degli alberi. Stavo ferma e in silenzio. Sotto di me si agitavano grembiuli neri sporchi di gesso, le tasche gonfie di fazzoletti e residui di gomma da cancellare; le mani lisce, mappate di biro, schiacciate sulle cortecce, mentre qualcuno gridava “casa!” o “bomba libera tutti!”, i capelli brillanti degli altri bambini. Erano così lontani, ignari. Facevo un gioco: se non li guardavo, anche loro non mi avrebbero visto, si sarebbero dimenticati – sarei stata invisibile, non più umana. Dentro di me ascoltavo una serie di domande irrisolvibili – di cosa parlano le foglie? come respira Dio? mi fruga nella testa tutto il giorno? chi vive nella casa con la finestra rotta, il drappo scuro, pesante della tenda oltre la rete di là dal prato? quando il sole filtra in quel modo verso il terreno che tutto sembra d’oro siamo proprio sicuri che sia solo pulviscolo, che non siano ali minuscole e trasparenti, che non sia una strada rivelata per un attimo? Alla fine dei miei pensieri privati c’era un cane. Un cane immaginario, poiché non ne possedevo uno. Un cane diverso da Toby il nero, che girava libero per il mio quartiere e si faceva accarezzare da tutti e da Dick, il collie dei miei vicini, quanto di più prossimo ad un cane “mio” avessi sperimentato. Era un grosso cane lupo, di cui ancora non sapevo il nome. Era il mio migliore amico ed era amico dei miei gatti; con lui sarei potuta andare ovunque, anche nelle stanze abbandonate dove si nascondevano persone fatte di polvere e vecchi tendaggi scuri e travi di legno spezzate, calce. Tornavo a casa ogni giorno con la speranza – forse è la volta buona che la mamma si decide, che lo prendiamo davvero, il mio cane.

Laika (colei che abbaia) conosciuta anche come Kudrjavka (codariccia) era un bastardino catturato dagli accalappiacani nelle strade di Mosca, ma invece che al canile o alla soppressione immediata fu destinata dalla vanità umana a diventare il cane più famoso della storia. Lanciata nello spazio il 3 novembre 1957, stretta nel minuscolo satellite dello Sputnik 2, la cagnolina non visse per alcuni giorni, come Ingemar e tutto il mondo credette allora, addormentandosi in una morte indolore, ma morì in breve tempo di paura e solitudine – di incomprensione. Come poteva capire, Laika, il significato del suo destino? Qual era questo significato secondo gli uomini che decisero per lei? Lo spazio angusto, le torture durante l’addestramento, la mancata risposta alla sua fiducia? La vita di un cane vale meno di quella di un essere umano. Doveva essere questa la giustificazione implicita che si ripetevano scienziati e politici. Possiamo rischiarla, sperimentarci su, spaventarla a morte – dalla sua bocca non usciranno condanne né parole. Ma per cosa? Per quale bene superiore? Per quale potere da ostentare, quale fertile manciata di desolazione attorno al pianeta?

Recentemente Nick Abadzis ha riproposto la storia di Laika in un bel graphic novel, dove si intrecciano le motivazioni, i rimorsi, i sogni di tutti i coinvolti, dai primi possibili proprietari del cane (una bambina, anche qui, che non saprà dimenticarla), alla troupe di scienziati, medici e veterinari che lavorarono con lei gettandole addosso il carico delle loro aspettative, dei loro presunti doveri e anche delle emozioni, troppo spesso più forti della pietà o della ragione. Il senso del dovere è un fenomeno curioso. Diventa una formula vuota, esangue, a cui però ci si attacca sebbene vorremmo o dovremmo obbedire ad altro, a leggi non istituzionalizzate, che minano le nostre sicurezze e crescono dove siamo vulnerabili. Il senso del dovere assomiglia così in modo preoccupante al senso di inclusione, che ci tempri contro il dubbio di essere come ogni altra creatura viva nel mondo: fragile, esposta alla perdita e al dolore, sola. Agli obblighi di buoni patrioti e sottoposti dei personaggi di Abadzis risponde per contrasto l’immagine di Laika – chissà… se qualcosa la capite davvero? Una cosa qualsiasi…? O reagite solo al tono della mia voce…?, si chiede Yelena, l’ultima padrona, la veterinaria che accudisce Laika ed Albina, le cagnoline selezionate per il progetto.

Nel disegno del cane è raffigurata l’ambiguità dell’espressione animale: sembra sorriderci a volte dalla pagina, altre storcere la bocca come per piangere, soffrire, poi tornando a guardarla non vediamo niente, gli stessi tratti elementari del muso, impassibili. Chiunque abbia un animale domestico capirà lo sforzo infantile del padrone di vedere un segno di riconoscenza, tenerezza, perfino timore negli occhi del proprio gatto o cane. Un segno che non c’è o che resta oltre la nostra comprensione. Sappiamo che l’altro animale è capace di soffrire, provare gioia e gratitudine. Ma è un linguaggio comune non immediato quello a cui dobbiamo ricorrere, fatto di troppa pazienza, umiltà – e allora possiamo permetterci di ignorarlo, di stare in pace come davanti ad una bambola di pezza a cui diciamo noi cosa sentire, quando smettere di parlarci.

La storia di Laika è per me faticosa per la pena che mi suscita la morte inutile di un animale per mano dell’uomo, ma soprattutto per un’idea di giustizia che va oltre l’imbarazzo di certi sentimenti, del loro ingarbugliarsi: umani, animali, reali, presunti. È un’idea semplice, la cui verità mi aveva sorpreso proprio a dodici anni, l’età di Ingemar, dalle pagine di un libro. Il libro è Il buio oltre la siepe, di Nelle Harper Lee. Lo leggevo come compito estivo per la seconda media. Il titolo italiano è una metafora per indicare quanto spesso sono le cose più vicine, appena oltre la siepe leopardiana che preclude la vista e apre l’immaginazione, ad esserci ignote, ad avere un carico di rivelazione. Ma il titolo inglese è assai più significativo: To Kill a Mokingbird, Uccidere un passero. È il divieto che Atticus Finch pone ai suoi figli, quando regala loro dei fucili ad aria compressa:

Un giorno Atticus disse a Jem: “Preferirei che sparaste ai barattoli in cortile, ma so già che andrete dietro agli uccelli. Sparate finché volete alle ghiandaie, se vi riesce di prenderle, ma ricordatevi che è peccato uccidere un passero.”
Era la prima volta che udivo Atticus dire che era peccato fare una data cosa, così andai ad informarmi da miss Maudie.
“Tuo padre ha ragione”, disse. “I passeri non fanno niente di speciale, ma fa piacere sentirli cinguettare. Non mangiano le sementi dei giardini, non fanno il nido nelle madie, non fanno proprio niente, solo cinguettano. Per questo è peccato uccidere un passero.”

Saggio Atticus Finch. Uno dei personaggi più cari delle mie letture adolescenziali, nonché, e questo mi sembra un sollievo, un uomo realmente vissuto, il padre della scrittrice. Il male è connaturato all’essere. Speriamo sempre che non sopraggiunga, ma prima o poi si manifesterà, anche solo in un gioco violento. Tuttavia non tutte le vittime sono uguali. Fare il male a chi non ha difesa o a chi non ha nessun sospetto di cosa siamo capaci, è questo ciò che non possiamo perdonarci. Possiamo accettare il pensiero dell’offesa, della crudeltà, quando la sua fonte è parte di noi – come un parente stretto e scomodo, chiuso in soffitta. È la consapevolezza che il male si dirige con più determinazione verso l’ignaro, colui che non rientra nel gruppo e non ha parità d’armi, che può esserci attratto e poi tradito ed annientato, ad essere insopportabile quando ci investe.

L’ignaro non ha lo strumento per dirci basta.
Negli occhi di Laika, quando cerco di immaginarli, c’è questo ignaro dietro il terrore, spedito il più possibile lontano, oltre la barriera del suono, per non udire nemmeno l’eco delle parole che in qualche modo non smette di ripeterci: “Ho fiducia in te”.

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15 Responses to Il cane più famoso della storia

  1. bevitore il 10 ottobre 2008 alle 16:34

    posso dire d’essermi commosso?

  2. gianni biondillo il 10 ottobre 2008 alle 17:39

    Laika era il nome della cagnetta della mia infanzia. Grazie.

  3. bevitore il 10 ottobre 2008 alle 18:35

    anche io avevo una cagna che si chiamava laica quando ero bambino (mi sa che erano stati tutti molto colpiti da questa cosa del cane nello spazio): mia mamma che ero piccolo mi metteva mei pomeriggi d’estate, all’ombra di un grande albero di prugne che ho ancora dopo quarant’anni e diceva a laica “se piange vienimi a chiamare” così quando piangevo laica correva a grattare alla porta della cascina……..bei tempi quelli……ma anche adesso non si scherza mica!

  4. Baldrus il 10 ottobre 2008 alle 22:02

    Ricordo un passo di Narciso e Boccadoro, quando Boccadoro (ma forse era Narciso, ehm) assiste alla morte di asfissia di un pesce. E’ una scena spietata, emerge tutta l’indifferenza e la mancanza di pietà dell’uomo verso gli animali.

    Brava Francesca, come sempre.

  5. Tashtego il 10 ottobre 2008 alle 22:25

    “Sparate finché volete alle ghiandaie…”.
    c’è sempre un animale a cui si può fare del male, impunemente.
    come i pesci, certo.
    i maiali, si fa festa prima di sgozzarli, le galline si allevano in condizioni spaventose.
    i serpenti, eccetera.
    il cane non è “amico dell’uomo”, ne è il servo.
    è così perché è stato geneticamente forgiato a partire dal lupo iniziale, deformato fino al ridicolo, come il chiuaua, il bassotto.
    il cane ci ama come un servo, appartiene ad una specie assoggettata, cui vogliamo bene, ma che neanche tanto in fondo disprezziamo per averci consentito di farla serva.
    l’uomo rispetta solo le specie di cui ha paura, prima di sterminarle fino all’ultimo esemplare.

  6. francesca matteoni il 11 ottobre 2008 alle 00:10

    @tashtego

    “Sparate finché volete alle ghiandaie…”. Sì, certo. Nel pezzo che ho citato, nella rassegnazione di Atticus, c’è una constatazione del male. Non del fatto che alcuni animali siano migliori di altri o meritino di più la vita. Così come non credo che nessuno di noi – nemmeno da bambino – possa dirsi immune dalla crudeltà e dalla ferocia che è parte non solo dell’uomo, ma della natura (mi viene in mente un film straordinario – La sottile linea rossa, ma rischio di andare fuori tema). I leoni, gli orsi, i gatti e altri animali carnivori uccidono i cuccioli per accoppiarsi con le femmine, ad esempio. L’uomo è “avanti”, nel senso che sistematicamente sottomette altri animali e suoi simili, non solo per necessità o “voglia”, ma per ambizione, sete di potere, una visione del mondo sempre troppo sbilanciata verso se stesso. Come tale l’uomo fa del male a tutti gli animali, impunemente (sui serpenti che citi, ci sarebbe un altro discorso interessante). Nelle parole di Atticus non c’è un’autorizzazione a uccidere gli altri uccelli, ma solo un’esortazione a considerare ciò a cui si fa male. Ci sono dei distinguo che sono pari al nostro grado di consapevolezza. Come non si può insegnare a pensare, non si può nemmeno pretendere dall’altro una consapevolezza immediata del tutto. Del resto quella frase è emblematica di tutto questo meraviglioso libro, dove di vittime della società ce ne sono due – un passero ed una ghiandaia, diciamo così.

    Sul cane ed il suo rapporto con l’uomo – nelle culture “primitive” è stato accolto, principalmente come aiuto, servo, come dici tu, per guardare il gregge, portare carichi. C’è un passo bellissimo che racconta l’incontro tra l’uomo ed il cane in un testo sui lapponi, per cui il cane è stato fondamentale. Se si pensa ai nativi americani, i cani vivevano ai bordi degli accampamenti e finivano spesso per essere cibo. Questo “servilismo” è anche ciò che ha scatenato il disprezzo – basta pensare che nessuno di noi dice “figlio di una lontra” o “di un pesce rosso”, ma “figlio di un cane”. Sul discorso affettivo tra animale ed uomo non sarei così sicura – nel senso che per me fondamentalmente non sappiamo come ci ama un cane. Non possiamo sempre comprendere tutto, ogni tanto dovremmo arrenderci a questo – e per l’essere umano è affar tosto. Si dice in modo semplicistico che il gatto ci ama come un figlioletto viziato (uno sfruttatore! … potrei confermarlo vedendo cosa fa il mio di gatto, ma anche gli altri aficionados del quartiere), mentre il cane come un leader. Però ad esempio, a casa di mio padre dove non vo spesso, ci sono due cani, mamma e figlio. Non sono la loro padrona, non esattamente. La madre che ora è vecchiotta, se per caso era nei boschi e mi vedeva sull’autobus o sostare a bere durante una delle fermate, mi correva dietro fino al paese, fino a che non scendevo. Non penso fosse “servilismo”. Sul fatto che l’uomo rispetti gli animali di cui ha paura – non saprei con certezza. Vedi i serpenti. Ma vedi anche lo squalo. Ne ha paura e basta. Poi in altre culture (nomadi, ad esempio) la cosa è un po’ diversa, vero.

    (Sugli animali ed il rapporto con gli uomini ci sono dei bei lavori di un professore americano di etica John Serpell, a cui mi sto appassionando).

  7. Tashtego il 11 ottobre 2008 alle 07:50

    @francesca

    È vero che non sappiamo come ci ama il cane, ed è anche vero che non sappiamo con certezza cos’è un cane.
    Tuttavia alcuni dati mi sembrano evidenti.
    Il primo è la deformazione genetica, indotta, che ha dato luogo alle razze.
    Incontro sempre sul marciapiede sotto casa mia un cane di una razza dotata di pelle ridondante, le zampe cortissime, le orecchie che strusciano per terra, gli occhi arrossati, arresi, dimessi.
    Non posso fare a meno di vederlo per quello che è, un mostro creato per gioco/utilità, di cui si dice che è di razza «pura».
    Ora, Lorenz a parte (mi è sempre sembrato un ricercatore para-darwiniano, letterario), credo che questo lavoro di selezione sia stato fatto soprattutto sull’indole della specie, per così dire, iniziale: i buoni vivono, i cattivi li facciamo fuori.
    Così sopravvivono solo gli esemplari umili, domesticabili, quelli che ci «amano», in modo che alla fine ci convinciamo che il cane «è amico dell’uomo», mentre è solo un «prodotto» dell’uomo.
    Oppure, al contrario, selezioniamo i «cattivi», per difenderci, salvo che poi, ogni tanto, l’equilibrio fedeltà/aggressività si rompe e ci ritroviamo con i denti alla gola.
    Il mio vicino, in campagna, alleva cani cattivi.
    Se ne sentono gli ululati da lontano, agghiaccianti per la quantità di dolore che trasportano, di disperazione.
    Quello è un lager per schiavi da combattimento.
    Un posto di dolore segreto, dove nessuno può entrare.
    Ogni tanto immagino che tutti quei poveri cani riescano a scappare e che appena usciti di lì si fermino solo un minuto, per ucciderci e vendicarsi subito su di noi.

    La questione etica del nostro rapporto con gli animali parte da un dato che sicuramente accomuna tutti i viventi: la capacità di soffrire, mentalmente e fisicamente.
    E questo vale pure per crostacei, molluschi, insetti, pesci.
    Eccetera.

    (L’altra sera in trattoria, gli astici canadesi nella loro teca, ancora vivi, nel ghiaccio, muovevano lentamente le antenne, un arto…)

  8. Phonorama il 11 ottobre 2008 alle 09:32

    Il cane è come il phon, indispensabile.
    Brava.

  9. francesca genti il 11 ottobre 2008 alle 10:21

    ciao franci,
    bellissimo pezzo.

  10. Chapucer il 11 ottobre 2008 alle 12:36

    :*)

  11. véronique vergé il 11 ottobre 2008 alle 12:40

    Magnifico pezzo. Ho amato l’omaggio alla presenza dolce della nostra infanzia, l’animale che accompagna la solitudine, l’immaginario del bambino, l’affetto con le carezze, la consolazione silenziosa quando le parole umane sono troppo.

    Ma preferisco il gatto; il gatto che ti viene sulla ginochia, il gatto che mi alleggia della vergogna di dormire o di sognare, il gatto che è molte dolce contro la mia guance, il gatto che ha un cuore che si sente nel ronron, il gatto che camina sullo mucchio dei libri, il gatto che si mette sulla pagina, si tiene dritto sul davanzale della finestra.

    Grazie per il bel post che mi ha rammento i momenti passati con il mio gatto.

  12. francesca matteoni il 12 ottobre 2008 alle 23:35

    @Tashtego, sulla selezione operata dall’uomo a suo uso e consumo sono d’accordo con te, così come sul desiderio di vedere in atto una ribellione a volte. ma credo anche nella capacità di alcuni esseri umani di instaurare un legame indipendente dalla subordinazione con l’animale. Quello che mi piacerebbe in un mondo ideale, è che si fosse capaci di rispettare l’animale – che non è equivalente a diventare vegetariani o vegani – non solo sulla base dei buoni sentimenti, ma perché si riconosce all’altro pari dignità. Se il dolore comune è il primo parametro dell’etica, questo poi dovrebbe portare alla consapevolezza che non siamo superiori a nessun’altra vita per meriti o diritti. Questa cosa che a me sembra piuttosto innocente e nemmeno pessimista, sconvolge molte brave persone (detto senza ironia)- che pure amano i loro animali domestici.
    @Mauro, ti rispondo ora – il passo che citi mi ha fatto venire in mente una cosa: il nostro bisogno, molto spesso da bambini, di osservare la morte. Di renderci conto che è vera, che accade. Poi questo avviene a spese della specie sacrificabile…
    @Veronique: sai, in realtà anche il mio animale è il gatto. Ne ho sempre avuti, fin da piccola, adorandoli: in casa mia basta che iniziamo ad imbalzamarli dopo la morte,diffondendo incenso a profusione e poi siamo al completo. Ma mi resta la voglia del cane (come della capra e del mulo… pure!).

  13. véronique vergé il 13 ottobre 2008 alle 08:55

    Francesca,

    hai molto fortuna avere ancora gatti. Vivo sola in un appartamento nel centro della città, sono partita tutta la giornata. Parto per le vancanze nella famiglia o in Italia. Allora non posso avere gatti per il momento…
    Ma quando saro un piccola vecchia avro un gatto, e spero una modesta casa con giardino in Italia, in somma una vecchiaia felice…

  14. chi il 13 ottobre 2008 alle 10:26

    da bambina, in macchina con i miei genitori, stavo sempre in ginocchio per poter vedere le macchine dal lunotto posteriore. una volta vedo un camper con su scritto Laika e chiedo perché laika chi è laika. pensavo, da bambina nata in un posto di mare, che i camper portassero il nome come le barche. così mio padre e mia mamma mi hanno raccontato la storia della cagnolina spaziale, la cagnolina cosmonauta. e, poi, anche se era prima la storia di La Fisica per tutti di Lev Landau che aveva trasformato una confederazione rurale in una confederazione astrale.
    grazie francesca, bellissimo tema, bellissimo pezzo.
    :-)
    chi

  15. Tashtego il 13 ottobre 2008 alle 18:56

    sabato un cane chiamato melèk addivenne da noi in campagna a seguito della sua padrona.
    era un grosso bastardo, in prevalenza pastore tedesco, ma a pelo lungo, le zampe grosse, da cucciolo, anche se pare avesse sei anni.
    notavo il suo totale essere cane, dimesso, come se si vergognasse di esistere.
    capiva quando gli dicevo che non poteva entrare in casa e si arrestava sulla soglia, ubbidiente.
    veniva carezzato/massaggiato a turno da tutti e più lo carezzavano e più ne voleva senza rompersi minimamente le palle di tutto quello smucinìo.
    noi mangiavamo salsicce, lui sbavava in silenzio finché non gliene davamo.
    era il più forte di tutti, lì e si mostrava come un sottomesso.
    sarebbe potuto fuggire all’istante per le campagne, andarsene per sempre come un essere libero.
    ma non ci pensava neppure.
    del resto era stato trovato, che già era adulto, sul bordo di una strada, malato.



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