“Colui che non aveva mai visto il mare” da “Mondo et autres histoires” di J. M. GUSTAVE LE CLÉZIO

14 ottobre 2008
Pubblicato da

[ traduzione di  Orsola Puecher ]

testo in lingua originale

[ da Zéro de conduite: Jeunes diables au collège (1933) di Jean Vigo ]

 

__Si chiamava Daniel, ma gli sarebbe molto piaciuto chiamarsi Sindbad, perché aveva letto le sue avventure in un grosso libro rilegato in rosso che portava sempre con se, in classe e nel dormitorio. Di fatto credo che non avesse mai letto altro che quel libro là. Non ne parlava mai, salvo qualche volta quando glielo si chiedeva. Allora i suoi occhi neri brillavano di più, e il suo viso a lama di coltello sembrava animarsi di colpo. Ma era un ragazzo che non parlava molto. Non si mescolava alle conversazioni degli altri, salvo quando era questione di mare, o di viaggi. La maggior parte degli uomini sono dei terrestri, è proprio così. Sono nati sulla terra, ed è la terra e le cose della terra che li interessano. I marinai stessi sono spesso gente di terra; amano le case e le donne, parlano di politica e di automobili. Ma lui, Daniel, era come se fosse di un’altra razza. Le cose della terra lo annoiavano, i negozi, le automobili, la musica, i film e naturalmente le lezioni del Liceo. Non diceva nulla, non sbadigliava neppure per mostrare la noia. Ma restava al suo posto, seduto su un banco, o anche sui gradini della scala, davanti al cortile, a fissare il vuoto. Era un allievo mediocre, che racimolava a malapena ogni trimestre il minimo di punti che gli servivano per sopravvivere. Quando un professore pronunciava il suo nome, si alzava e recitava la lezione, poi si risedeva ed era finita lì. Era come se dormisse con gli occhi aperti.
__Anche quando si parlava del mare, questo non è che lo interessasse per molto tempo. Ascoltava un momento, domandava due o tre cose, poi s’accorgeva che non era veramente del mare che si parlava, ma dei bagni, della pesca subacquea, delle spiagge e dei colpi di sole. Allora se ne andava, ritornava a sedersi sul suo banco o sui gradini della scala a fissare il vuoto. Non era di questo mare che aveva intenzione di parlare. Era di un altro mare, non si sapeva quale, ma di un altro mare.
__Questo era prima che scomparisse, prima che se ne andasse. Nessuno avrebbe immaginato che un giorno sarebbe partito, voglio dire veramente, senza ritornare. Era molto povero, suo padre aveva una piccola azienda agricola ad alcuni chilometri dalla città, e Daniel era vestito con il grembiule grigio dei collegiali, perché la sua famiglia abitava troppo lontano perché potesse rientrarvi ogni sera. Aveva tre o quattro fratelli più vecchi che non si conoscevano.
__Non aveva amici, non conosceva nessuno e nessuno lo conosceva. Forse preferiva che fosse così, per non essere legato. Aveva un buffo viso affilato a lama di coltello e dei begli occhi neri indifferenti. Non aveva detto nulla a nessuno. Ma aveva già preparato tutto per quel momento, è certo. Aveva preparato tutto nella sua testa, ricordandosi delle strade e delle carte, e dei nomi delle città che doveva attraversare. Forse aveva sognato molte cose, giorno dopo giorno, e ogni notte, steso nel suo letto nel dormitorio, mentre gli altri scherzavano e fumavano delle sigarette di nascosto. Aveva pensato ai fiumi che discendono dolcemente verso i loro estuari, ai gridi dei gabbiani, al vento, alle tempeste che fischiano fra i pali delle barche e alle sirene dei segnali.
__E’ all’inizio dell’inverno che è partito, verso la metà del mese di settembre. Quando i collegiali si sono svegliati, nel grande dormitorio grigio, era sparito. Ce ne siamo accorti subito, appena abbiamo aperto gli occhi, perché il suo letto non era disfatto. Le coperte erano tese con cura, e tutto era in ordine. Allora ci siamo detti soltanto: “Toh…! Daniel è partito!” senza essere veramente stupiti, perché lo si sapeva già un po’ che questo sarebbe successo. Ma nessuno ha detto nient’altro, perché non si voleva che lo riprendessero.
__Anche i più chiacchieroni, gli allievi delle medie, non hanno detto nulla. Ad ogni modo, che cosa si sarebbe potuto dire? Non si sapeva nulla. Per molto tempo, si sussurrò, nel cortile, o durante le lezioni di francese, ma non erano che mozziconi di frasi il cui senso non era noto che a noi.
__“Credi che sia arrivato ora?„
__“Credi? Non ancora, è lontano, lo sai…„
__“Domani? „
__“Sì, forse…„
I più audaci dicevano:
__“Forse e già in America…„
E i pessimisti:
__“Bah, forse ritornerà oggi.„
Ma se noi, fra noi taciamo, invece in alto loco l’affare faceva rumore. I professori e i sorveglianti erano stati convocati regolarmente nell’ufficio del Preside, e anche alla Polizia. Ogni tanto prendono gli allievi ad uno ad uno e cercano di fargli sputare il rospo.
__Naturalmente, noi, noi parliamo di tutto salvo di ciò che sappiamo, di quello, del mare. Si parlava di montagne, di città, di ragazze, di tesori, anche di zingari rapitori di bambini e di legione straniera. Si dicevano quelle cose per confondere le piste, e i professori e i sorveglianti erano sempre più snervati e questo li rendeva cattivi.
__Il grande rumore è durato molte settimane, molti mesi. Ci sono stati due o tre avvisi di ricerca sui giornali, con la descrizione di Daniel e una fotografia che non gli somigliava. Poi tutto s’è calmato di colpo, poiché tutti eravamo un po’ stanchi di questa storia. Forse tutti avevamo capito che non sarebbe più ritornato, mai più.
__I genitori di Daniel si sono consolati, perché erano molto poveri e perché non potevano fare nulla d’altro. I poliziotti hanno archiviato il caso, questo almeno hanno detto, e hanno aggiunto qualcosa che i professori e i sorveglianti hanno ripetuto, come se fosse normale ciò che era sembrato, a noi altri, davvero straordinario. Hanno detto che c’erano come in questo caso, ogni anno, decine di migliaia di persone che scomparivano senza lasciare traccia, e che non si ritrovavano più. I professori e i sorveglianti ripetevano questa piccola frase, alzando le spalle, come se fosse la cosa più banale del mondo, ma noi, appena l’abbiamo sentita, ci ha fatto sognare, ha fatto nascere in fondo a noi stessi un sogno segreto e affascinante che non è ancora finito.

 

__Quando Daniel è arrivato, era sicuramente di notte, a bordo d’un lungo treno merci che aveva viaggiato giorno e notte per molto tempo. I treni merci circolano soprattutto la notte, perché sono molto lunghi e vanno molto lentamente, da uno snodo ferroviario all’altro. Daniel era steso sul pavimento duro, avvolto in un vecchio pezzo di tela di sacco. Guardava attraverso la griglia della porta, mentre il treno rallentava e si fermava cigolando di fianco a dei magazzini.
__Daniel aveva aperto la porta, era saltato sui binari e aveva corso lungo il pendio, finché non aveva trovato un passaggio. Non aveva bagagli, solo una borsa da spiaggia blu che portava sempre con lui, in cui aveva messo il suo vecchio libro rosso.
__Ora, era libero, e aveva freddo. Le gambe gli facevano male, dopo tutte le ore passate nel vagone. Faceva notte, pioveva. Daniel camminava più veloce che poteva per allontanarsi della città. Non sapeva dove andava. Camminava diritto davanti a se, fra i muri dei capannoni, sulla strada che splendeva alla luce gialla dei lampioni. Non c’era nessuno là, e nemmeno dei nomi scritti sui muri. Ma il mare non era lontano. Daniel lo indovinava da qualche parte sulla destra, nascosto dai grandi edifici di cemento, oltre i muri. Era nella notte.
__All’improvviso, Daniel si sentì stanco di camminare. Era arrivato in campagna, ora, e la città brillava lontano dietro di lui. La notte era nera, e la terra e il mare erano invisibili. Daniel cercò un posto per ripararsi della pioggia e dal vento, ed entrò in una capanna di tavole, sul bordo della strada. Ed é là che si installò per dormire fino alla mattina. Erano molti giorni che non dormiva e mangiava per modo dire, perché era stato sempre a spiare attraverso la porta del vagone. Sapeva che non doveva incontrare dei poliziotti. Allora si era nascosto bene in fondo alla capanna di tavole, aveva sbocconcellato po’ di pane si era addormentato.
__Quando si svegliò, il sole era già nel cielo. Daniel è uscito dalla capanna, ha fatto alcuni passi strizzando gli occhi. C’era un sentiero che conduceva alle dune, e Daniel vi s‘incamminò. Il suo cuore batteva più forte, perché sapeva che cosa c’era oltre le dune, a duecento metri appena. Correva sul sentiero, scalava il declivio di sabbia, e il vento soffiava sempre più forte, portando un rumore e un odore sconosciuti. Poi, è arrivato in cima alla duna, e di colpo, l’ha visto.
__Era là, dappertutto, davanti a lui, immenso, gonfio come le pendici d’una montagna, brillante del suo colore blu, profondo, così vicino, con le sue onde alte che avanzavano verso lui.
__“Il mare! Il mare!„ pensava Daniel, ma non osò dire nulla ad alta voce. Restava immobile, le dita un po’ allargate, e non riusciva a realizzare che aveva dormito di fianco a lui. Sentiva il rumore lento delle onde che si muovevano sulla spiaggia. Non c’era più vento, di colpo, e il sole luccicava sul mare, accendeva un fuoco su ogni cresta d’onda. La sabbia della spiaggia era color cenere, liscia, attraversata da ruscelli e coperta di ampie pozze che riflettevano il cielo.
__Dentro di se, Daniel ha ripetuto il bel nome più volte, così, “il mare, il mare, il mare…„ la testa piena di rumore e di vertigine. Aveva voglia di parlare, di gridare anche, ma la gola non lasciava passare la voce. Ma allora toccava che cominciasse a gridare, gettando molto lontano la sua borsa blu che rotolò nella sabbia, toccava che cominciasse ad agitare le braccia e le gambe come qualcuno che attraversa un’autostrada. Saltava sulle strisce di alghe, barcollava sulla sabbia asciutta della fine della spiaggia. Si toglieva le scarpe e i calzini, e a piedi nudi, correva ancora più veloce, senza sentire le spine dei cardi.
__Il mare era lontano, all’altro capo della pianura di sabbia. Brillava nella luce, cambiava colore e aspetto, diventava blu, quindi grigio, verde, quasi nero, banchi di sabbia ocra, bordi bianchi delle onde. Daniel non sapeva che era così lontano. Continuava a correre, le braccia serrate contro il corpo, il cuore che gli batteva fortissimo nel petto. Ora sentiva la sabbia dura come asfalto, umida e fredda sotto i piedi. Più si avvicinava, più il rumore delle onde cresceva, riempiva tutto come un fischio di vapore. Era un rumore molto morbido e molto lento, poi violento e inquietante come i treni sui ponti di ferro, che fugge all’indietro come l’acqua dei fiumi. Ma Daniel non aveva paura. Continuava a correre più veloce che poteva, diritto nell’aria fredda, senza guardare altrove. Quando non fu che a pochi metri della frangia di schiuma, sentì l’odore delle profondità e si fermò. Un punto di lato gli bruciava all’inguine, e l’odore potente dell’acqua salata gl’impediva di riprendere fiato.
__Si sedette sulla sabbia umida, e osservò il mare montare davanti a lui quasi fino al centro del cielo. Aveva talmente pensato a quest’istante, aveva talmente immaginato il giorno quando finalmente l’avrebbe visto, realmente, non come sulle fotografie o come al cinema, ma veramente, il mare tutto intero, disteso attorno a lui, gonfio, con il grande dorso delle onde che rotolano e s’infrangono, le nuvole di schiuma, le piogge di spruzzi polverizzati nella luce del sole, e soprattutto, da lontano, quest’orizzonte curvo come un muro davanti al cielo! Aveva talmente desiderato quest’istante che non aveva più forze, come se stesse per morire, o dormire.
__C’era proprio il mare, il suo mare, per lui solo ora, e sapeva che non se ne sarebbe mai più potuto andare. Daniel restò a lungo coricato sulla sabbia dura, aspettò così a lungo, steso sul fianco, che il mare iniziò a salire lungo il pendio e venne a toccare i suoi piedi nudi.
__Era la marea. Daniel balzò in piedi, tutti i muscoli tesi per la fuga. Lontano, sugli scogli neri, le onde s’infrangevano con un rumore di tuono. Ma l’acqua non aveva ancora forza. Si rompeva, bolliva in fondo alla spiaggia, non arrivava che strisciando. La schiuma leggera circondava le gambe di Daniel, scavava pozze attorno ai suoi talloni. L’acqua fredda gli morse dapprima le dita e le caviglie, poi le rese insensibili.
__Insieme alla marea, arrivò il vento. Soffiò del fondo dell’orizzonte, apparvero nuvole nel cielo. Ma erano nuvole sconosciute, simili alla schiuma del mare, e il sale viaggiava nel vento come grani di sabbia. Daniel non pensava più di fuggire. Si mise a camminare lungo il mare nella frangia di schiuma. Ad ogni onda, sentiva la sabbia scorrere via tra le dita aperte per poi ritornare. L’orizzonte, lontano, si gonfiava e s’abbassava come respirasse, lanciando ondate verso la terra.
__Daniel aveva sete. Nella cavità della mano, prese un po’ d’acqua e di schiuma e bevve una sorsata. Il sale gli bruciò la bocca e la lingua, ma Daniel continuò a bere, perché gli piaceva il gusto del mare. Era da così tanto tempo che pensava a tutta quell’acqua, libera, senza frontiere, tutta quell’acqua che si poteva bere per tutta una vita! Sulla riva, l’ultima marea aveva respinto pezzi di legno e radici simili a grandi ossa. Ora l’acqua se li riprendeva lentamente, li depositava un po’ più su, li mescolava alle grandi alghe nere.
__Daniel camminava al bordo dell’acqua, e guardava tutto avidamente, come se volesse sapere in un istante tutto ciò che il mare poteva mostrargli. Prendeva in mano le alghe vischiose, i pezzi di conchiglia, scavava nel fango lungo le gallerie dei vermi, cercava dappertutto, camminando, o a quattro zampe nella sabbia umida. Il sole era duro e forte nel cielo, e il mare tuonava senza fermarsi.
__Di tanto in tanto, Daniel si fermava, di fronte all’orizzonte, e guardava le alte onde che cercavano di passare sopra gli scogli. Respirava con tutte le sue forze, per sentire il fiato ed era come se il mare e l’orizzonte gonfiassero i suoi polmoni, il suo ventre, la sua testa, e fosse diventato una specie di gigante. Guardava l’acqua scura, da lontano, là dove non c’era terra né schiuma ma solamente il cielo libero, ed era ad essa che parlava, a bassa voce, come se l’avesse potuto capire; diceva:
__“Vieni! Sali fin qui, su! vieni! „
__“Sei bella, verrai e coprirai tutta la terra, tutte le città, salirai fino alla cima delle montagne.„
__“Vieni, con le tue onde, sali, sali! Fin qui, fin qui!„
Poi arretrava, passo passo, verso la fine della spiaggia.
__Imparò come avanza l’acqua che sale, che si gonfia, che si sparge come mani lungo i piccoli avallamenti di sabbia. I granchi grigi correvano davanti a lui, le chele alzate, leggeri come insetti. L’acqua bianca riempiva i buchi misteriosi, annegava le gallerie segrete. Saliva, un po’ più su ad ogni onda, allargava le sue falde mobili. Daniel danzava dinanzi ad essa, come i granchi grigi, correva un po’ di traverso alzando le braccia e l’acqua veniva a mordere i suoi talloni. Poi tornava indietro, scavava buche nella sabbia perché salisse più in fretta, e canticchiava parole per incitarla a salire:
__“Su, salite, su, onde, salite più in alto, venite più in alto, su!”
Era nell’acqua fino alla cintola ora, ma non sentiva freddo, non aveva paura. I vestiti inzuppati s’attaccavano alla pelle, i capelli gli cadevano davanti agli occhi come alghe. Il mare ribolliva attorno a lui, si ritirava con tanta potenza che doveva aggrapparsi alla sabbia per non cadere all’indietro, poi si slanciava nuovamente e lo spingeva verso la fine della spiaggia.
__Le alghe morte frustavano le sue gambe, s’intrecciavano alle sue caviglie. Daniel le strappava come serpenti, le gettava nel mare gridando:
__“Arrh! Arrh!„
Non vedeva il sole, né il cielo. Non vedeva neppure più la striscia lontana della terra, né le sagome degli alberi. Non c’era nessuno là, nessuno se non il mare, e Daniel era libero.
__All’improvviso, il mare si mise a salire più veloce. S’era gonfiato sopra gli scogli, e ora le onde arrivavano dal largo, senza che nulla le fermasse. Erano alte e larghe, un po’ di sbieco, con le creste fumanti e le pance blu scuro che si scavavano sotto di loro, orlate di schiuma. Arrivarono così in fretta che Daniel non ebbe il tempo di mettersi al riparo. Si girò per fuggire, e l’onda gli toccò le spalle, passò sopra la sua testa. Istintivamente, Daniel si aggrappò con le unghie alla sabbia e smise di respirare. L’acqua piombò su di lui con un rumore di tuono, turbinando, entrandogli negli occhi, nelle orecchie, in bocca, nelle narici.
__Daniel strisciò verso la sabbia asciutta, facendo grandi sforzi. Era così stordito che restò un momento sdraiato sulla pancia nella frangia di schiuma, senza riuscire a muoversi. Ma le altre onde arrivavano, tuonando. Levavano ancora più in alto le loro creste e i loro ventri si scavavano come grotte. Allora Daniel corse verso la fine della spiaggia, e si sedette sulla sabbia delle dune, oltre la barriera di alghe.
__Per il resto della giornata, non si avvicinò più al mare. Ma il suo corpo tremava ancora, e aveva su tutta la pelle, e anche dentro, il gusto bruciante del sale, e in fondo agli occhi l’ombra accecante delle onde.

 

__All’altro lato della baia c’era una scogliera nera, scavata di grotte. E’ là che Daniel visse, i primi giorni, quando è arrivato davanti al mare. La sua grotta era un piccolo anfratto nelle rocce nere, coperto di ciottoli e di sabbia grigia. E’ là che Daniel visse, per tutti quei giorni, per così dire senza mai lasciare il mare con gli occhi.
__Quando la luce del sole appariva, molto pallida e grigia, e l’orizzonte era appena visibile come un filo fra i colori mescolati del cielo e del mare, Daniel si alzava e usciva dalla grotta. Si arrampicava in cima alle rocce nere per bere l’acqua piovana nelle pozze. Anche i grandi uccelli marini venivano là, gli volavano attorno lanciando alte grida stridenti, e Daniel li salutava fischiando. La mattina, quando il mare era basso, i fondali misteriosi erano scoperti. C’erano grandi gore d’acqua scura, torrenti che precipitavano a cascata tra le pietre, sentieri scivolosi, colline d’alghe vive. Allora Daniel lasciava la scogliera e scendeva lungo le rocce fino al centro della pianura scoperta dal mare. Era come se arrivasse al centro stesso del mare, in un paese sconosciuto, che esisteva soltanto qualche ora.
__Toccava sbrigarsi. La frangia nera degli scogli era molto vicina, e Daniel sentiva le onde tuonare a bassa voce, e le correnti profonde che mormoravano. Qui, il sole non splendeva a lungo. Il mare sarebbe ritornato presto a coprirli della sua ombra, e la luce si rifletteva su di loro con violenza, senza riuscire a riscaldarli. Il mare mostrava alcuni segreti, ma toccava impararli rapidamente, prima che sparissero. Daniel correva sulle rocce del fondo del mare, tra le foreste di alghe. L’odore potente saliva dalle gore e dalle valli nere, l’odore che gli uomini non conoscono e che li inebria.
__Nelle grandi pozze, più vicine al mare, Daniel cercava i pesci, i gamberetti, le conchiglie. Immergeva le braccia nell’acqua, tra i ciuffi di alghe, e aspettava che i crostacei venissero a solleticargli la punta delle dita; allora li prendeva. Nelle pozze gli anemoni di mare, viola, grigi, rosso sangue aprivano e chiudevano le loro corolle.
__Sulle rocce piatte vivevano le patelle bianche e blu, le vongole arancione, le cozze, le barbate, le telline. Nelle cavità delle gore, a volte, la luce splendeva sul dorso largo dei tonni, o sulla madreperla color d’opale di una lumaca di mare. O, improvvisamente, tra le foglie delle alghe appariva il guscio vuoto iridato come una nuvola d’un vecchio abalone, la lama d’un coltello, la forma perfetta d’una conchiglia di San Giacomo. Daniel li guardava, a lungo, dove erano, attraverso il vetro dell’acqua, ed era come se lui stesso vivesse dentro la pozza, nel fondo di una spaccatura minuscola, abbagliato dal sole mentre aspettava la notte dal mare.
__Per mangiare, catturava le patelle. Toccava avvicinarsi senza far rumore, altrimenti si saldavano alla pietra. Poi le staccava con un calcio, colpendole con la punta dell’alluce. Ma spesso le patelle sentivano il rumore dei suoi passi, o il sibilo del suo respiro, e si attaccavano contro le rocce piatte, facendo una serie di schiocchi. Quando Daniel aveva preso abbastanza gamberetti e conchiglie, depositava la sua pesca in una piccola pozza, nella cavità d’una roccia, per cuocerla più tardi in una lattina per conserve su un fuoco di alghe. Poi andava a vedere più lontano, quasi alla fine della pianura del fondo del mare, dove s’infrangevano le onde. Poiché era là che viveva il suo amico polipo.
__Era lui che Daniel aveva conosciuto subito, il primo giorno che era arrivato davanti al mare, ancor prima di conoscere gli uccelli marini e gli anemoni. Si era spinto fino al bordo delle onde che s’infrangono cadendo su se stesse, quando il mare e l’orizzonte non si muovono più, non si gonfiano più, e le grandi correnti scure sembrano trattenersi prima di balzare. Era il posto più segreto del mondo, senza dubbio, là dove la luce del giorno non brilla che per alcuni minuti. __Daniel aveva camminato molto adagio, aggrappandosi alle pareti delle rocce scivolose, mentre scendeva verso il centro terra. Aveva visto la grande gora dalle acque ferme, dove si muovevano lentamente le alghe lunghe, ed era restato immobile, il viso quasi a toccare la superficie. Allora aveva visto i tentacoli del polipo che galleggiavano vicino alle pareti della gora. Spuntavano da una fessura, molto vicino al fondo, simili a fumo, e scivolavano dolcemente sulle alghe. Daniel aveva trattenuto il respiro, vedendo i tentacoli che si muovevano appena, mescolati ai filamenti delle alghe.
__Poi il polipo era uscito. Il lungo corpo cilindrico si muoveva con precauzione, i tentacoli ondeggianti davanti a lui. Nella luce di taglio del sole effimero gli occhi gialli del polipo brillavano come metallo sotto le sopracciglia sporgenti. Il polipo aveva lasciato galleggiare un momento i suoi lunghi tentacoli dai dischi violacei, come se cercasse qualcosa. Poi aveva visto l’ombra di Daniel piegato sopra la gora, ed era saltato indietro, chiudendo i suoi tentacoli e liberando una buffa nuvola grigio-blu.
__Ora, come ogni giorno, Daniel arrivò al bordo della gora, vicinissimo alle onde. Si sporse sull’acqua trasparente, e chiamò dolcemente il polipo. Si sedette sulla roccia lasciando le gambe nude immerse in acqua, dinanzi alla fessura dove abitava il polipo, e aspettò, senza muoversi. Dopo un po’ sentì i tentacoli che gli toccavano leggermente la pelle, che s’arrotolavano attorno alle sue caviglie. Il polipo lo carezzava con precauzione, a volte tra le dita e sotto la pianta dei piedi, e Daniel si metteva a ridere.
__“Buongiorno Wiatt”, dice Daniel. Il polipo si chiamava Wiatt, ma non sapeva il suo nome, di certo. Daniel gli parlava a bassa voce, per non spaventarlo. Gli faceva domande su ciò che succede in fondo al mare, su quel che si vede quando si è al di sotto delle onde. Wiatt non rispondeva, ma continuava carezzare i piedi e le caviglie di Daniel, molto delicatamente, come fossero capelli.
__A Daniel piaceva molto. Non poteva mai vederlo troppo a lungo, perché il mare saliva in fretta. Quando la pesca era stata buona, Daniel gli portava un granchio, o gamberetti, che liberava nella gora. I tentacoli grigi schizzavano come fruste, afferravano le prede e le portavano verso la roccia. Daniel non vedeva mai il polipo mangiare. Restava quasi sempre nascosto nella sua fessura nera, immobile, con i suoi lunghi tentacoli che gli galleggiavano davanti. Forse era come Daniel, forse aveva viaggiato a lungo per trovare la sua casa in fondo alla gora e osservava il cielo chiaro attraverso l’acqua trasparente.
__Quando il mare si era ritirato del tutto, c’era una specie di luminescenza. Daniel camminava in mezzo alle rocce, sui tappeti d’alghe, e il sole iniziava a riflettersi sull’acqua e sulle pietre, accendeva fuochi pieni di violenza. Non c’era vento in quel momento, non un soffio. Sopra la pianura del fondo del mare, il cielo azzurro era molto grande, brillava d’una luce eccezionale. Daniel sentiva il calore sulla sua testa e sulle sue spalle, chiudeva gli occhi per non essere accecato da quello scintillio terribile. Non c’era nient’altro allora, nient’altro: il cielo, il sole, il sale, che iniziavano a danzare sulle rocce.
__Un giorno che il mare si era ritirato così lontano che non si vedeva altro che un sottile profilo blu, verso l’orizzonte, Daniel si mise in cammino attraverso le rocce del fondo del mare. Sentì i colpo l’ebbrezza di chi penetra in una terra vergine, e che sa che forse non potrà più ritornare. Non c’era nulla di riconoscibile, quel giorno; tutto era sconosciuto, nuovo. Daniel si girò e vide la terra ferma, lontano, dietro di lui, simile ad un lago di fango. Sentì anche la solitudine, il silenzio delle rocce nude consumate dall’acqua del mare, l’inquietudine che usciva da tutte le fessure, da tutti i pozzi segreti, e si mise a camminare più veloce, poi a correre. Il cuore gli batteva forte in petto, come il primo giorno in cui era arrivato davanti al mare. Daniel correva senza prendere fiato, saltava sulle gore e le valli d’alghe, seguiva i bordi rocciosi aprendo le braccia per mantenere l’equilibrio.
__C’erano a volte larghe lastre vischiose, coperte di alghe microscopiche, o rocce aguzze come lame, pietre strane che somigliavano a pelli di squalo. Dappertutto, le pozze d’acqua scintillavano, s’increspavano. Le conchiglie incrostate alle rocce crepitavano al sole, i viluppi di alghe facevano un buffo rumore di vapore.
Daniel correva senza sapere dove andava, in mezzo alla pianura del fondo del mare, senza fermarsi a vedere il limite delle onde. Il mare era scomparso ora, s’era ritirato fino all’orizzonte come se fosse colato in un buco che comunicava con il centro terra.
__Daniel non aveva paura, ma non era più del tutto in se. Non chiamava il mare, non gli parlava più. La luce del sole si rifletteva sull’acqua delle pozze come su specchi, si spezzava sulle punte delle rocce, faceva salti rapidi, moltiplicava i suoi lampi. La luce era dappertutto allo stesso tempo, così vicina che sentiva sul suo viso il passaggio dei raggi crudeli, o molto lontana, simile allo scintillio freddo dei pianeti. A causa sua Daniel correva a zigzag attraverso la pianura delle rocce. La luce l’aveva reso libero e pazzo, e saltava come lei, senza vedere. La luce non era morbida e calma, come quella delle spiagge e delle dune. C’era un turbinio insensato che scaturiva incessantemente, rimbalzava tra i due specchi del cielo e delle rocce.
__Soprattutto, c’era il sale. Da giorni, s’era accumulato dappertutto sulle pietre nere, sui ciottoli, nei gusci dei molluschi e anche sulle piccole foglie pallide delle piante grasse, ai piedi della falesia. Il sale era penetrato nella pelle di Daniel, gli si era depositato sulle labbra, sulle sopracciglia sulle ciglia, i capelli e i vestiti, e ora formava un carapace duro che bruciava. Il sale era anche all’interno del suo corpo, nella gola, nel ventre, fino al centro delle ossa, corrodeva e grattava come una polvere di vetro, accendeva scintille sulle sue retine doloranti. La luce del sole aveva infiammato il sale, e ora ogni prisma scintillava attorno a Daniel e nel suo corpo. Così sentiva questa specie d’ebbrezza, questa elettricità che vibrava, perché il sale e la luce non volevano si restasse fermi, volevano che si ballasse, che si corresse, che si saltasse da una roccia all’altra, volevano che si fuggisse per il fondo del mare.
__Daniel non aveva mai visto tanto biancore. Anche l’acqua delle gore, anche il cielo era bianco. Gli bruciavano le retine. Daniel chiuse del tutto gli occhi e si fermò, perché gli tremavano le gambe e non lo reggevano più. Si sedette su di una roccia piatta, dinanzi ad un lago d’acqua di mare. Ascoltò il rumore della luce che saltava sulle rocce, tutti gli scricchiolii secchi, gli schiocchi, i sibili, e, vicino alle sue orecchie, un mormorio acuto simile al canto delle api. Aveva sete, ma era come se nessun’acqua potesse mai più dissetarlo. La luce continuava a bruciare il suo viso, le sue mani, le sue spalle, mordeva con migliaia di pizzichi, di brulichii. Lacrime salate si misero a colare dei suoi occhi chiusi, lentamente, tracciandogli solchi caldi sulle guance. Sforzandosi di socchiudere le palpebre, guardò la pianura delle rocce bianche, il grande deserto dove splendevano le gore d’acqua crudele. Gli animali marini e le conchiglie erano scomparsi, s’ erano nascosti nelle fessure, sotto le cortine d’alghe.
__Daniel si chinò in avanti sulla roccia piatta, e si mise la camicia sulla testa, per non vedere più la luce e il sale. Restò a lungo immobile, la testa fra le ginocchia, mentre la danza bruciante passava e ripassava sul fondo del mare.
__Poi arrivò il vento, flebile all’inizio, avanzava a malapena nell’aria spessa. Il vento aumentò, il vento freddo uscito dall’orizzonte, e le gore d’acqua di mare fremevano e cambiavano colore. Il cielo si riempì di nuvole, la luce ridiventò normale. Daniel sentì il fragore del mare vicino, le grandi onde che sbattevano i loro ventri sulle rocce. Gocce d’acqua bagnarono i suoi vestiti e uscì dal suo torpore.
__Il mare era là, di già. Arrivava molto veloce, circondava in fretta le prime rocce come isole, sommergeva le crepe, scivolava con un rumore di fiume in piena. Ogni volta che aveva inghiottito un pezzo di roccia, c’era un rumore sordo che scuoteva la base della terra, e un ruggito nell’aria.
__Daniel balzò su. Si mise a correre verso la riva senza fermarsi. Ora non aveva più sonno, non temeva più la luce e il sale. Sentiva una specie di collera nel profondo del corpo, una forza che non comprendeva, come se avesse potuto spezzare le rocce e scavare le fessure, così, con un solo colpo di tallone. Correva davanti al mare, seguendo la strada del vento, e si sentiva dietro il ruggito delle onde. Ogni tanto, gridava, anche lui, per imitarle:
__“Ram! Ram!„ perché era lui che comandava il mare.
__Toccava correre veloci! Il mare voleva prendersi tutto, le rocce, le alghe, e anche colui che correva davanti ad esso. A volte slanciava un braccio, a sinistra, o a destra, un lungo braccio grigio e maculato di schiuma che tagliava la strada a Daniel. Lui faceva un salto di lato, cercava un passaggio sulla sommità delle rocce, e l’acqua si ritirava succhiando i fori delle crepe.
__Daniel attraversò molti laghi già torbidi, nuotando. Non sentiva più la stanchezza. Al contrario, c’era una specie di gioia in lui, come se il mare, il vento e il sole avessero sciolto il sale e l’avessero liberato.
__Il mare era bello! Gli schizzi bianchi si fondevano nella luce, così in alto e così diritti, poi ricadevano in nuvole di vapore che scivolavano nel vento. L’acqua nuova riempiva le cavità delle rocce, lavava la crosta bianca, strappava i ciuffi d’alghe. Lontano, vicino alle falesie, la strada bianca della spiaggia brillava. Daniel pensava al naufragio di Sindbad, quando era stato portato dalle onde fino all’isola del re Mihrage, ed era proprio così, ora. Correva veloce sulle rocce, i piedi nudi sceglievano i passaggi migliori, senza che avesse il tempo di pensarci. Senza dubbio aveva vissuto qui da sempre, sulla pianura del fondo del mare, in mezzo ai naufragi e alle tempeste.
__Andava alla stessa velocità del mare, senza fermarsi, senza riprendere fiato, ascoltando il rumore delle onde. Venivano dall’altra parte del mondo, alte, inclinate in avanti, generando schiuma, scivolavano sulle rocce lisce e si insinuavano nelle crepe.
__Il sole brillava con il suo splendore fisso, molto vicino all’orizzonte. Era da lui che veniva tutta questa forza, la sua luce spingeva le onde contro la terra. Era una danza che non poteva finire, la danza del sale quando il mare era basso, la danza delle onde e del vento quando i flutti risalivano verso la riva. Daniel entrò nella grotta quando il mare raggiunse la barriera di alghe. Si sedette sui ciottoli per guardare il mare e il cielo. Ma le onde superarono le alghe ed egli dovette arretrare all’interno della grotta. Il mare batteva di continuo, lanciava falde bianche che fremevano sulle pietre come un’acqua in procinto di bollire. Le onde continuarono a salire, così, una dopo l’altra, fino all’ultimo baluardo d’alghe e di ramoscelli. Incontravano le alghe più secche, i rami d’albero sbiancati dal sale, tutto ciò che s’ammucchiava all’entrata della grotta da mesi. L’acqua inciampava contro i detriti li separava, li prendeva nella risacca. Ora Daniel aveva la schiena contro il fondo della grotta. Non poteva arretrare di più. Allora guardò il mare per fermarlo. Con tutte le sue forze, lo guardava, senza parlare, e rimandava le onde indietro, facendo dei frangiflutti che rompevano lo slancio del mare. Più volte, le onde saltarono sopra i mucchi d’alghe e di detriti, spruzzando il fondo della grotta e circondando le gambe di Daniel. Poi il mare smise di salire di colpo. Il rumore terribile si placò, le onde diventarono più dolci, più lente, come appesantite dalla schiuma. Daniel capì che era finito.
__S’allungò sui ciottoli, all’entrata della grotta, la testa girata verso il mare. Tremava di freddo e di stanchezza, ma non aveva mai conosciuto una tale felicità. S’addormentò così, nella pace immota, e la luce del sole si abbassò lentamente come una fiamma che si estingue.
__Dopo questo chi è diventato? Cosa ha fatto, tutti questi giorni, tutti questi mesi, nella sua grotta, davanti al mare?
__Forse è partito veramente per l’America, o fino in Cina, su un cargo che andava lentamente, di porto in porto, d’isola in isola. I sogni che cominciano così non si devono mai fermare. Qui, per noi che siamo lontano dal mare, tutto era impossibile e ugualmente facile.
__Tutto ciò che sapevamo, era che gli era capitato qualcosa di strano. Era strano perché sembrava illogico, perché smentiva tutto ciò che la gente seria diceva. Si erano così tanto agitati in ogni direzione per trovare le tracce di Daniel Sindbad, i professori, i sorveglianti, i poliziotti, avevano fatto tante domande, ed ecco che un giorno, a partire da una certa data, hanno fatto come se Daniel non fosse mai esistito. Non parlavano più di lui. Hanno inviato tutti i suoi effetti personali, e anche i suoi vecchi compiti ai suoi genitori, e non è restato altro di lui nel Liceo che il suo ricordo. E anche quello, la gente non lo voleva più. Hanno ricominciato a parlare di altre cose, delle loro mogli e delle loro case, delle loro macchine e delle elezioni cantonali, come prima, come se a lui non fosse successo nulla. Forse non lo facevano apposta. Forse avevano realmente dimenticato Daniel, a forza d’avere troppo pensato a lui per mesi. Forse se fosse ritornato e si fosse presentato alla porta del Liceo, la gente non l’avrebbe riconosciuto e gli avrebbero chiesto:
__“Chi siete? Che volete?„
__Ma noi, noi non l’avevano dimenticato. Nessuno l’aveva dimenticato, nel dormitorio, nelle classi, nel cortile, anche quelli che non l’avevano conosciuto. Parliamo delle cose del Liceo, dei problemi e delle versioni, ma pensiamo sempre moltissimo a lui, come se lui fosse stato realmente un po’ Sindbad e continuasse a viaggiare per il mondo. Ogni tanto, smettiamo di parlare, e qualcuno fa una domanda, sempre la stessa:
__“Credi che sia laggiù?„
__Nessuno sapeva proprio cosa fosse questo laggiù, ma era come se lo si vedesse questo posto, il mare immenso, il cielo, le nuvole, le scogliere selvagge e le onde, i grandi uccelli bianchi che planano nel vento. Quando la brezza agitava i rami dei castagni, si osservava il cielo, e si diceva, con un po’ di preoccupazione, al modo dei marinai:
__“Sarà nella tempesta. „
__E quando il sole d’inverno splendeva nel cielo azzurro, si commentava:
__“C’è un po’ di speranza oggi.„
__Ma non si diceva mai molto di più, perché quello era una specie di patto concluso senza saperlo con Daniel, un’alleanza di segreto e di silenzio stipulata un giorno con lui, oppure forse solo una specie di sogno che era cominciato semplicemente, un mattino, aprendo gli occhi e vedendo nella penombra del dormitorio il letto di Daniel, che lui aveva preparato per il resto della sua vita, come se non ci dovesse dormire mai più.

 

Celui qui n’avait jamais vu la mer
da J.M.G. Le Clézio
Mondo et autres histoires
Racconti, Paris, 1978,
278 pagine
Éditions Gallimard “Folio”

 

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45 Responses to “Colui che non aveva mai visto il mare” da “Mondo et autres histoires” di J. M. GUSTAVE LE CLÉZIO

  1. Alcor il 14 ottobre 2008 alle 10:41

    Pallosissimo.
    Cmq grazie, non l’avevo mai letto e se questo è un saggio affidabile di quello che scrive, mai lo leggerò.

  2. Emilio il 14 ottobre 2008 alle 11:10

    scusa, alcor, con tutto il rispetto: invece, quelle tue fantasie che scrivi tu sul superenalotto sul tuo blog ti sembrano “meno pallose”? per leggere questo racconto ci vuole sensibilità (alle parole) e orecchio (per le immagini), ragazza… e, soprattutto, leggere meno giornali e guardare meno tv.

  3. Alcor il 14 ottobre 2008 alle 11:20

    Quando sarò un’altra e mi daranno un nobel ti darò ragione.

  4. véronique vergé il 14 ottobre 2008 alle 12:25

    E’ un romanzo che si studia in classe, aperto al sogno che manca agli alunni del nostro mondo. Lo più difficile da trasmettere è la parte descrittiva, prendere il tempo della lettura, gustare la meditazione e la sensazione di solitudine.
    La parola poetica si gusta nel tempo sospeso e premurosa della parola.
    Difficile in un modo dove la velocità è qualità: prendre il tempo per ritovare il senso della giovinezza.
    Ho studiato con gli alunni Lullaby che mi ha incantata: sempre la solitudine, ma anche il vincolo tra il padre e la figlia, la fuga.
    I personaggi di Le Clezio sono in fuga del mondo, ultimi sognatori dell’avventura, del miragio.

    Consiglio la lettura di la quarantaine : è un romanzo magnifico.
    Tempo spostato, vestigio di sogno, cammino su una pista rara: trovare il cibo poetico.

    Grazie Orsola: è un miracolo di bellezza.

  5. soldato blu il 14 ottobre 2008 alle 12:35

    Per uno come me che di Le Clézio non conosce quasi nulla,
    ma che è stato estremamente deluso dal fatto che il Nobel sia stato assegnato a lui, invece che a Roth, questo pezzo è stato una rivelazione.
    Perchè mi ha fatto capire che – se è scrivendo così che si conquistano i Nobel – il pericolo vero è stato che invece che a Le Clèzio il premio andasse a Paulo Coelho.

    Tra i due non saprei quale scegliere.

    Sarò nordico?

  6. soldato blu il 14 ottobre 2008 alle 12:53

    Vorrei aggiungere ancora una cosa.
    Io non so quali mari ha frequentato Le Clèzio, e quale razza di patella dalle orecchie sensibili si è trovato di fronte, anzi ai suoi piedi.
    Ma se con patella intendiamo la stessa cosa, sfido chiunque a staccarla dalla roccia con l’alluce – a meno che non si sia già staccata da sè, la qual cosa risulta quasi impossibile – senza procurarsi, al posto di un bocconcino di mare, un taglio netto, orizzontale e sanguinante, sulla punta del dito.
    E poi, quale rumore può sentire la patella nella risacca e distinguerlo dal rumore delle onde. L’unica cosa che la fa saldare, ancora di più, alla roccia, sono le vibrazioni dirette che vengono trasmesse al suo guscio calcareo. Quando la sfioriamo.

  7. véronique vergé il 14 ottobre 2008 alle 13:53

    Soldato blu,

    Di blu firmi,
    ma una scrittura deve significare la realtà scientifica delle cose?
    La verità è nell’impressione magica del mondo. Si credo che un ramo di castano prende il colore malva: è la mia verità; se vedo una pietra bruciare o piangere: è la mia verità; se credo che i pesci volano verso le nuvole: è la mia verità.

  8. soldato blu il 14 ottobre 2008 alle 14:17

    No, carissima Véronique, non volevo dire quello che mi fai dire tu.
    Volevo dire che, se a uno scrittore viene assegnato il Nobel per non grandi meriti letterari, almeno non sia un pasticcione.

  9. véronique vergé il 14 ottobre 2008 alle 15:14

    Soldato blu.
    Pasticcione, non sono d’accordo…
    Abbandonati alla lingua, pura meraviglia: sei all’orlo del mare!

  10. plessus il 14 ottobre 2008 alle 15:55

    Secondo me è colpa della traduzione di Orsola…
    No, non dico sul serio. ;-)
    Le Clezio non l’avevo nemmeno sentito nominare, mai.
    E neanch’io ho trovato pienamente convincente il brano proposto.
    A parte il calcio alla patella, che assomiglia più ad un asino che vola piuttosto che ad un pesce in viaggio verso le nuvole.
    Véronique, hai ragione solo in parte, secondo me.
    Vediamo se riesco a mettere d’accordo te e soldato blu.
    In un romanzo un ramo di castano può, è vero, assumere la colorazione malva, ed un pietra può pure piangere, ai fini della storia e se la spinta fantastica è coerente con il contesto in cui è inserita.
    L’importante però è che l’immagine sia fornita di una precisa identità poetica. Perlomeno che abbia una presa similare sul lettore. L’immagine della patella che si stacca con un calcio è al contrario, completamente priva di tale immagine, e assume le sembianze di piccola incongruenza nel testo.
    Mentre poesia ne ha – qui il tentativo secondo me è riuscito – l’incontro di Daniel con il polpo, e le carezze coi tentacoli che l’animale fa al piccolo protagonista della storia.
    Il testo in questione possiede discreta potenza descrittiva, ma, nonostante l’uso misurato di similitudini e metafore che, a gusti miei, infondono vigore, promettono originalità e regalano forte personalità ad una lettura principalmente descrittiva come questa, il testo stesso, dicevo, non ha fatto breccia nel mio animo.
    Nonostante ne abbia riletto alcune parti, mi appare monocorde e privo di guizzi geniali, o talentuosi.

  11. Alcor il 14 ottobre 2008 alle 16:08

    Assaggino tratto da L’africano, l’ho trovato in rete (La poesia e lo spirito) e perciò non posso dare i riferimenti.

    “Guarderò la febbre salire nel cielo del crepuscolo, i lampi rincorrersi silenziosi tra le scaglie grigie delle nuvole aureolate di fuoco. A notte fonda ascolterò i passi del tuono, sempre più vicini, il vento che fa oscillare la mia amaca e soffia sulla fiamma della lampada. Ascolterò la voce di mia madre che conta i secondi dallo schianto del fulmine e ne calcola la distanza moltiplicandoli per trecentotrentatré. E poi il vento della pioggia, gelido, che investe la cima degli alberi con tutta la sua forza, sentirò ogni singolo ramo gemere e scricchiolare, l’aria della stanza riempirsi della polvere sollevata dall’acqua nell’urto con la terra”.

  12. soldato blu il 14 ottobre 2008 alle 17:35

    *

    Come la magìa e la negromanzia conobbero il valore ossessivo o ricreativo della parola, così questa, anche nella società illuminata, serba il suo contenuto magico. Sta a noi di riscattarla dall’ossessione della frode e di ricreare la magìa della verità.

    *

    La retorica dei buoni sentimenti, che è l’erba fine che induce la nostra lingua in salive e mena per pagine le penne, mi appare essere non altro, a me, se non il relitto, il guscio voto, d’una storia bugiarda: quando non addirittura d’una storia mancata. Mi aduggia, codesta falsa luce d’una commozione d’obbligo, codesta “beauté de l’ame” di terza mano, che vorrebbe recuperare la disciplina mia poca, e nulla mia contrizione,
    ai paradisi della scempiaggine. Codesto falso faro mi dirotta, nonché
    salvarmi: e risospinge me verso la risacca e la dissolutezza del mare, a un cinismo che non era affatto in programma. Il che accade a molti, d’altronde. E’ un cinismo da reazione e da crisi, non originario nell’anima.
    In circostanza, in ambienza elementare, lo spirito dello scrittore può manifestarsi come elementare purezza, affidarsi, per il suo lavoro, ad un vergine segno. In ambienza bugiarda, in circostanza corrotta, lo spirito dello scrittore è preso da un’angoscia, da un’unica: col suo segno, duro segno, reagire alla scioccaggine. La falsità frusta o melensa d’alcuni ideogrammi regolamentari mi astringe a tentar d’inscriverne altri sulle pareti dello speco, più adeguati a conoscenza: tali, almeno, che non appaiano menzogna sul nasere. Appariranno falsi a loro volta, un giorno,
    allorché tutto sarà vero e sarà certo nella stagione di chiarezza, sotto l’arcobaleno della gloria.

    CARLO EMILIO GADDA, Meditazione breve circa il dire e il fare, Come lavoro, in “Saggi Giornali Favole I”, pagg. 453, 434.

    *

    Cosa dire di più: rammaricarmi di non aver potuto accogliere l’invito di Plessus ad arrendermi all’atmosfera poetica dell’episodio del polpo.
    Ci ho provato e quasi ci ero riuscito, quando mi sono saltati agli agli occhi un paio di particolari ancora più ridicoli di quelli della patella.
    Non voglio fare il pignolo scientifico, perchè non di questo si tratta, ma a uno che è stato come me cacciatore di polpi – sotto la scogliera della chiesa di Balai, al mio paese – la scena di Le Clézio, con cose impossibili che un polpo faccia, mi ha provocato la stessa reazione che mi provocherebbe la descrizione di una bacio tra amanti, ma con uno che è descritto a testa in giù

  13. Tashtego il 14 ottobre 2008 alle 18:09

    “La verità è nell’impressione magica del mondo”.
    dio.

  14. Tashtego il 14 ottobre 2008 alle 18:11

    @soldato blu
    io sono un pignolo scientifico e ne sono orgoglioso.

  15. soldato blu il 14 ottobre 2008 alle 18:40

    @Tashtego
    Ho detto che non era quello un caso di pignoleria scientifica, perchè venisse dato per buono quello che dicevo e accettata la mia buona fede.
    Altrimenti sarei dovuto andare a consultare qualche trattato, per affermare, con sicurezza:
    1. i polpi non abitano nelle fessure delle rocce, ma in “nidi” aperti, sul fondo, protetti da un piccolo cerchio di piccole pietre che può diventare quasi una cupola.
    2. che se per caso e fatti loro sono sono penetrati in una fessura, per uscendone non mostrano certo i tentacoli. Che non sono gambe, ma braccia. Lì, tra i tentacoli, si trova il sifone che permette loro di muoversi. Necessariamente, se escono da qualche parte, è la testa che si mostra per prima. Com’è la testa che precede ogni loro movimento: si muovono all’indietro.

    Ma queste sono mie osservazioni. Non ho mai letto niente su i polpi, e quindi nessuna affermazione scintifica posso fare. Può darsi che altre specie di polpi, e nei paesi frequentati da Le Clézio, si muovano in modo diverso.

  16. Alcor il 14 ottobre 2008 alle 18:51

    Sì, i polpi Wiatt.

  17. Tashtego il 14 ottobre 2008 alle 20:36

    non ho letto il testo di le clézio, dunque non saprei.
    il polpo trova tana anche nelle fessure.
    ure.
    tuttavia sono convinto anch’io della necessità di precisione.
    oggi per me il polpo è come la vacca in india, sacro.

  18. valter binaghi il 15 ottobre 2008 alle 00:24

    Noioso, anche per me.
    Letteratura di maniera.

  19. véronique vergé il 15 ottobre 2008 alle 08:04

    Leggo solo ora, all’inizio della mattina. Sono belli commenti. Mi fanno riflettere. Rimango sulla pagina incantata, tradotta da Orsola, che per me è una “fata”: dà sempre un tocco d’arte, di fantasia a NI.

    Se qualcuno è interessato da un romanzo di Le Clezio, posso mandare uno che non è ancora tradotto in italiano.

  20. soldato blu il 15 ottobre 2008 alle 08:28

    Sul tocco fatato di Orsola,
    mi pare nessuno
    possa avere dei dubbi.
    Io per primo.
    E nessun rimprovero
    sul fatto
    che nel cesto di magnifici frutti
    possa nascondersi,
    a parere di alcuni,
    tra cui io,
    un pomo bacato.

  21. nadia agustoni il 15 ottobre 2008 alle 09:21

    L’averci dato la possibilità di leggerlo e anche per me è la prima lettura di Le Clezio, non è poco. Un lavoro notevole quello di Orsola.
    Sul racconto in sè, come per Plessus, trovo in alcuni punti sia poetico ( per me, la fuga e il vagare del ragazzino in cerca del mare), in altri meno.

    Un saluto

  22. orsola puecher il 15 ottobre 2008 alle 10:05

    Oh mio Dio (non sono atea affatto), mano fatata e il cesto de magnifici f-rutti e pomo bacato…
    che manierismi questi davvero.

    LC è un dilettante al confronto. Un minimalista.

    Mi piace che qualcosa che a me piace, o forse meglio è piaciuto e compiaciuto tradurre ad altri non piaccia.

    Ieri ero per colline per le mie molte faccende.

    Avrei del resto potuto mettere in busta chiusa con ceralacca i commenti di quasi tutti.

    Tranne il versante ittico che, ho visto, è stata la parte più cospicua della disanima.
    Mi sono informata sulle patelle.
    Ci sono essenzialmente due scuole di spatellamento, quella hard in cui alcuni usano coltellacci e le staccano di forza e con fatica, e quella soft: le simpatiche molluschesse durante la bassa marea spiano sempre dalla loro conchiglia e appena sentono qualsiasi vibrazione o vedono ombre di spatellatori, si attaccano allo scoglio più saldamente, bisogna prenderle alle spalle, ammesso che spalle si sappiano trovare alle patelle, e si staccano facilmente facendo leva, come una ventosa dal vetro.
    Altra questione capitale: i polpi stanno nelle fessure delle rocce?
    Ci stanno, ci stanno, eccome se ci stanno:
    (Verò non soffrire troppo ti prego ma devo farlo… per amor di verità e di Le Clèzio)

    Appena avuta la notizia del Nobel, come molti, quasi tutti direi non avevo letto nulla di LC, mi piace trovare qualcuno di cui non ho letto nulla, non del tipo che magari chiedi a qualcuno se lo ha letto e dice “Si, ho letto qualcosina (il diminutivo insospettisce sempre)…” e gli passa negli occhi quel particolare lampo della bugia letteraria di circostanza.
    Le varie notizie erano la solita fotocopia delle agenzie e della voce di Wikipedia con qualche parola cambiata, ma anche no.
    Ho scaricato da Emule quel che c’era, Mondo e Poisson d’or, e ho letto, senza leggere prima critiche o pareri, e non contando affatto i miei rammarichi per il non Nobel a Roth, Magris ecc… dopo che l’hanno dato a un certo tale, non mi rammarico più di nulla.
    LC mi è piaciuto tradurlo proprio per la sua “maniera” per una sua certa struttura “classica” di racconto, e per il francese limpido che usa e non abusa.
    Il non abuso di una lingua, della lingua, mi interessa molto.
    La lingua è piana, “semplice”, le parole, stanno in una rosa ristretta e sono ripetute moltissime volte, le stesse parole, per dire cose con sfumature leggermente diverse, per semitoni, per variazioni del tema principale.
    Come certa musica che, infatti, per alcuni è pallosissima e fastidiosa e per altri piena di sfumature minime.
    Mi è piaciuto l’uso personale della punteggiatura. L’uso molto frequente delle virgole.
    Alla metafora si predilige la similitudine, spesso una similitudine ipotetica, il “comme si” che sposta la realtà fisica e carnale del racconto verso una scelta di indeterminatezza, di sospensione che trova proprio nella struttura temporale circolare del racconto, a mezzo fra ricordo e sogno, la sua ragion d’essere.

    E’ innanzitutto una scrittura lenta, capita anche vedendo film di quegli anni e confrontandoli con quelli attuali, di vedere quanto sia cambiato il concetto di tempo narrativo.
    Ha una struttura ad anello che si sviluppa con perfetta sincronia per l’uso dei verbi, attraverso modi e tempi del passato: imperfetto> prossimo> remoto che vengono usati per passare da una specie di presente storico alle varie fasi, dal ricordo vero alla supposizione – sogno raccontato da un io/noi narrante ibrido.

    Alla fine la parte dell’avventura marina di Daniel, narrata nei minimi particolari, anzi con eccesso di particolari e di descrizioni naturali, sembra essere solo la fantasia, il sogno, dei ragazzi che così poco l’avevano conosciuto e voluto conoscere.

    Forse sono cose solo mie.
    Domande sul mestiere di scrivere.
    “E’ un probblema tuo” si diceva una volta, in quegli anni lì, più o meno.

    Grazie dell’attenzione.

    ,\\’

  23. soldato blu il 15 ottobre 2008 alle 10:59

    Oh! ci stanno, ci stanno, i polpi nelle fessure, nessuno lo ha mai messo in dubbio. Nemeno i manieristi.
    Il problema, mi pare, era come ne escono.
    E, tanto per pignolare, e per non uscirne fesso,
    anche se, nella “fessura” ci facessero nido.
    Perchè allora, come dice il pescatore, la “fessura” diventa “tana”,
    nella tana c’è un fondo e lì il polpo fa nido.

    Sulle due scuole della patella.
    NON E’ AFFATTO VERO CHE LE PATELLE SI STACCHINO CON LE MANI, questo può capitare, ma solo eccezionalmente.
    Per chi le vuole catturare, per farne pranzo, le due scuole sono una sola:
    o coltello o cacciavite.
    Altrimenti con che cosa si fa leva? Le unghie non bastano, lo assicuro per esperienza.

  24. franz krauspenhaar il 15 ottobre 2008 alle 11:52

    L’importante è che Roth non riceva il Nobel. Per il resto, lo possono dare anche a Gianni Pettenati.

  25. orsola puecher il 15 ottobre 2008 alle 11:55

    Allora… Le Clézio ha passato l’infanzia in Bretagna e tuttora vi possiede una casa.

    http://www.anarvorig.com/mer_bretagne/article-679.php

    Pêche à pied en Bretagne : Les berniques

    Appelés également patelles ou chapeaux chinois par les enfants, les berniques abondent largement à marées basses sur les côtes bretonnes.

    Nul besoin d’être un fin limier pour traquer et collecter ce mollusque à chair extrêmement ferme qu’il conviendra au préalable d’attendrir (en le martelant) avant de le consommer grillé ou passé à la moulinette avec de l’ail et du persil puis revenu à la poêle accompagné d’un morceau de beurre.

    S’il est besoin de vous communiquer quelques techniques de ramassage, celles-ci peuvent être multiples mais non toutes sans danger.

    La première technique employée si vous n’êtes doté d’aucun outil consistera à décoller le bernique de son rocher à l’aide d’un léger coup de pied [calcio] ou de galet asséné sur le côté de l’animal. Attention toutefois, veillez à ne pas frapper trop fort sous peine d’éjecter à plusieurs mètres l’animal désiré.

    Une seconde technique couramment employée consiste à décoller l’animal en insérant une lame de couteau entre la coquille et le rocher. Sans doute moins sauvage et brutale que la première technique énoncée, celle-ci n’en demeure pas moins plus risqué en cas de dérapage inopinée de la lame du couteau.

    ,\\’

  26. Alcor il 15 ottobre 2008 alle 12:20

    A me non disturba che abbia preso il nobel, che i nobel se la vedano tra nobel, è sempre stato un premio misterioso con sfumature geopolitiche, perciò, buon pro.

    Mi disturba questo tipo di scrittura decorativa, della quale è otima metafora il polpo, e mi accodo al senso profondo di quello che dice il Gadda postato da soldato blu.
    Se c’è un manifesto da firmare firmo quello di Gadda, che va oltre le tipologie della scrittura, gli ismi, gli stili, ma arriva diretto al cuore del problema, all’etica dello scrivere, alla ricerca del senso.
    Tutto questo vellicare un senso estetico sdato, una certa mollezza della sensibilità facile del lettore, l’eterno equivoco del fanciullo poetico, mi trova contraria.
    Sii sobrio, mi verrebbe da dirgli, inutilmente, perché ne ha già scritti 30.
    Oppure anche, sii barocco, diamine, ma seriamente, invece è francese (absit…)

  27. plessus il 15 ottobre 2008 alle 12:23

    Ehi… Non spazientite Orsola con queste quisquilie di lana polpina, s’il vous plait.
    coup de pied [calcio] : è bellissima!

  28. spongebob il 15 ottobre 2008 alle 12:25

    Prima o poi i polpi ci soppianteranno e conquisteranno il mondo emerso.

  29. orsola puecher il 15 ottobre 2008 alle 12:42

    Mah… mi sembrano formulette per tutte le stagioni quella citazione di Gadda e la storia del vellicare la sensibilità, e l’etica dello scrivere e compagnia bella ed anche la parola “sdato”, saltano fuori qui ogni volta che si pubblicano certe cose, a prescindere ed affrettatamente.

    ,\\’

  30. soldato blu il 15 ottobre 2008 alle 12:44

    Anche lana polpina è bellissima!

  31. Tashtego il 15 ottobre 2008 alle 13:15

    @spongebob
    esatto.

  32. Alcor il 15 ottobre 2008 alle 13:24

    Beh, formulette, chi vuol capire capisce:–)

  33. Alcor il 15 ottobre 2008 alle 13:35

    Volevo scrivere Dieu reconnaitra les siens, ma a parte la sanguinarietà, tengo per i catari.

  34. véronique vergé il 15 ottobre 2008 alle 17:35

    Ho molto apprezzato il commento di Orsola sulla scrittura di J M Le Clezio, è propio la lentezza dell’onda onirica.

  35. Tashtego il 15 ottobre 2008 alle 18:01

    le patelle bretoni io le conosco.
    sono enormi, rispetto alle nostre.
    oppure, più semplicemente, hanno il tempo di crescere, di invecchiare e di acquisire una chair extrêmement ferme.
    le patellone bretoni non so come si faccia a sorprenderle come disce le clézio, però può essere, perché no?
    che bisogno avrebbe leclé di MENTIRE?
    questo mi chiedo.
    edo.

  36. Tashtego il 15 ottobre 2008 alle 18:05

    @franz

    Gianni Pettenati (Piacenza, 21 marzo 1946) è un cantante italiano.

    A sei anni ha vinto un concorso canoro e a otto anni ha iniziato gli studi musicali; da ragazzo ha fatto parte della filodrammatica comunale di Piacenza recitando Pirandello, ma è con la musica che Gianni Pettenati è diventato famoso.

    Gianni Pettenati infatti debutta nel 1965 con gli Juniors con il brano La Tramontana e nel 1966, accompagnato dal medesimo gruppo, incide il suo primo 45 giri, una cover di Like a Rollin’ Stone di Bob Dylan intitolata Come una pietra che rotola, seguita da quello che rimane il suo maggiore successo, Bandiera Gialla, versione italiana di The pied piper, canzone ancora oggi tra i brani musicali italiani più venduti e graditi dal grande pubblico.

    Il 45 giri successivo, nuovamente con gli Juniors, è Il superuomo (cover di Sunshine superman di Donovan).

    Sempre nel 1967 partecipa al festival di Sanremo con La rivoluzione, a Un disco per l’estate con Io credo in te, al Cantagiro con Un cavallo e una testa (scritta da Paolo Conte) e a Scala Reale in squadra con il vincitore di quell’anno, Claudio Villa, e con Iva Zanicchi, battendo Gianni Morandi, Sandie Shaw e Dino.

    Nel 1968 insieme ad Antoine entra in finale al festival di Sanremo con La tramontana, brano molto fortunato che il cantante piacentino ripropone ancora oggi durante le sue serate. Seguono altri successi come Caldo caldo, Cin cin, I tuoi capricci e collaborazioni artistiche con prestigiosi autori della canzone italiana.

    Critico musicale, è autore di numerosi libri sulla storia della musica leggera italiana tra cui Quelli eran giorni – 30 anni di canzoni italiane, insieme a Red Ronnie edito da Ricordi; Gli anni ’60 in America Edizioni Virgilio; Mina come sono, Edizioni Virgilio; Io Renato Zero Edizioni Virgilio; Alice se ne va Edizioni Asefi.

    il nobel non lo escluderei a priori, franz.

  37. Tashtego il 15 ottobre 2008 alle 18:10

    qui un interessante brano del Nostro: si noti il motorino a cui lui da un calcio in esergo.
    http://it.youtube.com/watch?v=XTXQODHpBgo

  38. soldato blu il 15 ottobre 2008 alle 18:35

    @ Tash

    Ma forse, per un disguido, hai frainteso Franz.
    Lui voleva indicare il mio grande amico Gianni Pettena,
    che, anche lui, un Nobel lo merita veramente.

  39. franz krauspenhaar il 16 ottobre 2008 alle 18:41

    Tash, infatti. Se lo dessero al grande “Bandiera Gialla” ti assicuro che ne sarei felicissimo.

  40. franz krauspenhaar il 16 ottobre 2008 alle 18:41

    Soldato, Gianni Pettena non lo conosco ma mi fido.

  41. soldato blu il 17 ottobre 2008 alle 07:02

    @ Franz

    infatti non è necessario per te, ma per Tash sì:

    http://architettura.supereva.com/artland/20020318/index.htm

  42. orsola puecher il 17 ottobre 2008 alle 09:42

    bello!!!

    [I fuori argomento che non lo sono sono il sale della comunicazione. Per me.]

    A Ferrara, di cui ho nostalgia ché in autunno è una città d’autunno per elezione, si dice, quando uno ghiaccia molto ed è molto “patella sullo scoglio dopo che ha avvistato lo spatellatore” nelle sue “radicate” convinzioni:

    Fatt’ ‘na ca’ ad jazz!” [Fatti una casa di ghiaccio!]

    anche per “fatti una casa di fango” troverei facilmente applicazione talvolta

    o “fatti una casa di vetro” per altre situazioni, ma molto raramente

    o di frasche, o fronde stile Tre porcellini&lupo

    Oggettivare architettonicamente metafore, chè a me piacciono molto le metafore, mi pare una gran cosa.

    Come a Coriandoline

    http://www.coriandoline.it/

    ,\\’

  43. soldato blu il 17 ottobre 2008 alle 10:33

    Bello Coriandoline!
    Chissà se tra gli architetti che ci hanno lavorato
    non ci sia qualche allievo di Gianni!

    Io mi sono fatto una casa di vetro, e me la porto appresso,
    come una lumaca: per non rischiare calci,
    ma l’ho voluta così poco consistente
    che nessuno si accorge del mio guscio.

  44. orsola puecher il 17 ottobre 2008 alle 11:00

    Chissà… di sicuro c’è la zampata felpata e luminosa di Lele Luzzati.

    ,\\’

  45. Abateditheleme il 26 ottobre 2008 alle 15:03

    “Colui che non aveva mai visto il mare”… ma non c’era già stato Nievo?? Poveretto, affondarono persino un battello per liberarsene ed oggi non se lo ricorda quasi più nessuno…

    Per quel che riguarda la fisiologia e l’etologia del polpo, beh… dalle mie parti “polpo” (in vernacolo noneso ” vurp’ “), è usato, più che metaforicamente oserei dire allegoricamente, ad indicare l’hashish… potrebbe darsi che Le Clezio intendesse un significato non immediato del significante… prima i tentacoli e poi la testa…chissà.
    Vale et ego.



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