fabbrica in disarmo con mannequin

17 ottobre 2008
Pubblicato da

di Massimo Bonifazio

sono i tetti di lamiera, i loro bordi: le colombe primo novecento,
le manfrine e le ringhiere screpolate, polverosi ghirigori tinta legno;
sulle rampe di cemento incastrate alla sezione dello stabile, in direzione est:
e i vetri spaccati dalla grandine, il piombo che sfila le finestre
minaccia lo spazio di apertura, il vento dolciastro verso l’alto, ora scomparso.
così alta la falda, rispecchiata nel torcersi dell’acqua, allora:
che nutriva il pozzo di ogni casa, poco oltre, poco sotto,
e ogni salto di rana, ogni squama luccicante di carpa o di avannotto.
cioè quel che rimane, delle porte di metallo, dei tetti di coppi e di lamiera:
muri bianchi e ocra, deviatori che l’ultimo gesto ha congelato:
in posizione zero, proiettati sulle piante che frantumano l’intonaco:
l’edera, il glicine, la mora: che nessuna luce spengono. perché compare qui
l’ultima sirena, cosa cerca l’uomo che cammina in queste stanze,
su questa graniglia macchiata di escrementi. sulle scale, e fra le dita:
seduta, e fra le dita; gli occhi chiusi, telefono, accendino, sigarette.
cosa avrebbero da dirsi, nell’odore di cacao del capannone.
non è lei a cantare, sullo sfondo: variazioni antifoniche e ordinate,
dalla sua: dove lei è un disco rotto, una promessa sguarnita di principi,
di regole, ramaglie. un rovinoso incanto. una promessa. (come un’altra
che vaga sulla china, uguale, su ogni china: raccolta nel torcersi
dell’acqua, nelle canne: galatea del nord, si dice senza gioia.)
le gambe schiuse in primo piano, la giacca di lapin. conosce l’uomo
la graniglia nella vene, non conosce l’uomo la graniglia –
solo il pavimento di case senza oceani, regge dei morti,
stamberghe (o: casa uguale morte), che ricoprono arazzi
fitti di immagini dolciastre, rivoltati in manifesti di sirene
che spengono la luce, loro sì, all’ultima reggente.
così che la sirena apra le dita
sul corso dei binari, scendano i detriti e si sollevino
nella vampa della terra, d’estate in mezzo ai grani: ma nessuno,
nessuno che li colga col falcetto trovato fra le ortensie.
ma sensata solamente nell’immagine, il profumo: promessa-marca
del sangue, marca delle ossa esposte sui tralicci abbandonati,
sopra ai pozzi: sulla linea del collo in evidenza per un nulla sfavillante,
i capelli color cenere che tagliano gli zigomi. (l’azzurro delle ortensie:
essenza di chiodi, catene, serrature…)
radici dei rovi che si allargano, si affondano: spaccano il cemento, e i rami
raggiungono tettoie e muri di mattoni, si intrecciano alle grate
sfiorate dai piombini, dalle frecce: falso rifugio di allodole, di quaglie,
di beccacce, che lasciano tracce in mezzo ai bossoli, rune sopra al fango.
sensata solamente dentro a un trucco, un fermo-immagine fissato in uno sguardo,
nel resto di un sorriso che si posa come polvere sui muri:
ma incapace di esplodere nel bosco degli allori, di rimbombare
nella nebbia di questo giorno lungo. nebbia-commento delle urgenze
che spingevano quegli altri – altre, differenti, ormai inaccessibili:
il colpo secco del locomotore contro i vagoni sul binario morto,
lo spezzarsi della terra, dopo, l’ombra dei pinnacoli intorno alle cappelle
per congedi temporanei dall’acciaio, distrazioni marginali: canti, veglie,
che negano l’abitudine allo svago: rannicchiati in scarpe di corteccia,
posate sulla soglia della stalla, la notte, per dormire.
svago che lei replica nel sangue di sirena, nella posa contratta d’animale,
fra le strisce grigiastre dei ragni sopra ai muri, i cadaveri dei re
composti in una bara di foglie e calcinacci: in scherno ai cani, ai cacciatori.
promessa del sangue come promessa di vita, inanellata, estesa:
e la graniglia allarga, espande. manifesta. promessa del sangue, insomma,
del passaggio sfigurato che si fa subito immobile, nel centro del rumore,
del ritmo pervadente: di colori, luci, manifesti. immagini.
che incrostano gli arazzi sui muri delle regge, perpetuano il vuoto
del resto di un incanto, di un equivoco: che sia il luogo del sangue, il loro luogo.
il gesto inatteso delle dita, gli occhi: sigarette, hai sigarette, e l’uomo si ritrae,
nella sua lingua solita, impacciata: non fumo, mi dispiace, io non fumo.
cosa pensa allora polifemo, i baffi gialli, i cani intorno: che cosa si ricorda,
seduto sulla rampa di cemento nello spiazzo: deluso gli parla in mezze frasi,
in grugniti di una sua lingua raggrumata: gorgogliante di ruggine e di vino.
sono storie di ventri ornati di maioliche, intravisti in un convento
dalle finestre aperte, la ficara cresciuta sopra il tetto,
con cuccioli di cane a saltare in mezzo al sole, alle macerie,
in mezzo ai manifesti con bocche di mannequin, rossetti. sigarette.
e poi manici di ferro, rottami, manovelle: e campi di ranuncoli
attraversati dallo strazio del richiamo, fuori luogo sul fondo di basalti:
che attraversa lo spazio del richiamo e storpia il nome
col suo accento tunisino: ferramiuu! ferramiuu! belle madame!
lungo i binari, poi, verso la stazione: il rumore della ghiaia, il vento.
se ne va e gli ricorda quello che rimane, avanti: un luogo della carne,
dove ancora vale il corpo il suo motivo. nutrito dal sangue in ogni cellula,
eppure altro dal sangue, dove ancora c’è una lingua che li unisca.
La cintura di Orione, nelle campagne piemontesi, era considerata costellazione a sé stante, detta «i tre re». «Il rovinoso incanto» è il titolo di un libro di Loredana Mancini sulle sirene nell’antichità; le «variazioni antifoniche» ne sono una citazione. La mannequin del titolo è Kate Moss, in un’immagine ripresa da una rivista. Vicino alla stazione di None esistono i resti di una fabbrica di cioccolato. Nell’ex-convento di San Giorgio, a Randazzo, ora in rovina, esistono due enormi vasche piastrellate, resti di un vecchio bagno turco, e un terrazzo dove ormai è cresciuto un albero di fico. «Feramiü» è il «ferrivecchi» nel dialetto torinese.
Febbraio-giugno 2007

***

Massimo Bonifazio, n. 1973, vive fra Torino e Catania, dove lavora all’università come ricercatore. Ha pubblicato saggi (I galatei di Sankt Grobian. Eccessi alimentari e “cattive maniere” nella letteratura di lingua tedesca dal XII al XVI secolo”, Torino 2004) e articoli sulla letteratura tedesca.

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6 Responses to fabbrica in disarmo con mannequin

  1. Alcor il 17 ottobre 2008 alle 13:03

    Se il testo fosse nero su bianco, invece che grigio su bianco, gli occhi verrebbero risparmiati.

  2. domenico pinto il 17 ottobre 2008 alle 14:35

    Così si legge meglio?

  3. orsola puecher il 17 ottobre 2008 alle 14:53

    [ Ah ci fosse una finestra più larga per la poesia dai versi lunghi… ]

  4. Alcor il 17 ottobre 2008 alle 16:12

    Sì.

  5. maria(v) il 18 ottobre 2008 alle 06:38

    grazie.
    non conoscevo questo auotore e mi sembra interessante.

  6. Nadia il 28 ottobre 2008 alle 11:34

    È un vortice questa poesia di Massimo Bonifazio, l’occhio si perde tra i frammenti, il respiro si mozza nel ritmo singultante dettato dalla maestria di una punteggiatura che costruisce potenti schegge melodiche piuttosto che battute, l’ampio respiro del verso lungo è illusorio, subentra l’apnea, il dattilo sincopato, i due punti cessano di rivelare, di chiarire, il punto è una pausa apparente ed arbitraria, interrogative si incastrano nel resto senza prepotenza, liberate dall’aggravio di un punto interrogativo. Si diventa presto preda di quelle “variazioni antifoniche” costituenti l’essenza del canto seduttore dell’ “ultima sirena”. È come se con l’ingresso in scena della “sirena” l’incanto della sua sconnessione, la malia di una melodia ripetuta, sincopata, variata, disarticolata, da “disco rotto” dettasse legge sulla successione delle immagini, degli spunti, delle meditazioni stesse: la scena si scompone, s’allarga e si restringe con voli difficili da decifrare immediatamente, l’occhio dovrà seguire la malia di arditissimi spunti analogici che vanno concretizzandosi in immagini ora rapidamente schizzate ora più larghe. L’ incanto che accompagnerà il lettore fino alla fine non sarà affatto “rovinoso”, sbattuto fors’anche da flutti di immagini, sommerso quasi interamente da queste, prenderà respiro in una pausa meravigliosa, quasi alla fine, che raffrena lo smarrimento del vortice stregato: Polifemo. Trovo stupenda la resa di un ciclopico vegliardo puntata saldamente sul retroscena di un bagno di luce, “nella vampa della terra, d’estate in mezzo ai grani”. Anche lui, così fisso nel suo spazio, preda delle schegge: “cosa pensa allora polifemo, i baffi gialli, i cani intorno: che cosa si ricorda, / seduto sulla rampa di cemento nello spiazzo: deluso gli parla in mezze frasi, / in grugniti di una sua lingua raggrumata: gorgogliante di ruggine e di vino”. Come non cedere alla seduzione di rileggere tutta la poesia come un continuo “gorgogliare di ruggine e di vino”, di frammenti ed ebbrezze, di canto sulla polvere.



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