cronache da Pechino #5 (frammenti)

18 ottobre 2008
Pubblicato da

di Gabriella Stanchina

Il mio soggiorno in Cina sta per finire e voglio dedicare questa cronaca ad argomenti che riguardano la vita quotidiana dei cinesi. Un piccolo compendio di Pechino per frammenti.

SUPERSTIZIONI: come molti sanno, i cinesi ritengono che il numero 8 sia il numero fortunato per eccellenza: le Olimpiadi cominceranno l’8/8/2008 alle 20.08. Il 13 e il 4 portano sfortuna (l’ideogramma del numero 4 si legge come “si” che può anche significare “morte”). Non sapevo quanto queste superstizioni impregnassero la vita dei cinesi, ma qualcosa mi tormentava sempre nell’inconscio quando la mattina prendevo l’ascensore per scendere a colazione. Un giorno ho osservato con attenzione la pulsantiera: mancavano il quarto, il tredicesimo e il quattordicesimo piano. Sono scesa e ho controllato le camere: le stanze il cui numero termina per 4 o 13 semplicemente non esistono. Lo scrittore argentino Cortazar ha scritto un bel racconto su una stanza d’albergo fantasma da cui un ospite sente provenire l’insistente pianto di un neonato. Peccato, mi ha rubato l’idea.

LIBRERIE: Le librerie più grandi, a 6 o 8 piani si trovano nei quartieri commerciali di Wangfujing e Xidan. Salendo con la scala mobile ho ammirato la vasta distesa dei libri di narrativa e ho pensato alla frase di Borges che in età avanzata e ormai quasi cieco fu nominato direttore della Biblioteca di Buenos Aires. Borges commentava “la stupefacente ironia degli dei, che mi hanno dato in un solo colpo tutti i libri del mondo e la cecità”. Io ho meditato sullo strano umorismo degli dei che ci hanno dato insieme uno sterminato numero di libri e una babele di lingue che ce li rende indecifrabili. Analizzando lo spazio dedicato a ogni settore della libreria, si direbbe che tre siano gli argomenti più ricercati dai lettori di Pechino: le arti visive (innumerevoli libri di pitture tradizionali, modelli per la pittura ad acquarello e per la calligrafia), il miglioramento di sé (molto tradotti i libri inglesi di self-improvement tipo “Brodo caldo per l’anima” o “Gestisci le tue sconfitte”) e lo studio della lingua inglese. Peccato che il vasto spazio dedicato ai corsi di lingua inglese non sia proporzionale alla diffusione della lingua. A Pechino pochi sono in grado di esprimersi in inglese, e si tratta generalmente degli addetti alla reception degli hotel internazionali o delle compagnie aeree. È totalmente assente quella fascia di popolazione che nei paesi occidentali sa formulare qualche semplice concetto in inglese, magari adiuvato dalla lingua dei segni, e aiutare così il turista in difficoltà. Quando migliaia di occidentali si riverseranno su Pechino per le Olimpiadi troveranno ben poche persone in grado di comprenderli, e nei ristoranti quasi nessun menù in inglese. Il governo cinese lo sa bene e con spot televisivi invita la popolazione a imparare almeno la lingua universale del sorriso.

TRASPORTI: la metropolitana di Pechino è stata rinnovata da poco. I lavori fervono per costruire nuove linee che entro agosto dovranno collegare la città con l’aeroporto e il Villaggio Olimpico. Il biglietto è una tessera magnetica valida solo per partire dalla stazione in cui è stato emesso. Lettori ottici all’ingresso aprono i tornelli. All’uscita la tessera va inserita in un’altra fessura, c’è quindi un duplice controllo. Durante il viaggio si può ammirare la pubblicità: sulle pareti delle gallerie sono disposti centinaia di schermi che mostrano le immagini in successione. È una sorta di meta-cinema: il filmato è scomposto in quadri fissi che il movimento del treno permette di ricomporre. Gli autobus sono affollatissimi. I cinesi in attesa alla fermata sembrano una folla pacifica e concentrata. Appena l’autobus arriva la folla si trasforma in un groviglio di mani avvinghiate, di pugni stretti, di corpi protrudenti, di visi paonazzi per la fatica della battaglia. Guardandoli con la calma dello spettatore che assiste al naufragio ricordano la statua di Laocoonte che lotta con i serpenti. E in effetti non si può fare altro che guardare, se si vuole avere salva la vita, poi salire per ultimi abbandonando ogni speranza di trovare un posto in cui sedersi. Il viaggio in autobus però riserva dei piaceri inattesi: davanti agli occhi scorre la vera Pechino, quella delle baraccopoli dei contadini appena immigrati dalle aride zone rurali in cerca di un futuro, quella dei risciò dalle forme dettate da una sfrenata fantasia (alcuni sistemano i turisti in cubicoli verde militare che ricordano le torrette dei carri armati sovietici. Dei biondi occidentali mi guardano tristemente dagli oblò), quella delle biciclette ormai quasi sulla via del tramonto come mezzo di spostamento ma ancora utilissime per trainare carretti pericolanti e stracolmi di cartoni e bottiglie di plastica da vendere alle aziende di riciclaggio. A un semaforo ci fermiamo accanto a un altro autobus. Dai finestrini vedo un’anziana donna che, in piedi (ho notato che nonostante la cultura confuciana spesso non si usa cedere il posto agli anziani. Chi ha guadagnato un posto nella perigliosa battaglia se lo tiene ben stretto) occupa il tempo leggendo avidamente un libro. Mi chino per cercare di leggerne il titolo, la donna mi vede e alza la copertina verso di me sorridendo. È un libro di poesie, con un bell’acquarello di peonie sulla copertina. Un istante, e l’autobus riparte. Ci salutiamo, assorellate nel naufragio. Quasi ogni abitante di Pechino ormai possiede l’automobile: lo smog è tanto saturo e denso che spesso è difficile scorgere un palazzo poco distante. In questi giorni ha piovuto molto e violentemente. Strano, dicono gli abitanti di Pechino, in questa stagione non accade quasi mai. È evidente, congetturano, che il governo sta sparando sulle nubi per far piovere nella speranza di abbassare la soglia di inquinamento prima delle Olimpiadi. Misura inutile: il giorno dopo volute di smog trasformano il sole in un pallido astro perlaceo. Restano gli ascensori. Che dirne? Una legge occidentale della fisica recita che dove c’è un corpo non ce ne può stare un altro. La legge cinese degli ascensori evidentemente recita che laddove ci sono cinquanta corpi, ce ne possono stare comodamente altri venti. Per fortuna, grazie alle superstizioni, dal piano 12 si sale immediatamente al piano 15 e l’anima ha un po’ di respiro.

TERZA ETÀ: grazie alla politica del figlio unico, sarà sempre più difficile in futuro per i pochi giovani sostenere con il proprio lavoro il sistema pensionistico. Gli anziani di Pechino non sembrano per il momento curarsene. Seduti su sgabelli, giocano a carte o a dama cinese sui marciapiedi, cantano arie dell’Opera di Pechino davanti a un pubblico improvvisato, oppure, nel grande parco di Beihai tracciano evanescenti ideogrammi sul terreno aiutandosi con un grande pennello a spugna e un secchio d’acqua. Lo fanno per esercitare la calligrafia e la memoria, una sorta di Sudoku cinese. Le donne anziane invece usano altre strategie contro la temuta demenza senile. Un giorno, uscendo dalla stazione della metropolitana sono stata attirata da un martellante fragore di tamburi. In uno spiazzo davanti alla Bank of China un folto gruppo di attempate signore, con t-shirt azzurra di ordinanza, danzava una coreografia ritmica, aiutandosi con un ventaglio e dei fazzoletti multicolori. Qui lo chiamano yangge, e per molte anziane è un irrinunciabile appuntamento serale. Più avanti un altro gruppo accompagnato da tamburi, gong e una signora con fisarmonica, danzava e marciava davanti a un Kentucky Fried Chicken. Totalmente immerse nella loro fusione ritmica, non notavano neppure i passanti costretti a spostarsi sulla strada per superarle.

VUOTO: Il vuoto, scrive Laozi, è il fondamento di ogni cosa. È il vuoto al centro della ruota che la fa girare, ed è il vuoto a rendere la brocca utilizzabile. Tutte le arti cinesi sembrano affascinate dal vuoto e dall’assenza. Nell’arte raffinatissima del ritaglio della carta le forbici aprono nel foglio rosso dei piccoli squarci, dei profili, delle seghettature che alludono a una figura, spesso molto complessa, come l’ombra traccia il profilo di un corpo. Nell’arte dei nodi, citata anche dal Daodejing, le corde di seta si piegano e si inanellano laboriosamente intrecciandosi attraverso tutte le cavità possibili. Nell’Opera di Pechino la cantante recita avendo alle spalle una scenografia ridottissima, spesso solo un tavolo e due poltrone. Quanto è diverso dagli allestimenti spettacolari dell’opera lirica occidentale! Eppure, attraverso gesti codificati da millenni, suggerisce degli spazi, accarezza immaginarie pareti, spalanca finestre inesistenti, genera un intero universo richiamandolo dal vuoto e dal silenzio.

CANI: Il distretto di Chaoyangmen in cui mi trovo è collocato nel primo anello, quello del centro storico, in cui è permesso possedere solo cani di piccola taglia. La sera le strade di Chaomen Dajie diventano il paradiso esclusivo dei volpini di Pomerania, dei pechinesi e dei bichon frisè. Amatissimi e ben curati dai loro padroni, ricalcano il modello dei cani-leone dei palazzi imperiali: per esaltare la vaporosità del pelo sembra vengano sottoposti a numerosi lavaggi quotidiani. La sera, come piumini di cipria elettrici e irrequieti, annusano in ogni angolo il tripudio di spezie e odori che è Pechino, e si abbandonano con gioia alle coccole, in mandarino e anche in italiano. Questo mi fa ricordare ciò che amo dei cani: la loro essenzialità. Nessun luogo è straniero dove c’è una carezza. Un cinese che trovi un cane sulla soglia della propria casa, lo adotterà immediatamente, in quanto foriero di ricchezza. Un gatto porta miseria, dice il proverbio, un cane porta prosperità e fortuna. Sul China Daily appaiono fotografie di superstiti dello spaventoso terremoto che ha devastato il Sichuan. Camminano tra le rovine, tenendo in braccio i cani che, fuggiti dalla distruzione, si sono rifugiati davanti alle loro tende.

Sullo stesso numero del giornale un cane di Xi’an di nome DouDou è esaltato come esempio per tutti i cinesi. Grazie alla sua abitudine di perlustrare la città e riportare a casa tutte le bottiglie di plastica vuote, il suo padrone ha deciso di avviare una piccola attività di riciclaggio dei rifiuti che gli ha permesso di acquistare cibo più costoso per il suo cane. E così,
declama propagandisticamente il China Daily, con quello sprezzo del ridicolo che solo i governi autoritari sanno avere, il cane DouDou “con il suo forte spirito imprenditoriale, ha migliorato le proprie condizioni di vita”. Un eroe del nuovo capitalismo, in forma aneddotica e oleografica.

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5 Responses to cronache da Pechino #5 (frammenti)

  1. orsola puecher il 19 ottobre 2008 alle 10:33

    Ancora grazie e peccato sia l’ultima puntata.

    ,\\’

  2. Gabriella stanchina il 19 ottobre 2008 alle 12:56

    Grazie a te, Orsola, per la tua attenzione. Anch’io sono un’appassionata lettrice dei tuoi post su Nazione Indiana. Speriamo di “rileggerci” presto.

  3. diego il 20 ottobre 2008 alle 10:54

    ancora una volta una cronaca millesimata su dettagli che sfuggono all’osservatore qualunque, la dotta ma accogliente sensibilità che abbiamo imparato ad apprezzare in queste settimane.
    la pechino moderna intrecciata con le sue radici culturali. un albero proteso sottoterra a trovare nutrimento per ergersi frondoso e ombratile verso l’occidente o un abbraccio nodoso che tutto trattiene, inaccessibile e immutabile nel profondo?

  4. sergio pasquandrea il 20 ottobre 2008 alle 17:28

    Anche se non li ho mai commentati, ho letto con grande piacere tutti gli altri post della serie. Mi è piaciuta moltissimo la capacità di leggere nei dettagli, di restituire il senso degli infiniti piccoli accadimenti che, tutti insieme, costruiscono l’atmosfera di una città.

  5. giovanna il 23 ottobre 2008 alle 14:49

    a proposito di cinesi e numero 13…
    c’è una storia che mi porto dentro da tanto tempo e vorrei condividerla.
    14 anni fa ero ricoverata in Mangiagalli , sezione patologia della gravidanza; com me una giovane cinese , bella , colta , leggeva tutti i giorni il corriere della sera.Per lei era arrivato il momento del parto, mancavano giorni , forse ore.
    13 maggio pomeriggio , arrivano le doglie , viene portata “giù”
    Com’ è prevedibile noi compagne di camera morivamo dalla voglia di sapere.Sapere com’ era andata , com’ era la bambina…
    Veniva sera e niente , venne la notte e niente . Eravamo preoccupate.
    La mattina del 14 un’ ostetrica viene appositamente ad annunciarci che a mezzanotte e pochi minuti era nata shi-hui.
    Poche ore dopo eccola la nostra cinesina, in ottima forma . Ricordo ancora le sue parole: li ho fatti impazzire : da noi non si nasce il 13 , chi nasce il 13 è considerato un mezzo scemo…li ho pregati , scongiurati di fermare il parto , di fare tutto il possibile e loro mi hanno accontentata…
    Poco dopo ecco il medico con cui ero in confidenza: rideva. Mi disse sai già tutto vero?
    Beh , mi son detto e perchè no?
    Se per lei è così importante la aiuteremo …e rideva.Intanto la bambina è nata il 14 , sarà fortunata.
    Questa accadeva 14 anni fa in quell’ isola felice di rispetto culturale ed integrazione che era la Mangiagalli di Milano .Chissà se è ancora cosi?



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