Polyptique dell’ora esatta – Mia Mare

22 ottobre 2008
Pubblicato da

di
Mia Mare

Starsene all’interno di un abbraccio
che per intero fosse solo abbraccio,
non un semplice prologo a un rituale
quanto più fantasioso più scontato,
per non dire del lato anche grottesco,
di sesso: questo era stato
il desiderio suo, il più vero
ai tempi che qualcuno la chiamava
cara, e gioia mia, mio amore.
Ma solo in sogno questo era accaduto.
E anche in sogno di rado con l’ amante,
più spesso con uno sconosciuto.

postato da: nonsonoqui alle ore 11:14


Mai dell’amore piacque cosa a Mia
quanto le volte che veniva il figlio
a stendersi con lei sul letto grande,
nei dopopranzi, dentro la penombra,
e andavano vagando coi discorsi
come in sogno, osservando nel frattempo
scorrere lungo righe sul soffitto
le ombre deboli e sfocate delle auto
e di moto e pedoni capovolti,
proiettate come in camera oscura
dalla strada, attraverso le fessure
delle imposte – feritoie affacciate
sulla lontana infanzia solitaria.

postato da: nonsonoqui alle ore 19:13

Non ricorda il suo viso tranne gli occhi:
troppo vicino forse, o troppo in luce
al Castello di Arechi, arso dal vento
– se stessa, il proprio interno
dentro lo specchio chiaro dei suoi occhi.
Il sole fino in fondo all’orizzonte,
il buio traversato nella notte
dalle stelle oltre il tetto della casa,
i cuscini del letto materno
furono grembo al loro rinarrarsi
accorato, la testa contro il petto,
come solo i bambini dentro un sogno
chiuso in un altro sogno, più segreto.
Non ricorda quel viso tutto in ombra,
solo i suoi occhi vivi dall’interno.
Ma tornarono l’uno all’altra ignoti
invece. Tutto rifluì quietato
nell’usato presente
nello stagno perenne del passato.

postato da: nonsonoqui alle ore 18:26

Ci fu il terremoto quell’estate.
Nessuno si fidava delle case,
la notte la passarono all’aperto
uomini e bestie sotto la stellata.
Fu allora che si dissero l’amore
intrecciandolo fitto nei capelli,
e seppero il sapore delle bocche
e del sonno, le labbra sulla nuca.

postato da: nonsonoqui alle ore 13:35

Sarà come non fosse mai esistita
Mia Mare, se un poco non le invento
una sua faccia. Occorre
mettere insieme qualche indizio,
l’ombra tra lo zigomo e la tempia,
per esempio, o la cicatrice tonda
all’angolo destro della bocca
– niente più che una fossetta –
il luccichio del premolare d’oro
la voce dal timbro di bambina.
Gli occhi non so – la vedo
che di spalle s’allontana,
riccioli inquieti sulla nuca chiara
e un bel passo felice
in scarpe di camoscio a pianta stretta.


postato da: nonsonoqui alle ore 17:57

Sei una donna ora – le disse
chinandosi sul letto per baciarla –
ti auguro, figlia, di essere felice.
Così sua madre nel buio nella stanza.

La bocca sul cuscino, rannicchiata
in quel suo odore nuovo,
Mia si chiese cosa mai sapesse
della felicità sua madre
e la madre di sua madre e la lunga
catena d’altre madri oscure
avviluppate in uno stesso scialle
cantatrici di lutti e di sciagure.
Forse questa barchetta di felicità
sospinta fino a lei di madre in figlia,
non era quella attesa da bambina,
– il cucchiaino di zucchero, il regalo,
il giro in bicicletta col papà –
forse era una faccenda più dimessa,
un mestolo più magro di disgrazia.

postato da: nonsonoqui alle ore 17:17

Quando ritorna sola con se stessa
al buio, dopo l’amore,
o al primo singhiozzo del tram
che riporta il giorno sul binario,
si domanda chi sia mai quell’estraneo
voltato di schiena, ostile, o bocconi
come un morto scomposto nel suo letto –
come ci sia finito,
per quale colpa o caso
condividano uno stesso covile
carne a carne e spaiati,
come in un gremito penitenziario.

postato da: nonsonoqui alle ore 20:48

La sera, specie se era estate,
con le stelle fin dentro la stanza,
o persino nel pieno del mattino
con le voci lontane di chi sale
per la scalinatella del casello
e il cielo senza nuvole sereno
in cui lenta si disfa la scia bianca
di un aereo senza suono,
le pareva di sentire più vivo
– simile alla traccia d’un profumo
inasprito nel chiuso dell’armadio –
il sentore stantìo d’una speranza.

postato da: nonsonoqui alle ore 22:31

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5 Responses to Polyptique dell’ora esatta – Mia Mare

  1. véronique vergé il 22 ottobre 2008 alle 16:26

    Amo la poesia sgranata come in un tempo particolare, onda trascinando il tesoro nel ciclo della marea o allora tempo ritmico delle madri, o allora tempo dell’amore distillato.
    Mi piace l’ombra della madre e del bambino, prigionieri dell’abbraccio ma con gli sguardi tornati verso il cielo in aperto o nella camera.
    Vedo il destino della bambina mostrato dalla madre, si tiene all’inizio della vita nuova, del corpo feminità, la lunga scorta delle madri nell’ombra della feminità.
    Il nome mia mare è magnifico si apre le “a” femminile, di speranza e il “M” che evoca la dolcezza, il piacere.
    Mia mare di silenzio e di amore.

    Ho molto amato la poesia. Si legge nella felicità di un bambino scoprando un tesoro.

  2. sparz il 22 ottobre 2008 alle 18:14

    molto belle, fra’! Ciao.

  3. Giovanni Monasteri il 22 ottobre 2008 alle 18:22

    Molto bello, questo polittico. Mi è sempre piaciuta la poesia che riesce ad essere narrativa restando poesia.
    Sembrano i testi di qualcuno che parla di sé, ma anche di altri, con affettuoso distacco, con affetto distaccato, amorosamente confondendo la propria storia e le storie altrui. E’ come se la voce si sdoppiasse di continuo, creando una sovrapposizione di due o più racconti, o un racconto nel racconto; come se una voce si staccasse da un’altra divenendone un controcanto, o ripetendo, rimormorando un dialogo che si è spento.
    “Un sogno dentro un sogno” è, appunto, la vita altrui, che somiglia alla propria; le storie d’altri, che si confondono col proprio passato e interrogano un avaro (amaro) presente.
    Il nickname Mia Mare (se è un nickname) non potrebbe essere più appropriato. La poesia come grambo che custodisce le storie, per raccontarle accarezzando il capo di un figlio.
    Il castello di Arechi dovrebbe essere, se non sbaglio, a Salerno… E’ un indizio importante.

  4. Levin il 24 ottobre 2008 alle 09:57

    belle! mia mare (per un complesso di ragioni che danno ragione a freud) (se il disamore è un amore ribaltato) (altrimenti gli dà torto) nel mio dialetto è una formulazione che mi causa un moto di fastidio – ma appunto, a me. in realtà se è quello che penso (dove parli di esilio a napoli: mia viene dal nord?) è molto bella la trasposizione in italiano, con quel “mare” che è nuovamente ventre materno, e “mia” come nome e speranza: di possedersi, di non essere (più?) dominio altrui. L’intero romanzo in versi, se posso chiamarlo così, mi fa venire in mente “Le bibliotecarie di Alessandria” della Lavagnino (Sellerio) – cercare di capirsi attraverso chi c’è stato prima (ecco, forse questo proprio non mi riesce, e per questo ce l’ho tanto cu-n mia mare). Una poesiola estemporanea, nata adesso adesso:

    così: che scrivere poesie allora serve,
    mette in circolo faccende laterali,
    altrimenti lasciate a macerare:
    e mette in mezzo storie, le racconta,
    le riformula, le incanta e poi le spezza.
    per trovarci poi un sorriso, una carezza
    (goffa come una rima sbucata lì per caso)
    un senso a tutto il resto, al prima e al dopo,
    a chi c’era e ci ha lasciato il posto,
    a noi e agli altri – ma soprattutto a noi.

  5. mia mare il 24 ottobre 2008 alle 15:00

    Ringrazio dei commenti.
    Mi colpisce il riferimento di Levin a “Le bibliotecarie di Alessandria”, libro che ho finito di leggere proprio in questi giorni e nel quale mi sono riconosciuta profondamente.



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