Siamo tutti Saviano?

27 ottobre 2008
Pubblicato da

di Helena Janeczek

Dopo le ultime notizie su un possibile attentato a Roberto Saviano in stile “Strage di Capaci”- far saltare con l’esplosivo le macchine blindate sull’autostrada Napoli –Roma – e dopo l’intervista di “Repubblica” in cui dice di voler lasciare per un po’ l’Italia per riprendersi la sua vita, si è scatenata una gara di solidarietà di dimensioni impressionanti. Iniziative sui social network, letture collettive in piazza di Gomorra a Roma e Milano, cittadinanze onorarie, striscioni degli ultrà esposti allo stadio, un appello firmato da sei Premi Nobel che nella prima giornata raccoglie le adesioni di centomila persone. E molto altro, molto di più.
E’ qualcosa di imprevisto e di straordinario soprattutto laddove è divampato dal basso, dalle persone che hanno letto il libro o l’hanno comprato o che hanno soltanto visto Saviano in tv e ne hanno fatto quel che è ora: un simbolo di lotta alla mafia, un simbolo di coraggio. E probabilmente di qualcos’altro, perché i simboli veri non sono come i cartelli stradali che stanno per una cosa sola, ma si caricano e irradiano significato. Ed è fin troppo facile obiettare che per aderire a un appello via rete o anche trovarsi in una piazza lontana dalla provincia di Caserta non ci vuole molto coraggio, né si mette in moto un cambiamento, né si fa qualcosa di concreto per togliere una persona dal pericolo in cui si trova. Sono soltanto gesti simbolici che rispondono proprio su quel piano a chi, appunto, è diventato un simbolo.
Esistono alcuni che pensano che Saviano sia diventato quello che è adesso grazie al marketing editoriale o all’influenza dei media o a entrambi. Ma nulla si sarebbe messo in moto senza il libro né tanto meno avrebbe raggiunto queste dimensioni senza pubblico perché è quest’ultimo, in un movimento di feed back circolare, che continua ad alimentare le ristampe e tener aperti gli spazi su televisioni e giornali.
Quindi ha ragione Saviano quando dice che non è stato il suo libro a innescare una reazione da parte della camorra, ma il successo del suo libro, la trasformazione del suo libro e di lui stesso in qualcosa che riveste un valore simbolico per moltissime persone.
Pasolini scriveva che il successo è l’altra faccia della persecuzione e queste parole acquistano nel caso di Saviano una verità sinistra.
Credo che la realtà del pericolo che corre derivi ormai in una misura non meglio quantificabile dal valore che ha assunto, dalla notorietà raggiunta persino oltre ai confini dell’Italia.
E’ un fatto inaudito. La visibilità doveva avere un effetto protettivo, fargli – come si dice- da “scorta mediatica”, comunicare ai nemici di Saviano che se lo toccano, la reazione scatenata peggiorerà pesantemente le condizioni per condurre i propri affari in segreto e in silenzio. Secondo quella logica tradizionale nell’ambito delle mafie, ammazzare Saviano non conviene: piuttosto si aspetta un tot di anni, quando non avrà più la scorta e l’attenzione pubblica, quando quest’ultima lo avrà almeno in parte dimenticato. Allora lo si distrugge, preferibilmente con diffamazione, querele, mosse trasversali, e se proprio non bastasse, con le armi. Ed è ovviamente uno scenario sempre presente e non escluso dalla situazione attuale. Cosa che fa capire che cercare di destreggiarsi fra la troppa esposizione e il possibile oblio, debba essere per Saviano come navigare fra Scilla e Cariddi.
La logica della visibilità come protezione ormai non vale più senza riserve. I capi Casalesi in carcere si sono visti riconfermare gli ergastoli, le loro mogli- anche quella del latitante Antonio Iovine- sono state arrestate, Casal di Principe è presidiato dalla Folgore come un territorio occupato. Erano, fino al successo di Gomorra, un clan sconosciuto o di cui l’opinione pubblica non si interessava già a partire da Napoli. Ora qualsiasi loro azione, persino quelle non strettamente sanguinarie, rimbalza su giornali e telegiornali. Hanno poco da perdere, e l’idea che una volta tolto di mezzo Saviano, tutto tornerà come prima –magari non subito, ma basta aspettare- sembra possedere, a questo punto, una logica più stringente e una maggiore attrattiva. A questi uomini che si vedono come un potere assoluto, poter mostrare con un solo omicidio che detengono più potere di Stato, Premi Nobel, masse nazionali e internazionali, essere in grado di scatenare un putiferio anche politico, deve fare non poca gola.
Per questo, l’istinto e il buon senso suggeriscono di non scartare lo spauracchio della riedizione della Strage di Capaci soltanto perché il pentito ha poi smentito l’informazione sul presunto attentato raccolta da un poliziotto. Nella migliore delle ipotesi mi pare rappresenti quello che il clan avrebbe voglia di fare.
Chiunque abbia visto le interviste fatte da Repubblica tv o quelle di Matrix o delle Iene, si è reso conto che pure per il territorio dominato dai Casalesi, Saviano è un simbolo. Soltanto che è un simbolo negativo. A Casale- ma molto spesso anche a Napoli – Saviano è colui che è ti fa arrivare una sanzione se giri senza patente o senza casco, colui che è diventato famoso e venerato rovinando l’immagine della propria terra e affibbiando ai suoi abitanti l’immagine di mafiosi o di collusi, colui che si è arricchito senza aver fornito lavoro anche se nero o sporco, e non ha sganciato tangenti o soldi per i terreni trasformati in tombe di rifiuti tossici.
Magari quel che abbiamo visto o letto non è tutta la verità, magari c’è qualcuno che in segreto la pensa diversamente, ma non importa. Importa che quelle dichiarazioni rappresentino la versione a cui da quelle parti occorre o conviene conformarsi. Persino il parroco di Casale ha lanciato un anatema contro Saviano perché infanga il nome dei bravi e onesti paesani.
Basta aggiungere che accanto a un consenso negativo popolare intorno a Saviano, ci sono proprio nei luoghi che per primi dovevano essere scossi dalla sua denuncia, molti che si sentono sempre di più gettati nell’ombra dal fascio di luce che sembra ricadere tutto sul simbolo. Questi si trovano nello spettro di chi conduce la battaglia antimafia: dai magistrati ai testimoni di giustizia, dagli agenti delle forze dell’ordine ai militanti delle associazioni e così via. Giornalisti lamentano che Saviano avrebbe preso dai loro articoli e dalle loro inchieste, cosa che non avrebbe dato alcun fastidio se il libro l’avessero letto in 5.000 (la prima edizione di Gomorra aveva esattamente questa tiratura) e nemmeno in 50.000. Sarebbe infatti stato impossibile e grave se l’autore non avesse fatto tesoro delle informazioni raccolte anche aldilà della propria esperienza personale, ed è perfettamente normale che chi riporta semplicemente una notizia, non abbia bisogno di citare nessuna fonte: questo, a maggior ragione, per un libro che si colloca a cavallo fra saggistica e romanzo, fra esposizione di fatti e dati e narrazione.
Ciò che non scorgono queste persone – o che la loro frustrazione fa passare in secondo piano – è che si tratta del più classico meccanismo del divide ut impera, tra l’altro messo in moto senza nessun burattinaio, e che a isolare Saviano ci si crea un danno da soli facendo il gioco dell’avversario. Inoltre non sembrano vedere la cosa più banale e primaria, ossia che, pur nell’ombra di Saviano, l’attenzione a quel che fanno non sia mai stato tanto alta: mai così tante opportunità di pubblicare libri, fare film ecc sulla camorra (e persino sulla ’ndrangheta fino ad allora quasi totalmente ignorata dall’attenzione pubblica), mai così tanto spazio nei mezzi d’informazione su arresti e inchieste, mai tanto impegno da parte dello stato nel territorio Casalese.
Ma già qui si intravede una sorta di equivoco. La Folgore che è a Casal di Principe – uso l’esempio come immagine esemplare, aldilà della valutazione sulla sua efficacia- non gira contemporaneamente a Platì e nemmeno a Secondigliano, e ammesso anche che si riuscisse a dare un colpo durissimo al clan dei Casalesi, non si avrebbe di certo ottenuto una vittoria su tutte le altre mafie che magari anzi godono dello sforzo concentrato da una parte come il proverbiale terzo fra i litiganti.
L’equivoco nasce dai piani di rappresentazione. Su quello basilare sembra trattarsi di una lotta fra Saviano e i Casalesi o, al massimo, fra Saviano e lo Stato e i Casalesi. Sembra che i Casalesi oggi “tirano” esattamente come un tempo facevano notizia solo i Corleonesi. In quest’equivoco che si autoalimenta ci casca pure l’editoria che pubblica libri sui Casalesi a cui sembra interessata solo una nicchia.
Perché, in realtà, al celebre scrittore londinese, alla casalinga di Voghera o allo studente di Treviso che cosa gliene importa alla fine di un dato clan campano? Non moltissimo, se non avesse intenzione di uccidere Saviano e se nella sua vicenda non fosse simboleggiato molto altro.
La libertà di parola, la fiducia nella verità e nella possibilità di dirla, il coraggio delle proprie azioni e convinzioni. E forse anche il meccanismo per cui la denuncia di certi clan reali, con nomi e cognomi, riesce a toccare per esteso le corde di chi in Italia si confronta con dinamiche “mafiose” in generale, cioè praticamente tutti. Credo che in questo paese vecchio, attanagliato da mille paure supposte o reali – dagli stranieri al pedofilo della porta accanto, dal latte contaminato alla recessione -, privo di fiducia nel proprio futuro e nella possibilità di uscire dal marciume, l’esempio di Saviano incontri soprattutto il desiderio di essere diversi da come si è realmente: non impauriti, asserviti, rassegnati. Eppure l’investimento simbolico su di lui sembra giocare un ruolo ambivalente. Ci si appaga nell’identificazione e nella preoccupazione per Saviano e si continua grosso modo a vivere come prima. D’altronde, cosa si potrebbe fare?
Purtroppo dire “siamo tutti Saviano” non basta, anzi l’effetto è in parte anche contrario a quello desiderato. Perché alla fine solo Saviano è Saviano, solo Saviano è quello sotto scorta, minacciato di morte, ricusato dal parroco di un paese che non ha pronunciato nulla di simile nei confronti dei boss. E voglio ribadirlo: Saviano non è ovviamente l’unico potenziale bersaglio delle mafie e non è l’unico a vivere sotto scorta, ma è un bersaglio privilegiato proprio in quanto simbolo. Più ci si schiera dietro al suo nome, più lui diventa simbolo e come simbolo diventa unico, diventa solo. E il fatto che così pochi lo appoggiano proprio laddove dovrebbe invece essere appoggiato primariamente, non fa che accrescere la pericolosità di questo meccanismo.
Chiunque abbia letto l’opera di René Girard centrata sulla funzione del capro espiatorio o conosca il mito e il rito del Re del Bosco analizzati dal Ramo d’oro di Frazer ha dimestichezza con la logica per cui figure investite collettivamente di un valore positivo e persino salvifico, siano per questa stessa ragione, destinate al sacrificio.
Ma come si fa a strappare una persona reale, non un simbolo, dal pericolo che sta con troppa evidenza correndo anche in questo senso?
Noi su questo sito abbiamo da sempre pensato che il modo migliore di stare vicini a Roberto era continuare a dare spazio alle tematiche che ha portato alla ribalta, anche e soprattutto se a scriverne erano altri, e cogliamo l’occasione per ribadire che Nazione Indiana è uno spazio aperto per chiunque voglia proporre un contributo. I Wu Ming con spirito simile hanno lanciato lo slogan di “desavianizzare” Saviano. Carla Benedetti e Giovanni Giovanetti sul sito de “Il primo amore” propongono di “Condividere il rischio” facendo e ospitando inchieste su temi non solo legati alla criminalità organizzata.
Tutto questo è giusto, però non illudiamoci: ormai non basta. Tutta l’attenzione e la maggiore facilità di accesso ai circuiti della comunicazione -dai blog, alle case editrici, ai telegiornali- che la fama di Saviano e del suo libro hanno innescato anche a beneficio di altri scrittori, giornalisti, documentaristi ecc., non hanno cambiato nulla su un certo piano. Si sono moltiplicate le voci di denuncia, ma Saviano è diventato sempre più simbolo.
D’altronde, non si può dire alla gente: tutto questo è certamente anche bellissimo, ma per favore state attenti. Da un lato perché nessuno si sveglia la mattina dicendosi “adesso di sto ragazzo che ho visto ieri sera a Matrix faccio il mio simbolo di un Italia migliore o di chi “ha le palle”. Del resto, le stesse persone – che siano scrittori famosi o gente comune non importa – hanno reagito con affettuoso buon senso alla sua dichiarazione di volersene andare, dando la priorità al suo desiderio di riavere una vita decente. Non è che perché uno è simbolo che non ci si rende conto che è prima di tutto una persona in carne ed ossa.
Ma soprattutto, pur con tutta la necessità di vederne gli aspetti rischiosi e ambivalenti, è giusto riconoscere che i bisogni simbolici sono bisogni profondi e reali, e il fatto che emergano con la loro portata utopica primaria, contiene in sé qualcosa di positivo: aldilà di ogni ricaduta concreta, di ogni possibilità che il semplice sentirli ed esprimerli possa bastare come appagamento e quindi diventi funzionale al mantenimento delle cose come stanno, e ovviamente aldilà di ogni manipolazione e strumentalizzazione della quale possono essere oggetto.
Eppure, pur con tutta la consapevolezza dei limiti e dei rischi, non basta fermarsi a questo. Bisogna cercare di capire quel che hanno fatto Gomorra e il “fenomeno Saviano” un po’ più concretamente.
Gomorra non è soltanto in assoluto il primo libro sulle mafie – inclusi quelli dedicati a Cosa Nostra, inclusa il volume intervista a Giovanni Falcone- ad aver ottenuto una simile diffusione in Italia e nel mondo. Gomorra ha soprattutto cambiato il modo di rappresentare e di vedere le mafie. Non più fenomeno locale, ma presenza ubiqua e interconnessa del mondo globalizzato. Non più intreccio fra potere criminale e potere politico, ma supremazia del potere economico al quale tutto il resto è subordinato. Quel che talvolta viene mosso come critica a Saviano, ossia aver riservato un ruolo marginale all’aspetto della collusione politica, è in realtà la condizione di partenza perché si fosse potuto verificare questo mutamento collettivo di consapevolezza.
Gomorra ha fatto questo:spostare lo sguardo dal sangue e persino dalla politica al business che è ovunque e rappresenta il cuore del potere criminale. Ed è, aldilà delle mafie, un grande e necessario aggiornamento ai tempi nostri, dove recentemente gli stati e la politica non hanno potuto fare altro che cercare di tamponare i disastri creati dall’economia, stavolta finanziaria.
Lo sguardo di Gomorra è la sua più grande novità. Ogni polemica su quel che Saviano possa aver preso da altri o su quel che “si sapeva già”, manca il bersaglio perché non si rende conto che è stato Saviano, solo Saviano, a scorgere in quella materia una portata universale e trovare lo strumento per fare breccia con la sua visione delle cose e con la forza di coinvolgimento del suo racconto. Nessuno prima d’allora era arrivato a mostrare soprattutto questo, a far pervenire soprattutto questo come messaggio, a dirti:”non chiederti principalmente se Totò Riina si è baciato o meno con Andreotti”, ma domandati piuttosto chi costruisce casa tua, come vengono raccolti i pomodori con cui fai la salsa, dove e come vengono smaltiti i rifiuti che butti nel bidone dell’immondizia”.
Non erano cose di cui si interessava il lettore comune o il pubblico dei media, non erano nemmeno cose che sembravano riguardare da vicino i cosiddetti intellettuali, inclusi quelli impegnati. Pasolini probabilmente ha pagato con la vita il suo lavoro su Petrolio e il suo “Io so” che riguardavano comunque grandi intrecci fra politica e interessi multinazionali, non il subappalto del piccolo cantiere, non la proprietà di una pizzeria, non il racket subito dal negoziante. In breve: non il nostro quotidiano.
Su tutto questo c’è stata una sensibilizzazione che forse è l’inizio di qualcosa che cambia. I giornali non danno solo quell’attenzione a camorra e Casalesi di cui prima godevano solo i mafiosi siciliani (e comunque, per qualsiasi motivo, è preferibile essere informati su due organizzazioni criminali piuttosto che su una sola), ma concedono uno spazio prima impensabile a questioni come le mani dell’ndrangheta sui lavori per l’Expo di Milano (vedi gli articoli su “Corriere” e “Stampa”).
Noi non siamo Saviano e possiamo fare ben poco per tutelarlo. Ma, senza nessun eroismo, possiamo continuare ad allargare il solco che ha tracciato, continuare a ritenere che ogni indagine sul reale ci riguardi, possiamo trasformare tutto questo in una duratura e normale consapevolezza capace di non essere soltanto qualcosa di effimero: leggere – o scrivere- poesie e inchieste, articoli di cronaca e romanzi. Cambiare definitivamente postura rispetto a questo. Capire che le nostre democrazie sono congegni imperfetti e fragili, i cui valori e il cui funzionamento possono essere messe in scacco non solo dall’ascesa al potere di un dittatore; che non bisogna arrivare al regime totalitario, per finire per perderne di fatto dei grossi pezzi. Questo paese ne è un esempio particolarmente mal messo, ma la questione di fondo non riguarda solo l’Italia e il suo meridione. E al tempo stesso non dobbiamo nasconderci lo sgomento e il senso di impotenza che ci coglie quando scopriamo che Caserta sembra più lontana da Roma, più altrove, che Parigi o Milano.
Sapere che si possa fare poco. Ma farlo. Di modo che se Saviano se ne va per un po’ da un’altra parte, qualcosa di quel che ha aiutato a seminare continui a crescere e a radicarsi anche laddove non c’è mai stato uno specifico interesse per le mafie.
E infine, anche se il coraggio è quella cosa che non ci si può dare da soli, sarebbe bello se fossimo capaci a tirarne fuori un po’ di più: ovunque, in qualsiasi campo. Non per Roberto Saviano, soprattutto per noi stessi.

Tag: , , , , , ,

52 Responses to Siamo tutti Saviano?

  1. viola amarelli il 27 ottobre 2008 alle 10:25

    “Sapere che si possa fare poco. Ma farlo. ”
    Fuori dal rischio retorico, senza farsi travolgere dal “simbolico”, saggi e tenaci, un buon articolo e soprattutto un buon viatico, V.

  2. Monsterlippa » Siamo tutti Saviano? il 27 ottobre 2008 alle 10:35

    […] Janeczek su Nazione Indiana a proposito di Roberto Saviano: Nessuno prima d’allora era arrivato a mostrare soprattutto […]

  3. chiara valerio il 27 ottobre 2008 alle 11:00

    io, in mezzo alle mie insensatezze, credo che janeczek attraverso la dimensione letteraria di roberto saviano restituisca la dimensione sociale, politica e umana di roberto saviano.

    Lo sguardo di Gomorra è la sua più grande novità. Ogni polemica su quel che Saviano possa aver preso da altri o su quel che “si sapeva già”, manca il bersaglio perché non si rende conto che è stato Saviano, solo Saviano, a scorgere in quella materia una portata universale e trovare lo strumento per fare breccia con la sua visione delle cose e con la forza di coinvolgimento del suo racconto.

    e questo.
    chi

  4. antonio sparzani il 27 ottobre 2008 alle 11:18

    magnifico pezzo, Helena, cui c’è poco da aggiungere. Direi senza possibilità di errore che tutta Nazione Indiana si riconosce nelle tue parole e cerca di far tesoro dei tuoi suggerimenti.

  5. véronique vergé il 27 ottobre 2008 alle 12:24

    Un magnifico articolo. La parte che mi ha commossa è l’analisi del simbolo e della manera che la letteratura ha di cambiare lo sguardo, rendere più nobile, più sensibile al mondo.
    Dietro il libro, c’è un uomo ( non un simbolo) con il suo desiderio, la sua giovinezza, la sua sensibilità al sole, al mare, alla musica.
    Se puo sperare che una mattina Robero Saviano apra una finestra, non pensi più alla minaccia, sia libero di sentire il venticello senza altro pensiero che vivere, gustare.
    Le pagine di Gomorra che mi rammento sono tutte legate alla sensazione dello scrittore con la sua terra, il suo respiro sopra il male fatto alla terra, il suo incontro con il mare, o un bambino del suo padre in una folla a Roma: come il pallone che si perde nel cielo ( penso a questo episodio dove Roberto Saviano perde di vista il suo padre), non perdere di vista l’autore, seguire la sua anima, proteggere con le nostre parole non con un cappotto, ma con ali di libertà.

  6. niky lismo il 27 ottobre 2008 alle 13:31

    Attenzione all’uso di Saviano, attenzione all’uso dei simboli. L’enfasi che si appone a certi simboli serve a sollevare dai carichi personali tutti gli altri. Nell’istituire un’icona della lotta al crimine, si rischia che ciascuno si autoassolva da ogni responsabilità e si sgravi di impegni suoi propri. Invece questa, come tutte le lotte, è sociale perché è personale, va combattuta nel privato perché emerga con forza nel pubblico. Il pericolo più sottile sta nel contrapporre una mafia tutta nera a una società (civile?) tutta bianca… Di tutto bianco in realtà non c’è nulla e nessuno, l’area grigia dell’indifferenza, delle piccole concessioni, dell’etica flessibile è largamente quella più frequentata. Le lievi illegittimità cui di continuo indulgiamo (quando evadiamo gli obblighi fiscali, ci procuriamo una raccomandazione, giustifichiamo chi non emette scontrini, quando accettiamo di comprendere le ragioni di chi spara agli albanesi, o quando affittiamo case senza contratto, o non ci indigna che metà del lavoro sia in nero) stridono con l’esaltazione dell’eroe, con la santificazione dei martiri della legalità, grandi e meno grandi. Una fiaccolata, una firma sotto un appello, e poi si è liberi di continuare come sempre: disconoscendo la violenza familiare, assolvendo la brutalità omicida delle imprese, configurando le povertà come colpe, riducendo la democrazia a sopraffazione, etc. Dalle rilevazioni di stampa più recenti scaturisce un’equazione singolare: due terzi dei cittadini sostengono le idee e le posizioni di Roberto Saviano; due terzi dei cittadini concorda in pieno con l’uso che delle istituzioni e del potere politico fa l’attuale classe dirigente. Qualche cosa non quadra.

  7. niky lismo il 27 ottobre 2008 alle 13:38

    Aggiungo il terzo termine dell’equazione: metà (ma forse ancora due terzi) dei cittadini afferma di appoggiare la battaglia degli studenti contro la mutilazione/Gelmini. E’ ancora di più ciò che non quadra.

  8. Paolo S il 27 ottobre 2008 alle 14:07

    C’è una sfumatura abbastanza chiara per me tra “desavianizzare Saviano”e “desavianizzare Gomorra”.
    Mentre, come dici bene tu, Elena, non è possibile togliere a Roberto la sua funzione di “parafulmine”, su cui si concentrano invidie (clamorosa quella di Emilio Fede) e ire, è togliendo la sua firma al libro, solo affermando qualcosa come “Gomorra è di tutti” (Suona male dire Gomorra è cosa nostra, o Gomorra is my business, o I care Gomorra…), solo vivendo con la consapevolezza di quel che è il Sistema e come questo influenza la mia vita, le mie scelte, le mie possibilità, qualcosa può cambiare.
    Quindi: ogni lettura pubblica di Gomorra, ogni catena di San Libero, ogni intervento sull’argomento nelle classi, nelle piazze, nei salotti, dove volete, può fare a meno di parlare di Roberto. “Si sa che….” “E’ chiaro a tutti…” sarebbe il modo giusto di cominciare ogni discorso in tema di mafie.
    Senza santi, senza eroi, senza martiri. Trasportare memi, precursori di comportamenti, seminarli nelle coscienze. Abbiamo bisogno di eroi? The revolution is faceless, dopotutto.

  9. sergio garufi il 27 ottobre 2008 alle 14:15

    @niky lismo
    “Le lievi illegittimità cui di continuo indulgiamo […] stridono con l’esaltazione dell’eroe”

    niky lismo è uno dei commentatori più acuti e profondi di NI, tant’è che lo leggo sempre con molta attenzione e a volte gli rubo pure qualche bella frase :-); però in questo caso mi sento di non condividere totalmente le sue parole, perché l’esaltazione dell’eroe non stride affatto con gli illeciti di massa che elencava, ma va anzi di pari passo, sono l’uno la diretta conseguenza dell’altro. la famosa sentenza di brecht proprio a questo alludeva.

  10. l. tedoldi il 27 ottobre 2008 alle 14:27

    sono senza parole, bellisssimo pezzo.

  11. Irene il 27 ottobre 2008 alle 15:39

    Un pezzo bellissimo, grazie Helena. Penso che la migliore forma di solidarietà verso Roberto Saviano, verso quanti lavorano 24 ore al giorno per combattere tutte le forme di illegalità, ma soprattutto verso noi stessi, intesi come società civile, sia combattere tutte le piccole e grandi illegalità che troviamo sulla nostra strada tutti i giorni, non avere paura di parlare, di far rispettare diritti e doveri, non diventare complici attraverso un silenzio colpevole e connivente di quanti la fanno da padrone, chi sovvertendo le regole con la violenza, chi costruendosene di nuove su misura e gestendo il potere a proprio uso e consumo. Credo che al fondo delle parole di Roberto Saviano ci sia la volontà di non delegare, la necessità di una assunzione di responsabilità da parte di tutti, ognuno per quello che può e deve fare. Iniziare dalle piccole cose, creare una abitudine alla legalità, per arrivare a risultati sempre più grandi. Smettere di avere paura e di girare la faccia dall’altra parte, non “mettersi scuorno”, come si dice dalle mie parti e affrontare la realtà se veramente si vuole cambiarla.

  12. Abateditheleme il 27 ottobre 2008 alle 15:59

    L’abate, circa un anno fa, o poco più (i cenobi danno sempre grandi grattacapi ed il senso del tempo, così legato all’umano divenire, ti abbandona sovente), aveva espresso un’opinione su “Gomorra” ed indotto, in questo sito… sollevando un polverone.
    Alla luce dei recenti fatti, ritiene che la sua posizione vada completata. Anticipando ciò solo, che ritiene l’amico Saviano soprattutto un contemporaneo Dr. Faustus (quello di Marlowe, beninteso), un paladino del vero tradito dal suo re.
    Una potenziale vittima sacrificale, non completamente innocente ma nemmeno davvero colpevole, nè complice, nè consapevole (qui ben scrive la Janeczeck: “nell’ambito delle mafie, ammazzare Saviano non conviene: piuttosto si aspetta un tot di anni, quando non avrà più la scorta e l’attenzione pubblica, quando quest’ultima lo avrà almeno in parte dimenticato) sugli altari empi di una nazione sempre più simile alla culla dell’AntiCristo.
    E’ ormai l’ora nona. Tornerò, inshAllah, dopo compieta.
    Per argomentare l’ apparentemente inargomentabile….argumentum non parventibus.
    Vale et ego.

  13. giuseppe zucco il 27 ottobre 2008 alle 16:00

    ciao helena,

    grazie di questo post. anche perchè fa il punto, riassume e fa avanzare il discorso intorno a quello che avviene in questi giorni a roberto saviano.

  14. giuseppe zucco il 27 ottobre 2008 alle 16:04

    ti lascio qui alcuni stralci di mail collettive, tra me ed i mie amici, che provavano a dialogare su cose che s’intravedono nel tuo post:

    “in questi meravigliosi giorni italiani di crack finanziario e scioglimento nell’acido della scuola pubblica, hanno inventato uno sport stupendo, da gentlemen, tipo il polo, o il consumo sfrenato di martini dry con l’oliva. lo sport è: lodare con un velo di commozione lo scrittore roberto saviano. cioè è diventato parecchio figo, istituzionalmente cool, affacciarsi dalla pagina di un giornale, o dall’inquadratura di un tg, e ammiccare agli italiani tutti dicendo: sono dalla parte di roberto – per altro, utilizzando il nome, mica il cognome, come se già questa finezza retorica garantisse ed evidenziasse una vicinanza ed una complicità senza pari. perfino il presidente del senato schifani c’è riuscito.

    questo per dire: attenzione alle strategie di comunicazione messe in atto in questi giorni. perchè fanno parte del problema. fanno parte del modo in cui, in italia, dal punto di vista simbolico, si distrugge e si seppelisce il buono che c’è. la parte viva. con tutta questa commozione e solidarietà melensa, sciolta e poi glassata sul discorso pubblico e istuzionale di questi ultimi giorni, si sta mitologizzando saviano, lo si sta trasformando in una metafora, lo si sta imprigionando dentro la cornice teologica del santo martire (in molti casi, parlano di lui come se non fosse più vivo) e/o del profeta in terra straniera. in due parole, deumanizzano saviano. staccano saviano da saviano. rendono saviano immagine spettacolare da usare a vantaggio del sistema, mettendo in ombra tutto ciò che potrebbe far saltare quell’immagine: il suo essere un ragazzo di 28 anni, carne viva e sangue pulsante, come ognuno di noi, una diramazione unica e originale di desideri e passioni.

    per questo a fini, come a schifani, o a chi per loro, nel discorso pubblico, viene molto facile dire a saviano di rimanere in italia, piuttosto che riparare all’estero. perchè se rimane qui, nonostante il peso e la forza delle sue parole che appaiono sui giornali, saviano non è un corpo, non è carne viva, non è un uomo libero che può raggiungere chiunque e dire la sua a vivavoce, ma è solo un’immagine, una decorazione nel discorso pubblico del potere, un mito spendibile in qualsiasi occasione, perfino tra lo sfrenato consumo di martini dry con l’oliva.”

    e anche questo:

    “ma soprattutto, vorrei che per un attimo riusciste a separare la stima e l’affetto per saviano dimostrato dalle persone comuni, in cui siamo compresi tutti noi, dal discorso pubblico del potere che si è sviluppato in questi giorni. perchè, è vero che sarebbe raggelante sentire solo silenzio intorno a saviano, ma è ancora più raccapricciante che le più alte cariche dello stato, e buona parte del mondo politico, si siano espresse solo adesso, a due anni dal momento in cui saviano ha ricevuto protezione e riparo dalla scorta. dov’erano prima, quando al contrario, nei giorni dell’inizio del periodo di protezione, moltissimi scrittori italiani ed internazionali, grandissima parte della società civile, ha fatto muro intorno a saviano? se ci fai caso non omaggiano saviano, ma il monumento costruito intorno a saviano, parlano solo nei momenti della ricorrenze, il giorno esatto in cui scoccano i due anni della scorta, come se la cosa non riguardasse il nostro presente, ma appunto una ricorrenza, qualcosa di molto simile a capodanno o al 25 aprile, qualcosa che è accaduto nel passato e che continuerà ad accadere nel futuro. non illustrano modi per uscire dalla situazione (quello si sarebbe un omaggio a saviano e alla collettività che rappresenta), ma un cordoglio, una forma di dolore esibito in pubblico che irrompe sulla scena dei media, come una litania funebre, qualcosa che ritorna come commemorazione di qualcuno che sembra ormai spacciato, morto e sepolto, e sepolto lo è davvero, tanto che saviano, con tutta la vitalità possibile, si scuote di dosso tutta questa commemorazione e cerca di riprendersi la sua vita.”

    a presto
    giuseppe

  15. Paolo Esposito il 27 ottobre 2008 alle 16:30

    Cari Amici di Nazione Indiana,

    grazie per il vostro impegno nell’analizzare sempre con occhio critico le vicende che riguardano la terra in cui vivo. Ho bevuto con piacere il bellissimo pezzo di Helena, è un prezioso contributo alla discussione. L’abbiamo ripreso volentieri sulle pagine di CaffèNews, come suggeritoci da Jan Reister…

    A presto e buona giornata… dal fronte!

  16. niky lismo il 27 ottobre 2008 alle 16:46

    Sergio Garufi pensa di me quello che io penso di lui (“è uno dei commentatori più acuti e profondi… etc”), in più io penso che scriva buone cose. Ma oggi non condivido la sua annotazione: le nostre miserie (per le quali esaltiamo l’eroe) motivano ma non giustificano la delega all’eroe; se c’è consapevolezza deve esserci responsabilità, nella piccola dimensione personale. Pensiero forse troppo semplice, che ha espresso però pure Irene, più compiutamente di me.

  17. sergio garufi il 27 ottobre 2008 alle 18:58

    @niky lismo
    penso che intendevamo le stesse cose, dicendo che “vanno di pari passo” volevo dire che motivano, non che giustificano l’esaltazione e la delega. dici bene: “se c’è consapevolezza deve esserci responsabilità”. c’è questa consapevolezza? una consapevolezza diffusa e profonda? io ho molti dubbi.

  18. bruna il 27 ottobre 2008 alle 23:14

    Per me Saviano è soprattutto un ragazzo solo, costretto a vivere una vita di tensione e rinunce,spaventato dalle possibili mitizzazioni della sua persona e dalla possibilità di essere strumentalizzato da più parti.Quando penso a lui penso non a un simbolo, ma a una persona che ha seguito la sua rabbia e la sua indignazione di stomaco, senza pensare fino in fondo alle possibili conseguenze e questo deve dilaniarlo,come si sente quando parla dei suoi cari per cui è in pena e da cui è stato costretto a separarsi.Ha avuto il merito di descrivere il suo stato d’animo,facendoci pensare a tutte le persone che vivono sotto scorta.Mi ha fatto provare di nuovo quella stretta alla gola di chi ha lottato per anni nella sua città per poi abbandonarla sconfitta.

  19. plessus il 28 ottobre 2008 alle 11:52

    Tra chi scrive Saviano merda su una panchina, o chi spara, e chi tutti i giorni esercita la propria militanza contro la camorra, probabilmente sono in molti ad adottare diversi modi di vivere la presenza del nuovo ordine camorristico costituito. Altre forme di interpretazione della propria quotidianità nei territori campani.
    Prendo spunto da un post in un altro blog, che però non sono riuscito a ritrovare.
    Faccio riferimento agli onesti, e vigliacchi, che popolano numerosi quei territori.
    Quelli che non hanno opinioni su Saviano, né sulla camorra. O ce l’hanno e stanno zitti. Quelli che abbassano testa e palpebre quando grugni e ghigni invadono spavaldi ed arroganti bar, uffici, ristoranti. Quelli che sperano, e basta. Quelli che tornano a casa carichi di visioni irraccontabili di fatti ripetibili. Gli incapaci di difendersi e di affrancarsi da una forza che è solo violenza: delle parole, dei gesti, della sola presenza. Quelli che non manifestano quando gli altri si organizzano, quelli che non si uniscono se non alla propria contrizione. Quelli che pagano il pizzo quotidiano a sonni tranquilli senza sogni. I proprietari della coscienza che non fa perdere lavoro, figli, famiglia. Quelli consapevoli che a niente serve esserlo.
    Neanche questi abitanti delle terre di mezzo passive meritano la propria condizione.
    Occorre, quindi, oltre che puntare il dito e allungare il passo contro la camorra, allargare un braccio su di loro, e spiegare, bene, che così non si può andare avanti. E’ un compito che spetta ai tanti piccoli e grandi eroi che invece combattono quotidianamente.
    Infine, confesso che mi vergogno un po’ della mia piccola presunzione.
    Di aver commentato senza geograficamente far parte di quelle terre, di sentirle lontane e di sentirmi, nei fatti e non a parole e né col cuore, vicino agli onesti vigliacchi e alle loro vite scansaguai.
    Ma se ci vivessi, non saprei.
    E’ una questione di onestà intellettuale, non tutti siamo Saviano…
    Bello, profondo e condivisibilissimo il pezzo di helena, i cui post leggo sempre con ammirazione.

  20. Tashtego il 28 ottobre 2008 alle 12:41

    saviano libero
    (da noi)

  21. Paolo Mossetti il 28 ottobre 2008 alle 15:28

    qualunque commento ad un testo che dice già tutto, rischia di essere superfluo..sottoscrivo dalla prima all’ultima riga, ma vi aggiungo una riflessione di Genna che faccio mia: l’abitudine, ormai imperante presso tutti i media, di sentire chiamare Saviano semplicemente “Roberto”, fa accapponare la pelle.
    Vorrei che tutti fossimo (davvero) saviano attraverso atti concreti di ribellione, e non solo con la solidarietà posticcia..

    Con il gruppo Il Richiamo abbiamo pensato di mobilitarci per fare qualcosa di davvero, ma davvero originale..non sarà facile, ma ci proveremo. E “Roberto”, se lo vorrà, giudicherà attraverso questi gesti se il suo messaggio sarà stato recepito..se la sua rabbia ha lasciato traccia oppure no.
    un saluto a helena e a tutti i commentatori di NI.

  22. Carlo Cannella il 28 ottobre 2008 alle 18:15

    Intanto gli scrittoretti napoletani dicono questo: http://antomenna.blogspot.com/2008/10/basta-con-saviano.html

  23. capitan feendoos il 28 ottobre 2008 alle 18:21

    1.600.000 copie vendute significa che ci sono più di cinquanta milioni di italiani che non l’hanno letto. Siamo tutti Saviano è semplicemente ridicolo. Io credo che il poco che si possa fare, sia di non comprare nei centri commerciali che sono di proprietà della malavita organizzata, di non farsi le canne e non usare droghe (devo spiegare perché?), insomma di non dar loro i nostri soldi, che il fondo è l’unico modo per far male a chi vive per quello. Anche non abbonandosi a mediaset premium, magari. Il resto è solo un polverone passeggero, come quando, qualche anno fa, tutti si meravigliavamo (ma davvero?) di quello che Tangentopoli “portava alla luce”. Tranne poi, qualche mese dopo, voltare le spalle ai protagonisti di quella casuale, nel quadro politico generale, ma coraggioso, da parte di chi se ne fece carico, rivoluzione, liquidandoli con la parolaccia “giustizialisti”. Saviano personaggio farà la stessa fine. A Saviano uomo auguro, invece, di poter tornare a vivere come tale.

  24. Ron Leshem il 28 ottobre 2008 alle 19:11

    Bravissima!

  25. marco mantello il 28 ottobre 2008 alle 19:14

    Interessante, nel tuo pezzo, quel: ‘ogni polemica su quel che si sapeva già non coglie nel segno’, con relativa spiegazione dei perché, ma è un discorso un po’ più complesso delle frustrazione, ne riparleremo, magari fra venti o trent’anni, chissà…..

  26. helena janeczek il 28 ottobre 2008 alle 20:04

    In anzi tutto: grazie a tutti! Sono contenta che questo pezzo sia stato letto come qualcosa di utile, e che questo apprezzamento sia venuto spesso da persone che, a differenza mia, conoscono certi territori per esperienza diretta. I due Paoli – Esposito e Mossetti- per esempio, o anche Giuseppe Zucco che viene da Locri.
    A Marco Mantello vorrei dire una cosa che forse non si capisce: io qui non avevo interesse ad ergermi a giudice di nessuno. Non intendevo fare il discorso “sono-solo-invidiosi-e-frustrati”. E nemmeno scendere in un’analisi dei meccanismi psicologici profondi di caio e tizio. Volevo semplicemente additare che possono essere ragioni, magari più complesse, sfumate, per cui alla percezione di certe persone sfugge un certo aspetto.

  27. helena janeczek il 28 ottobre 2008 alle 20:06

    A parte il fatto che non era proprio in quel passaggio che c’era la parola “incriminata”, come mi accorgo addesso…Ma forse fra venti o trent’anni, capirò-))))

  28. marco mantello il 28 ottobre 2008 alle 20:38

    Vero Helena non era in quel passaggio la parola incriminata, un po’ più sopra ma i passi mi sembravano collegati, forse riusciremo a parlarne anche prima di venti o trent’anni, ho ‘capito’ benissimo, un saluto. marco

  29. laura il 28 ottobre 2008 alle 23:04

    E’ vero che Saviano non sarebbe quello che sarebbe senza il libro, e il libro non avrebbe avuto successo senza il pubblico: ma il meccanismo mediatico che si è attivato ha cominciato a vivere di vita propria, inglobando Saviano, il libro, la camorra di cui ora non si fa che parlare, con la faccia tutta compita di Mentana, nei telegiornali e probabilmente anche su Vanity Fair, fianco a fianco con la pubblicità dello stivaletto ultima moda. Meccanismo mediatico appunto, che fagocita qualsiasi cosa indistintamente: ieri Il codice Da Vinci; oggi Saviano, questa volta ci è andata bene: tutti impegnati e partecipi del problema.
    Saviano assurge a simbolo che catalizza le energie e purifica le coscienze, perchè ci si sente molto bene a stare dalla sua parte contro il mondo dei cattivi. Perchè chiunque a destra e a sinistra non può che stare dalla sua parte. E io penso che sia bellissimo se grazie a Saviano è nata una nuova consapevolezza, se nascono azioni spontanee dal basso per affrontare i problemi, se mettere la luce dei riflettori lì porta un effettivo cambiamento. Ma allora invece che parlare sempre di Saviano, parliamo ogni giorno di una persona diversa, diamo spazio e visibilità ad altre persone impegnate contro la camorra, anche quotidianamente nel loro piccolo, e ce ne sono! Così ci possiamo ridistribuire il pericolo: Saviano non è da solo.
    Invece i mass media si accaniscono, con un certo ritorno commerciale certo. Fare diventare Saviano un simbolo è stata una cosa imperdonabile, se risponde soltanto al bisogno di espiazione di un’umanità ipocrita: che vuole l’eroe contro il Male e si scandalizza delle atrocità che accadono a un certo numero di chilometri da casa propria, e poi – non solo a Napoli o a Palermo – non vede o fa finta di non vedere i meccanismi mafiosi nelle cose più quotidiane.

  30. stalker il 29 ottobre 2008 alle 00:13

    “Beato il popolo che non ha bisogno di eroi”

  31. Marco Candida il 29 ottobre 2008 alle 00:56

    Secondo me piu’ che come Roberto Saviano siamo tutti come Will Coyote: che cade ma non molla mai.

  32. mario pandiani il 29 ottobre 2008 alle 01:15

    L’articolo è veramente bello, e ne avevo bisogno per riportare un po’ d’ordine nei miei pensieri su Saviano.
    Io credo che debba partire assolutamente, credo che l’italia abbia acceso un debito con lui che non può onorare nelle condizioni in cui è, e mi riferisco a due cose; la prima è che chi ha letto e si è acceso per la sua inchiesta letteraria e per la denuncia ha avuto un grande servizio, è in condizioni di vedere meglio il proprio paese, ma non può far altro che esprimere solidarietà in tutti i modi che l’articolo indica, ognuno secondo la sua, grande o piccola non conta, importanza.
    Il secondo è che chi dovrebbe trarre maggior beneficio dal suo lavoro, i legislatori, i politici, in senso un po’ forzato, lo stato, non ha messo in campo che una pantomima, un sequel della fiction, come è ancora ben evidenziato nell’articolo.
    Giornali vicini al governo hanno assunto posizioni, non solo critiche, ma volgarmente denigratorie nei confronti di Saviano, senza aspettare che a farlo fossero i casalesi*.
    Per usare il linguaggio dell’attualità, il debito non sarà pagato per insolvenza determinata dall’indigenza da un lato e per distrazione e occultamento dei capitali dall’altro.
    Si, credo che come gli altri cervelli che fuggono dall’italia,m anche Roberto Saviano debba fuggire, in questo momento gli italiani devono sentirsi orfani di cervelli come di simboli, per tornare a desiderarli, ad esigerli senza consegnare ad una classe politica la patente per trasformare il paese intero in Gomorra.

    * http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&currentArticle=HWJVF”

  33. Samsara il 29 ottobre 2008 alle 02:58

    Analisi intelligente e non saporita dalla solita retrica.

    Pero’ e’ anche vero che Saviano sta in una situazione in cui ogni cosa che fa si tramuta in “occasione da critica” (positiva o negativa che essa sia).

    E quindi anche questo bellissimo articolo porta con se’ una sua stanchezza…nel senso che e’ faticoso sentir di nuovo dire che il movimento dei giovani (Noi Siamo Saviano) che s’ identifica in Saviano elevandolo simbolo porta con se’ un potenziale ed ulteriore danno a Saviano. Pure questo? Possibile che tutto danneggi Saviano? Anche il risveglio della coscienza tra i giovani, gli universitari e la tantissima gente campana che prima non pensava minimamente a queste cose? C’e’ tanta gente che aveva bisogno di Gomorra. E la maggior parte e’ gente che non viene su Nazione Indiana ad intelletualizzare il caso. E’ gente che se ne fotte dell’articolo sul simbolo, e non perche’ e’ gente che non ci arriva, ma perche’ e gente che vive in prima persona lo stupro del crimine organizzato. E’ gente che vuole agire e non parlare. Non si parla gia’ troppo in questo paese?

    In una situazione paradossale come quella di Saviano ogni mossa che lui fa o che noi facciamo per “lui”/simbolo o non, risulta stramba, claudicante, manca sempre di qualcosa. E’ certamente frustrante. E allora? Cosa non e’ frustrante in questo mondo il momento che si parla di condanne, ingiustizia, crimine, sangue, politica vecchia ed esaurita?

    Io sono felice che quest’uomo sia divenuto “simbolo” anche se sono fin troppo consapevole dei danni che il simbolo puo’ portare all’individuo in questione. Dopotutto viviamo in una foresta di simboli. Era inevitabile che il successo lo rendesse tale. Anche se e’ un successo giusto e meritatissimo.

    E’ ovvio che solo Saviano e’ Saviano. Ognuno di noi e’ solo noi stesso, se riesce ad esserlo (cosa difficilissima per tutti). E l’unico che potrai mai liberarsi da Saviano simbolo e’ Saviano stesso; lui, da solo, nel privato del suo essere, cosa che Rushdie gli ha gia’ suggerito.

    Qualunque cosa noi facciamo potra’ sempre poco contro le intenzioni assassine dei folli e anche contro le manipolazioni mediatiche che lo osannano come eroe o lo inabissamo come fosse un demone.

    Come si dice a Roma, non e’ che a Saviano “glielo ha ordinato il medico” di apparire in TV o sui giornali. Evidentemente e ‘ uno che sa che per cambiare le regole del gioco bisogna entrarci dentro con tutte le scarpe.

    Quando ascolto Saviano non mi viene mai dai dire, poverino. Poverini semmai i morti o quelli senza scorta. Quando ascolto Saviano mi carico. E la prima cosa che mi trasmette e’ la forza di cambiare me stessa. E quindi trovo bellissimo che i ragazzi della Federico II la prossima settimana s’incontrino per fare “il punto della situazione”. Questi ragazzi sono carichi. Non togliamogli la carica. Perche’ troppi Saviano ci vorranno per cambiare un sol capello di questa grande confusione pubblica e privata.

    In senso lato, ognuno di noi vive tra Scilla e Cariddi.

  34. véronique vergé il 29 ottobre 2008 alle 10:33

    Ogni giorno leggo i commenti sul post come un appuntamento che non vorrei mancare, e trovo tutti straordinari con lo slancio del coraggio, della voglia di cambiare le cose.
    Commenti diversi che mi hanno imparato molto, perché ciascuno ha la sua manera di sentire il libro battere nel suo cuore, perché sono una straniera e vedo i commenti esprimere il senso della terra, della nobiltà di un paese,
    della bellezza della cultura, dell’intelligenza, dell’energia della giovinezza.

  35. lorenzo galbiati il 29 ottobre 2008 alle 12:22

    Non siamo tutti Saviano. Neanche se cerchiamo di “condividerne il rischio”.

  36. l. tedoldi il 29 ottobre 2008 alle 12:32

    L’unico o il migliore modo per stargli vicino davvero, è , come è stato scritto, innescare una persecuzione morale ai danni di camorristi e di tutti i rispettabili imprenditori, campani e non, che fanno affari con i rifiuti tossici, la droga, il tessile contraffatto, le armi, i furti, le estorsioni, i ritmi di lavoro allucinanti e disumani. Parlare e specialmente scrivere di Napoli e delle tante Napoli che imperversano nel mondo, che crescono come funghi soprattutto dove non ce l’aspettiamo, in nome del divinizzato capitalismo di rapina e della furbizia asociale ed arrivista.

  37. francesca il 29 ottobre 2008 alle 15:12

    Brava Helena!!! mi veniva di annuire ad ogni cosa che scrivevi. E vorrei sottolineare il passaggio “domandati piuttosto chi costruisce casa tua, come vengono raccolti i pomodori con cui fai la salsa, dove e come vengono smaltiti i rifiuti che butti nel bidone dell’immondizia”. Che poi è quello che commentava anche il capitano. Più che essere tutti Saviano ognuno di noi dovrebbe essere un cittadino con un onore, una moralità e un’integrità. Se vado in piazza a leggere brani del libro allora la sera non mi faccio di canne o droghe che alimentano il business, e non compro prodotti falsificati alle bancarelle e avrei voluto degli striscioni in cui si chiedesse che cosentino si dimettesse fino a che la sua posizione era accertata perchè io non voglio dubbi su chi mi governa (lasciamo perdere ho detto una bischerata), e poi vorrei che qualcuno mi facesse sapere a chi vendeva i materassi l’azienda in cui morì bruciata una ragazzina di 15 anni che lavorava al nero, perchè io da quella ditta non voglio comprare niente, e non voglio comprare niente dalle aziende di abbigliamento che veramente fanno quello che Roberto racconta nel libro (perchè nessun giornalista è andato al cinema con uno stilista famoso chiededno se era vero ciò che vedeva se lui era certo e poteva certificare come venivano confezionati i suoi abiti.. mi ricordo che quando si scoprì che i palloni di calcio di una grossa multinazionale li fabbricavano bambini indiani ci fu un enorme boicottaggio, come i boicottaggi che i seguaci di greenpeace fanno con le multinazionali). Ecco io più che essere Saviano vorrei essere un cittadino informato e ribellarmi con i mezzi che possiedo e rifiutarsi di alimentare una certa economia. Più che rinchiudere una tigre bianca in una riserva naturale e proteggerla vorrei che fossero disarmati i cacciatori e distrutte le armi. Io questo vorrei che fosse chiesto in piazza. Vorrei che i comuni certificassero con il sangue se necessario a chi stanno appaltando i lavori, che chi si occupa di controllare i registri di smaltimento dei rifiuti delle grandi aziende facesse i controlli dovuti e verificasse i documenti anche quelli falsificati da Dio.. e allora scenderei in piazza a chiedere più mezzi e soldi per questi ufficiali che controllano e fanno il loro lavoro, vorrei che se come dipendente vedo che la mia azienda fa dei magheggi strani avere il coraggio di denunciarla. Per un Roberto che rischia la vita quanti vanno in giro con la sua faccia sulle t-shirt come un simbolo e quello credono di aver assolto il loro compito con la legalità. Mi rendo conto però che oltre alla volontà di ognuno di noi occorre il contributo delle istituzioni.. ma se ognuno di noi facesse attenzione a non contribuire a vendere armi ai cacciatori.. forse non ci sarebbe bisogno di rinchiudere la tigre bianca.
    fra

  38. plessus il 29 ottobre 2008 alle 15:31

    @ véronique: condivido il tuo stato d’animo, davvero, ma: “Commenti diversi che mi hanno imparato molto”, scusami, non si può leggere… In questo caso si dice “insegnato”, perchè, come recita il De Mauro online nelle prime due accezioni dei due termini, imparare significa “acquisire e ritenere nella memoria studiando o esercitandosi”, e insegnare “spiegare, illustrare teoricamente o praticamente una disciplina, un’arte, un mestiere, il modo di fare un lavoro, di esercitare un’attività e sim.” ;-)

    @ capitan feendos: sì per favore, spiegaci perchè molte persone dovrebbero smettere attività ludiche che vengono svolte da prima che fosse coniata la parola camorra. Praticamente da sempre.

  39. helena janeczek il 29 ottobre 2008 alle 15:49

    Samsara: se i ragazzi della Federico II fanno “il punto della situazione”, se lì o altrove con Gomorra in testa o in tasca si scende- esempio- in piazza contro la legge Gelmini che apparentemente non c’entra un cazzo con la camorra (ma c’entra con un paese dove contano mafie, mafiette e la logica del profitto): se è in questo senso che Saviano è un simbolo, non va bene: va benissimo!
    Volevo solo mettere in guardia da alcuni pericoli, da alcune ambivalenze e contraddizioni: per rafforzare la consapevolezza che se grazie a Saviano è venuta su questa pianta delicata che è tua, mia, nostra, se è cresciuta anche per l’effetto di un tot di concime artificiale che rischia di far sì che si afflosci non appena non ne riceve più, ora sta a noi di metterla in un bel vaso, inaffiarla tutti i giorni e farla crescere.
    Ognuno secondo i suoi modi e secondo le sue possibilità, come diceva -più o meno- quello con la barba. Che possono essere quelli indicati da Francesca, quelli tuoi o di altri ragazzi, e chissà quanti altri.

  40. Paolo Mossetti il 29 ottobre 2008 alle 17:56

    @Samsara: “Questi ragazzi sono carichi. Non togliamogli la carica.”…. tremenda (e involontaria) anticipazione di quanto che è successo oggi.

  41. Paolo Mossetti il 29 ottobre 2008 alle 18:14

    @ Helena, scusa se approfitto di questo spazio pubblico, ma vorrei parlarti di una proposta operativa dedicata a questi temi, che riguarda in primo luogo i gruppi che operano sul territorio, e in secondo luogo le forze intellettuali e creative (oddio) che potrebbero supportarla..
    se ti va un veloce scambio di mail, questo è il mio indirizzo: p.mossetti@hotmail.com

  42. luca navarra il 29 ottobre 2008 alle 18:51

    voglio solo raccontare un episodio, collegato al fatto più che al post.
    un mio vicino di casa, pensionato con la quinta elementare, qualche settimana fa mi comunica che sta leggendo pe intero il primo libro della sua vita, per lo meno ci sta tentando, a tre pagine al giorno. lo racconta a me, stimato vicino professore, io lo incoraggio, e da allora ogni mattina viene sconvolto ma entusista a riferirmi l’ultima lettura. sta facendo uno sforzo incredibile, e vivendo un’esperienza vivissima.
    spero che roberto apprezzi anche queste manifestazioni di stima

  43. helena janeczek il 29 ottobre 2008 alle 19:07

    @samsara: dimenticavo la cosa più banale. Dire “Noi siamo Saviano” a Napoli è diverso dal dirlo a Milano o a Bolzano…..

  44. Samsara il 29 ottobre 2008 alle 20:21

    Helena ti ringrazio per le tue risposte.
    E credimi, ti seguo. Il problema delle ambivalenze e delle contraddizioni e’ reale (lo contemplo quotidianamente tra incazatture, ulcere, ed avvilimenti interpolati da grandi speranze) e lo hai esposto in maniera esemplare. A ciascuno il suo modo, come barbuto dictat, di contemplarli. Il paradosso insito in Saviano simbolo e’ Saviano uomo e’ complicato e va in effetti considerato in tutte le sue sfaccettature. Devo confessare che ho scritto il mio primo post dopo solamente una prima lettura, che ho reagito di stomaco. Questo non per rinnegare cio’ che ho scritto ma magari per dirti che mi sarei voluta esprimere in maniera meno calda e sentimentale. Mi do molto da fare per la causa e sono stanca. In questo, come tu ben sai e dimostri, non sono sola. Ognuno di noi annaffia…da tempo. E continua giornalmente.
    I ragazzi della Federico II hanno tratto enorme beneficio dal tuo articolo. Ne abbiamo discusso stamani e porteranno le tue riflessioni in assemblea. Serve dialettica e serieta’. Il tuo articolo fa riflettere, rompe i soliti schemi. E’ questo e’ fondamentale. E’ vero pensiero.
    Per quanto riguarda il tuo ulltimo commento, “@samsara: dimenticavo la cosa più banale. Dire “Noi siamo Saviano” a Napoli è diverso dal dirlo a Milano o a Bolzano…..”, … ci sto pensando su. Vivo tra Roma e New York da molto tempo. Tanti anni di America mi hanno accesa di un idealismo che spesso trascende ” il locale “. Proprio cio’ che per te e’ banale per me e’ difficile da capire. Un mio limite, surely.
    Grazie mille ancora e buon lavoro.
    Paolo, per “carica” intendevo “volonta’ espressiva”.

  45. helena janeczek il 30 ottobre 2008 alle 10:22

    E che cosa c’è di male in una reazione calda e de panza? Poi ovviamente sapere che sto testo sia arrivato agli studenti, mi riempie di un certo orgoglio.
    Non so come si inserisce la Federico II nella tua vita fra Roma e New York, ma sarebbe bello che riuscissi a trasmettere un po’ di quello che tu chiami “idealismo americano”. Qui molta gente colta tende a fare l’ipercritica e schizzinosa su quel modo di vedere il mondo, ma come antidoto al fatalismo, scetticismo, cinismo nostrano- insomma a tutto quello che di fa capire TUTTO ma non fare NIENTE- non sarebbe affatto male.

  46. véronique vergé il 30 ottobre 2008 alle 11:25

    Plessus… e ora, devo imparare le due definizioni.
    In francese anche c’è una sfumatura tra apprendre et enseigner: imparare trova la sua verità nel senso concreto, laborioso; insegnare si svela più nobile, un cammino che si mostra nella vita ( un’ iniziazione).
    Grazie per ” la lezione”, si deve scrivere con un vocabulario preciso…

  47. Tashtego il 1 novembre 2008 alle 09:28

    conosco molte persone che vivono tra roma e new york.
    tipo a ostia.

  48. Abateditheleme il 2 novembre 2008 alle 13:10

    @ tutti

    L’abate è stato impegnato nella conversione di numerose
    giovani vergini, condotte dall’originario cattocomunismo dossettiano alla vera fede carpocraziana.
    Non ha potuto pertanto portare a compimento il promesso “de Saviano”. Al momento si accontenta, humile tra gli humili, di riportare il seguente breve passo di cronaca, convinto che al demiurgo Rabelais, suo padre putativo, sarebbe piaciuto un mondo:

    “Carmine Schiavone, il collaboratore di giustizia indicato in un rapporto trasmesso alla magistratura da addetti alla sicurezza come la fonte dalla quale proveniva l’allarme dell’imminente attentato contro l’autore di Gomorra, ha negato tutto. E se era considerato «altamente attendibile» quando lo ha rivelato, a rigor di logica, dovrebbe rimanere attendibile anche ora che lo nega. E viceversa. Ieri, interrogato in una località segreta dal procuratore aggiunto di Napoli Franco Roberti e dal pm della Direzione distrettuale antimafia Antonio Ardituro, il pentito Schiavone ha negato tutto: mai saputo nulla di un attentato che il clan dei Casalesi intendeva organizzare ai danni di Saviano; e tantomeno mai parlato con alcuno delle intenzioni della camorra di uccidere lo scrittore napoletano. La notizia è arrivata tramite agenzie sulle scrivanie dei giornalisti mentre Saviano si trovava negli studi televisivi di Canale 5 per prepararsi a registrare il one-man-show di Matrix, che sulla vicenda-attentato ieri sera ci ha costruito una puntata speciale. Un caso mediatico da manuale. Contemporaneamente la procura iniziava a indagare per accertare le modalità di diffusione della «soffiata». Un caso giudiziario da manuale. E nello stesso tempo Saviano commentava che «Difficilmente un pentito ammette di avere ancora rapporti con i clan» mentre il leader dei Casalesi, «Sandokan» Schiavone, diffidava Saviano via fax da affermazioni false e calunniose «accostandomi a signori che non ho mai conosciuto».”

    Ripromettendosi di completare il quadro in futuro, quadro che la solerzia dei giornalisti italiani (veri servi di Mammona) nel riferire sul possibile attentato antisavianico, unita all’inerzia altrettanto ingombrante nel presentarne la smentita ufficiale, ha arricchito di qualche sapida, ulteriore pennellata, l’abate approfitta per salutare gli astanti ed anche i lontani.
    Soprattutto Desiati, grande accompagnatore di eroi civili, diffidati da eroi salgariani, a fastose premiazioni in terre straniere.
    Vale et ego.

  49. Abate di Theleme il 7 novembre 2008 alle 16:01

    @ tutti

    Che silenzio assordante… più che tra le mura del mio cenobio… nessuno tra codesti Saviani ha più nulla da dire riguardo ai perigli corsi da Lui che poi è tutti noi (voi, essi)?
    Nemmeno la preclara Janeczek?
    Eran più accese le dispute tra Alberto Magno (detto Albertone) ed Abelardo (nipote, com’è risaputo della omonima nonna)…
    Vale. Ego un pò meno…

  50. spartaco capozzi il 8 novembre 2008 alle 11:28

    Anche se con grande ritardo, voglio ringraziare tanto Helena Jazeczek per il suo articolo straordinariamente preciso, anlisi critica di rara intelligenza. Voglio anche informarla che oggi pomeriggio e domani mi permetterò di distribuire il suo articolo durante la lettura di Gomorra (dalle 15,00 alle 19,00) che si terrà a Bologna, al Quartiere Reno in via Battindarno 123 presso la Sala Falcone e Borsellino.
    Credo sia molto importante che chi non lo abbia ancora la letto lo faccio quanto prima. Si spera così di rendere la lettura non soltanto un atto simbolico (comunque importante), ma anche un modo per stimolare nuove riflessioni.
    Grazie ancora,
    Spartaco Capozzi

  51. Fabrizio Brena il 9 novembre 2008 alle 18:54

    Ineccepibile articolo, tanto nelle premesse quanto nelle conclusioni; e a questo punto mi sembra che la scelta di Saviano di andare in esilio (perché di questo si tratta), oltre al desiderio di riprendersi la sua quotidianità, sia motivata dall’impulso di proseguire il proprio lavoro di scrittore: perché la cosa più deleteria nell’assunzione dell’autore a simbolo è averlo congelato come autore di un unico e definitivo libro, una summa criminalis dell’Italia d’oggi. E questa lettura riduzionistica, secondo me, è anche parte del successo internazionale di Gomorra, che conferma agli occhi di molti stranieri l’immagine tradizionale di un Paese ‘anarchico’, privo di legalità e dominato da bande di clan, immagine sintetizzata dalla critica di Vargas Llosa a Saviano: ‘non è il capitalismo, ma l’Italia ad essere corrotta’. Descrivere invece nei dettagli come tutte le mafie, dalla Cina alla Russia alla Nigeria costituiscano una rete interconnessa, sia fra di loro che con il mercato globale, rappresenta il necessario proseguimento di quest’opera, e tale ricerca deve valicare i confini nazionali, per ricercare le zone grigie dove attività e profitti illegali si fondono con quelli legali: a volte mi chiedo per esempio, a fronte della crisi bancaria internazionale, quali immense possibilità di investimento e di partecipazione nei grandi istituti di credito si stiano dischiudendo per organizzazioni così dotate di liquidità. Se dovessi dare una definizione complessiva di questo fenomeno, parlerei di ‘economia criminale di mercato’, e Saviano ha dimostrato di possedere gli strumenti conoscitivi più adeguati per affrontarlo, oltre alla tenacia e al coraggio necessari per maneggiare una materia così incandescente.

  52. Abateditheleme il 20 novembre 2008 alle 10:35

    @ Janeczeck

    Mi parve di aver postato, giorni addietro e per primo, la notizia del decesso di Mama Africa, sacrificata suo malgrado (leggansi gli articoli di cronaca in merito) aull’ara Savianica… ed ora ahimè, qui non la trovo più… ma poco importa, sarà il mio esser bianco per antico pelo…

    @ tutti

    Importa invece scoprire l’acqua calda, alle volte… a questo proposito segnalo la diffusione in Napoli, a mezzo edicole ed esercizi commerciali, di innumeri copie piratate abilmente (il come è qui detto molto meglio di come potrei farlo io, umile abate laico http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/cronaca/2008/19-novembre-2008/gomorra-edicole-napoli-falsi-dvd-con-bollino-camorra–140727978428.shtml ) dell’orrido film “Gomorra”.
    Che non è piaciuto poi a tanti, ma evidentemente ai “fetient'” si.
    Tanto da anticiparne diffusione e vendita, tanto da curarne l’editing …Saviani anche loro alfine….

    Mi devo quindi ricredere, dopo anni : E’ proprio vero, Saviano rischia grosso con la Camorra. Rischia di perdere tanti bei soldini di diritti.

    Vale et ego.



indiani