Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato 14

30 ottobre 2008
Pubblicato da

di Andrea Inglese

[18 immagini + lettere invernali per l’autunno; 1,2,3,4,5,6,7,8,9,10,11]

Cara Reinserzione Culturale del Disoccupato

è venuto il momento di partire,
se fossi partito

(non partirò, non stavolta)

se alla fine, avendolo previsto,
o semplicemente così,
perché lo sentivo, fossi
partito, e sarebbe stato
il momento giusto,

io ti avrei preparato, ti avrei detto,
delle frasi, ma preparate appunto,
non cose artificiali,
o troppo pensate, sì, sì,
evidentemente
le avrei pensate anche a lungo,
e permutandole, e permettendomi
degli effetti di stile, un’ironia
che avrei immaginato
ti sarebbe piaciuta,
un’ironia, diciamo,
che piacesse

e il tutto alla fine come se le avessi dette
sul momento (e poche, quelle frasi)

ma non è così,

perché lo avrai notato, per altro,
quando si parte, non è mai
il momento giusto,

è prima, magari appena,
appena prima
o appena dopo
che si dovrebbe davvero partire

e non perché, preparandolo, il momento
della partenza
divenga così un momento sbagliato,
o ingiusto,

è sempre quando si resta,

che è il buon momento

di partire.

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4 Responses to Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato 14

  1. maria(v) il 30 ottobre 2008 alle 08:41

    e come portati via
    si rimane

  2. viky il 30 ottobre 2008 alle 09:49

    “è sempre quando si resta che è il buon momento di partire”…quant’è vero, ci vuole molto forza per lasciarsi tutto alle spalle e andare…

  3. véronique vergé il 30 ottobre 2008 alle 11:30

    “Quando si parte,
    non è mai il momento giusto”
    Sono i versi che parlano più al mio cuore.

    Non so se sono nel senso della poesia o no, ma ho notato che partire fa nascere goffaggine: nel addio c’è già un dolore del corpo che vuole non farsi vedere, un sorriso un po’ triste.
    Qua

  4. véronique vergé il 30 ottobre 2008 alle 11:38

    Accidenti, ho fatto una manipolazione goffa ( vero!)
    Quando parto, ho sempre la tentazione di tornare o di correre dietro la persona che se ne va.

    La poesia mi rammenta che partire è sempre un dolore, perché si sente il corpo tagliato in due, si prova davvero un dolore fisico nel centro dell’ombelico.



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