Urbanità 5

30 ottobre 2008
Pubblicato da

di Gianni Biondillo

Se chiedessimo a un romano quanti abitanti fa la sua città non avrebbe dubbi a dirci, con orgoglio, che supera i tre milioni e mezzo; anche se poi non è affatto vero. Roma ha poco più di due milioni e mezzo d’abitanti in un’area urbana gigantesca. La densità per metro quadro è molto bassa, nulla a che vedere con altre realtà urbane. Ho sempre trovato ammirevole il gigantismo dei romani, la loro convinzione di vivere in una città fuori dall’ordinario. Ma Roma, con tutti i pregi che ha, non è davvero considerabile una metropoli contemporanea. Sembra più una successione di borghi, spesso indipendenti fra loro. Non è affatto un difetto, ben inteso, ma le vere metropoli italiane sono altre.

È che spesso neppure lo sanno, o lo vogliono ammettere. Siamo in un paese dove la tradizione del campanile nega l’evidenza. Le nostre metropoli non sono affatto tutte uguali, si portano dietro la particolare orografia della nostra terra, le tradizioni insediative, il diverso approccio nei confronti della qualità della vita, economie spesso assolutamente contrastanti. Ecco perché mi piacciono. Nulla a che vedere con l’infinita griglia di villette tutte uguali, con back yard incorporato, che si spalmano identiche per tutti gli Stati Uniti.

In Italia, anche se chi le abita non ne è cosciente, le nostre metropoli sono particolari, curiose. Hanno la forma della città lineare della via Emilia, ad esempio, dove si può vivere a Modena, prendere un caffè a Parma, studiare a Bologna, andare in discoteca a Rimini, lavorare a Reggio. Oppure sono la smisurata periferia globale del napoletano, che va ben oltre la provincia del capoluogo, tracima nella Terra di Lavoro, nel casertano. O, ancora, hanno la forma della città rete di Milano. Un’area metropolitana immensa, dove vivono e operano qualcosa come sette milioni di abitanti. E dove, però, la cosa sembra di nullo interesse per gli amministratori del territorio che non riescono a legiferare un piano regionale degno di questo nome. Le città, comunque, non aspettano e mutano forma. Prendono forma. Spesso deturpandosi. Non ho nostalgia dei bei tempi andati, metà della popolazione del mondo ha deciso di vivere in una città, occorre analizzare la realtà a ciglio asciutto, però, poi, occorre restituire sul territorio segni forte che diano dignità di cittadinanza anche a chi vive lontano dai “soliti” centri storici.

L’Expo del 2015, potrebbe essere, per Milano, la grande occasione di rilancio urbano: valutare un piano di mobilità pubblica, recuperare le periferie storiche, attirare eccellenza. Si può fare. Anzi: si deve fare! La rivista inglese Monocle ha stilato la classifica delle 25 città più vivibili del pianeta. Nessuna delle città italiane è presente. Smettiamola di vivere sugli allori del nostro patrimonio del passato e incominciamo a migliorare la nostra vita quotidiana. Smettiamola di essere così chiusi nel confronto del mondo, anche perché il giorno in cui il mondo ci darà definitivamente le spalle, sarà l’inizio della nostra fine. E non ne vale davvero la pena.

[pubblicato su V & S, n.9 settembre 2008]
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5 Responses to Urbanità 5

  1. wakefield il 30 ottobre 2008 alle 18:39

    scusate, amici di N.I., e mi scusi anche Gianni Biondillo, ma un pezzo così secondo voi possiede l’urgenza della pubblicazione?
    Con stima per Biondillo, scrittore che ammiro e di cui ho letto contributi meno banali

  2. gianni biondillo il 30 ottobre 2008 alle 19:14

    Sai, wakefield, tutto è spiegato nella nota che ho messo al primo della serie “urbanità” e che qui ti riproduco:

    “Da qualche tempo a questa parte, da più parti, mi vengono richieste opinioni su temi urbani e territoriali. Mi accorgo, di volta in volta, di annotarmele come su un ipotetico taccuino, quasi fossero gli appunti di un discorso del quale, in realtà, non ho ancora chiara la forma. Li deposito qui su NI più come stimoli di una discussione che come testi definitivi.”

    Ovviamente scrivere questi appunti su una rivista di settore o su una di viaggi (come in questo caso), può far cambiare il tono e l’approfondimento del pezzo. Ma insisto sull’idea di apppunti presi strada facendo, che non si esauriscono di per sé ma sono solo annotazioni da sviluppare. (e comunque capita a tutti un pezzo meno brillante, no? Me lo perdoni?)

  3. cletus il 30 ottobre 2008 alle 23:27

    …se chiedessimo ad un romano, ad uno qualsiasi dei tanti (troppi) costretti a prendere l’auto per andare da un capo all’altro della città ed infilarsi in quel girone (nel senso geometrico) infernale del grande raccordo anulare, a chi dovrebbe dire grazie per le ore, quotidiane, che perde a causa di questa scelta (vista la totale inadeguatezza dei mezzi pubblici) non saprebbe cosa rispondere. Che fortuna voi milanesi…

    PS. Personalmente ho gioito quando, all’improvvido Rutelli (che già diede alla cittadinanza tutta, prova di se nell’infausta occasione del giubileo) il CIO rispose picche circa la designazione della sede di non so più quale edizione dei giochi olimpici. Di olimpico c’è il senso, questo si, tutto romano, di farsi scivolare tutto addosso, e rassegnarsi buono buono all’inevitabile coda…

  4. wakefield il 31 ottobre 2008 alle 10:17

    Caro Gianni, il problema (mio) è che dagli scrittori che preferisco mi aspetto sempre il meglio. Nei tuoi libri, almeno in quelli che ho letto, non c’è una riga che non sia necessaria. Nella stessa risposta al mio forse un po’ troppo risentito intervento, c’è il passo dello scrittore. Aspetto altri tuoi testi su N.I.
    Con affetto

  5. black pus il 31 ottobre 2008 alle 14:44

    Beh, se chiedessimo a un romano quanti abitanti ha Roma, e quello rispondesse tre milioni e mezzo, dovremmo dargli ragione perché più o meno le dimensioni dell’area metropolitana sono quelle; e l’idea di una Roma “successione di borghi” è un antico luogo comune, messo a dura prova da un ventennio (l’ultimo) di processi urbani che hanno stravolto l’immagine e il ruolo stesso della città.

    Vero è che l’Italia è da sempre recalcitrante all’idea di metropoli: l’accenno alla città lineare della via Emilia (che non chiamerei metropoli in senso stretto: è semmai una conurbazione) secondo me è depistante, mentre sono d’accordissimo su quanto detto a proposito di Milano: colpisce per esempio che, anziché guardare al quadro complessivo – i sette milioni di cui sopra – in questi ultimi anni si sia proceduto a una progressiva parcellizzazione delle competenze, dei progetti, dei ruoli. Nuove province, faide/rivalità tra aspiranti capoluoghi, dispute infinite su quali siano le reali dimensioni dell’area metropolitana… Dai progetti che vedo però l’Expo andrà a coinvolgere la Milano dentro le tangenziali e poco altro. O no?



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