Le sette abitudini dei terroristi inefficaci

2 novembre 2008
Pubblicato da

di Bruce Schneier

La maggior parte delle strategie antiterrorismo non falliscono a causa di problemi tattici, ma per un malinteso di fondo in merito a ciò che spinge in primo luogo i terroristi ad agire. Se vogliamo sconfiggere il terrorismo, dobbiamo comprendere anzitutto che cosa spinge le persone a diventare terroristi.

Secondo il giudizio prevalente, il terrorismo è un fenomeno intrinsecamente politico e si diventa terroristi per ragioni politiche. Questo è il modello “strategico” del terrorismo, e si tratta sostanzialmente di un modello economico. Esso stabilisce che le persone ricorrono al terrorismo quando credono (a ragione o a torto) che ne valga la pena; ovvero, quando ritengono che i vantaggi politici del terrorismo meno i costi politici siano superiori a quanto otterrebbero con una qualsiasi altra forma di protesta più pacifica. Si presume, per esempio, che chi si unisce a Hamas abbia come obiettivo la realizzazione di uno stato palestinese; e chi si unisce al PKK lo faccia per arrivare a ottenere una realtà nazionale curda; e chi si unisce ad al-Qaida voglia, fra le altre cose, cacciare gli Stati Uniti dal Golfo Persico.

Se si crede a questo modello, il sistema per combattere il terrorismo è quello di modificare tale equazione, e ciò è quanto consigliano molti esperti. I governi tendono a ridurre al minimo i guadagni politici del terrorismo mediante una policy che rifiuta ogni concessione. La comunità internazionale tende a consigliare la riduzione delle ingiustizie politiche dei terroristi mediante pacificazione, nella speranza di indurli a rinunciare alla violenza. Entrambi i casi suggeriscono policy che offrano alternative non-violente credibili, come le elezioni libere.

Storicamente, nessuna di queste soluzioni ha funzionato in maniera costante o affidabile. Max Abrahms, un ricercatore predottorato al Center for International Security and Cooperation della Stanford University, ha studiato decine di gruppi terroristici di ogni parte del mondo. Secondo lui quel modello è errato. In uno studio pubblicato quest’anno in International Security (che, purtroppo, non ha il titolo “Le sette abitudini di terroristi altamente inefficaci”) egli parla, appunto, di sette abitudini di terroristi altamente inefficaci. Queste sette tendenze si riscontrano in organizzazioni terroristiche di tutto il mondo, e contraddicono direttamente la teoria secondo cui i terroristi sono dei massimizzatori politici:

I terroristi — scrive Abrahms —

  1. attaccano i civili, una linea di condotta che vanta precedenti ben poco efficaci nel convincere quei civili a dare ai terroristi quello che vogliono;
  2. trattano il terrorismo come prima risorsa, non come ultima spiaggia;
  3. non scendono a compromessi con il paese preso di mira, anche quando quei compromessi sarebbero nei loro migliori interessi da un punto di vista politico;
  4. hanno piattaforme politiche proteiformi, che cambiano regolarmente e a volte radicalmente;
  5. spesso sferrano attacchi anonimi, che impedisce ai paesi bersagliati di garantire loro delle concessioni politiche;
  6. attaccano regolarmente altri gruppi terroristici che hanno la stessa piattaforma politica; e
  7. rifiutano la dispersione, anche quando continuano a non raggiungere i loro obiettivi politici o anche dopo aver raggiunto gli obiettivi politici dichiarati.

Abrahms fornisce un modello alternativo per spiegare tutto questo: le persone si rivolgono al terrorismo alla ricerca di solidarietà sociale. Egli teorizza che le persone si uniscono a organizzazioni terroristiche in tutto il mondo per poter essere parte di una comunità, proprio come i ragazzini delle grandi città si uniscono alle gang da strada negli Stati Uniti.

I fatti corroborano questa teoria. I singoli terroristi spesso non hanno mai avuto niente a che fare con l’attività e le priorità di un gruppo terroristico, e frequentemente si uniscono a più gruppi terroristici con piattaforme politiche incompatibili. Molti individui che si uniscono a gruppi terroristici spesso non sono soggetti oppressi in alcun modo, né sanno delineare gli obiettivi politici delle loro organizzazioni. Spesso chi entra a far parte di un gruppo terroristico ha amici o parenti che già ne sono membri, e la stragrande maggioranza dei terroristi sono isolati socialmente: giovani uomini non sposati o vedove che non avevano un lavoro prima di entrare nel gruppo. Queste caratteristiche si possono riscontrare in gruppi terroristici radicalmente diversi fra loro, come l’IRA e al-Qaida.

Per esempio, molti dei dirottatori dell’11 settembre avevano pianificato di combattere in Cecenia, ma erano sprovvisti della documentazione necessaria, e quindi hanno attaccato l’America. I mujaedin non sapevano chi attaccare dopo che i Russi si ritirarono dall’Afghanistan, per cui se ne sono stati senza far niente finché non hanno trovato un nuovo nemico: l’America. I terroristi pakistani passano regolarmente ad altri gruppi con una piattaforma politica completamente diversa. Molti nuovi membri di al-Qaida dichiarano, con poca convinzione, di aver deciso di diventare parte della jihad dopo aver letto un blog estremista e anti-americano, oppure dopo essersi convertiti all’islamismo, magari solo da qualche settimana. Queste persone sanno ben poco di politica e di islamismo, e francamente non danno l’impressione di voler saperne di più. I blog a cui si riferiscono non sono molto profondi in questi campi, anche se esistono blog assai più ricchi di informazioni.

Tutto ciò spiega le sette abitudini. Non è che siano inefficaci di per sé, solo che hanno un obiettivo differente. Possono non essere efficaci da un punto di vista politico, ma lo sono socialmente, e contribuiscono a preservare l’esistenza e la coesione del gruppo.

Questo genere di analisi non è solo teoria: ha delle conseguenze pratiche per l’antiterrorismo. Non solo ora possiamo comprendere con maggiore chiarezza chi potrebbe diventare un terrorista, ma possiamo mettere a punto delle strategie mirate a indebolire i vincoli sociali all’interno delle organizzazioni terroristiche. Creando disaccordi fra i membri dei gruppi — convertendo le condanne penali in cambio di informazioni pratiche di intelligence, inserendo un maggior numero di agenti doppi nei gruppi terroristici — sarà un ottimo sistema per indebolire considerevolmente i vincoli sociali all’interno di quei gruppi.

Occorre anche prestare più attenzione agli emarginati sociali più che ai politicamente oppressi, come tutte quelle comunità non assimilate che vivono in paesi occidentali. Bisogna sostenere e favorire comunità e organizzazioni vivaci e positive come alternative da offrire a potenziali terroristi affinché abbiano quella coesione sociale di cui hanno bisogno. E infine è necessario ridurre al minimo i danni collaterali nelle nostre operazioni antiterrorismo, nonché porre un  freno al fanatismo e ai crimini motivati dall’odio, che non fanno altro che creare un maggiore dislocamento e isolamento sociale, e fomentare le inevitabili ritorsioni.

Il saggio originale di Max Abrahms: What terrorists really want – terrorist motives and counterterrorism strategies

Questo articolo è precedentemente apparso su Wired.com.

Una confutazione interessante di Laurent Murawiec: Can terror be understood?

Edizione italiana curata da Communication Valley SpA.

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7 Responses to Le sette abitudini dei terroristi inefficaci

  1. Giocatore d'Azzardo il 2 novembre 2008 alle 11:15

    Schneier è molto più credibile quando si occupa di crittografia. Dovrebbe insistere e lasciar perdere argomenti che non conosce. Epperò la teoria del “Buena Vista social Club” del terrorismo è verosimile e, come sempre, è più semplice credere al verosimile che al vero.

    Blackjack.

  2. sparz il 2 novembre 2008 alle 12:19

    consiglio molto la lettura della confutazione di Laurent Murawiec menzionata, che mi ha almeno dato l’idea che le idee qui esposte da Schneier siano un po’ troppo semplificate e certamente non adattabili a molte altre situazioni storiche, un esempio per tutti la guerra di liberazione di Algeria da parte del FLN.

  3. jan il 2 novembre 2008 alle 13:39

    Io considero l’analisi del terrorismo un campo assai stimolante ed attuale, visto che in nome della lotta al terrorismo sono avvenuti fatti geopolitici che ci riguardano molto da vicino.

    Sfrondare la visuale dalla propaganda o dalle semplificazioni è molto utile, anche solo per proporre una tesi come quella di Schneier qui. Tesi singolare, ma abbastanza coerente con l’analisi del terrorismo islamico fatta da Loretta Napoleoni ad esempio in Al Zarqawi, il Saggiatore, 2006.

    La confutazione di Murawiec è altrettanto interessante ed avrei voluto pubblicarla in seguito su nazione Indiana, ma non ne ho una traduzione in italiano pronta.

  4. Tashtego il 3 novembre 2008 alle 07:54

    Per quanto si possa considerare approssimativa questa analisi, resta aperto il problema del perché una persona, un ragazzo, diventa terrorista.
    Se si scompongono le organizzazioni nelle loro unità minime, alla fine ci si ritrova a fare i conti col singolo individuo-terrorista, con la sua storia e le sue motivazioni, consce e inconsce.
    Il terrorismo non esce dal perimetro dell’umano, anzi è un prodotto dell’umano contemporaneo e anche come tale può essere compreso.
    Senza imbarcarmi in analisi maldestre, ricordo che alla base dell’azione terroristica c’è sempre un conflitto reale, che sia o meno palese non importa, importa che esista e sia operante.
    Mi sembra logico partire da lì, direi.
    Cioè, in molte occasioni, dall’impossibilità dei gruppi radicalmente antagonisti di operare nel politico invece che nel militare, di poter usare la normale comunicazione per generare consenso, invece che il terrore per ottenere, appunto, solo l’adesione di alcuni dis-adattati.
    Adesione cruciale per la propria continua ri-generazione: un terrorismo senza terroristi non funge.
    Insomma la tesi di fondo dell’articolo mi trova consenziente.
    Ma è solo un aspetto, ovviamente, del problema.
    Insomma, il vizio di respingere a priori, di demonizzare, ciò che in ogni caso si genera dall’umano è un errore strategicamente decisivo, oltre che intellettualmente e filosoficamente farlocco.

  5. Paolo S il 5 novembre 2008 alle 12:34

    Un mio amico mi ha fatto notare che già Alexis de Tocqueville aveva sottolineato l'”utilizzo” dei bambini come agenti provocatori per aizzare tafferugli da cui far partire le rivolete.
    Ci sarebbe moltissimo da dire in proposito del nesso adolescenza (gioventù)-scelte estreme, e si potrebbe considerare il terrorismo come una delle varianti al’interno di questo pattern.
    Grazie Jan, l’avevo letto in inglese, ma ben tradotto resta meglio in testa ;)

  6. jan reister il 7 novembre 2008 alle 14:52

    @Paolo S e tutti: se qualcuno volesse tradurre il pezzo di Murawiec o uno di questi…
    http://www.schneier.com/blog/archives/2008/11/understanding_t.html
    sarebbe bello pubblicarli qui.

  7. Fabrizio Brena il 8 novembre 2008 alle 21:04

    L’intervento di Schneier si presta facilmente ad essere confutato, in virtù del suo astratto schematismo, ma siccome si propone esso stesso come la confutazione di un giudizio prevalente, è bene procedere da quest’ultimo: “Il terrorismo è intrinsecamente politico e si diventa terroristi per ragioni politiche” (il termime “fenomeno” è un’aggiunta del traduttore). Questo assioma dimentica che il terrorismo è sì un mezzo di lotta politica, il più radicale ed estremo, se si vuole, ma talmente efficace che è stato adottato anche da organizzazioni criminali e mafiose e perfino da apparati dello Stato a scopo di condizionamento dell’opinione pubblica: in Italia abbiamo avuto esempi di tutti questi tipi ed evito qui di enumerarli.
    Inoltre quando si discute sull’efficienza o meno delle azioni terroristiche bisogna tener presente che esse hanno come bersaglio non tanto le vittime in quanto tali, ma l’istituzione che esse rappresentano o più in generale lo Stato di cui sono cittadini, cosa che l’autore nel punto 1 mostra di non considerare. In sostanza i terroristi con ogni loro impresa delegittimano l’istituzione politica nella sua funzione più cruciale, il controllo del territorio su cui si estende la sua autorità e la sicurezza di chi vi è insediato. Così la strategia terroristica può essere ‘qualitativa’, scegliendo di colpire singoli personaggi altamente rappresentativi (politici, militari, magistrati, imprenditori), oppure ‘quantitativa’, mirando a provocare un numero quanto più alto di vittime fra un gruppo con stragi di massa: anche qui, da Piazza Fontana al rapimento Moro, l’Italia offre esempi di entrambe le tipologie. Di conseguenza l’esito della lotta dipende dai rapporti di forza fra i contendenti e dal radicamento che i gruppi armati riescono ad assicurarsi sul territorio, perché il terrorismo non ha bisogno solo di terroristi che sparano, ma di affiliati che forniscono supporto logistico, di staffette che garantiscono le comunicazioni, di propagandisti e finanziatori, insomma di tutta una rete di copertura e sostegno che determina la sopravvivenza dell’organizzazione; mi limito a delineare tre possibili sviluppi, che riguardano il terrorismo di matrice politica:
    1) L’organizzazione viene decimata dallo Stato, non solo per l’azione repressiva delle forze dell’ordine, ma prima ancora in mancanza di un sostegno capillare e costante nella società in cui operano (così le BR in Italia e il gruppo Baader Meinhof in Germania).
    2) L’organizzazione, sostenuta da un consenso allargato, riesce ad avere il sopravvento e ad assicurarsi il controllo del territorio: questo accade soprattutto quando l’avversario è una forza d’occupazione straniera e gli oppositori possono far leva sull’ostilità diffusa verso l’occupante; oltre al caso dell’Algeria si possono citare, in anni più vicini a noi, le due autobombe in Libano piazzate da gruppi sciiti nel 1983 contro i contingenti francesi e statunitensi che condussero alla loro ritirata dal Paese.
    3) L’organizzazione, di solito dopo un periodo di lotta molto lungo, trova un accordo con lo Stato avversario per partecipare al potere attraverso un movimento politico di sostegno, previa la rinuncia alla lotta armata da una parte e un’amnistia verso i membri dell’organizzazione dall’altra: così in Irlanda del Nord con l’inclusione del Sinn Fein, braccio politico dell’Ira, nel governo della regione o nel Medio Oriente con gli accordi di Oslo fra Israele e OLP in cui a quest’ultima venne riconosciuta un’autorità amministrativa sui territori palestinesi (che poi questi accordi siano rimasti in gran parte lettera morta è un altro discorso). Ma quanti negoziati, coperti dal segreto di Stato, vengono condotti da governi apparentemente non minacciati dal terrorismo per proteggere i loro cittadini da azioni dimostrative sul proprio territorio o garantirne l’incolumità quando si trovano in territori a rischio ? Quando si fa il conto dei costi e ricavi del terrorismo bisogna anche considerare la semplice forza del ricatto che un’organizzazione paramilitare, e non necessariamente di stampo politico, può esercitare sulla controparte per garantire la rinuncia ad atti violenti.
    Banditi o partigiani, idealisti o fanatici, criminali o martiri: ogni analisi del terrorismo che parta dallo status di terrorista senza concentrarsi sulle cause scatenanti dei conflitti finisce per ridursi a un esercizio classificatorio adatto a strateghi da tavolino.



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